IL SENSO DELLE PETROMONARCHIE PER LIRAN, di Nicola Pedde.

Le radici storiche, religiose e geografiche della rivalit arabo-persiana. Dispute toponomastiche, eredit coloniali e competizione per lo Stretto di Hormuz ne hanno alimentato levoluzione. Ma il fronte dei regni del Golfo  tuttaltro che unito. Il nodo energetico.

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1. La competizione tra Iran e mondo arabo nel Golfo Persico  il prodotto sedimentato di strati storici diversi, che includono lantica rivalit etno-culturale tra persiani e arabi, la frattura religiosa interna allislam tra sciismo e sunnismo, leredit di confini e dispute territoriali lasciate irrisolte dal colonialismo britannico, infine la contrapposizione ideologica aperta dalla rivoluzione iraniana del 1979 tra un progetto rivoluzionario regionale e un ordine conservatore filo-occidentale. La disputa sul nome stesso del Golfo, apparentemente simbolica, condensa in realt tutte queste tensioni identitarie irrisolte. 

Le vicende del 2023-26  dal disgelo diplomatico mediato dalla Cina alla devastante guerra scoppiata a febbraio, fino al fragile processo negoziale tuttora in corso  mostrano come questa rivalit resti dinamica e capace di evolvere rapidamente, alternando fasi di distensione pragmatica a improvvise escalation. In un contesto reso ancora pi complesso dalle crescenti divergenze interne al blocco arabo stesso, in particolare tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau), e dal peso sempre pi diretto di attori esterni come Stati Uniti, Israele, Cina e Russia negli equilibri del bacino.

In questo contesto, lo Stretto di Hormuz rappresenta un elemento geografico di riferimento primario per ognuno dei paesi del Golfo, che ne rivendicano in tal modo unapertura scevra da condizionamenti politici e settari. Posizioni che si devono al contrario oggi misurare con gli effetti del conflitto tra Israele, Usa e Iran e con la mutata postura strategica di Teheran nella regione. 

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2. Il Golfo Persico , da oltre due millenni, uno degli spazi geopolitici pi contesi al mondo. Bacino angusto e poco profondo che separa laltopiano iranico dalla Penisola Arabica, esso concentra alcune delle pi grandi riserve di idrocarburi del pianeta e ospita lo Stretto di Hormuz, uno dei pi importanti colli di bottiglia energetici globali, attraverso il quale transita normalmente circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiati via mare. Su queste acque si intreccia da secoli una rivalit che  insieme etnica (persiani contro arabi), religiosa (uno sciismo a guida iraniana contro un sunnismo a guida saudita, con minoranze sciite arabe nel mezzo), politica (una repubblica rivoluzionaria contro monarchie conservatrici) e strategica (il controllo delle rotte energetiche e degli stretti).

Il nome stesso del Golfo Persico esprime una rivalit che affonda le radici nellantichit. Gi le iscrizioni achemenidi del quinto secolo a.C. lo definivano Mare di Pars (Persia), e geografi greci e romani come Erodoto, Strabone, Tolomeo e Plinio il Vecchio lo chiamavano costantemente Sinus Persicus o Persicum Mare. Per tutta lepoca pre-islamica il controllo marittimo e commerciale del Golfo era associato alle grandi potenze persiane (achemenide, seleucide, partica, sasanide), mentre la sponda meridionale, pur abitata fin dallantichit (basti pensare al regno di Dilmun, nellodierno Bahrein), ricevette minore attenzione da parte dei geografi antichi a causa di un insediamento urbano pi rado.


La disputa toponomastica non  un dettaglio linguistico, ma un vero e proprio terreno simbolico della competizione identitaria tra persiani e arabi. Il nome Golfo Persico  in uso almeno dal decimo secolo fra storici e geografi arabi, ed  tuttora la denominazione riconosciuta a livello internazionale, impiegata dalle Nazioni Unite e dallOrganizzazione idrografica internazionale (Iho), che nella sua pubblicazione di riferimento adotta la formula Golfo dellIran (Golfo Persico).

Quando a partire dalla seconda guerra mondiale la produzione petrolifera nella regione crebbe rapidamente, gli interessi per il controllo delle acque, dei porti e delle isole del Golfo si intensificarono. LIran, la cui sicurezza ed economia erano state tradizionalmente orientate verso lentroterra, inizi a rivendicare un ruolo pi attivo nel Golfo, generando attriti con i vicini arabi, i cui leader promossero allora il nome alternativo Golfo Arabico per sottolineare la rivendicazione marittima delle dinastie arabe e scollegare simbolicamente il bacino da unidentit persiana.

 tuttavia con laffermazione del panarabismo e del nazionalismo arabo negli anni Sessanta  in particolare con lascesa di Nasser  che luso di Golfo Arabico (in arabo al-Halig al-arabi) si diffonde in modo sistematico, insieme alla formula neutra il Golfo, oggi ampiamente adottata dai media internazionali per evitare di schierarsi nella disputa. Ogni Stato membro del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) utilizza correntemente la dicitura Golfo Arabico nei propri documenti ufficiali e nella cartografia nazionale.

Nel maggio 2025 la vicenda  tornata alla ribalta quando lamministrazione Trump ha valutato di adottare ufficialmente, per gli Stati Uniti, la dizione Golfo Arabico o Golfo dellArabia  sul modello della ridenominazione del Golfo del Messico in Golfo dAmerica. Una mossa che Teheran ha condannato duramente, mentre le monarchie arabe lhanno accolta con favore.

Sul piano storiografico, gli argomenti a sostegno della denominazione Persico si basano sulla continuit documentale (oltre 2.500 anni di fonti persiane, greche, romane, arabe medievali ed europee che utilizzano varianti del nome legate alla Persia) e sul fatto che, come nota la stessa Enciclopedia Britannica, anche le mappe e le descrizioni redatte in lingua araba, pur riconoscendo il predominio marittimo delle trib arabe dalla nascita dellislam fino allepoca coloniale, continuarono a fare riferimento alla regione terrestre della Persia. Gli argomenti a sostegno di Arabico, per contro, insistono sulla ininterrotta presenza marinara e commerciale delle trib arabe (in primis i Qawasim) lungo le coste del Golfo, sulla composizione demografica prevalentemente araba degli Stati rivieraschi meridionali e sul principio di autodeterminazione toponomastica rivendicato dal mondo arabo contemporaneo. Va inoltre ricordato che in origine, presso i geografi greci classici come Erodoto ed Ecateo, lespressione Golfo Arabico designava il Mar Rosso e non lattuale Golfo Persico. Un dato che gli storici iraniani utilizzano spesso per contestare la legittimit storica della nuova denominazione promossa dal nazionalismo arabo novecentesco.

La competizione tra arabi e persiani ha quindi radici antiche e profonde, e si  accentuata con lespansione islamica del settimo  secolo, quando le popolazioni arabe si spostarono in massa dalle coste del Mar Rosso verso larea del Golfo, dando inizio a una presenza araba stabile sulla sponda meridionale e occidentale del bacino. Da allora fino allepoca coloniale, trib arabe come i Qawasim dominarono lattivit marittima e commerciale del Golfo, pur convivendo  e talvolta scontrandosi  con il potere persiano sulla sponda opposta. Questa lunga coesistenza tra un entroterra a maggioranza persiana e una costa a forte presenza tribale araba ha prodotto una geografia umana mista, con importanti minoranze arabe in Iran (in particolare nel Khuzestan) e comunit di origine persiana in diversi Stati del Golfo.

Tra Ottocento e Novecento la competizione locale fu sovradeterminata dalla presenza britannica, che attraverso trattati di protettorato con gli sceiccati della costa dei pirati (poi Stati della tregua, trucial States) e con la Persia stabil un sistema di equilibri asimmetrici.  in questo periodo che si consolidano rivendicazioni territoriali destinate a durare fino a oggi: gi nel 1904 lIran contest la sovranit dellemiro di al-Sariqa sullisola di Abu Mus, mentre nel 1864 lo sceicco di Ras al-Hayma rivendic formalmente presso funzionari britannici il possesso delle isole Tunb.

Il ritiro britannico da est di Suez completato nel 1971 fu il momento di svolta decisivo. Il 30 novembre 1971, poco prima della proclamazione dindipendenza degli Emirati Arabi Uniti, la Marina imperiale iraniana occup con la forza le isole di Abu Mus e della Grande e Piccola Tunb, rivendicate dagli emirati di al-Sariqa e Ras al-Hayma. Nella regione  diffusa la convinzione che Londra abbia tollerato loccupazione iraniana come contropartita implicita alla rinuncia dello sci alle proprie storiche pretese sul Bahrein, che pot cos accedere allindipendenza come Stato sovrano separato. Questa vicenda resta, ancora oggi, una ferita aperta nei rapporti tra Teheran e Abu Dhabi.

La rivoluzione islamica del 1979 trasform la natura della rivalit da competizione tradizionale tra Stati nazionali in scontro ideologico tra un progetto rivoluzionario a vocazione transnazionale (lesportazione della rivoluzione islamica, il sostegno a movimenti sciiti e non solo in tutta la regione) e un ordine regionale conservatore imperniato sulle monarchie del Golfo, spaventate dal possibile contagio rivoluzionario delle proprie popolazioni sciite (in particolare in Bahrein e nelle province orientali dellArabia Saudita).

La guerra tra Iran e Iraq (1980-88) fu la prima grande manifestazione bellica di questa nuova frattura. Gli Stati arabi del Golfo, guidati dallArabia Saudita, finanziarono generosamente lo sforzo bellico iracheno di Saddam Hussein proprio per contenere lIran khomeinista. Inoltre nel 1981 fondarono il Consiglio di cooperazione del Golfo (comprendente Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrein e Oman) esplicitamente in risposta ai timori suscitati dalle ambizioni espansionistiche della neonata Repubblica Islamica. Da allora il Ccg  rimasto la principale cornice di coordinamento arabo nei confronti di Teheran, pur non essendo mai stato un blocco monolitico.

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3. La dimensione odierna delle dispute che si intrecciano nel Golfo Persico ha una natura alquanto eterogenea, includendo tanto quelle prettamente territoriali quanto quelle politiche e settarie, dando vita a una costante sedimentazione di contrasti che alimenta la reciproca percezione della minaccia.

Sotto il profilo delle dispute territoriali, la principale resta certamente quella tra lIran e gli Emirati Arabi Uniti relativa alle isole di Abu Mus e della Grande e Piccola Tunb. 

Situate in posizione strategica allimbocco dello Stretto di Hormuz, sono rivendicate da Abu Dhabi come parte degli emirati di al-Sariqa (Abu Mus) e Ras al-Hayma (le Tunb). LIran invece giustifica il proprio controllo sulle isole facendo riferimento alla storica sovranit persiana sulla regione, risalente al sesto secolo a.C., e le considera parte integrante del proprio territorio nazionale.

La disputa non  mai stata risolta e gli Eau continuano a chiedere una soluzione negoziale diretta o il deferimento della questione alla Corte internazionale di giustizia dellAia  opzioni che lIran ha sistematicamente respinto. Il Ccg ha pi volte riaffermato collettivamente il sostegno alla posizione emiratina, definendo nulla loccupazione iraniana, mentre Teheran ha reagito con durezza anche a prese di posizione di attori terzi. Nel 2022 e nel 2023 convoc gli ambasciatori cinese e russo dopo che Pechino e Mosca avevano firmato delle dichiarazioni che Teheran considerava favorevoli alla posizione emiratina.

La disputa  tuttaltro che accademica, avendo lIran consolidato la propria presenza militare sulle isole, che costituiscono un pilastro dellarco difensivo capace di incanalare il traffico navale nello Stretto di Hormuz in corridoi stretti e prevedibili, particolarmente vulnerabili ad attacchi missilistici, con droni, mine o unit veloci  un fattore che ha assunto rilievo drammatico nella crisi del 2026.

Un secondo fronte di competizione regionale  invece rappresentato dalla frattura settaria, accentuata dalla rivalit contemporanea che si  strutturata intorno alla contrapposizione tra un asse della resistenza a guida sciita e filo-iraniana (Hizbullah in Libano, milizie sciite in Iraq, il governo siriano di al-Asad fino alla sua caduta, Ansar Allah in Yemen) e un blocco arabo-sunnita guidato da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sostenuto storicamente dagli Stati Uniti. Questa dinamica ha alimentato conflitti per procura in Iraq dopo il 2003, in Siria dal 2011, in Yemen dal 2015 (dove una coalizione a guida saudita  intervenuta contro gli huti sostenuti da Teheran) e nel confronto sul programma nucleare iraniano, percepito dagli Stati arabi del Golfo come una minaccia esistenziale allequilibrio regionale.

Un momento di svolta apparente si  avuto nel marzo 2023, quando Arabia Saudita e Iran hanno ristabilito le relazioni diplomatiche grazie alla mediazione irachena e cinese, ponendo fine a sette anni di rottura. Questo riavvicinamento, insieme al ripristino dei rapporti tra Iran ed Eau nel 2022, ha inaugurato una fase di pragmatismo e gestione del rischio, in cui gli Stati del Golfo hanno privilegiato il dialogo e la de-escalation rispetto al confronto diretto  anche per proteggere i propri ambiziosi programmi di diversificazione economica (come la Vision 2030 saudita) da possibili shock regionali.

Questo equilibrio instabile  stato travolto dalla guerra scoppiata il 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato unoperazione militare senza precedenti contro lIran (denominata dagli americani Furia epica). Il conflitto ha intensificato le gi percepibili divisioni tra gli Stati del Golfo, portando lArabia Saudita a privilegiare una linea di accomodamento nei confronti di Teheran, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno ritenuto che il confronto militare con lIran e i suoi alleati potesse favorire una ridefinizione degli equilibri regionali. 

Il conflitto ha inoltre esasperato una frattura preesistente tra Riyad e Abu Dhabi, in passato alleate su unagenda regionale comune di contenimento dellislam politico e dellIran. I due paesi si sono trovati per larga parte del 2026 pi in competizione che in accordo, con gli emiratini sempre pi infastiditi dagli sforzi sauditi per attrarre capitali e imprese a proprio danno e per lapertura verso Iran, Qatar, Turchia e Pakistan. Non meno secca la posizione dellArabia Saudita nel merito del ruolo degli Eau in Yemen, dove sono stati apertamente accusati di aver fornito supporto e armamenti ad alcune milizie separatiste antisaudite. A conferma della propria autonomia strategica, nel maggio 2026 gli Emirati Arabi Uniti si sono ritirati dallOpec, esprimendo uninsofferenza di lunga data verso i vincoli produttivi del cartello.

Un fattore determinante della crisi  stata la chiusura, da parte iraniana, dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transitano abitualmente circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa un quinto del commercio marittimo mondiale di greggio. Dopo mesi di scontri, blocchi e riaperture parziali, Stati Uniti e Iran hanno firmato il 17 giugno 2026 un memorandum dintesa volto a porre fine formalmente al conflitto entro un periodo negoziale di 60 giorni, affrontando fra laltro la libert di navigazione nello Stretto di Hormuz, il programma nucleare e missilistico iraniano e il regime sanzionatorio. Tuttavia, lintesa si  rivelata fragile e lIran ha ripetutamente minacciato e attaccato naviglio in transito nel tentativo di imporre un proprio regime di controllo e riscossione di pedaggi sulle navi in transito, opzione a cui si oppongono sia Washington sia lOman, tradizionale cogestore del passaggio. 

Nel documento congiunto sottoscritto dopo la firma del memorandum, gli Stati del Ccg hanno affermato che una pace regionale duratura richiede di affrontare lintero spettro delle minacce iraniane, incluso il programma missilistico balistico, i droni e il sostegno a gruppi armati non statali, chiedendo inoltre libero accesso allo Stretto di Hormuz. Una posizione che testimonia come, nonostante le divisioni interne, il mondo arabo del Golfo condivida una diffidenza di fondo verso le ambizioni regionali di Teheran.

Un ultimo e ulteriore vettore della competizione  rappresentato infine dal ruolo di Israele nella regione. La normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein sancita dagli accordi di Abramo nel 2020 ha creato un asse implicito anti-iraniano, rafforzato durante la guerra del 2026 dalla cooperazione operativa tra Abu Dhabi e Gerusalemme. Al contrario, Stati come lArabia Saudita e il Qatar hanno preso le distanze da Israele durante il conflitto, rendendo altamente improbabile una loro adesione agli accordi nel breve periodo, nonostante le pressioni dellamministrazione statunitense in tal senso. La partecipazione o meno di uno Stato arabo alla normalizzazione con Israele si  cos affermata come un ulteriore indicatore delle divergenti strategie di sicurezza adottate dai singoli membri del Ccg nei confronti dellIran.

Non tutta la relazione tra Iran e mondo arabo si gioca per sul piano dello scontro. Il Qatar, in particolare, si  ritagliato negli ultimi anni un ruolo di mediatore privilegiato tra Teheran, Washington e altri attori regionali, mantenendo canali diplomatici aperti anche dopo essere stato bersaglio di attacchi missilistici iraniani nel 2026. Anche lOman ha mantenuto tradizionalmente un ruolo di ponte diplomatico tra Iran e Occidente, ospitando negoziati riservati sin dagli anni precedenti laccordo sul nucleare del 2015. Questa vocazione mediatrice convive, spesso in modo contraddittorio, con la dimensione pi propriamente competitiva e securitaria della relazione, a conferma della natura multidimensionale e non riducibile a uno schema puramente conflittuale della rivalit nel Golfo.

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4. Lo Stretto di Hormuz, largo appena 33 chilometri nel suo punto di minima ampiezza, resta con ogni probabilit il collo di bottiglia energetico pi importante del pianeta. Nel 2024 il flusso medio di petrolio attraverso questo varco ha raggiunto circa 20 mb/g, pari a un quinto circa del consumo mondiale di prodotti petroliferi liquidi. A questo si aggiunge un ulteriore quinto circa del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (gnl), proveniente principalmente dal Qatar. 

Dietro questo dato aggregato, tuttavia, si nasconde una realt molto differenziata. Ogni Stato rivierasco arabo del Golfo dipende dallo Stretto in misura diversa, per ragioni economiche specifiche legate alla propria struttura produttiva e per motivazioni politico-strategiche proprie.

Osservare Hormuz dalla prospettiva di ciascun singolo Stato che vi affaccia permette di superare la lettura, spesso semplificata, di un collo di bottiglia energetico globale indifferenziato. Per lArabia Saudita  la leva del proprio primato produttivo e della propria ambizione di potenza regionale, parzialmente mitigata da uninfrastruttura di bypass. Per gli Emirati Arabi Uniti  insieme una via commerciale con margini di sicurezza superiori alla media regionale e il terreno di una disputa territoriale irrisolta con lIran. Per Kuwait, Qatar e Bahrein rappresenta invece una dipendenza pressoch assoluta e priva di alternative strutturali, che spiega la loro tendenziale cautela diplomatica verso Teheran. Per lOman, infine, non  tanto un vincolo quanto una risorsa geopolitica, dove il possesso della sponda meridionale trasforma Mascate in un mediatore imprescindibile piuttosto che in un semplice esportatore vulnerabile. Questa disomogeneit di interessi, resa drammaticamente evidente dalla guerra del 2026 e dalla crisi tuttora in corso nello Stretto, spiega perch il Consiglio di cooperazione del Golfo non sia mai riuscito a esprimere una posizione realmente unitaria nei confronti dellIran, e perch ogni futuro assetto di sicurezza dovr necessariamente tenere conto di queste sei traiettorie nazionali profondamente divergenti.

LArabia Saudita , in termini assoluti, il paese pi dipendente dallo Stretto di Hormuz per volume di esportazioni. Nel 2024 quelle di greggio e condensati hanno rappresentato il 38% dei flussi complessivi transitati per quel varco, pari a circa 5,5 mb/g, di gran lunga la percentuale pi alta tra tutti i paesi esportatori, Iran compreso.

Ci che distingue Riyad dagli altri produttori del Golfo  per lesistenza di uninfrastruttura di bypass parziale: loleodotto East-West (Petroline), gestito da Saudi Aramco, che collega il centro di lavorazione di Buqayq, vicino al Golfo, al terminal di esportazione di Yanbu sul Mar Rosso, con una capacit nominale di 5 mb/g, temporaneamente ampliata a 7 mb/g nel 2019. Ci permette a Riyad di deviare una parte consistente  sebbene non lintero volume  delle proprie esportazioni di greggio in caso di crisi nello Stretto. Tale capacit  stata dimostrata sia quando Aramco ha aumentato i flussi lungo il Petroline per compensare le interruzioni nellarea di Bab al-Mandab, sia durante la guerra del 2026, quando il greggio saudita  stato convogliato verso Yanbu attraverso lo stesso oleodotto.

Ma per Riyad Hormuz ha un peso strategico che va oltre lexport. LArabia Saudita detiene la maggior parte della capacit produttiva mondiale in eccesso (oltre 4 mb/g nel quarto trimestre 2025), un cuscinetto che le conferisce un ruolo di stabilizzatore del mercato globale, ma che diventa inutilizzabile se lo Stretto  bloccato. Inoltre Riyad persegue da anni un ambizioso programma di diversificazione economica (Vision 2030) che richiede stabilit regionale e flussi energetici prevedibili. Una chiusura prolungata di Hormuz minaccia direttamente il finanziamento di questi piani, dato che il petrolio resta la principale fonte di entrate del bilancio statale. Infine, lArabia Saudita aspira a un ruolo di potenza egemone regionale, e il controllo  o quantomeno la libera navigabilit  dello Stretto  condizione necessaria per esercitare questa leadership sul piano energetico e diplomatico nei confronti sia dei partner asiatici (Cina e India in testa, principali acquirenti del greggio saudita) sia degli alleati occidentali.

Gli Emirati Arabi Uniti sono il terzo esportatore per volume, con una quota del 12,9% dei flussi totali di greggio e condensati. A differenza per di quasi tutti gli altri produttori del Golfo, Abu Dhabi dispone di un sistema di bypass pienamente operativo: loleodotto Adcop (Abu Dhabi Crude Oil Pipeline). Esso collega per 400 chilometri i giacimenti onshore di Haban al terminal di esportazione di Fugayra, sul Golfo di Oman, con una capacit di fatto vicina a 1,8 milioni di barili al giorno. Gli Eau utilizzano gi circa 1,1 mb/g di questa capacit per lexport corrente, lasciando un margine aggiuntivo fino a circa 700 mila barili al giorno in caso di chiusura di Hormuz.

Questo margine di sicurezza spiega perch, durante la guerra del 2026, gli Emirati Arabi Uniti abbiano potuto adottare una postura pi aggressiva verso Teheran rispetto ad altri membri del Ccg. Nel maggio 2026 gli Eau si sono ritirati dallOpec, un segnale di autonomia strategica reso possibile anche dalla minore dipendenza fisica dallo Stretto. Tuttavia il quadro non  privo di vulnerabilit, dato che circa il 96% delle esportazioni di gnl emiratine transita comunque per Hormuz, poich il gas liquefatto non beneficia di alcuna infrastruttura di bypass equivalente a quella petrolifera. Inoltre Dubai, e in particolare il porto di gabal Ali, costituisce il principale hub di smistamento del Medio Oriente, con circa 15,5 milioni di container movimentati ogni anno e un tasso di transhipment del 65%. Un blocco duraturo dello Stretto, pur non fermando il petrolio via Adcop, colpirebbe pesantemente questo assetto commerciale e logistico, oltre al settore turistico e finanziario su cui Abu Dhabi e soprattutto Dubai hanno costruito la propria diversificazione economica.

Il Kuwait rappresenta, insieme a Qatar, Bahrein e Iraq, il caso di massima esposizione strutturale allo Stretto. Il piccolo emirato genera il 10,1% dei flussi di greggio e condensati che transitano per Hormuz, ma  a differenza di Arabia Saudita ed Eau  non dispone di alcun oleodotto in grado di bypassarlo. Lintera produzione petrolifera kuwaitiana destinata allexport deve quindi necessariamente passare per quel varco.

Questa totale dipendenza fisica si riflette in una altrettanto marcata vulnerabilit fiscale. Il petrolio costituisce la spina dorsale pressoch esclusiva delle entrate statali kuwaitiane, e Bahrein e Kuwait hanno tradizionalmente seguito le preferenze di politica estera saudita, privilegiando la cautela e la de-escalation proprio perch privi di alternative economiche in caso di crisi prolungata nello Stretto. Il paese ha inoltre un precedente storico specifico e diretto con Hormuz. Durante la guerra delle petroliere degli anni Ottanta  nel pieno del conflitto tra Iran e Iraq  richiese assistenza internazionale per proteggere la propria flotta di petroliere. Si rivolse dapprima allUnione Sovietica, per poi ottenere lintervento dellAmerica, che tra il 1987 e il 1988 condusse operazioni di scorta per le navi kuwaitiane ribattezzate sotto bandiera statunitense  un episodio fondativo della presenza navale permanente americana nel Golfo, di cui il Kuwait resta tuttora un beneficiario diretto in termini di sicurezza. Per lemirato, dunque, la libert di navigazione a Hormuz non  solo una questione economica ma un pilastro storico della propria stessa sicurezza nazionale, in un paese geograficamente piccolo e privo di profondit strategica.

Il Qatar rappresenta il caso pi peculiare tra gli Stati arabi del Golfo, perch la sua dipendenza dallo Stretto riguarda principalmente il gas naturale liquefatto piuttosto che il petrolio. Doha  il secondo esportatore mondiale di gnl, con oltre 112 miliardi di metri cubi esportati nel 2025, di cui circa il 93% transita per Hormuz. Non esiste alcuna rotta alternativa per portare il gas naturale qatarino sui mercati mondiali al di fuori degli impianti di liquefazione esistenti, e  a differenza di Arabia Saudita e Emirati  il paese, come Iraq, Kuwait e Bahrein, non dispone di alcuna infrastruttura di bypass per aggirare lo Stretto.

La vulnerabilit qatarina  acuita dal fatto che il principale giacimento da cui viene estratto questo gas  condiviso fisicamente con lIran, che ne sfrutta la porzione settentrionale. Questa interdipendenza geologica ha reso il Qatar un bersaglio particolarmente sensibile durante la guerra del 2026, compromettendo profondamente le relazioni tra Teheran e Doha. Il conflitto ha infatti contrapposto due partner strettamente legati dallo sfruttamento del pi grande giacimento di gas naturale al mondo. Il 18 marzo  dopo che Israele con il sostegno degli Stati Uniti ha colpito infrastrutture situate nella porzione del giacimento controllata dallIran, dalla quale proviene circa il 70% del gas destinato al consumo interno iraniano  Teheran ha reagito lanciando unestesa offensiva missilistica contro limpianto di liquefazione qatarino di Ras Laffan.

Sul piano politico-strategico, Doha ha coltivato negli ultimi anni un ruolo di mediatore diplomatico di primo piano tra Stati Uniti, Iran e altri attori regionali. Funzione che ha continuato a esercitare anche dopo essere stata colpita militarmente dallIran nel 2026. Il Qatar ospita inoltre la base aerea americana di al-Udayd, la pi importante nellarea, che rende il piccolo emirato un nodo imprescindibile  e al contempo esposto  nellarchitettura di sicurezza regionale legata alla libert di navigazione nello Stretto.

Il Bahrein , tra gli Stati del Golfo, quello con la produzione petrolifera pi modesta. Gran parte del greggio raffinato nel paese proviene dal giacimento offshore di Abu Safah, condiviso con lArabia Saudita, pi che da riserve nazionali autonome. Ciononostante, il Bahrein dipende quasi totalmente da Hormuz per le proprie esportazioni petrolifere, senza alcuna infrastruttura di bypass alternativa, ed  quindi pienamente esposto, sul piano commerciale, alle stesse vulnerabilit di Kuwait e Qatar.

Per Manama la rilevanza strategica di questo corridoio marittimo va tuttavia ben oltre laspetto economico-energetico. Il Bahrein ospita infatti il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense, responsabile delle operazioni marittime nel Golfo Persico, nel Mar Rosso, nel Golfo di Oman e in parte nellOceano Indiano. Si tratta del principale strumento militare con cui Washington garantisce la libert di navigazione nello Stretto per lintera regione. Questo investe il piccolo arcipelago di una funzione secutitaria sproporzionata rispetto alle sue dimensioni. Durante la guerra del 2026, non a caso, la sede della Quinta Flotta  stata colpita ripetutamente dagli attacchi missilistici iraniani  a conferma di come Manama sia percepita da Teheran quale bersaglio di primo piano proprio in ragione di questa funzione ospitante. A ci si aggiunge una dimensione di sicurezza interna specifica del Regno, dove la dinastia sunnita al Halifa governa una popolazione a maggioranza sciita, il che rende il Bahrein storicamente sensibile a ogni possibile influenza politica o settaria esercitata dallIran sulla propria composizione demografica interna, un fattore che si somma  senza sostituirla  alla dipendenza puramente economica dallo Stretto.

LOman occupa una posizione del tutto particolare rispetto agli altri Stati arabi del Golfo, perch la sua relazione con Hormuz non  tanto quella di un esportatore dipendente dal transito, quanto quella di un cogestore della sicurezza del passaggio stesso. La penisola di Musandam, che si protende proprio allimbocco del corridoio, fa s che le navi in entrata o in uscita debbano muoversi attraverso acque adiacenti al territorio sovrano omanita, rendendo il paese indispensabile per tutti gli attori coinvolti: Iran, Stati del Ccg, Pakistan, India, Cina, Stati Uniti ed Europa. Questo ruolo affonda le radici in un accordo del 1974 tra Mascate e Teheran (allora sotto lo sci) che defin la ripartizione delle responsabilit di gestione del varco marittimo tra le due sponde, unintesa la cui eredit pratica sopravvive tuttora nella cooperazione bilaterale sulla sicurezza della navigazione.

A differenza degli altri Stati del Golfo, lOman esporta gran parte del proprio petrolio e gas da porti situati fuori dallo Stretto, sul Mar Arabico. Il paese ha investito ingenti risorse nel porto di Duqm offrendo una porta sul retro per il commercio globale che aggira i punti di strozzatura iraniani ed emiratini, ai quali si affiancano gli altri scali di salala e su?ar. Questa scelta infrastrutturale ha permesso allOman, durante la guerra del 2026, di continuare a operare come hub logistico regionale anche mentre il traffico nello Stretto crollava, e pi di recente ha portato allattivazione di un nuovo corridoio terrestre tra al-Sariqa (Emirati Arabi Uniti) e i porti omaniti di su?ar, Duqm e salala, pensato come alternativa concreta a Hormuz in caso di ulteriori crisi legate al conflitto.

Il vero valore strategico dellOman, tuttavia, risiede nella diplomazia pi che nella logistica. Mascate costruisce da decenni una postura di neutralit attiva verso lIran, che le ha permesso di ospitare i colloqui segreti che hanno portato allaccordo sul nucleare iraniano del 2015 (il cosiddetto canale di Mascate) e di continuare a mediare durante la crisi del 2026. LOman  stato lunico membro del Ccg a mantenere un rapporto sostanzialmente invariato con Teheran durante la guerra, ed  significativo che lIran, pur avendo rivendicato gli attacchi contro tutti gli altri Stati del Golfo, abbia sempre negato la propria responsabilit per i droni lanciati contro i porti omaniti. Questa posizione di amico di tutti, nemico di nessuno rende lOman un attore imprescindibile per qualunque soluzione negoziale duratura sul futuro assetto dello Stretto, ma comporta anche un rischio crescente. Gli attacchi registrati nelle acque al largo di Musandam e contro il porto di Duqm, infatti, dimostrano che la neutralit omanita non garantisce pi limmunit dagli effetti cinetici del conflitto regionale, in un contesto in cui lattribuzione degli attacchi resta spesso deliberatamente ambigua.

