BAB AL-MANDAB E HORMUZ, DESTINI INCROCIATI, di Lavinia BERTOLDI.


Il patto tra huti yemeniti e jihadisti somali logora la gi fragile sovranit degli Stati costieri del Mar Rosso e amplifica la crisi di navigabilit delle due giugulari marittime. LIran prova ad approfittarne. Lappello di Mogadiscio e il dilemma degli Usa.

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1. Dal fatidico 28 febbraio 2026, data spartiacque che ha ridisegnato gli equilibri di potere in Medio Oriente con onde durto globali, gli occhi del mondo sono puntati sullo Stretto di Hormuz. Snodo marittimo obbligato per il flusso di idrocarburi diretto dalle petromonarchie del Golfo Persico allOceano Indiano, questo collo di bottiglia nevralgico  divenuto il perno di un logorante braccio di ferro tra la Repubblica Islamica dellIran, custode geografico del passaggio, e lasse composto da Stati Uniti e Israele. Una contesa tra potenze rivali che si  ben presto convertita in uno dei pi severi shock energetici della storia contemporanea, a conferma di due assiomi geopolitici fondamentali. Primo: la rilevanza sistemica di simili imbuti per la stabilit dei mercati e la sicurezza energetica internazionale. Secondo: il presidio delle rotte marittime vitali come leva bellica per colpire leconomia globale e imporre ai competitors i propri termini negoziali. Una lezione che Washington e Gerusalemme, al pari del resto del mondo, avevano gi appreso a proprie spese nellottobre 2023, quando le milizie yemenite di Ansar Allah (gli huti) avevano di fatto sigillato lo Stretto di Bab al-Mandab, minando la stabilit delle arterie energetiche marittime che collegano il Mar Rosso e il Mediterraneo con il Golfo di Aden e lOceano Indiano. Oggi come allora, la partita mediorientale si gioca sui due stretti geografici speculari che incorniciano la Penisola Arabica. Due teatri bellici distinti ma uniti dalla medesima logica asimmetrica: il blocco di tali colli di bottiglia marittimi come arma per scardinare la sicurezza energetica globale e determinare gli equilibri regionali.


 proprio nel pi ampio contesto della crisi dello Stretto di Hormuz che conviene osservare quanto avviene a Bab al-Mandab e nel Mar Rosso. La chiusura del corridoio del Golfo Persico imposta da Teheran ha restituito a questo secondo imbuto marittimo una centralit geopolitica assoluta, convertendolo in snodo strategico essenziale per garantire il transito degli idrocarburi lungo la rotta indo-mediterranea e scongiurare una paralisi del sistema energetico globale. Eppure, mentre lattenzione pubblica resta focalizzata su Hormuz, questo quadrante si  progressivamente trasformato in un laboratorio di minacce ibride, contraddistinto da reti di contrabbando armato sempre pi sofisticate e da alleanze strategiche fluide tra attori statali e non statali in rapida evoluzione. Dinamiche che, sotto lo sguardo distratto delle potenze mondiali, stanno innescando una silenziosa riconfigurazione dei rapporti di forza nella regione mediorientale, alimentando ulteriormente le tensioni tra le coste della Penisola Arabica e del Corno dAfrica. 

Al centro delle minacce che negli ultimi anni si stanno insinuando con crescente forza nel bacino del Mar Rosso risiede la convergenza tra gli huti yemeniti e le sigle del jihadismo somalo, in particolare al-Sabab e lo Stato Islamico in Somalia. Unintesa che non si limita a certificare la profonda interconnessione tra le dinamiche di sicurezza in Yemen e nella vicina Africa orientale, ma testimonia laffermarsi nel quadrante afro-mediorientale di una geometria di cooperazioni tattiche tra attori profondamente eterogenei, disposti a sospendere incompatibilit dottrinali e visioni differenti dellordine regionale in nome del puro opportunismo. Il pragmatismo si impone sullortodossia e la cooperazione agisce da moltiplicatore di potenza per il perseguimento di agende strategiche distinte ma, almeno in parte, convergenti. Le prime evidenze emergono nel giugno 2024  quando lintelligence statunitense denuncia lesistenza di un traffico darmi tra le due sponde del Golfo di Aden  portando Washington e le Nazioni Unite a monitorare lo sviluppo di un asse transmarittimo tra Ansar Allah e al-Sabab, che da semplice collaborazione sporadica si rivela una realt ben pi complessa. Un sodalizio strutturato e radicato in anni di contatti sotterranei che, valicando lapparentemente insanabile faglia dogmatica tra lo zaidismo sciita dei primi e il salafismo jihadista dei secondi, trova il proprio fondamento in una logica di interesse reciproco e in disegni geopolitici definiti. 
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2. Lungi dal rappresentare una pura convergenza ideologica, il patto tra gli huti e le milizie jihadiste somale affonda dunque le sue radici in un calcolato pragmatismo strategico, volto a moltiplicare la capacit bellica asimmetrica di entrambi gli attori, favorire il perseguimento dei rispettivi obiettivi e scardinare simultaneamente i dispositivi di sicurezza della Penisola Arabica meridionale e del Corno dAfrica. Dietro lo schermo del radicalismo, sono in particolare tre i fattori che rafforzano la crescente interconnessione transnazionale tra tali forze. Primo, il determinismo geografico e la condivisione di rotte marittime comuni. La prossimit tra Yemen e Somalia  divisi soltanto dal Golfo di Aden  ha storicamente favorito scambi economici, culturali e migratori tra i due paesi, elevandoli, oggi come ieri, a custodi dei flussi commerciali tra lOceano Indiano e il Mediterraneo. La congiunta porosit di tale barriera marittima e il controllo incrociato sulle medesime rotte agevolano traffici illeciti e contrabbando armato tra le due sponde, offrendo ai gruppi ribelli una profondit logistica vitale per la propria proiezione di forza. Secondo, lindividuazione di un nemico ideologico comune, identificato nellimperialismo statunitense e nelle ambizioni egemoniche di Israele nella regione. Tale retorica ostile si estende inevitabilmente anche contro governi africani e regimi arabi integrati nellorbita di Washington, trasformando lintesa opportunistica in un fronte di resistenza condiviso contro linfluenza occidentale e lordine regionale vigente.
 
Terzo, il contesto in cui operano gli huti e i gruppi jihadisti somali. Segnato da un cronico vuoto di potere dei governi centrali di ?ana e Mogadiscio, da istituzioni fragili e confini permeabili garantisce loro lo spazio vitale per prosperare, finanziarsi e radicarsi al di fuori di ogni controllo statale.  questo habitat ideale ad aver consentito a tali movimenti islamisti ribelli di edificare contropoteri territoriali capaci di erodere il monopolio statale della forza. Sulla sponda africana, affiliata ad al-Qaida dal 2012, la formazione jihadista di matrice sunnita al-Sabab domina vaste aree della Somalia centro-meridionale e lungo le frontiere con il Kenya e lEtiopia, sfidando il governo federale e le missioni dellUnione Africana e dellAfricom (United States Africa Command), mentre cellule dello Stato Islamico risultano radicate nella regione settentrionale del Puntland. Sul versante arabico, invece, il movimento sciita-zaidita Ansar Allah occupa la capitale ?ana dal 2014, controllando gran parte dello Yemen centro-settentrionale e contendendo al governo internazionalmente riconosciuto la sovranit sul paese. 
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3.  proprio da questo quadro di frammentazione interna che occorre partire per decifrare la natura del patto tra gli huti e le sigle jihadiste somale. Come attestato nellottobre 2025 da un rapporto del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sullo Yemen, tale asse transmarittimo si configura come un autentico matrimonio di interessi. Da un lato, Ansar Allah alimenta la proliferazione tecnologica asimmetrica dei partner somali tramite il trasferimento di armamenti convenzionali avanzati (droni e sistemi di contromisura sofisticati), competenze logistiche e addestramento tattico, garantendo cos un salto di qualit militare in grado di mutare i rapporti di forza in Somalia. In cambio, al-Sabab e la branca somala dello Stato Islamico mettono a disposizione la propria infrastruttura di intelligence costiera, offrendo alla milizia yemenita reti finanziarie e canali alternativi di contrabbando armato capaci di aggirare lembargo Onu sulle armi, moltiplicando al contempo le attivit di pirateria ed estorsione nel Mar Rosso. Risultato: un coordinamento logistico-militare strutturato che non solo implementa la minaccia asimmetrica e arricchisce le casse di entrambi gli attori, ma ne amplifica la proiezione di forza entro e oltre la dimensione locale, minando la stabilit interna di Yemen e Somalia, deteriorando la sicurezza del traffico marittimo nel quadrante Bab al-Mandab-Mar Rosso e strozzando per estensione il commercio globale.

Al di l dellinteresse condiviso nel mantenere un livello di caos regionale permanente  ecosistema ideale in cui poter respirare, espandersi e scardinare gli equilibri di potere nel Corno dAfrica e nella Penisola Arabica  lintesa risponde a calcoli strategici distinti. Per al-Sabab il sostegno logistico-militare degli huti ha contribuito tra il 2024 e il 2025 a favorire la sua espansione territoriale, irrobustendone la capacit offensiva rispetto al governo di Mogadiscio e alle forze regionali rivali per perseguire la creazione di uno Stato islamico fondamentalista sotto il nome di Grande Somalia. Diversa, e per molti versi ben pi ambiziosa, appare la razionalit strategica di Ansar Allah. Sul fronte domestico, lespansione del proprio network transnazionale non si limita ad amplificare le capacit economiche e belliche del movimento  rafforzandone di conseguenza la postura militare e garantendo le risorse necessarie a preservare il controllo sulle zone yemenite amministrate  ma persegue una sofisticata strategia di destabilizzazione interna. Scavallando la tradizionale faglia confessionale sunnita-sciita e supportando la penetrazione delle milizie islamiste nel Corno dAfrica, gli huti puntano infatti a rinvigorire per riflesso lazione della branca locale di al-Qaida nella Penisola Arabica (Aqap), cementando una collaborazione gi esistente nella forma di scambio di prigionieri, armamenti e concessione reciproca di rifugi sicuri. Lintensificazione delloffensiva di Aqap contribuirebbe a sua volta ad aggravare la fragilit delle aree controllate dal governo internazionalmente riconosciuto, provocando una paralisi delle istituzioni statali e generando quel vuoto di potere necessario agli huti per completare il proprio progetto egemonico in Yemen.

A ci si aggiunge lambizione geopolitica di Ansar Allah, che guarda ben oltre i confini nazionali e che vede la convergenza tattica con i jihadisti somali come strumento cardine per proiettare la propria influenza fino alle coste del Corno dAfrica. Elevando il movimento da gruppo ribelle locale ad attore globale in grado di minare gli interessi delle grandi potenze e di minacciare la sicurezza marittima e il commercio internazionali. In nome di questa agenda e pur rimanendo un pilastro dellasse della resistenza a guida iraniana, gli huti mirano a estendere il proprio network transnazionale ben oltre tale asse, coltivando legami con fazioni islamiste  in Iraq con le Forze di mobilitazione popolare (Pmf), in Siria e nello stesso Corno dAfrica  e perseguendo i propri obiettivi interni e regionali. Una rivendicazione di autonomia strategica rispetto allaffiliato iraniano gi emersa con chiarezza durante le operazioni navali degli huti nel Mar Rosso nel 2023-24, le quali, pur convergendo con gli interessi di Teheran, rispondevano direttamente a una precisa ratio di proiezione di potenza del gruppo yemenita. Anche nel presente scenario, come allora, allombra della cooperazione tra gli huti e al-Sabab permane linfluenza indiretta della Repubblica Islamica. Fornitore essenziale di supporto logistico-militare per entrambi i partner, lIran beneficia dellespansione di tale rete transfrontaliera, capitalizzando i flussi di contrabbando armato e linstabilit in Yemen, Somalia e nel bacino del Mar Rosso per portare avanti la dottrina della difesa avanzata, blindare la propria influenza egemonica sui due colli di bottiglia decisivi di Hormuz e Bab al-Mandab e assicurarsi, pertanto, un potere di ricatto sulle arterie energetiche vitali che collegano lOceano Indiano al Mediterraneo.

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4. In definitiva, la convergenza tra Ansar Allah e larcipelago jihadista somalo documenta la crescente interconnessione tra milizie estremiste non statali nel quadrante afro-arabico. Uninterconnessione che dilata la proiezione strategica del network gravitante attorno a Teheran e ne rafforza la capacit di incidere sugli equilibri regionali, mentre amplia il raggio dazione dei gruppi armati in questione, consentendo a ciascuno di perseguire la propria agenda autonoma e moltiplicandone al contempo il potenziale offensivo, fino a convertire minacce circoscritte in una pressione asimmetrica transnazionale in grado di logorare la sovranit degli Stati costieri. Al cuore di questa cooperazione opportunistica risiede la partita per il controllo di Bab al-Mandab e del Mar Rosso come leva per scardinare i rapporti di forza regionali e la sicurezza energetica globale. 

A lanciare un severo monito sulla portata di tale pericolo  stato lo stesso presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud. Nellaprile 2025 ha denunciato la saldatura tra il radicalismo di Ansar Allah e il jihadismo di al-Sabab come una minaccia esistenziale, destinata a spalancare le porte a una dimensione transnazionale e diffusa del terrorismo islamista nella regione. Compromettendo la sicurezza del Mar Rosso e, con essa, la stabilit non solo della Somalia e del Corno dAfrica ma anche della Penisola Arabica e dellintero quadrante afro-mediorientale, con inevitabili ripercussioni sugli equilibri mondiali.  Richiamando il ruolo della Somalia nellIslamic Military Counter Terrorism Coalition a guida saudita e appellandosi a Riyad e agli altri partner regionali, la retorica del leader somalo non risponde soltanto a un imperativo di sicurezza collettiva, ma riflette anzitutto precisi calcoli di sopravvivenza interna.

Al di l della reale consistenza del legame tra huti e al-Sabab, la denuncia di tale asse e lallarme su un vettore terroristico transnazionale servono a Mogadiscio per internazionalizzare il conflitto domestico contro i jihadisti. Lobiettivo  vincolare gli interessi delle potenze occidentali e regionali alla tenuta del fragile Stato somalo, assicurandosi un flusso continuo di assistenza militare, logistica e finanziaria da parte di Washington e delle petromonarchie del Golfo, indispensabile al contenimento tanto dellinsurrezione jihadista quanto delle spinte centrifughe interne. Una strategia di legittimazione che diviene ancora pi urgente alla luce della prospettiva di un ridimensionamento dellimpegno statunitense nel Corno dAfrica. Per Mogadiscio, agitare lo spettro del terrorismo e del caos regionale e presentarsi come baluardo della stabilit del Mar Rosso resta lunica carta spendibile per riagganciare Washington al dossier somalo e, parallelamente, negoziare coperture alternative nel Golfo, nel tentativo di scongiurare il collasso dellordine politico interno. 

Alla radice della dipendenza sistemica di Mogadiscio dal sostegno estero risiede infatti un quadro di cronica fragilit dello Stato somalo e di frammentazione politica interna, sintomo di fratture sociopolitiche mai sanate e di una ricostruzione dellassetto federale post-1991 avvenuta in assenza di un autentico processo di riconciliazione nazionale. Ne deriva una guerra di posizione permanente tra i clan locali, cui si sommano le persistenti controversie tra centro e periferia della federazione sulla ripartizione del potere e sulla stessa architettura federale, come testimoniano le rivendicazioni autonomiste del Puntland e le tensioni con il Somaliland. Lacceso scontro elettorale del 2026  tuttora in corso  non fa che agire da ennesimo moltiplicatore di queste faglie interne, mettendo a nudo visioni divergenti sul futuro assetto del paese. In questo vuoto di potere  e capitalizzando linsofferenza delle comunit locali verso lincapacit delle istituzioni centrali di garantire sicurezza e coesione nazionale  milizie ribelli come al-Sabab e la costola somala dello Stato Islamico trovano terreno fertile per radicarsi e sfidare lordine interno. Inoltre, le faglie locali non solo azzerano ogni possibilit di risposta militare unitaria alla minaccia jihadista, ma impongono a Mogadiscio di concentrare tutte le risorse sulla sopravvivenza della sovranit statale. Consumato dalle faide intestine, il governo centrale  cos costretto a delegare la guerra contro al-Sabab ai partner internazionali e regionali, legittimandone lintervento sotto linsegna della lotta al terrorismo. Ed  proprio in questo contesto che assume un ruolo centrale il fattore statunitense.

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5. Per decenni, lintervento degli Stati Uniti in Somalia si  mosso su una doppia direttrice. Da un lato, il consolidamento delle istituzioni democratiche e il supporto umanitario nel quadro delle missioni Onu di peacekeeping. Dallaltro, la dottrina della guerra globale al terrore  cardine della politica di sicurezza americana post-11 settembre e cornice entro cui legittimare azioni militari dirette in molteplici teatri. Dallamministrazione Bush in poi, il sostegno di Washington al governo di Mogadiscio si  tradotto in una campagna militare contro al-Sabab, fondata su raid aerei contro le retrovie logistiche del movimento, invio di contingenti americani e addestramento delle truppe dlite locali Danab. Questo approccio, rimasto a lungo immutato, ha subto un profondo cambio di paradigma con il primo mandato di Trump e il conseguente ritiro totale delle truppe, che ha logorato i gi precari equilibri del paese del Corno dAfrica e concesso ampio spazio di manovra alle milizie jihadiste. Un vuoto che la presidenza Biden ha tentato di colmare revocando il disimpegno, senza per riuscire a invertire le pesanti ripercussioni sulla stabilit somala e regionale. Oggi, il ritorno del tycoon alla Casa Bianca riaccende il rischio di un nuovo ridimensionamento della presenza militare americana non solo in Somalia, ma anche in altri conflitti afro-mediorientali, Yemen incluso.

Alla base di tale approccio vi  un vero e proprio dilemma strategico statunitense, espressione delle profonde divisioni intestine al Congresso tra isolazionismo e calcolo imperiale nei teatri ritenuti decisivi. Un dilemma che Washington  costretta ad affrontare su entrambe le sponde di Bab al-Mandab. In Somalia contro linsorgenza di al-Sabab e in Yemen al cospetto della minaccia huti. La frustrazione per due conflitti ormai cristallizzati spinge gli Stati Uniti verso il disimpegno militare. Nonostante il massiccio supporto americano ai partner regionali nella lotta contro gli huti e al-Sabab, le guerre somala e yemenita restano paralizzate dalla cronica debolezza e corruzione dei governi legittimi di Mogadiscio e Aden, incapaci di superare le faide politiche interne a fronte della spiccata capacit di adattamento dei due attori insurrezionali. Per il Pentagono, entrambe le arene rischiano cos di diventare gli ennesimi conflitti perenni dello scacchiere afro-mediorientale: buchi neri che drenano capitali e risorse e distolgono il focus dalla priorit strategica assoluta, ovvero la competizione con la Cina nellIndo-Pacifico. Dallaltro lato, il disimpegno totale si scontra con un imperativo geopolitico che rende lintervento americano  seppur minimalista  lunica alternativa preferibile.

Custodi dello Stretto di Bab al-Mandab e del Golfo di Aden, Somalia e Yemen restano chiavi di volta per il controllo dei flussi energetici e commerciali tra lOceano Indiano e il Mediterraneo. Il sostegno militare statunitense  dunque ritenuto essenziale per evitare il collasso delle autorit centrali e il conseguente vuoto di potere che favorirebbe le milizie insurrezionali, privando Washington delle piattaforme logistiche necessarie a sorvegliare le rotte vitali del Mar Rosso e arginare le proiezioni egemoniche di potenze rivali come Russia, Cina e Iran  gi attive nellarea per il perseguimento dei propri obiettivi geopolitici attraverso laccesso a scali portuali lungo le coste del Corno dAfrica, investimenti infrastrutturali e sostegno alle milizie locali. Questa specularit delle crisi si riflette nella stessa grammatica strategica adottata da Washington in entrambe le arene, caratterizzata da un esercizio di contenimento delle minacce islamiste e di supporto logistico ai governi legittimi, al fine di impedire ad attori non statali di proiettare la propria forza su una delle arterie marittime principali per leconomia globale. Eppure, entrambe le crisi evidenziano linsufficienza di una risposta esclusivamente militare se disgiunta da una strategia pi ampia e di lungo periodo, capace sia di sanare le fratture sociopolitiche locali che alimentano instabilit ed estremismo sia di concepire il quadrante del Mar Rosso come uno spazio geopolitico integrato e interconnesso  di cui lintesa tra gli huti e i jihadisti somali  la conferma.

Di fronte a questo scenario, i tentativi di contenimento messi in atto da Washington e dalle Nazioni Unite  attraverso limposizione di sanzioni contro gli huti e al-Sabab, embarghi sulle armi e raid aerei in Somalia e Yemen volti a smantellare le infrastrutture delle milizie ribelli  hanno finora prodotto risultati limitati. Al contrario, il consolidamento di tale rete transmarittima sembra indicare una sua progressiva stabilizzazione strutturale, destinata a complicare ulteriormente i meccanismi internazionali di interdizione del contrabbando armato e della pirateria, minacciando una riconfigurazione delle dinamiche di sicurezza nel triangolo strategico Corno dAfrica-Mar Rosso-Golfo di Aden. Ne deriva la potenziale apertura di nuovi teatri conflittuali tra le due sponde del bacino marittimo. Non pi soltanto una crisi locale, bens la faglia di espansione di uninstabilit regionale ormai sistemica, che rischia di ricalibrare gli equilibri di potere lungo le rotte vitali dellIndo-Mediterraneo e di minare la tenuta dellordine marittimo globale.