Carceri, il sovraffollamento non  l'unico problema.
I.
l carcere dovrebbe essere un luogo di rieducazione e di rinascita, ma il sovraffollamento e la carenza di servizi rischiano di ostacolare questo percorso.
In Calabria, dietro i numeri si nascondono situazioni particolarmente critiche.
Abbiamo fatto il consueto punto con Perla Allegri, presidente di Antigone Calabria, sulle principali problematiche degli istituti penitenziari e sulle possibili soluzioni.
Qual  oggi la situazione del sovraffollamento nelle carceri calabresi rispetto alla media nazionale?
"Il tasso medio di sovraffollamento nelle carceri calabresi  risponde  si attesta intorno al 112%, un dato inferiore alla media nazionale, che raggiunge il 130%. Sono livelli che, soprattutto a livello nazionale, riportano a una situazione che non si registrava dai tempi precedenti alla condanna dell'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo nel caso Torreggiani.
La media, per, rischia di nascondere situazioni molto differenti.
In alcuni istituti italiani il sovraffollamento arriva al 198% e anche in Calabria ci sono realt che superano la media nazionale: a Locri, ad esempio, si raggiunge circa il 153,5%. Il sovraffollamento non  soltanto una questione numerica: significa meno spazio vitale, maggiore promiscuit, minori possibilit di garantire privacy e condizioni igienico-sanitarie adeguate e un aumento delle tensioni.
Significa inoltre mettere sotto pressione l'intera organizzazione penitenziaria e rendere pi difficile realizzare la funzione rieducativa della pena".
Quali sono gli istituti calabresi che presentano le maggiori criticit?
"Tra quelli che abbiamo visitato durante l'estate  Cosenza, Rossano, Palmi e Reggio Calabria  abbiamo riscontrato situazioni particolarmente problematiche al Panzera, soprattutto nel reparto femminile.
Criticit importanti emergono anche ad Arghill, infatti, la struttura edilizia  nel complesso in condizioni accettabili, anche se permangono fenomeni localizzati di degrado, soprattutto legati all'umidit nei servizi igienici.
Il problema pi evidente  per un malessere diffuso legato al sovraffollamento, accompagnato da una significativa carenza di personale di Polizia penitenziaria, con conseguenze sulla sicurezza e sulla gestione quotidiana dell'istituto.
Particolarmente delicata  la situazione del reparto femminile del Panzera.
L'istituto ospita complessivamente 136 persone, di cui 37 donne, mentre la capienza regolamentare del reparto femminile  di appena 26 posti.
Nel reparto abbiamo riscontrato problemi concreti di vivibilit. Al primo piano sono detenute 29 donne in regime chiuso e, in alcune camere, emerge il problema del rispetto della soglia minima dei 3 metri quadrati calpestabili per persona.
Due camere, ad esempio, dispongono di otto posti letto e al momento della visita ospitavano circa sei persone ciascuna.
Particolarmente problematico anche il fatto che nelle camere fosse disponibile un solo ventilatore.
A queste condizioni materiali si aggiunge una criticit altrettanto importante: la pressoch totale assenza di attivit trattamentali e di formazione professionale, tanto per gli uomini quanto per le donne".
In che modo il sovraffollamento incide sulle attivit educative e sul reinserimento?
"Quando aumenta il numero delle persone detenute, non aumenta parallelamente il personale.
In molti istituti calabresi registriamo carenze di Polizia penitenziaria e, in alcuni casi, anche di educatori.
Lo stesso numero di operatori deve quindi occuparsi di una popolazione sempre maggiore: diminuisce inevitabilmente il tempo dedicato alla singola persona e diventa pi difficile costruire percorsi individualizzati.
C' poi una questione organizzativa.
Portare le persone dalle sezioni alle aule scolastiche, ai laboratori o agli spazi per il lavoro richiede personale.
Se questo  insufficiente, le esigenze di custodia tendono a prevalere e le attivit possono essere ridotte o coinvolgere soltanto una parte della popolazione detenuta.
Il paradosso  che proprio quando aumenta il bisogno di attivit, socialit e accompagnamento, diminuisce la capacit dell'istituzione di offrire risposte adeguate.
Il rischio  trasformare il carcere in un luogo prevalentemente custodiale".
Esistono esperienze positive?
"S. Esperienze interessanti sono presenti a Locri, Palmi e Rossano.
Ma le singole buone pratiche devono essere inserite in un quadro regionale complessivamente fragile.
In Calabria lavora il 26,35% delle persone detenute, contro il 30,08% nazionale.
Il dato pi preoccupante riguarda il lavoro alle dipendenze di soggetti esterni all'amministrazione penitenziaria: appena lo 0,10% in Calabria contro il 4,28% nazionale.
Ancora pi ampio  il divario sulla formazione professionale, che coinvolge soltanto l'1,20% delle persone detenute calabresi, contro il 10,58% nazionale.
Pi positivo, invece, il dato scolastico: i corsi coinvolgono il 39% delle persone detenute, contro il 28,37% nazionale.
La scuola  quindi una presenza importante, mentre formazione professionale e soprattutto lavoro esterno rimangono troppo deboli.
Il reinserimento, per, non pu essere costruito esclusivamente dentro le mura del carcere: senza lavoro, casa e una rete sociale, il percorso rischia di interrompersi al momento dell'uscita".
Quali interventi servirebbero?
"Il primo cambiamento  considerare il carcere non come un'istituzione isolata, ma come parte del territorio.
Occorre investire sul lavoro, costruendo accordi stabili con imprese, cooperative, associazioni di categoria ed enti locali e creando percorsi professionali collegati alle reali opportunit occupazionali dei territori.
Lo stesso vale per la formazione professionale: non semplicemente fare un corso, ma costruire un percorso che possa proseguire all'esterno.
Bisogna inoltre rafforzare l'accesso alle misure alternative, alle opportunit abitative e ai servizi sociali territoriali.
Spesso le persone non accedono a percorsi esterni non perch sia giuridicamente impossibile, ma perch mancano un domicilio, una rete familiare o servizi capaci di sostenerle.
Infine,  necessario investire sul personale.
Non si pu chiedere al carcere di svolgere una funzione rieducativa se educatori, operatori e Polizia penitenziaria lavorano in condizioni di cronica insufficienza.
La questione, quindi, non  soltanto costruire nuovi posti detentivi.
Se alla crescita della capienza non corrispondono investimenti nelle persone, nei servizi e nelle alternative al carcere, si rischia semplicemente di riprodurre il problema.
Il carcere pu preparare una persona al ritorno nella societ soltanto se, durante la detenzione, quella societ continua a essere presente".
Claudia Benassai.
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
