Settembre custodiva un preludio.
Una patina di malinconica salsedine si traduceva in un velo impercettibile e appena grigiastro che permeava il cielo, trafiggeva mestamente lo sguardo, consegnava un lucore smorto e in fondo consolante alle cose.
Riposavamo i nostri occhi, le nostre membra di abilissime ondine, l'incarnato e il visino stesso bruciato dal sole.
La casa sul mare d'un tratto si congedava dal ruolo.
La casa sul lungomare di Avola.
Era povera, piccola, sguarnita.
Le mie estati da bambina.
E il mare diventava la placenta, l'alveo dove riconciliare l'inquietudine insita, inseparabile, dove riconoscevo una qualche appartenenza, una identit. Ma solo in quel mare: le gradazioni di verde, fino allo splendore color diamante, a venti trenta metri dalla riva, e potevo proseguire, inoltrandomi nel blu cobalto, senza temere.
Lasciavo dietro spuntoni brevi, rocce irte, banchi di alghe avviluppate, morbide, fluenti, camaleontiche.
La luce feroce era tollerata o diveniva una consuetudine abbacinante per i tre mesi, da giugno a settembre.
Infine stancava e si aspettava settembre come un requiem e allora il mare cambiava colore, ancora una volta, arricciandosi sulla battigia in rivoli spumosi, increspandosi, gonfiandosi, e noi bambine sapevamo dare un nome a ogni volubilit. I cavalloni di settembre.
Erano arrivati, ci tuffavamo dentro, talvolta riemergevamo con fatica, sfidando la furia (indulgente, bonaria) delle onde.
Le onde erano i cavalloni.
Amavo la ruvidezza dei pescatori che trascinavano a riva il bottino delle lampare.
Intercettavo la sentina di quei barconi claudicanti.
Sulla cima di un poggio, a strapiombo sulla ruffa schiumosa, a picco sulla rada, svettava una dimora, pareva che serbasse molti segreti e i crepuscoli desiderati, similmente alla quiete dopo una procella.
Serbava l'autunno e poi l'inverno.
Il sussidiario, la cartellina.
L'autunno come se fosse l'amore finalmente, l'amore esaudito, edenico, al modo di una bambina.

