I.
n Italia c' sempre clima elettorale: non si fa pi politica, si fa solo propaganda in cerca di voti.

Se una parte del nostro elettorato, la pi ignorante e la meno cosciente di che cosa sia la politica seria, si d all'antislamismo pi becero e impianta una ridicola crociata contro la prospettiva di una moschea a Venezia, ecco i destrorsi pi trinariciuti partire all'assalto.
E cos per tutto.
Nonostante ci, non c' dubbio che la difesa della cultura occidentale sia un sacrosanto dovere di tutti i buoni cittadini.
Tantopi poi allorch si tratta di presentare in modo speciale la cultura italiana come ferro di lancia del mondo che ci si propone di difendere.
E il nostro Ministero, anche di recente, ha deciso in modo particolare di salvaguardare il corretto insegnamento nella nostra scuola della storia occidentale in genere, di quella italiana in particolare.
Mi permetterei di associarmi a questa buona causa ricordando come, quando si parla di glorie italiane, ce n' una alla quale non si allude quasi mai: e il cui insegnamento anzi,  un po' la Cenerentola della nostra scuola.
Perch vergognarci, amici di destra, del fatto che il Bel Paese  stato in passato primo nell'esercizio di un'attivit primaria della nostra cultura, e lo ha fatto addirittura in senso imperialistico? Eppure tutto ci  avvenuto in uno di quei momenti che a scuola  uno dei pi dimenticati: fra met Cinquecento e met Settecento, allorch  sostengono sprezzanti molti cultori di storia  l'Italia era immersa nella vergogna, preda delle preponderanze straniere.
Ecco un bellissimo tema di riscossa!
Su ogni leggo del mondo, da Tokyo a Buenos Aires, un musicista legge le stesse parole: allegro, adagio, piano, crescendo.
Sono italiane, e nessuno le traduce.
E' un residuo tenace di un'epoca in cui l'italiano fu la lingua franca di un'arte intera: e quell'epoca , non per caso, quella che l'Italia contemporanea preferisce ignorare oppure ama calunniare.
Nel racconto che il paese fa di s, i secoli fra Cinque e Settecento sono un vuoto.
C' lo splendore dei Comuni e del Rinascimento, poi il buio della decadenza e della dominazione straniera, infine la redenzione risorgimentale.
Chi rivendica identit ed eccellenze italiane si ferma prima e riparte dopo, perch in mezzo l'Italia non era uno Stato: era un mosaico di corti e province che facevano capo a Madrid, a Vienna, a Parigi.
Come vantare un'italianit di ci che politicamente apparteneva ad altri?
L'obiezione ha un difetto: scambia la sovranit per l'identit. E l'ossessione identitaria  essa stessa recente: le nazioni, come ha mostrato fra gli altri Eric Hobsbawm, sono costruzioni moderne, figlie dell'Otto e Novecento, non essenze che attraversano i secoli.
Proprio la musica mostra quanto sia fragile lo scambio, perch il periodo di massima subordinazione politica coincide con quello di massimo irraggiamento culturale  e i due fenomeni corrono sullo stesso canale.
L'opera nasce a Firenze tra la Dafne di Peri, verso il 1598, e l'Orfeo di Monteverdi, 1607. Nell'arco di un secolo e mezzo diventa lo spettacolo europeo per eccellenza, e lo diventa in italiano.
Ma la via lungo cui viaggia  esattamente quella delle monarchie che occupavano la penisola.
Vienna  il grande mercato dell'opera italiana: Metastasio vi  poeta cesareo per mezzo secolo, Salieri vi lavora una vita intera.
Caterina II chiama Paisiello e Cimarosa a Pietroburgo.
Le tre opere maggiori di Mozart, fra il 1786 e il 1790, sono in italiano su libretti di Lorenzo Da Ponte, veneto, poeta di corte a Vienna.
La sudditanza e l'egemonia non sono in tensione: sono la stessa cosa vista da due lati.
Gli ospedali di Venezia e i conservatri di Napoli  nati come istituzioni caritatevoli  esportavano cantanti e maestri in tutta Europa; Cremona con Amati, Stradivari e Guarneri, esportava gli strumenti.
La mappa del potere dice servit, quella del prestigio dice egemonia, e disegnano lo stesso spazio.
Non  solo questione di musica.
Negli stessi decenni la commedia dell'arte conquistava le corti d'Europa con le sue maschere: Arlecchino diventava Arlequin, i comici italiani recitavano per i re di Francia, e a Parigi Tiberio Fiorilli  lo Scaramouche  divideva il teatro con Molire.
L'attore suddito sostanziava il teatro del Re Sole.
Perch allora dimentichiamo tutto questo? Perch la storiografia nazionale dell'Ottocento aveva bisogno di un racconto a lieto fine, in cui l'unit politica fosse il traguardo e tutto il resto la lunga attesa.
In quello schema, tre secoli senza Stato non potevano che essere decadenza.
E c' un'ironia in fondo all'idea: espressione geografica, la formula con cui si liquida l'Italia pre-unitaria,  di Metternich, dell'austriaco: cio, della potenza che avrebbe cancellato l'italianit mentre la sua corte, in musica, parlava italiano.
Va evitato l'anacronismo opposto, per: non si tratta di ritrovare una nazione che non c'era.
Il punto  pi netto.
L'identit culturale funzion senza lo Stato, e perfino attraverso la sua assenza.
Non aveva bisogno di sovranit per irradiarsi.
Se oggi tutto questo ci suona estraneo, una ragione  in casa.
La riforma Gentile del 1923 fiss una gerarchia dei saperi in cui il pensiero teorico stava in alto e le arti pratiche in basso: la musica fu confinata nel conservatorio, come addestramento professionale, ed espulsa dalla formazione del cittadino.
Sotto correva una radice filosofica pi profonda: l'estetica di Croce, egemone per generazioni, non sapeva dove collocare la musica strumentale, muta di concetti.
Il paese che aveva dato al mondo l'opera si diede una cultura alta strutturalmente sorda al proprio massimo prodotto.
Il vuoto lasciato da quella sordit andava pure riempito, e i candidati non mancavano; solo che si sono rivelati, uno dopo l'altro, troppo malfermi.
Una generica identit occidentale, invocata di continuo e mai circoscritta, che nessuno sa dire dove cominci e dove finisca.
Un'antichit greco-romana pi immaginata che pertinente, esibita come blasone e in realt poco frequentata, ridotta a qualche parola d'ordine.
E quando ogni riferimento pi alto si allontana o si dissolve  compresi il football e il ciclismo, le glorie del dopoguerra  ecco l'ultima spiaggia, la pi concreta di tutte: la cucina, l'unica identit che si debba esaltare, servire e difendere piatto per piatto; e i nostri liceali che sognano un futuro glorioso da chef. Quando lo storico Alberto Grandi, sul Financial Times nel 2023, ha osservato che la carbonara  ricetta recente, la reazione  stata furibonda come se fosse stato toccato un pilastro dell'esser italiani.
Non  un rimprovero alla cucina, che ha una storia degna.
E' il segno di una monocultura dell'identit, cresciuta l dove si  reso muto tutto il resto.


