Una persona sempre pronta allascolto e al confronto.
Pupa Garribba, ricercatrice di Storia orale.

Lautrice, che collabora con noi gi da Com Nuovi Tempi e poi oggi
con Confronti, rievoca il periodo in cui ha incontrato per la prima volta
Franzoni, le loro diverse opinioni sul Medio Oriente e le battaglie che
Giovanni portava avanti assieme alla sua comunit e alla nostra rivista.

Lho incontrato tardi, Giovanni
Franzoni, anche se
da tempo percorrevamo le stesse
strade. A cavallo tra la fine degli
anni Sessanta e linizio degli anni
Settanta del secolo scorso ero in
continuo movimento tra Italia ed
Israele, quindi ho potuto seguire
le sue battaglie per i diritti civili
in modo molto discontinuo. Inutile
dire che facevo il tifo per lui
e per coloro che si battevano per
lintroduzione del divorzio nel
nostro paese, tanto che ancora
oggi (e di anni ne sono passati
parecchi) provo rimorso per non
aver dato un contributo diretto a
quella sacrosanta battaglia.
Il primo contatto con lui lho
avuto a met degli anni 80,
dopo la firma del presidente del
Consiglio Craxi e del cardinale
Casaroli sul nuovo Concordato
tra Stato e Chiesa cattolica, a
conclusione di lunghe trattative
per sostituire le parti di quello
mussoliniano diventate incompatibili
con la Costituzione. Una
per tutte, lobbligo di frequentare
le lezioni di religione cattolica
in contrasto con larticolo
3, che pone a suo fondamento
luguaglianza dei cittadini senza
distinzioni di religione. Con due
figlie in et scolastica e come presidente
del Consiglio distituto di
una scuola media, ho seguito con
molta attenzione anche il contemporaneo
impegno dello Stato
a superare i culti ammessi,
ebraismo incluso, che in prima
battuta si era concretizzato con
la legge 449 del 1984. Legge che
regolava i rapporti con le chiese
cristiane rappresentate dalla Tavola
valdese, e prevedeva per i
non cattolici che linsegnamento
della religione cattolica (Irc) non
avrebbe avuto luogo in occasione
dellinsegnamento di altre materie,
n secondo orari con effetti
per loro discriminanti.
Facile immaginare la delusione
nel constatare che, secondo le
norme attuative del Concordato
stabilite dallIntesa tra il Ministero
della Pubblica istruzione
e la Cei, lIrc era stato invece
collocato allinterno dellorario
scolastico obbligatorio, con la
possibilit di non avvalersene
scegliendo tra alternative di valore
non equivalente. Ho deciso
subito di oppormi allapplicazione
della circolare attuativa ed
ho cercato una sponda alla quale
appoggiarmi; non avendo trovato
ascolto presso il mondo ufficiale
ebraico dellepoca (era in piena
trattativa con lo Stato per la sua
Intesa), lho inaspettatamente
trovata nelle pagine romane di
Repubblica, che pubblicizzavano
un incontro alla Facolt valdese
di teologia di Roma proprio su
questo specifico argomento. In
quellincontro nella grande sala
di via Pietro Cossa dove si riunirono
non pi di dieci persone 
cattolici di base, laici, evangelici,
insegnanti e unebrea  si posero
le basi romane del Comitato nazionale
Scuola e Costituzione,
che si  battuto per anni con
qualche notevole successo per
salvaguardare i principi costituzionali
nella scuola pubblica.
Per aumentare il numero dei sostenitori
alla nostra battaglia preparammo
un appello, pubblicato
questa volta sulle pagine nazionali
di Repubblica, che si concludeva
con un numero telefonico
per stabilire un contatto diretto.
Non avendo a disposizione n
una sede e tanto meno un telefono,
utilizzammo quello di Annamaria
e Sandro Masini, che allora
abitavano in casa degli anziani
genitori di lei, avendo cos la garanzia
di una presenza continua.
Con nostra grande sorpresa le
telefonate arrivarono a valanga,
tanto che il nostro gruppetto fu
costretto a fissare turni fino a tarda
sera per rispondere e registrare
nomi e proposte dei nostri interlocutori.
Fui io a rispondere alla
telefonata di Giovanni, una delle
prime: con limpeto che metteva
nelle cause che sposava, espresse
tutta la sua indignazione per il
mancato riconoscimento della
facoltativit dellIrc e si mise a 
nostra disposizione per il futuro.
I miei contatti diretti con lui ebbero
un nuovo impulso un paio
di anni dopo quando Anna Maria
Marenco, membro di Scuola
e Costituzione, mi mise in mano
una copia di Com-Nuovi Tempi.
La lessi da capo a fondo e gliela
restituii perch, pur avendola
trovata stimolante in molte sue
parti, mi aveva disturbata un articolo
di Giovanni Franzoni sul
conflitto israelo-palestinese.
Va bene difendere la causa dei
pi deboli  mi ricordo che pi
o meno le dissi cos  ma trovo
ingiustificabile uno scritto tanto
schierato da non poter essere
preso in seria considerazione.
Non dirlo a me, ribatt Anna
Maria, scrivi una lettera a Com-
Nuovi Tempi che sicuramente
pubblicher, e cos feci. Arriv
puntuale la risposta delautore
dellarticolo che mi invitava
ad un prosieguo del dibattito, al
quale naturalmente non mi sottrassi.
Lo scambio di lettere fin
con una telefonata dellallora direttore
Luca Maria Negro, che
mi propose di smettere di scrivere
missive e di collaborare invece
con la sua rivista per aggiungere
una voce ebraica a quelle di evangelici
e cristiani di base.
Inizi cos il mio amichevole e
duraturo rapporto con Giovanni,
del quale divenni compagna in
una redazione che egli coinvolgeva
in lunghissime discussioni
sugli argomenti che pi lo appassionavano,
dai quali era molto
difficile staccarlo. Accettai pi
volte i suoi inviti a parlare anche
del conflitto israelo-palestinese
alla Comunit di san Paolo, con
i suoi membri schierati massicciamente
da una parte sola ma
anche disposti ad ascoltare chi
come me era al fianco dei pi
deboli, senza per rinunciare a
vedere tutte le luci e le ombre di
quella complessa questione.
Per luscita del secondo dei quattro
libri che ho curato per le Edizioni
Com-Nuovi Tempi su argomenti
di cultura ebraica (era dedicato ai
Simboli ebraici), mi sembr naturale
rivolgermi a Giovanni nel
febbraio del 2000 per chiedergli
la postfazione, che egli intitol
Simbolo  comunicazione. La
riporto integralmente perch mi
piace ricordarlo con le sue stesse
parole, molto significative: La
conoscenza del mondo dei simboli
dellebraismo incuriosisce tutti
dal momento che il simbolo, per
natura sua,  riconoscibile solo
allinterno di una comunit che
trova in esso una identificazione.
La rottura dellintimit esoterica
per dare al simbolo una capacit di
comunicazione universale  indizio
di un nuovo atteggiamento umano.
La comunit tende a rendere
riconoscibili le proprie tracce dal
momento che sul nostro capo non
domina pi la paura dellaltro. La
comunit non si sente pi cacciata,
n cacciatrice, ma rende visibili
e attraversabili i propri percorsi su
questa terra che vorremmo trasformata
da giungla a convito. Per chi,
come lo scrivente, ha nella sua vita
una, ancora incompiuta, esperienza
monastica, il simbolo  richiamo
alla semplicit nella comunicazione.
Non dimentichiamo che monaco
piuttosto che solitario significa
unificato. Il monaco non
 un dispregiatore della comunit,
ma un sobrio dispensatore di segni.
Per questo tiene le mani sotto
lo scapolare, la lingua a freno, senza
pretese di conquista. La parola,
il gesto e lo sguardo acquistano
quindi il loro significato per i silenzi
che suppongono. Se lebraismo
rompe il silenzio sui suoi simboli
arcaici lo fa certo per comunicare
le ricchezze accumulate in un secolare
silenzio.
Riposa in pace, caro amico, che il
tuo ricordo sia di benedizione.


