SCHEDA. Se  questo il processo di revisione tra pari, addio scienza, di Simone Rossi.

L'autore Simone Rossi  professore di neurologia allUniversit di Siena, si occupa di studi funzionali sul cervello e neuromodulazione terapeutica.

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Fino a che punto si pu accettare luso dellintelligenza artificiale nel processo di peer review?
Cronaca di un fatto realmente avvenuto e delle sue implicazioni per lo status pubblico della ricerca.

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Il 13 aprile 2026 ho vissuto in prima persona, da testimone attivo, una
vicenda che mi sembra preoccupante per il futuro della ricerca e della credibilit  da qui in avanti  del sistema di revisione fra pari, che per lappunto  sempre stato il fondamento dellavanzamento della scienza.
Breve antefatto: circa un mese prima mi era stato chiesto di fare da revisore a un paper inviato a una delle due riviste leader del panorama scientifico internazionale, che come tutti sanno sono Nature e Science.
Un onore, direi: non capita tutti i giorni. I revisori sono i giudici, teoricamente imparziali, della bont di una ricerca o di un progetto; hanno quindi nelle loro mani  o meglio, nel loro cervello  un potere non indifferente nei confronti della comunit scientifica. Ho accettato con piacere, e anche con soddisfazione (nonostante lo studio fosse di un gruppo cinese, e quindi da prendere con le molle, ma questa  unaltra storia). E badate bene che queste revisioni non sono retribuite, nonostante impegnino una discreta quota del nostro tempo lavorativo come ricercatori. Ma si fanno, generalmente perch siamo cos appassionati del nostro lavoro che per fare una cosa che ci piace non  necessario  idealmente  essere retribuiti, anche se non farebbe proprio dispiacere.
E poi, vuoi mettere: Sono revisore della rivista tal dei tali, mica cotiche!
Ma comunque: la qualit del lavoro era chiaramente ben al di sotto gli
standard minimi per una rivista di medio lignaggio, figuriamoci per quella prestigiosa che me lo aveva mandato: figure fatte con lintelligenza artificiale, abbastanza avulse dal contenuto, frasi di testo chiaramente copiate-e-incollate da qualche chatbot e cos via. Ma ce lo possiamo aspettare di questi tempi, iniziati nel novembre 2022, quando  stata resa disponibile al grande pubblico la versione 3.0 di ChatGPT. E qui si potrebbe aprire una parentesi sul fatto che degli editori, questi s retribuiti, avrebbero potuto fare una selezione iniziale un po pi seria, ma magari ne ricevono cos tanti di lavori, che poveracci non hanno tempo per valutarli tutti adeguatamente.
E quindi li mandano direttamente ai revisori per un giudizio di pubblicabilit sulla rivista (che avverr dietro salato pagamento, sintende: per pubblicare su una delle due riviste in questione si pu arrivare a pagare circa 10.000-12.000 euro, cosa che, capirete, non tutti si possono permettere). Insomma, come tutti ormai, chiedo un primo parere alla IA, dopo aver letto attentamente il lavoro. Il prompt che faccio  neutro: non chiedo un giudizio positivo o negativo, ma semplicemente un parere, cos per superare la sindrome del foglio bianco, che colpisce in genere prima di iniziare a scrivere qualcosa. Il giudizio della IA  lapidario  in senso negativo  e combacia perfettamente con limpressione generale che ho avuto io.
Certo, io ci ho messo ventanni almeno per arrivare a questa consapevolezza, lIA in tre anni  gi al mio livello (anche se non  consapevole).
Prendo atto, e scrivo la mia revisione. Lo stesso 13 aprile arriva per e-mail la decisione editoriale di rifiuto del lavoro, unitamente alla copia delle revisioni degli altri due esperti/e interpellati/e. Di solito, infatti, sono almeno tre i revisori chiamati a decidere.
E qui arriva la terribile sorpresa, che mi ha fatto scattare il campanello dallarme tanto da scrivere queste note e renderle pubbliche. Prima di spiegarle, queste note, dobbiamo fare una premessa: quando  interpellata su una specifica questione complessa, lIA di solito risponde per punti, che argomentano passo dopo passo la risposta al prompt, dopo lupolad del documento in questione. Per esempio:
Io: Che ne pensi di questo lavoro scientifico?.
IA: Nonostante largomento sia innovativo e di interesse generale
[si parlava della stimolazione magnetica cerebrale per il benessere
degli astronauti nello spazio, N.d.A.], largomento principale della
review non  incentrato su una sintesi rigorosa, non  supportato
da una metodologia riproducibile, n propone scenari clinicamente
sostenibili. Il testo, in generale, oscilla fra frammenti di un testo
scolastico di base e citazioni di review o articoli precedenti,
senza una precisa indicazione basata sui dati per una potenziale
traslabilit clinica. Di seguito, si offre una dettagliata critica sui
seguenti punti:
1 - Innovativit e interesse.
2 - Metodologia.
3 - Traslabilit dei risultati
4 - Xxxx.
5 - yyyy.

Dove starebbe quindi la terribile sorpresa di cui sopra? Ebbene, la sorpresa  alquanto amara  risiede nel fatto che i commenti degli altri due revisori seguivano esattamente lo stesso schema sopra esposto per la risposta che lIA aveva dato a me, e che io avevo comunque modificato ed elaborato secondo la mia prospettiva, aggiungendo anche aspetti non presi in considerazione dalla IA ed eliminando la suddivisione in punti. Nel caso degli altri due revisori, invece, ci non era successo: avevano entrambi fornito la versione standard della risposta del chatbot, senza apportare la bench minima modifica, mettendo in cantina il proprio giudizio, e le proprie circonvoluzioni cerebrali. E i due giudizi erano praticamente uguali. Pazzesco, direi.

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Rinunciare alle proprie responsabilit.
La questione qui non  semplicemente se lIA debba o non debba entrare
nel processo della ricerca scientifica: questo  gi prepotentemente avvenuto (non solo in ambito scientifico, eh!), ed  inutile fingere il contrario.
Anzi, non c proprio bisogno di fingere il contrario, perch proprio grazie allIA sono stati raggiunti in poco tempo risultati impensabili: basti pensare al premio Nobel per la chimica del 2024 assegnato tra gli altri a Demis Hassabis, amministratore delegato di Google DeepMind, per le strutture proteiche. La domanda vera  unaltra, molto pi scomoda: che cosa resta della responsabilit individuale e scientifica quando i principali attori del sistema  autori, revisori, editori  delegano progressivamente a strumenti automatici non solo compiti tecnici, ma quote crescenti di giudizio, interpretazione e persino coscienza critica?
 qui che lepisodio personale che ho brevemente descritto assume un
valore che supera laneddoto del singolo caso. Non siamo davanti a una
semplice scorrettezza procedurale, n soltanto a una forma di pigrizia
intellettuale. Siamo davanti al rischio concreto di una mutazione culturale del sistema-scienza. Il processo di peer review, infatti, non  mai stato soltanto un filtro di qualit.  stato, almeno idealmente, un esercizio di responsabilit personale: un ricercatore competente legge, valuta, dubita, argomenta, si espone. In altre parole, firma con il proprio giudizio (anonimo o esplicito che sia poco importa) un passaggio delicatissimo del processo di costruzione della conoscenza, o della distribuzione dei finanziamenti per i progetti di ricerca. Se quel giudizio viene appaltato, esternalizzato in modo opaco a una macchina, il problema non  solo la possibile mediocrit del risultato. Il problema  che in questo modo si interrompe la catena della responsabilit.
Ogni sistema etico serio si fonda infatti su un principio essenziale: chi decide deve avere la facolt di rispondere della propria decisione. Ma se un revisore si limita a incollare il responso standard di un chatbot, senza rielaborarlo criticamente, chi sta davvero revisionando quello studio o quel progetto? Il revisore? Il modello linguistico? La piattaforma che lo ha prodotto? Il CEO in persona della piattaforma? E soprattutto: chi si potrebbe assumere il peso epistemico e morale di un eventuale errore? La deresponsabilizzazione  forse il primo, grande effetto collaterale di questa trasformazione. A me sembra un effetto profondamente corrosivo, perch non distrugge il sistema dallesterno: lo svuota dallinterno, come fa una carie dentro un dente, lasciandone intatte le forme ma alterandone profondamente la sostanza.
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Dove andr il sistema?
C poi un secondo aspetto, ancora pi inquietante, che riguarda  se
questo  landazzo  la probabile deriva dellintero sistema. Immaginiamoci questo scenario: gli autori usano lIA per generare articoli, i revisori usano lIA per giudicarli, gli editori si affidano a procedure sempre pi automatizzate per il triage e la selezione: il rischio  che lintero ecosistema scientifico si trasformi in un circuito totalmente autoreferenziale di testi prodotti, valutati e filtrati da macchine, con lessere umano ridotto a sporadico supervisore intermittente o, peggio, a certificatore distratto. In questo terrificante ma possibile scenario, loriginalit scomparirebbe (sta gi scomparendo?), come direbbe il Sommo Poeta, come per
acqua cupa cosa grave. E rischia la stessa fine la frizione critica, che  il cuore stesso della scienza. Perch la scienza non procede per fluidit, ma per resistenze: resistenza dei dati alle ipotesi, dei revisori agli entusiasmi degli autori, della realt alle narrazioni troppo eleganti e a volte fantasiose. Un sistema in cui tutto diventa linguisticamente plausibile, ben impaginato, formalmente corretto e semanticamente levigato, ma che rischia di produrre non pi solida conoscenza, ma solo una parvenza di scientificit.
La questione etica, quindi, non riguarda soltanto il barare con lIA.
Riguarda la ridefinizione, spesso silenziosa, di quello che consideriamo ancora lavoro scientifico. Usare un modello per superare la pagina bianca, per chiarire una formulazione, per riordinare un ragionamento, pu rientrare in un uso strumentale, persino legittimo e auspicabile, purch resti intatta la titolarit intellettuale del pensiero. Ma quando lo strumento sostituisce il momento deliberativo, quando prende il posto del vaglio critico e del giudizio esperto, allora non siamo pi nel campo dellassistenza: siamo gi in quello della sostituzione. E una sostituzione non dichiarata, dentro la scienza,  sempre anche una forma di inganno istituzionale.
Per questo servono regole nuove, ma soprattutto serve unetica nuova
della dichiarazione e della responsabilit.  ingenuo dire genericamente che lIA pu essere usata con trasparenza. Occorre stabilire con chiarezza che cosa sia delegabile e che cosa non lo sia. Si pu usare un sistema automatico per migliorare la lingua di un manoscritto? Forse s.
Per cercare refusi, riassumere letteratura, suggerire una struttura? Probabilmente s, entro limiti ben esplicitati. Ma la valutazione scientifica di un lavoro  come la sua concezione originale  non pu essere semplicemente esternalizzata a un sistema statistico addestrato a produrre testi verosimili. Perch il giudizio scientifico non  solo una prestazione cognitiva:  un atto fiduciario, inserito in una comunit di pratiche, valori, competenze e, su tutto, responsabilit.
Una normativa condivisa, tuttavia, non potr mai essere al pari della rapidit dellevoluzione tecnologica. Quindi la risposta, come diceva Corrado Guzzanti  dentro di noi, pu risiedere solo in una presa di coscienza individuale che cos non pu andare.
Se non comprenderemo questo punto, il rischio non sar soltanto la
pubblicazione di articoli scadenti o revisioni superficiali. Il rischio sar ben pi radicale: una perdita progressiva di fiducia nel fatto che dietro una pubblicazione scientifica esista ancora un autentico lavoro umano di scrutinio, dubbio e assunzione di responsabilit. E senza fiducia la scienza perde il suo status pubblico. Resta magari efficiente, abbondante, velocissima. Ma diventa opaca, industriale, amministrata. In una parola, perde autorevolezza.
Forse il problema pi serio non  che lIA stia diventando troppo brava.  che il sistema scientifico rischia di diventare troppo debole, troppo stanco, troppo burocratizzato per opporre resistenza alla comodit della delega. E allora la domanda finale non  se lIA possa fare peer review. La domanda  se noi, come comunit scientifica, vogliamo ancora meritarci il diritto di chiamare peer una revisione che non nasce pi dal giudizio di un pari, ma dalloutput anonimo e standardizzato di una macchina.
Se cos fosse, non assisteremmo semplicemente a un cambiamento di
metodo. Assisteremmo a una ridefinizione in negativo, forse irreversibile, del significato stesso di scienza.
Io non mi sto pi divertendo. E voi?
