Caporalato e traffico di migranti Venti fermi nella Piana di Sibari.
Caterina La Banca.
Cassano.
Moderni schiavi.
Venivano stipati nei bagagliai delle auto e nei cassoni dei furgoni, in numero enormemente superiore alla capienza consentita, i braccianti della Sibaritide.
Quel viaggio verso i campi della schiavit costava addirittura cinque euro, da decurtare alla magra paga giornaliera fatta di turni massacranti di circa 10 ore senza alcuna sosta.
Niente riposo settimanale, niente ferie o tutele assicurative e sanitarie.
Dovevano lavorare e stare zitti i braccianti della Sibaritide.
Dovevano lavorare  scrivono i magistrati della Dda di Catanzaro che hanno coordinato l'inchiesta partita nel 2020  sotto la sorveglianza "vessatoria di capi-squadra che imponevano ritmi di lavoro asfissianti per una retribuzione reale compresa tra i 2,70 e i 3 euro all'ora (pari a giornate da 23-27 euro complessivi), a fronte di tariffe di circa 40 euro corrisposte dagli imprenditori ai caporali".
Per impedire qualsiasi via di fuga, l'organizzazione avrebbe trattenuto sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno.
In genere erano pronti ad aggredirle anche fisicamente qualora avessero protestato.
E' questo il quadro che emerge dall'operazione denominata Master scattata ieri mattina nella Piana di Sibari.
Operazione con cui la Dda di Catanzaro, guidata da Salvatore Curcio, non solo ha riacceso i riflettori sulle zone d'ombra del lavoro agricolo ma ha, soprattutto, smantellato una rete criminale che avrebbe trasformato la disperazione dei migranti in un vero e proprio business. Sono 20 i cittadini stranieri (18 pakistani, un indiano e un cittadino del Bangladesh) sottoposti a fermo di indiziato di delitto nell'ambito di un'inchiesta che avrebbe portato alla luce due distinte associazioni per delinquere, strettamente collegate sul piano operativo.
Il provvedimento  stato eseguito dai Carabinieri del Comando per la Tutela del lavoro, con il supporto dei reparti territoriali dell'Arma, nelle province di Cosenza, Napoli, Bologna, Sassari e Mantova.
Tutti dovranno rispondere a vario titolo delle accuse di associazione per delinquere finalizzata all'intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavit, estorsione e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
L'indagine  partita da una vicenda apparentemente marginale.
Due caporali denunciarono il danneggiamento degli pneumatici delle proprie automobili, indicando come responsabili alcuni giovani migranti alle loro dipendenze.
Quegli stessi lavoratori, per, decisero di rompere il silenzio e presentarono una contro-denuncia, raccontando agli investigatori di mesi di lavoro non pagato, richieste di regolarizzazione contrattuale, minacce e condizioni di sfruttamento.
Da quelle dichiarazioni sarebbero partite le indagini che hanno progressivamente ricostruito il presunto sistema.
La prima organizzazione, secondo gli investigatori, era composta prevalentemente da cittadini pakistani e avrebbe esercitato un controllo sulla manodopera agricola.
I braccianti, spesso giovanissimi e in condizioni di estrema vulnerabilit, sarebbero stati alloggiati in strutture fatiscenti, anche in gruppi di una ventina di persone, e trasportati quotidianamente nei campi su mezzi sovraffollati.
Paghe da fame dalle quali poi sarebbero state detratte le somme per l'alloggio e il trasporto.
Ancora pi grave il quadro relativo alle presunte minacce: chi protestava o chiedeva il pagamento degli arretrati avrebbe rischiato di essere cacciato dall'alloggio, perdere il lavoro, compromettere il permesso di soggiorno o subire aggressioni.
Un sistema di ricatti che, secondo la Procura, avrebbe contribuito a mantenere i lavoratori in una condizione di dipendenza e soggezione.
La seconda associazione, composta da soggetti italiani, sarebbe stata invece dedita al traffico di migranti attraverso un sistema fraudolento legato alle procedure dei Decreti Flussi.
Professionisti e operatori di Caf e patronati avrebbero presentato migliaia di domande di assunzione fittizie per aziende inesistenti o prive di reale capacit produttiva.
Per ottenere i documenti d'ingresso sarebbero state richieste somme tra 6.500 e 10.000 euro a migrante.
Una volta arrivati in Italia, i lavoratori, indebitati e privi dell'impiego promesso, sarebbero finiti nelle campagne sotto il controllo dei caporali.
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
