Filippo Maria Battaglia.
Gru, un chihuahua di tre anni, gira instancabile attorno a un lungo tavolo di legno bianco.
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo lo osserva divertita.
E' seduta nella sala riunioni della fondazione che porta il suo nome, nel quartiere torinese di San Paolo.
Indossa un impeccabile tubino azzurro polvere e una collana con due grandi fiori di ametista e turchese, montati su un metallo brunito.
Quel girocollo fa parte della sua collezione privata di "gioielli non preziosi", precisa lei, "capaci per di raccontare un'epoca: in ogni oggetto che scelgo ho sempre cercato la storia che vi  custodita". E' lo stesso sguardo - assicura - che in oltre trent'anni l'ha portata a raccogliere pi di mille opere d'arte contemporanea e tremila fotografie storiche, oggi esposte in parte tra le tre sedi (a Guarene, a Torino e a Venezia) della fondazione.
Nata in una famiglia di imprenditori - il padre Dino e lo zio Modesto fondarono nel dopoguerra un'azienda che produceva le prime presse a iniezione per materie plastiche, scollinando ben oltre i confini italiani - Patrizia Sandretto oggi siede nei board di alcuni dei pi importanti musei internazionali, dal MoMA di New York alla Tate di Londra.
La prima collezione?
"Avevo poco meno di dieci anni, mamma adorava acquistare porcellane: giravamo fra antiquari alla ricerca dei vasi di Svres e di statuette a forma di scimmiette.
Mi appassionai e iniziai anch'io, ma scelsi di raccogliere i portapillole, annotando tutti gli acquisti in un quadernetto".
Quando scopr la passione per l'arte contemporanea?
"Nel 1992, durante un viaggio a Londra.
Grazie a Nicholas Logsdail, il fondatore della Lisson Gallery, visitai decine di studi di artisti, in primis quello di un giovane Anish Kapoor. Incontrandoli e ascoltandoli, scoprii come nasceva il loro lavoro".
Il valore di un'opera non dovrebbe prescindere dall'incontro col suo autore?
"Certo, ma quel dialogo - con artisti peraltro quasi tutti della mia generazione - squadern ai miei occhi una dimensione nuova.
Fino ad allora, l'arte per me era quella austera e un po' distante dei grandi musei e delle pinacoteche.
Incontrare chi la produceva e ascoltarne il racconto fu una rivelazione".
Il collezionismo nasce anche da questo dialogo?
"Indubbiamente.
Significa provare a raccontare il proprio tempo e il proprio mondo, attraverso due punti di vista diversi e complementari: quello dell'artista che ha realizzato l'opera e quello del collezionista che l'ha scelta".
E' dunque anche una forma di racconto di s?
"Certo: personalmente non ho mai guardato un'opera d'arte come parte di un arredo da accordare ai colori e alle nuances del divano di casa".
Quali qualit servono per una buona collezione?
"Le collezioni sono tutte interessanti proprio perch raccontano la storia di chi le ha costruite; ma servono sempre curiosit, passione, studio e la capacit di esercitare l'occhio e l'orecchio".
L'orecchio?
"Fin dai primi incontri londinesi, ho capito che gli artisti avevano molto di pi da raccontarmi di quanto non potessi fare io.
Grazie all'arte contemporanea ho imparato a parlare meno e ad ascoltare di pi".
La decisione di aprire la fondazione, nel 1995, nasce da questa consapevolezza?
"S. A met degli anni Novanta gli artisti avevano pochissime opportunit. I musei d'arte contemporanea in Italia si contavano sulle dita di una mano.
Con mio marito Agostino guardavamo a ci che accadeva in Europa e negli Stati Uniti: ci colpiva l'idea che una collezione privata potesse diventare un patrimonio da condividere".
Dopo la prima sede, nel palazzo di famiglia di suo marito a Guarene, a due passi da Alba, avete aperto nel 2002 un grande spazio a Torino.
"Una scelta indifferibile: era il luogo naturale della fondazione".
Perch?
"Qui, a Torino,  nata la prima galleria civica d'arte moderna in Italia; qui sono nati movimenti come l'Arte povera; qui  nato il "Deposito d'arte presente" dove collezionisti illuminati come Marcello Levi hanno messo a disposizione il loro patrimonio artistico.
Italo Calvino diceva che Torino  una citt che invita alla logica, ma con una vena di follia.
Sono sempre pi convinta che quella follia serva, specie per provare a raccontare la contemporaneit".
Serve anche nel rapporto con gli artisti?
"Serve anche l".
Ce lo racconti con una mostra.
"Con una di quelle a cui sono pi legata: del 2015, allestita da un grande artista argentino, Adrin Villar Rojas. Il titolo era Rinascimento, l'idea iniziale era di realizzare delle grandi campane: per farlo, comprammo decine di tonnellate di argilla.
Peccato che poco prima Adrin decise che non voleva pi usarle.
Arrivarono cos otto grandi camion dalla Turchia carichi di 109 enormi pietre: le pi leggere pesavano 350 kg. Lui e i suoi assistenti iniziarono a creare dei quadri utilizzando pesce, frutta e verdura.
Immagini cosa significhi mantenere per tre mesi e mezzo cibo fresco in sale cos ampie! Fu un lavoro oneroso ma di grande impatto emotivo".
Eppure l'arte contemporanea continua a intimidire molti: la reazione pi comune  respingerla o liquidarla.
"All'inizio  capitato anche a me.
Gli anni Novanta sono stati quelli in cui molte opere esposte nei musei erano "untitled": ci si trovava davanti a installazioni senza titolo n spiegazioni, il rischio di restarne in soggezione era alto.
Per questo, in fondazione abbiamo previsto la presenza dei mediatori culturali: giovani laureandi o laureati che studiano le opere, partecipano agli allestimenti e sono a disposizione per facilitare la comprensione".
Attraverso i vostri account social avete anche avviato una comunicazione iper-pop. Qualche settimana fa, su Instagram,  spuntato un video di Jerry Cal che grida: "Libidine!".
"Credo che oggi un'istituzione culturale possa permettersi un linguaggio leggero, purch non perda mai di vista la qualit del lavoro che c' dietro.
L'obiettivo  raggiungere il pi ampio pubblico possibile, nella speranza di accendere una scintilla di curiosit".
Dopo pi di trent'anni e oltre mille opere, c' ancora spazio per la sorpresa?
"Lo sguardo degli artisti serve a questo: indurre a riflettere in modo sempre inatteso".
Una collezione  costruita per attraversare il tempo.
Tra trent'anni che cosa le piacerebbe raccontasse?
"La nostra storia.
E' questa, in fondo, la sfida del collezionista: riconoscere oggi le opere che domani sapranno spiegare le inquietudini e le attese dell'epoca in cui sono nate". -.
&#169; RIPRODUZIONE RISERVATA.
l'intervista.
andrea basile.
Ha detto.
La sfida.
del collezionista.
 riconoscere oggi.
le opere che domani.
sapranno raccontare.
le attese dell'epoca in cui sono nate.
&#8220;.
Non ho mai guardato.
un quadro come parte di un arredo.
da accordare.
ai colori del divano.
di casa.
Lo sguardo.
degli artisti serve.
a questo: indurre.
a riflettere.
in modo sempre.
inatteso.
Fondazione.
Inaugurazione.
di una.
mostra.
nella.
sede.
torinese.
della.
Fondazione.
Sandretto.
Re.
Rebaudengo.
Aperta.
nel 2002.
 sorta.
sull'area.
industriale.
di un.
ex stabilimento.
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
