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Homo sapiens. Andando di cranio in cranio, di Giorgio Manzi.

L'autore  ordinario di paleoantropologia alla Sapienza Universit di Roma; socio corrispondente dellAccademia Nazionale dei Lincei.

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La morfologia del cranio nel genere Homo favorisce il modello degli equilibri intermittenti?

Sembrava facile raccontarla cos: levoluzione umana  stata come un crescendo esponenziale, soprattutto per quanto riguarda lespansione del cervello, che nel giro di un paio di milioni di anni si  almeno triplicato in volume e peso; al tempo stesso, le dimensioni facciali si sono ridotte, gli strumenti del paleolitico hanno mostrato progressivi cambiamenti e, in buona sostanza, i nostri antenati sono diventati sempre pi simili a noi. Un nuovo studio  pubblicato su Nature Communications, firmato da due autori di rilievo: Mark Hubbe dellUniversit del Tennessee, negli Stati Uniti, e Katerina Harvati dellUniversit di Tubinga, in Germania  suggerisce che questa narrazione  quanto meno semplicistica.

Che bella scoperta! Ma non lo sapevamo gi? In realt, avevamo capito da tempo che levoluzione, in genere, non  direzionale n lineare: non  affatto sinonimo di progresso. Tuttavia, il lavoro di Hubbe e Harvati ha il pregio di aver provato a verificare sperimentalmente unipotesi tanto diffusa quanto sbrigativa, con un accurato studio di morfometria geometrica tridimensionale.

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Vincoli ambientali e culturali.

Lo studio si  basato sullanalisi comparativa del cranio di 87 reperti (63 fossili e 24 recenti) che vengono a rappresentare la variabilit del genere Homo negli ultimi due milioni di anni o gi di l: dalle specie pi antiche e arcaiche a forme pi derivate come quelle ascritte alle specie H. erectus e H. heidelbergensis, fino ai Neanderthal e agli umani moderni. Lobiettivo  stato analizzare i processi evolutivi che hanno influenzato la morfologia cranica. Per far questo, sono stati impostati alcuni scenari alternativi, sei per la precisione: percorsi in varia misura casuali, uno pi lineare e costantemente guidato dalla selezione naturale, quello dei cosiddetti equilibri punteggiati o intermittenti.  stata poi valutata la coerenza di ciascun modello con le traiettorie evolutive disegnate sulla base dei dati morfologici. La valutazione  stata effettuata tramite un indicatore statistico noto come pesi di Akaike.

 risultato che la maggior parte delle variazioni craniche si adatta a processi stocastici e/o di stabilizzazione. In altre parole, i modelli meglio sostenuti dai dati indicherebbero perlopi evoluzione neutra e stasi, con poca evidenza di selezione direzionale graduale. Al tempo stesso, i vincoli ambientali e culturali sembrano aver giocato un ruolo significativo. Pertanto, i ricercatori hanno potuto registrare che i cambiamenti pi riconoscibili intervenuti nellevoluzione umana  laumento delle dimensioni del cervello e la riduzione delle dimensioni della faccia  non corrispondono al modello previsto da una selezione naturale continua e direzionale. Al contrario, lanatomia cranio-facciale dei nostri antenati sembrerebbe essere rimasta relativamente stabile per lunghi periodi, con cambiamenti significativi emersi solo quando le barriere ambientali e culturali venivano, per qualche motivo, indebolite o rimosse.

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Nella giusta direzione.

Il risultato, visto nel suo insieme, sembrerebbe favorire il modello degli equilibri intermittenti proposto da Niles Eldredge e Stephen Jay Gould negli anni settanta, per quanto lanalisi non abbia dato supporto statistico a modelli complessi come questo. C da dire, daltro canto (come peraltro sottolineano gli autori del lavoro), che il mancato sostegno potrebbe essere dovuto ai limiti intrinseci dellevidenza fossile, per sua natura lacunosa.

Morale: si tratta solo di un primo passo, direi, ma nella direzione giusta. Da ripetere, approfondire e valutare nuovamente, magari con laggiunta di altri modelli.