LITURGIA. RITO ROMANO. 23esima Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A)  6 settembre 2026.

Don Gianni Carozza. 

Chi ti vuole bene non tace.

Matteo racconta la parabola della pecora smarrita in un modo diverso da Luca. Luca parla della pecora perduta, immagine di chi si  lasciato travolgere dal male; Matteo, invece, usa un verbo pi delicato: la pecora si  smarrita, ha perso lorientamento, ha imboccato una strada che la sta portando lontano. Non  una differenza da poco. Matteo non si concentra anzitutto sulla colpa, ma sul rischio di chi si allontana. Per questo, subito dopo la parabola, Ges parla della correzione fraterna. Tutto nasce da una convinzione che attraversa il Vangelo: il Padre non si rassegna a perdere nessuno. Il Padre vostro che  nei cieli non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.

 questa la luce che illumina il Vangelo di questa domenica. Viviamo in una cultura che ci spinge a pensare che ognuno debba badare soltanto a s stesso. La mia vita  mia, si dice spesso, quasi che le nostre scelte non abbiano conseguenze sugli altri. Eppure nessuno  unisola. La nostra vita  intrecciata con quella di tante persone e ci che siamo, nel bene e nel male, lascia sempre una traccia. Una parola pu incoraggiare o ferire, un gesto pu aprire una strada o chiuderla, una vita vissuta con autenticit rende tutti un po migliori, mentre lindifferenza e il male impoveriscono anche chi ci sta accanto.

Per questo la prima lettura presenta il profeta come una sentinella. La sentinella non  chi controlla gli altri, ma chi veglia perch nessuno corra verso il pericolo senza essere avvertito.  limmagine di una responsabilit che nasce dallamore. Se voglio bene a una persona, non posso restare spettatore quando vedo che sta prendendo una strada che la far soffrire.

Ges, per, ci mette in guardia da due errori opposti. Il primo  credere di avere sempre ragione e pensare di correggere gli altri con durezza, come se la verit potesse essere imposta. Il secondo  rifugiarsi nellindifferenza: Sono affari suoi.  la domanda di Caino: Sono forse io il custode di mio fratello? (Genesi 4,9). Tra questi due estremi Ges apre una strada diversa: quella della vicinanza, del dialogo e della pazienza.

Se il tuo fratello commette una colpa, va e parlane con lui, da solo. Colpisce la discrezione di Ges. Non invita a umiliare, a esporre laltro davanti agli altri, ma a custodirne la dignit. Lo scopo non  dimostrare di avere ragione, ma salvare una relazione, guadagnare il fratello. Solo chi ama davvero trova il coraggio di dire una parola scomoda e, nello stesso tempo, il rispetto per attendere i tempi dellaltro.

Anche quando Ges dice: Sia per te come il pagano e il pubblicano, non invita a chiudere una porta. Basta ricordare come lui ha trattato i pagani e i pubblicani: li ha cercati, li ha ascoltati, si  seduto alla loro tavola. Se una persona continua a non ascoltare, non smette per questo di essere amata. Anzi,  proprio allora che ha pi bisogno di incontrare qualcuno che non perda la speranza su di lei.

Il Vangelo si conclude con parole che conosciamo bene: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. Non  una promessa riservata ai grandi raduni. Ges parla di una piccola comunit, di una famiglia, di due amici che scelgono di riconciliarsi, di persone che cercano insieme il bene, che pregano con un cuore solo, che si prendono cura luna dellaltra.  l che lui continua a rendersi presente.

Forse questo  il volto della Chiesa che il Vangelo ci consegna: non una comunit di persone perfette, ma di uomini e donne che non si rassegnano a perdere nessuno, che sanno correggere senza umiliare, attendere senza stancarsi, amare senza mettere condizioni. Perch agli occhi di Dio nessuna vita  senza valore e nessuno  mai cos lontano da non poter ritrovare la strada di casa.