Ranucci fuori da Report? Il vero terremoto in Rai  il rischio di perdere la trasmissione dinchiesta.

Tra accuse, narcisismi, bombe e vongole sgusciate, la vicenda Ranucci diventa a met tra un cinepanettone estivo, e una riflessione sul futuro di Report e sullautonomia della Rai dal potere politico.

Massimo Scaglioni.

La soap opera dellestate, venata di sfumature da cinepanettone se non ci fossero di mezzo 400 grammi di esplosivo, non  destinata a concludersi presto. Come tutti i feuilleton che appassionano ne vedremo ancora delle belle. Perch la decisione della Rai di indicare due giovani e brillanti giornalisti  Giulia Presutti, gi in forze alla redazione, e Daniele Piervincenzi  come sostituti di Sigfrido Ranucci alla conduzione di Report non pare scrivere la parola fine allo psicodramma del servizio pubblico. Proviamo a spiegare il perch, partendo proprio dai tratti psicologici dei protagonisti, che svelano molto della vicenda.

E partiamo da Sigfrido Ranucci. Conta poco, qui, quanto il giornalista e brand del programma sapesse dei traffici organizzati dallamico o ex amico Lavitola, che, in virt di una psicologia decisamente pi vischiosa, gli avrebbe fatto piazzare la bomba sotto casa, una bomba damore, come lha definita Paolo Mieli, che conosce entrambi. Il problema di Ranucci  si essersi totalmente identificato non solamente nel programma, ma nel giornalismo dinchiesta tout court: Report cest moi (Report  mia).

Da qui il commento sulla scelta dei suoi eredi, Presutti  che per altro lavora con lui al programma da anni  e Piervincenzi: al mio posto sono state scelte due persone che mortificano le professionalit che per 30 anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico. Basterebbe questo commento cos ingiusto e livoroso, assieme ai post nei quali si paragonava a Falcone, Borsellino o Aldo Moro, per dirci che Ranucci non ha, in questo momento, lequilibrio e la credibilit per guidare la principale trasmissione dinchiesta della Rai.

Lunga vita a Report, ha commentato un po sibillinamente Milena Gabanelli, che la trasmissione ha fondato, trentanni fa. Ed infatti, in gioco, c la sopravvivenza di Report. Che piaccia o meno, nella sua formula originale che importava o inventava il giornalismo dinchiesta realizzato da videomaker freelance, o in quella ranuccizzata, talvolta pi simile alla gogna tele-populista delle Iene, Report  un tassello dellidentit della Rai. Molti spettatori, anche di diverse generazioni, pensano che il giornalismo dinchiesta, lattivit di debunking, di smontaggio delle fake news, la seriet dellapprofondimento super partes, cane da guardia dei poteri tutti in nome dei cittadini, sia uno degli elementi essenziali che fondano lesistenza del servizio pubblico.


E, su questo punto, dalle psicologie e dai narcisismi personali dovremmo fare un passo in avanti, verso qualche ragionamento di sistema. La storia e il prestigio di Report presso gli spettatori andrebbero salvaguardati. E normale che un editore, anche un editore di servizio pubblico come la Rai, possa decidere la sua linea, senza che il coro polarizzato delle avverse tifoserie la metta continuamente in questione. Sarebbe bello vedere ripartire Report a novembre, con Presutti e Piervincenzi a guidare una redazione di interni e freelance con la serenit necessaria.

Sarebbe anche bello che la politica, finalmente, elaborasse un sistema di governance della Rai che le assicurasse quellindipendenza e autonomia che  richiesta dal regolamento dellUnione Europea che si chiama European Media Freedom Act, requisiti del tutto disattesi dalla nostra legge.

Ma mi rendo conto che, come spesso accade in Italia, le cose andranno probabilmente al contrario rispetto a quanto vorrebbe la razionalit e un minimo senso del bene comune. Dunque sediamoci sui nostri divani pronti a goderci le nuove puntate di questo inatteso cinepanettone estivo condito di bombe e vongole sgusciate.
