TRA EGEO E CIPRO ANKARA PREPARA LA SFIDA CON ISRAELE, di Daniele Santoro.

Non i classici Stretti turchi, ma il mare di casa conteso con la Grecia, appoggiata dallo Stato ebraico,  il collo di bottiglia dove si decide il futuro della Turchia. La formidabile crescita della Marina anatolica. LAmerica aiuta. Roma deve scegliere.

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1. I turchi domineranno i nostri mari. Levoluzione della Turchia in potenza compiutamente marittima con legittime e ragionevoli ambizioni oceaniche  ormai realt geopolitica indiscutibile. La dimensione acquatica  stata strutturalmente integrata nella grande strategia anatolica, di cui  anzi diventata componente prevalente. Se non altro per necessit. La natura delle crisi che dal 24 febbraio 2022 incendiano la profondit strategica turca ha accelerato la trasformazione culturale innescata da Gazi Mustafa Kemal Atatrk con la Grande offensiva contro i greci, alla vigilia della quale il Grande Condottiero ordin ai suoi soldati di marciare non gi sulla citt egea occupata dal nemico ma sul Mediterraneo. Obiettivo allora culturalmente inconcepibile per una potenza in declino da oltre due secoli che malgrado il dominio su gran parte del Medioceano era rimasta profondamente terrestre per mentalit, abitudini, credenze profonde.

La dimensione acquatica della grande strategia ottomana era imperniata sul controllo dei corsi e delle foci dei grandi fiumi afro-eurasiatici: Nilo, Eufrate, Tigri, Danubio, fiumi ucraini. I mari non erano poste in gioco geopolitiche ma elementi che separavano le terre. Erano dunque inquadrati non come spazi strategici da controllare ma come ostacoli da superare. La componente fluviale della grande strategia ottomana era centrale, la componente marittima ancillare. La rivoluzione culturale innescata dal Gazi ha avuto un decennale periodo di incubazione terminato con lepifanico avvento della dottrina della Patria Blu, oggi architrave indiscusso dellapproccio neo-imperiale forgiato da Erdogan. Se non altro, appunto, per necessit.

Linvasione russa dellUcraina ha riaperto la partita del Mar Nero e ha costretto Ankara a riscoprire la valenza geopolitica degli Stretti turchi, integrandola in una grande strategia propriamente marittima tanto nella concettualizzazione quanto nella definizione degli obiettivi. Locclusione di Bab al-Mandab dunque di Suez da parte degli huti ha imposto alla Turchia lobbligo culturale prima ancora che strategico di assumersi la responsabilit della libert di navigazione attraverso i colli di bottiglia che influenzano in modo decisivo il benessere economico e geopolitico della Repubblica. Il confronto sempre meno indiretto con Israele innescato dal 7 ottobre ha riportato dattualit le questioni egee e cipriota, dunque limperativo geopolitico rimasto latente dalla riconquista di Izmir nel 1922: legemonia regionale non pu prescindere dal controllo dei mari di casa. Meglio,  incompatibile con loccupazione militare di tali spazi da parte dei propri nemici. La guerra israelo-iraniana allAmerica e la chiusura di Hormuz da parte della Repubblica Islamica hanno infine certificato la necessit vitale di controllare i mari e gli stretti di prossimit. Perch gli Stati Uniti non li governano pi. Il che significa che se non li controllano i turchi saranno i loro nemici a farlo.

La manifestazione pi inequivocabile di tale rivoluzione geopolitica  limpressionante trasformazione subita dalla Marina turca. Qualitativa e culturale, prima che materiale. Ancora fino a pochi anni fa  indicativamente fino allentrata in servizio della portaerei leggera Anadolu nel 2023  la Marina turca era una forza sostanzialmente derivativa, costituita in larga parte da navi acquistate di seconda mano da Stati Uniti e Germania, equipaggiate con piattaforme, sensori e missili di provenienza prevalentemente occidentale. Lobiettivo strategico era difendere Stretti, Egeo, Mar Nero e Mediterraneo orientale. La Turchia era nel migliore dei casi una potenza costiera. Oggi la Marina turca sta diventando una forza costruita attorno a una cantieristica nazionale in fiorente espansione, che produce navi equipaggiate con missili, sistemi di combattimento, droni e piattaforme di produzione autoctona. Evoluzione industriale alimentata da un vero e proprio sconvolgimento delle priorit geopolitiche: protezione non solo delle coste ma delle zone marittime, delle rotte e delle infrastrutture energetiche. Compiti che presuppongono forze navali in grado di sostenere una proiezione regionale avanzata e di adottare capacit di proiezione extraregionale, per il momento selettiva. A questo serve la moltitudine di navi da guerra e di piattaforme sfornate dai cantieri anatolici.

In principio fu la nave dassalto anfibia Anadolu, la cui vicenda rivela la capacit di adattamento dei turchi, a sua volta manifestazione della piena interiorizzazione della dimensione marittima della competizione geopolitica. Pensata originariamente per ospitare gli F-35 a decollo verticale, dopo lesclusione dal programma per lacquisto degli S-400 Ankara lha riconfigurata come piattaforma per i temibili droni navali Bayraktar Tb3. Dando vita a un assetto originalmente ibrido: una portadroni dassalto che pur non sostituendo una portaerei tradizionale moltiplica le capacit anfibie, di sorveglianza e di attacco della Turchia dal Mediterraneo centrale al Golfo di Aden. Nel 2024  inoltre entrata in servizio la fregata Istanbul  prima delle otto fregate classe Istif, ambiziosa prosecuzione del progetto Milgem dopo le corvette classe Ada, che Ankara costruisce anche per Romania, Ucraina, Pakistan e Malaysia. Si tratta della prima tipologia di nave costruita interamente nei cantieri anatolici e dotata altrettanto interamente di sistemi allavanguardia di produzione nazionale. Tra questi, il sistema di combattimento Advent, radar, sonar, sistemi di guerra elettronica, il sistema di difesa automatico Gkdeniz, il sistema di lancio verticale Midlas, i missili Hisar-D 1. La Turchia immagina le fregate classe Istif  altri quattro esemplari dovrebbero entrare in servizio questanno e altri tre sono in costruzione  come una sorta di ponte tra le vecchie fregate acquistate da America e Germania  che Ankara ha ampiamente modernizzato con sistemi nazionali portandole quasi al livello della classe Istif   e i cacciatorpediniere anti-aerei Tf-2000, al momento in costruzione. Tra 2024 e 2025 sono entrati in servizio anche il Piri Reis e lo Hizirreis, primi sottomarini della classe Reis, derivata dai sommergibili tedeschi classe 214Tn. Per quanto ancora coprodotti con la Germania, i Reis  la serie verr ultimata entro il 2029  sono equipaggiati con siluri, missili antinave e altri sistemi nazionali. Completano lossatura della Marina turca di nuova generazione il rifornitore daltura Derya  ancor pi cruciale di fregate e sottomarini per garantirle la necessaria proiezione regionale, in prospettiva oceanica  e i sistemi a pilotaggio remoto Marlin, Sancar, Salvo, Albatros e Ulaq, fondamentali per sorveglianza, guerra elettronica, attacchi asimmetrici, operazioni di sminamento e saturazione delle difese nemiche. Senza contare il Kochisar, primo dei dieci pattugliatori daltura classe Hisar, e il C-159, prima unit della nuova classe di mezzi da sbarco.

I cantieri anatolici continuano a lavorare a pieno ritmo. Il fiore allocchiello  il progetto Mugem, la portaerei nazionale da 60 mila tonnellate e 285 metri di lunghezza capace di imbarcare una cinquantina tra droni Tb3 e Anka-3, aerei da guerra a pilotaggio remoto Kizilelma e jet leggeri Hrjet. Lentrata in servizio della portaerei  che Ankara intende anticipare rispetto al termine previsto del 2030  cambierebbe strutturalmente i rapporti di forza medioceanici, permetterebbe alla Marina turca di ridurre enormemente il divario con le Marine litoranee e di proiettare uninedita potenza aeronavale nella propria profondit strategica, anche e soprattutto in termini di deterrenza. Se nel 2019 la Turchia avesse avuto questa portaerei, Russia, Francia ed Emirati Arabi Uniti non si sarebbero ad esempio azzardati ad attaccarla spregiudicatamente a Tripoli.

Parallelamente procede la costruzione del primo cacciatorpediniere anti-aereo del progetto Tf-2000  fondamentale per la difesa darea e per la protezione della portaerei, dunque per concretizzare la proiezione avanzata della Marina turca  e del primo sommergibile nazionale del progetto Milden, che in prospettiva garantisce ad Ankara piena autonomia anche nellunica tipologia di nave da cui dipende ancora in modo preponderante da altre potenze. Senza contare che la Turchia produce ormai in autonomia sistemi di combattimento, sistemi di lancio verticale, missili antinave, sistemi di difesa aerea navale, siluri pesanti e radar.

La portata della trasformazione  clamorosa. Ancora un decennio fa la Marina turca era imperniata su fregate acquistate di seconda mano da Stati Uniti e Germania, sommergibili tedeschi, missili e sistemi di lancio occidentali, aveva capacit anfibie e daltura molto limitate e nessuna significativa piattaforma aeronavale. Oggi la Turchia costruisce in autonomia  in alcuni casi esporta  corvette, fregate, pattugliatori daltura, navi anfibie dassalto, rifornitori, mezzi navali a pilotaggio remoto, navi dattacco rapido, missili, sistemi di lancio, droni navali e ha in cantiere portaerei, cacciatorpediniere e sommergibili. Soprattutto,  in grado di sostenere una proiezione regionale avanzata e semi-oceanica, dallo Stretto di Sicilia al Golfo di Aden, di usare la propria potenza marittima come strumento per promuovere i propri interessi e i propri obiettivi strategici nelle Libie, nel Mediterraneo orientale, nel Mar Rosso, nel Corno dAfrica. Ieri la priorit massima era  poteva essere  la difesa del Bosforo e dei Dardanelli, oggi limperativo   pu essere  il dominio degli spazi marittimi. Rivoluzione geopolitica che stravolge innanzitutto il ruolo degli Stretti turchi nella grande strategia imperiale anatolica.

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2. Gli Stretti turchi sono sempre pi turchi. Quantomeno a partire dalla nascita della Novorossija per opera di Caterina la Grande a fine Settecento  ma gi da diversi decenni prima  il Bosforo e i Dardanelli erano diventati inseparabili dalla questione russa. Ossia dalla necessit vitale della Russia di uscire dal Mar Nero. Soprattutto, dalla sua capacit di poter sottrarre ai turchi il controllo delle vie dacqua che strozzano il Mar di Marmara. Una delle grandi novit del 21esimo secolo  la fine di tale perversa associazione. La Russia non  pi fisicamente in grado di rendere russi gli Stretti turchi. Circostanza che permette alla Turchia di usare in modo funzionale ai propri interessi il suo assetto geografico pi prezioso. A partire dalla rigorosa applicazione della convenzione di Montreux, grande successo della geopolitica kemalista di cui Erdogan ha scoperto lenorme valenza strategica. La prima applicazione dalla seconda guerra mondiale dellarticolo 19, il 27 febbraio 2022, ha infatti prodotto conseguenze rilevanti. Innanzitutto, la Russia ha avuto la conferma che la Turchia intende avvalersi dei poteri di Montreux e che quindi in caso di guerra non pu rinforzare la propria Flotta del Mar Nero. Il che indebolisce enormemente la capacit della Federazione di proiettare forza nella regione. Gi nel 2024 un terzo degli assetti navali russi era stato distrutto o danneggiato e oggi la Flotta eusina di Mosca  costretta sulla difensiva, incapace di dominare lo spazio a nord della linea Danubio-Crimea, di minacciare Odessa e financo di difendere Sebastopoli.

Inoltre, se la Nato non  entrata nel Mar Nero non  per i divieti imposti da Montreux  larticolo 19 riguarda unicamente gli Stati belligeranti  ma perch Ankara ha sconsigliato a tutti gli Stati non belligeranti, rivieraschi e non, di inviare proprie navi da guerra attraverso gli Stretti. In assenza della moral suasion di Erdogan, la Russia non solo non avrebbe potuto rafforzare la propria Flotta del Mar Nero ma si sarebbe ritrovata anche le navi dellAlleanza Atlantica dentro casa. Il che rende Mosca doppiamente dipendente da Ankara, non pi guardiana ma padrona degli Stretti.

Tutto ci magnifica limportanza strategica di Montreux, dal momento che la convenzione del 1936 concede alla Turchia poteri, anche discrezionali, sufficientemente adeguati agli obiettivi della grande strategia anatolica. E al contempo unindiscussa legittimazione a esercitarli in modo funzionale ai propri interessi. Senza Montreux la Turchia avrebbe ovviamente un margine di autonomia nettamente maggiore, anche in tempo di pace, ma le sue decisioni sarebbero sottoposte a pressioni e contestazioni infinitamente superiori. In assenza della convenzione Ankara avrebbe potuto chiudere gli Stretti senza che nessuno fiatasse? La Russia avrebbe accettato di restare fuori dal Mar Nero mentre la sua Marina veniva decimata? Americani e britannici avrebbero rinunciato a introdursi nellacquario russo? Montreux fa tutti contenti. I russi perdono forza nel Mar Nero ma non si ritrovano gli americani sotto casa. Gli americani rinunciano a addentare la giugulare eusina di Mosca ma contemplano lerosione della potenza russa nello specchio dacqua loro precluso. Soprattutto, la Turchia indebolisce la Russia garantendo al contempo la sua sicurezza. Lestensione di fatto dellarticolo 19 alle navi dei paesi non belligeranti da parte di Erdogan  in tal senso un segnale inequivocabile allamico Putin. Potevamo darvi un pugno, vi abbiamo dato solo uno schiaffo. Vi  andata bene. E ve lo farete andare bene, perch vi conviene.

Montreux entra dunque nellarsenale geopolitico della Turchia, che intende avvalersi con sempre maggiore discrezione dei poteri concessi dalla convenzione. Anche perch tali poteri sono pienamente funzionali al proposito strategico di Ankara. Controllare in modo propriamente territoriale e sovrano gli Stretti turchi, non pi vulnerabilit da difendere ma tesoro cui attingere. A partire dal pedaggio. Montreux prevede che la Turchia possa far pagare alle navi che transitano attraverso gli Stretti pur senza fermarsi in porti turchi una tassa volta a coprire i servizi offerti (controllo sanitario, fari, fanali, boe, salvataggio). Tra il 1983 e il 2022 il valore di tale tariffa rimase invariato a 0,80 dollari per tonnellata, che nellanno precedente al primo aumento generavano circa 38 milioni di dollari di introiti complessivi. Il 7 ottobre 2022 Ankara ha alzato di cinque volte il pedaggio, portandolo a 4,08 dollari, per poi procedere negli anni successivi a costanti aumenti di circa il 15%  la tassa  stata aggiornata a 6,70 dollari a partire dal 1 luglio di questanno. Risultato: tra 2022 e 2026 gli introiti generati dai transiti attraverso Bosforo e Dardanelli sono schizzati a circa 254 milioni di dollari. Il taglieggiamento  funzionale ad avverare la natura del controllo che Ankara vuole imporre sui suoi Stretti, peraltro pi volte esplicitata da Erdogan: gli Stretti turchi sono propriet della Turchia, parte integrante del territorio nazionale della Repubblica, che intende trarre dal loro possesso tutti i benefici che reputa adeguati per il suo benessere geopolitico. Bosforo e Dardanelli devono diventare ci che Suez  (stato) per lEgitto. Ci che Hormuz sar per lIran  qui i turchi hanno ispirato i persiani, a volte lallievo batte il maestro. Gli Stretti turchi devono essere gli Stretti dei turchi.

A pagarne le spese  in senso letterale  sono ovviamente i russi. Attraverso Bosforo e Dardanelli passa circa il 5% del traffico mondiale di petrolio, perlopi russo  in misura minore kazako riesportato dalla Russia. La rotta turca conta per il 20% dellexport russo di greggio, gran parte del quale diretto verso lIndia, che acquista quasi il 40% del petrolio esportato da Mosca. E dagli Stretti turchi passano oltre 130 milioni di tonnellate di beni russi (grano, fertilizzanti, carbone, prodotti siderurgici) diretti verso i mercati mediterranei, mediorientali e africani. Per molteplici ragioni si tratta di una direttrice insostituibile, che coster alla Russia sempre di pi. Non solo per i probabili ulteriori aumenti del pedaggio.

Il progetto di Canale Istanbul  stato congelato, non abbandonato. Il primo dei sei ponti che dovrebbero attraversare linfrastruttura artificiale parallela al Bosforo  in costruzione, cos come  in costruzione la citt di diversi milioni di abitanti che dovrebbe sorgere intorno al canale. Ankara tiene la pistola sul tavolo. Non per uccidere Montreux. La convenzione non vieta infatti la costruzione di un canale artificiale parallelo al Bosforo e questultimo non sconvolgerebbe il regime degli Stretti, dal momento che i Dardanelli resterebbero via di transito obbligata. Canale Istanbul risponde alla stessa esigenza a cui rispondono lapplicazione e la dilatazione informale dellarticolo 19 e laumento del pedaggio: affermare il monopolio della sovranit territoriale turca sugli Stretti dei turchi. In due modi. Primo: ridurre il traffico civile nel cuore di Istanbul, principale assetto urbano della Turchia sotto i profili demografico, logistico, commerciale, tecnologico, turistico. Nel 2025 lungo il Bosforo sono transitati 203,7 milioni di tonnellate di merci pericolose, tra cui i 169,8 milioni di tonnellate di carichi liquidi trasportati dalle 9.554 petroliere che hanno attraversato gli Stretti turchi. Tale flusso rappresenta una minaccia concreta e attuale alla sicurezza nazionale della Repubblica di Turchia, dal momento che un incidente, o un attentato, riguardante tali merci pericolose  in particolare i carichi liquidi, cio petrolio e prodotti petroliferi  produrrebbe conseguenze cataclismatiche sotto i profili ecologico, logistico e turistico, senza contare il clamoroso danno dimmagine. Il che rende prioritario spostare il transito delle petroliere russe, da decenni indesiderato arredo urbano di Istanbul.

A questo servirebbe il canale parallelo al Bosforo, per il passaggio attraverso il quale la Turchia potrebbe far pagare un pedaggio di gran lunga superiore a quello attuale. Il taglieggiamento dei russi sarebbe completo. Ankara diventerebbe socio di minoranza dellindustria petrolifera russa e partner alla pari dellexport di greggio russo allIndia. E i russi  che dipendono dalla benevolenza turca nellapplicazione di Montreux  non potrebbero fiatare, n rivendicare la libert di transito attraverso il Bosforo. Perch la convenzione attribuisce alla Turchia poteri discrezionali che possono permetterle di aumentare enormemente, e strumentalmente, i tempi di attesa delle petroliere russe, con costi che supererebbero lammontare del balzello di Canale Istanbul. Come accaduto da ultimo nel dicembre 2022, quando dopo lintroduzione del price cap occidentale sul petrolio russo Ankara ha chiesto alle petroliere una conferma assicurativa P&I, causando enormi ritardi. Manifestazione plastica della capacit della Turchia di usare strumenti tecnici per condizionare il traffico energetico russo senza violare formalmente la libert di transito garantita da Montreux, dunque di piegare la convenzione ai suoi interessi. Non  un caso che lo scorso anno il governo turco abbia aggiornato la direttiva applicativa sul traffico negli Stretti, introducendo procedure e restrizioni molto pi stringenti.

Ulteriore dimostrazione del tentativo della Turchia di imporre sugli Stretti una sovranit quanto pi piena possibile, la cui natura territoriale  reificata nelle strategiche infrastrutture che li attraversano in senso trasversale rispetto alle petroliere russe. Il Marmaray, passaggio sottomarino sotto il Bosforo che ha creato un collegamento ferroviario continuo tra Asia ed Europa a sud del Mar Nero. Il terzo ponte sul Bosforo, a otto corsie autostradali e doppio binario ferroviario, perno del Corridoio centrale, dunque della logistica eurasiatica. Il ponte sui Dardanelli, che collega la Tracia orientale allAnatolia nord-occidentale creando una connessione stradale tra Asia ed Europa anche a sud del Mar di Marmara. Complesso di infrastrutture che rende gli Stretti snodo imprescindibile dei collegamenti eurasiatici, cambiando completamente la prospettiva dalla quale la Turchia guarda al Bosforo e ai Dardanelli.

Gli Stretti dei turchi sono sempre pi turchi. Consolazione tuttavia molto magra fino a quando lunico vero Stretto turco resta sotto controllo nemico.


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3. Chi controlla le isole dellEgeo e Cipro pu esercitare una pressione asfissiante sullAnatolia. Pi precisamente, pu interrompere la continuit marittima delle acque della Patria Blu, confinare la Marina turca nel Golfo di Antalya e nel Mar di Marmara.  per questo che i veri Stretti turchi non sono il Bosforo e i Dardanelli ma gli interstizi marittimi del Mar delle isole (Adalar Denizi) e del Mediterraneo orientale, che Israele e Grecia si apprestano a occludere. Allo scopo di arginare la proiezione di potenza della Marina turca nel Mediterraneo centro-orientale, o pi ottimisticamente di affondarla. Iniziativa che se possibile rende la partita egeo-cipriota ancor pi centrale nella grande strategia anatolica. Perch ha poco senso lanciarsi alla conquista delle acque somale nel momento in cui le proprie navi rischiano di perdere qualsiasi libert di manovra nei mari di casa. Circostanza che lalleanza greco-israeliana rende pi certezza che eventualit. Lattacco di Israele alla profondit difensiva della Turchia ha cambiato completamente la postura tattica di Atene, dunque le regole del gioco egeo-cipriota. Come annunciato dal ministro della Difesa Nikos Dendias lo scorso 28 novembre, subito dopo lacquisto dei sistemi israeliani Puls da parte di Atene: Fino a oggi abbiamo seguito la dottrina classica secondo cui lEsercito protegge la terra, la Marina protegge il mare e lAeronautica protegge il cielo. Una cosa ovvia, si potrebbe dire. Eppure non  cos scontata. Per affrontare le sfide che ci attendono, la Grecia ha probabilmente bisogno di un approccio eretico, capace cio di rompere con gli schemi tradizionali. Il Mar Egeo non ha motivo di essere difeso dalla Marina, come  avvenuto finora. Le nuove fregate e le nuove unit navali sono troppo costose per essere confinate in un mare ristretto come lEgeo, dove sarebbero esposte alle minacce moderne. Oggi  possibile distruggere una fregata del valore di un miliardo di dollari con un drone che costa poche decine di migliaia di euro. Inoltre, in un ambiente del genere queste navi non possono esprimere il loro vero potenziale. Senza entrare troppo nei dettagli, abbiamo cambiato completamente la nostra dottrina. Il Mar Egeo non sar pi difeso esclusivamente dalla Marina. Sar protetto principalmente da artiglieria missilistica distribuita e continuamente ridislocata tra le centinaia se non migliaia di isole dellarcipelago. Chiuderemo laccesso allEgeo dalla terraferma. La Marina continuer a operare liberamente, ma non sar pi confinata in questo mare ristretto. Abbiamo inoltre modificato le caratteristiche delle navi che avevamo gi ordinato. Sia le quattro fregate francesi sia le quattro fregate italiane saranno equipaggiate con missili strategici. Vale a dire missili che potranno essere lanciati da qualsiasi punto del Mediterraneo orientale e colpire obiettivi a oltre 1.500 chilometri di distanza. Questo conferir alla Grecia una forte capacit di deterrenza nei confronti di qualsiasi potenziale avversario.

Le ripetizioni prese da Israele negli ultimi quindici anni sono servite. Lacquisto dei sistemi Puls da parte della Grecia non  stato solo lennesima manifestazione della crescente cooperazione militare greco-israeliana ma una mossa propriamente strategica che stravolge il senso stesso della competizione egea. Disseminando le isole  soprattutto Chio, Samo, Rodi, Karpathos e Samotracia  di missili israeliani Atene pu agevolmente minacciare centri nevralgici turchi come Aksaz, Foca, Izmir, canakkale, diverse basi anfibie, concentrazioni logistiche, radar, aeroporti e ovviamente navi in porto. Insieme al sistema di difesa aereo Scudo di Achille, tutto ci indebolirebbe notevolmente il vantaggio turco in termini di droni, missili, navi anfibie e capacit industriale, fino a potenzialmente precludere ad Ankara laccesso allEgeo. Anche e soprattutto in considerazione della sopravvenuta capacit greca di colpire la profondit anatolica dalle isole.

La Turchia reagisce alla nuova dottrina egea greco-israeliana irrobustendo la propria Marina, i propri arsenali di droni navali e di missili antinave Atmaca, cos come le proprie capacit anfibie e di guerra elettronica. Ma soprattutto con i missili balistici Tayfun. In particolare il Blok-4 ipersonico testato nel luglio 2025 e il Blok-3 antinave testato nel luglio di questanno. I Tayfun permettono infatti alla Turchia di minacciare lintera profondit greca, dunque di unificare i fronti insulare e continentale. I Blok-4 sono stati pensati per colpire difese aeree, radar e centri di comando, quindi per scardinare larchitettura missilistica greco-israeliana sulle isole, mentre i Blok-3 permettono potenzialmente ad Ankara di interdire lEgeo ai greci dalle profondit anatoliche. Il che induce Israele a offrire alla Grecia i suoi missili Lora, analoghi ai Tayfun.

Per il momento lescalation si mantiene a bassa ma crescente intensit. Nellaprile 2025 la Grecia ha presentato alla Commissione europea la sua pianificazione spaziale marittima per lEgeo, contestata dalla Turchia, che a sua volta a giugno ha presentato attraverso ambienti accademici una propria pianificazione allUnesco, contro la quale Atene ha protestato. Nel luglio successivo i greci hanno istituito un grande parco marino intorno alle isole Cicladi. La Turchia ha reagito integrando nel proprio quadro di pianificazione due zone marine protette nellEgeo settentrionale e nel Mediterraneo orientale. Infine, nellaprile scorso il ministero degli Esteri turco ha reagito alle mappe greche relative alle zone di pesca definendo i confini sulla base dei quali sono state disegnate fittizi e inesistenti, dal momento che si estendono oltre il limite delle sei miglia nautiche. Vicenda che rivela plasticamente posta in gioco e potenziale casus belli.

La crescente militarizzazione dellEgeo sottende una logorante guerra di nervi, ormai piuttosto prolungata. Ciascuno provoca laltro per indurlo a muovere per primo. A gennaio il ministro degli Esteri greco George Gerapetritis ha annunciato che la Grecia pianifica di estendere ulteriormente le proprie acque territoriali. Senza menzionare esplicitamente lEgeo, ma senza escluderlo. Dettaglio tuttaltro che irrilevante alla luce delle mosse di Atene sui parchi marini e le zone di pesca. E soprattutto in considerazione del fatto che per delibera parlamentare del 1995 lestensione unilaterale delle acque territoriali greche oltre le 6 miglia  considerata dalla Turchia minaccia vitale alla propria sicurezza nazionale. Dunque, casus belli legittimo. Perch necessario. In numeri: oggi la Grecia controlla il 43,5% dellEgeo, la Turchia il 7,5% e il restante 49%  alto mare; in caso di estensione delle acque territoriali greche a 12 miglia la quota greca salirebbe al 71,5%, quella turca all8,8% e lalto mare scenderebbe al 19,7% . LEgeo diventerebbe un lago greco, difeso da una sofisticata architettura militare made in Israel.

Finora Atene aveva sempre evitato di estendere le proprie acque territoriali oltre le 6 miglia per ovvio timore della reazione turca. E soprattutto perch dissuasa dagli Stati Uniti, imprescindibili per la difesa dalla rappresaglia di Ankara. Lingresso di Israele nella partita egea cambia completamente lo scenario. Perch oggi i greci hanno un protettore potente che non solo non li dissuade dal conquistare lEgeo ma anzi li incoraggia, dimostrando concretamente di saperli e volerli difendere dalla controffensiva del comune nemico, percepito come minaccia altrettanto esistenziale. Circostanza che salda definitivamente i fronti egeo e cipriota. Per quanto Cipro conservi irriducibili peculiarit.

Israele resta il fattore preponderante. Esercitazioni aeree e navali, crescente interoperabilit, trasferimento di armi avanzate. In particolare il sistema di difesa aerea Barak-Mx, che prelude allintegrazione di radar, missili e know-how israeliani nellarchitettura militare di Cipro Sud, tassello di congiunzione tra quelle di Israele e Grecia. Dunque snodo della linea del fronte turco-israeliano, estesa dalla Siria centrale alla Tracia occidentale. Sullisola di Afrodite va in scena una parziale replica del copione egeo, con varianti che ne accentuano la drammaticit. In primo luogo, il fronte israeliano  o antiturco   molto pi nutrito. Nellultimo anno la Francia ha stretto due accordi con Nicosia che oltre a un sensibile rafforzamento della cooperazione militare prevedono il possibile dispiegamento di forze francesi sul territorio cipriota. Iniziativa violentemente contestata dal ministero della Difesa turco.  Oltre alla revoca dellembargo sulle armi, gli Stati Uniti hanno inoltre firmato con Cipro Sud una roadmap di cooperazione difensiva che include interoperabilit militare, sicurezza regionale e contrasto delle influenza ostili.

La posta in gioco  ben pi ampia. Il triangolo Israele-Grecia-Cipro Sud ha una fondamentale dimensione energetica, il cui proposito resta escludere la Turchia dalla spartizione del bottino mediterraneo. O meglio, tracciare fisicamente il limite alla proiezione di Ankara nellex mare nostrum. Prima con il gasdotto EastMed, ora con il Great Sea Interconnector. Premendo sulla Turchia e costringendola a reagire da una posizione di maggiore debolezza rispetto allEgeo, data levidente differenza di status, di legittimit e di simpatia internazionali tra Repubblica di Cipro e Repubblica Turca di Cipro Nord. Linclusione di Grecia e Cipro Sud nella sua sfera dinfluenza militare  senza dubbio il maggior successo geopolitico conseguito da Israele negli ultimi decenni, dal momento che concede allo Stato ebraico un vantaggio tattico contro la Turchia che non ha mai avuto nei confronti dellIran. E che  convinto di dover sfruttare prima che il bue turco esca dalla stalla egeo-cipriota, certezza sempre pi radicata negli apparati israeliani.


Tutto ci pu cambiare strutturalmente il calcolo di breve-medio periodo di Ankara. Dunque lattendismo che ha finora contraddistinto lapproccio della Turchia, consapevole che la radicale diversit delle rispettive traiettorie geopolitiche le avrebbe permesso di prevalere sulla Grecia, dunque di aprirsi la rotta verso il Mediterraneo centro-orientale, per inerzia. Israele ha imposto alla partita unaccelerazione che cambia regole e tempi di gioco. Molto banalmente, Ankara non pu tollerare che lo Stato ebraico sigilli lo stretto egeo-mediterraneo. Soprattutto ora che naviga a gonfie vele verso la frontiera medioceanica.
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4. La Turchia  la potenza egemone nel Mediterraneo centro-orientale. Non si tratta naturalmente di egemonia assoluta, come tra Bosforo e Dardanelli. Ankara non pu imporre la propria volont in autonomia, ma nessuno pu decidere nulla senza il benestare di Erdogan. Condizione piuttosto paradossale se confrontata con le limitazioni subite dai turchi nello stretto egeo-cipriota. Il primo imperativo strategico della Turchia  dunque armonizzare le diverse sfumature della sua egemonia medioceanica. Mondare i mari di casa dallinfluenza di Israele e sfondare il contenimento insulare della Grecia. Per liberare il sopravvenuto istinto acquatico tra Bosforo, Stretto di Sicilia e Suez. Colli di bottiglia che delimitano il nucleo dellimpero marittimo immaginato dallo Stato profondo anatolico, il cui avamposto terrestre  naturalmente la Tripolitania. Non solo turca ma turchizzata.

In tal senso, conviene riavvolgere il nastro. Villa Igiea, 13 novembre 2018, conferenza internazionale sulla Libia organizzata dal governo italiano presieduto da Giuseppe Conte. Nelle prime ore della mattina diplomatici italiani comunicano al vicepresidente della Repubblica di Turchia Fuat Oktay che non  invitato alla riunione ristretta cui partecipano lo stesso Conte, il capo del governo di Tripoli al-Sarrag, il leader cirenaico Haftar, il presidente egiziano al-Sisi, il premier russo Medvedev, linviato dellOnu, il polacco Tusk, il francese Le Drian e i rappresentati di Tunisia e Algeria. Haftar  irremovibile nel suo veto, e il governo italiano cede senza esitazioni al ricatto. Giudicando un capobanda pi utile e potente della Repubblica di Turchia, che un anno e mezzo dopo conquista Tripoli e diviene arbitro delle partite libiche. Manifestazione plastica della nostra congenita incapacit di decrittare il senso delle dinamiche geopolitiche che ci investono. Pi nello specifico, lezione che vale per noi ma soprattutto per il resto del mondo: sottovalutiamo sempre troppo la Turchia. Anche quando la sopravvalutiamo. La traiettoria Villa Igiea-Tripoli viene quotidianamente replicata da Ankara in ogni angolo del Medioceano. A partire dallo Stretto di Sicilia. Per finire alla Sicilia senza Stretto.

La proiezione nel Mediterraneo centrale serve gli altri due imperativi tattici della grande strategia anatolica. Primo: affrontare le minacce potenzialmente vitali per la sicurezza della patria lontano dal nucleo terrestre della stessa. In alto mare, prima che si presentino alla porta di casa. In sostanza, si tratta di spostare nelle acque la prima linea di difesa. Il trauma indotto dalla catastrofe andata in scena tra linvasione italiana della Libia del 1911 e linvasione greca dellAnatolia del 1919, passando ovviamente per il tentato sbarco britannico a canakkale del 1915,  pi vivo che mai. Se limpero ottomano avesse avuto una Marina potente nel Mediterraneo, nulla di tutto ci si sarebbe verificato. O comunque nulla di tutto ci avrebbe messo in pericolo la sopravvivenza stessa di una nazione turca indipendente e sovrana. Lezione geopolitica propriamente kemalista, tanto che Ankara non legittima ideologicamente lo sbarco a Tripoli con le glorie ottomane ma con il sacrificio di Mustafa Kemal, imbarcatosi clandestinamente per la Libia non tanto per scacciare linvasore italiano quanto per evitare di dover combattere un giorno a canakkale e sul Sakarya. Di dover difendere la patria combattendo nel cuore stesso della patria.

Secondo imperativo: guadagnare un margine di manovra egemonico tra Stretto di Sicilia e Suez che permetta alla Turchia di affondare nel Mar Rosso e di affacciarsi sugli oceani attraverso il canale egiziano e Bab al-Mandab. Senza doversi guardare le spalle, anzi traendo dalla sua relativa egemonia mediterranea la forza necessaria a evolvere in potenza propriamente oceanica.

Lo spazio libico  funzionale a entrambi i propositi, perch permette ad Ankara di presidiare lo Stretto di Sicilia, via daccesso al mare turcicum, e di premere inesorabilmente sullEgitto, custode di Suez. Esigenze che motivano i due tempi in cui Ankara ha suddiviso la partita libica. Il primo  ormai concluso. I turchi hanno conquistato la Tripolitania, inglobato le risorse territoriali tripolitane nella propria grande strategia mediterranea ed evitato che nelle Libie possano essere imposte soluzioni a essa sfavorevoli. Oggi la presenza militare turca nella Libia occidentale  imperniata sulle strategiche basi di al-Watiya, che garantisce alla Turchia deterrenza aerea e potenziale proiezione offensiva, e Misurata. Gioiello della corona libica, fondamentale approdo navale di Ankara nel Mediterraneo centrale a protezione dellestremo meridionale dellarco di interdizione delineato dallaccordo sulle frontiere marittime con Tripoli del 2019. Nel possedimento tripolitano la Turchia mantiene poche centinaia tra militari, contractors e agenti dellOrganizzazione nazionale dintelligence (Mit), pi qualche migliaio di mercenari siriani. Personale dedicato pi che altro al controllo dei soldati libici addestrati in Anatolia, circa 23 mila, ed equipaggiati con sistemi di guerra elettronica, artiglieria, missili terrestri, blindati, veicoli corazzati, armi leggere, armi ottiche e munizioni, oltre ovviamente alle varie tipologie di droni e sistemi di difesa aerea dispiegati da Ankara in Tripolitania. La Turchia si  dunque impadronita delle infrastrutture strategiche tripolitane, contribuisce alla ricostruzione del locale tessuto economico e sociale con centinaia di progetti nei settori infrastrutturale, energetico e sanitario, controlla e dirige il governo di Tripoli, ma la sua presenza militare resta relativamente limitata rispetto a quella in Siria.
 
Equilibrio funzionale allobiettivo che Erdogan si propone di raggiungere nel secondo tempo della partita libica, viziata da un paradosso geopolitico originario. La Turchia  intervenuta nelle Libie per difendere laccordo sulle frontiere marittime siglato nel novembre 2019 con il governo di Tripoli, che tuttavia non controllava e continua a non controllare il tratto di costa libica oggetto dellaccordo, lestremo Oriente cirenaico. In sostanza, Ankara controlla la Libia che non le serve. Dunque, deve riunificare le due Libie. Operazione condotta in sorprendente sintonia con il pi inaspettato degli interlocutori. A giugno il consigliere di Trump Massad Boulos ha inoltrato alle due fazioni libiche unipotesi di spartizione del potere che preserverebbe il filoturco Dubayba al governo e garantirebbe una presidenza piuttosto esecutiva, con forte influenza sulla gestione del bilancio, a Saddam Haftar, uomo di Ankara nel clan del leader libico.  Prospettiva accolta con entusiasmo dai cirenaici, e apparentemente anche dalla Turchia, che con Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar appoggia la mediazione pakistana richiesta da Tripoli e Tobruk. Liniziativa americana  alimentata dallincontro di fine giugno tra il segretario di Stato Rubio e saddam Haftar  segue lapprovazione da parte dei parlamenti delle due Libie del primo bilancio nazionale unificato dal 2013 e precede lincontro di Sirte del 12-13 luglio tra i capi di Stato maggiore delle Forze armate tripolitane e cirenaiche, in cui sono state concordate esercitazioni congiunte e riunioni mensili. In principio sono state le esercitazioni Flintlock di aprile, organizzate dallAfricom con la partecipazione di reparti militari di entrambe le fazioni libiche. E della Turchia, che il mese successivo nellambito delle esercitazioni Efes ha ospitato un contingente libico di 502 soldati, 331 cirenaici e 171 tripolitani. Dinamiche che schiudono ad Ankara scenari grandiosi. Con la copertura degli americani, i turchi riuscirebbero a preservare uninfluenza preponderante sul sistema decisionale della nuova creatura, a legittimare laccordo sulle frontiere marittime del 2019 e di conseguenza a mantenere il controllo delle strategiche basi libiche.

I turchi si espandono anche nel resto del Nord Africa, territorio dove pi che in ogni altro si incrociano le dimensioni terrestre e marittima della grande strategia anatolica. Per Ankara la sponda meridionale del Mediterraneo  infatti punto daccesso obbligato e privilegiato alle profondit africane, dunque alla frontiera imperiale della Turchia repubblicana, che proietta parte sostanziale delle proprie ambizioni di grandezza in questo ambiente geopoliticamente quasi incontaminato. Il che rende lo spazio nord-africano a cavallo dello Stretto di Sicilia doppiamente strategico.

Malgrado la rimozione di Ennahda, Ankara ha preservato e persino consolidato la sua profonda influenza in Tunisia, tra le vetrine africane pi prestigiose per i veicoli militari terrestri turchi. I prodotti made in Trkiye  tessile, arredamento, elettrodomestici, prodotti per la casa, materiali, veicoli, beni di consumo  sono onnipresenti negli scaffali e nei mercati tunisini. Cos come le serie tv anatoliche, popolarissime soprattutto tra i giovani istruiti, come i loro fratelli arabi sedotti dallo stile di vita e dalla tradizione culturale veicolati dalle dizi. Mentre il turco diviene idioma sempre pi studiato, dunque parlato e capito. Dinamiche analoghe a quelle osservabili nella vicina Algeria, dove a parte i soliti droni linfluenza di Ankara  pi soft. La Turchia  il primo investitore non energetico nel paese, con progetti di rilievo soprattutto nei settori tessile e siderurgico, e intende aumentare del 50% le forniture di gnl da Algeri (6-6,5 bcm allanno) per riesportare leccedenza verso lEuropa sud-orientale. Tra le molte altre iniziative lAgenzia turca per la cooperazione e lo sviluppo (Tika) ha restaurato la moschea Ketchaoua, la pi simbolica dellex deylik ottomano, mentre Turkish Airlines opera regolarmente voli su Algeri, Orano e Costantina, contribuendo al sensibile aumento del flusso di algerini verso la Turchia. A conferma del ruolo strategico  soprattutto in Africa  della compagnia di bandiera, come dimostra la riapertura della tratta Istanbul-Bengasi.

Limportanza del Nord Africa nella grande strategia di Ankara riflette plasticamente la natura della trasformazione culturale vissuta dai turchi. Il controllo dei mari non acquisisce solo dignit analoga al controllo delle terre, ma ne diventa presupposto geopolitico. Il che rafforza ulteriormente la valenza strategica del corridoio commerciale sviluppato dalla Turchia  grazie agli snodi di Taranto e Malta  tra la costa anatolica e i porti tunisini, da dove attraverso il territorio algerino ambisce a inoltrarsi nella frontiera imperiale africana. Rotta che definisce il limes occidentale dello spazio mediterraneo che Ankara intende difendere e controllare, al contempo profondit difensiva e piattaforma di proiezione oceanica.

Fermo restando il paradosso che vizia allorigine la grande strategia mediterranea anatolica. La Turchia domina territorialmente gli Stretti turchi, imprigiona la Russia nel Mar Nero, estende il suo raggio dazione egemonico allo Stretto di Sicilia, punta Suez avviluppando lEgitto in una sofisticata rete di cooperazione strumentale, perfora i fondali delle acque somale e le occupa con le sue navi da guerra. I turchi siedono a bordo oceano, si apprestano a immergersi nelle acque indo-pacifiche. Ma rischiano contestualmente di restare chiusi nello stretto egeo-cipriota. Fulcro inaggirabile del confronto con Israele, che in quanto tale assorbe le scorie prodotte negli altri teatri della violenta competizione tra Ankara e Gerusalemme, dalla Siria allAsia centrale, dal Caucaso al Corno dAfrica. La Turchia vuole affermare la sua egemonia tra Stretto di Sicilia e Suez, Israele deve impedirlo a ogni costo. Lo tsunami generato dalla collisione tettonica tra le placche geopolitiche turca e israeliana sar travolgente. E lo stretto egeo-cipriota ne sar violento epicentro.

