Il No espresso dalla maggioranza (52,8%) degli islandesi al riavvio dei negoziati per l'accesso all'Ue non dovrebbe essere rimosso con imbarazzo, o, ancor peggio, spiegato con l'inganno consolatorio delle fake news. Quel No  stato sancito da una giornata di enorme e informata partecipazione democratica:  andato alle urne l'82,5% degli aventi diritto, una quota superiore alle pur notevoli percentuali registrate per le elezioni politiche.
Nella campagna referendaria,  stato sostenuto da destra e da sinistra, oltre che dai sindacati.
E' prevalso ovunque, anche nella capitale fuori dalle circoscrizioni centrali.
Sull'esito della proposta avanzata dalla coalizione di governo, ha pesato, secondo le rilevazioni della vigilia, lo spostamento massivo del voto giovanile (18-29 anni) verso il rigetto, salito in due mesi dal 37% al 60%.
Per trarre lezioni dal pronunciamento di 270.000 cittadini, va certamente ricordata, come ha scritto il prof. Alberto Alemanno, la specificit dell'Islanda: in larga misura, gi dentro l'Ue, nella European Economic Area, ossia nel mercato unico europeo, e in Shenghen. In sostanza, in una collocazione tale da rendere poco conveniente il S. Tuttavia, pur consapevoli della rilevanza del conteggio, va sottolineato il segno politico dell'appuntamento convocato per sancire una scelta decisiva per la sicurezza nazionale.
Va ricordato, infatti, che la riapertura della questione europea era nel programma del partito socialdemocratico, primo alle urne nel 2024, ma che sul timing ha inciso il burrascoso scenario geopolitico, annerito dalle offerte di acquisto all inclusive rivolte dal presidente degli Stati Uniti alla Groenlandia.
Wolfgang Munchau, su eurointelligence, ha richiamato l'analisi post-voto di Eirkur Bergmann e lafur . Hararson, prof islandesi di scienza politica: la campagna per il Si  diventata tecnica e procedurale, mentre i fautori del No insistevano su un messaggio emozionale: sovranit nazionale e controllo delle risorse.
Insomma, per quanto speciale, il caso islandese dovrebbe essere letto per cogliere i connotati distintivi della fase storica, i fondamentali della vita politica democratica e le conseguenze del deragliamento militarista attuato dalle classi dirigenti europee: 1. Ciascun popolo ha una sua irrinunciabile identit. E' Nazione, da coltivare nel senso inciso nella nostra Costituzione: comunit definita da storia, cultura, lingua, tradizioni, solidale e aperta.
2. L'esaltazione eurofederalista del popolo europeo  intesa dai diretti interessati come minaccia di diluizione in una moltitudine di individui indifferenziati, senza radici.
3. Lo Stato nazionale, per quanto largamente svuotato di sovranit rimane l'unica dimensione politica democratizzata.
Dal 2005, quando sono andati al voto sull'integrazione nell'Ue, i popoli si sono quasi sempre espressi contro.
4.
La subalternit dei leader europei a Washington priva l'Ue di credibilit. Anzi, la guerra permanente portata avanti dall'Europa per fermare la Russia minaccia esistenziale spaventa i popoli.
L'offensiva di Germania e Francia per eliminare, nel Consiglio europeo, il diritto di veto sulla politica estera e di sicurezza aggrava l'allarme democratico.
Procedere a maggioranza su materie esistenziali, con forzature interpretative in assenza di un quadro normativo legittimato,  atto eversivo verso le Costituzioni nazionali.
Ne ha scritto bene Giulio Di Donato su La Fionda.
Il voto in Islanda non  Stato uno spiacevole incidente di percorso.
Come non lo sar il voto di domenica prossima in Sassonia-Anhalt. L'alternativa all'Europa senza popoli e senza democrazia, non  l'illusione delle piccole patrie corsare, autonome e intraprendenti, o l'isolamento autarchico.
E' l'Ue comunit di democrazie nazionali cooperative.
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
