CINEMA, TV. Non sono solo cinema, sono spazi di vita: la sfida delle Sale della Comunit ai tempi degli algoritmi.

Contro la solitudine degli schermi e la visione guidata dagli algoritmi, le Sale della Comunit rilanciano la loro vocazione: accogliere tutti, formare lo sguardo e diventare luoghi in cui le generazioni si incontrano.

Luca Cereda.
La pandemia  ormai lontana nel tempo, ma non del tutto archiviata nella memoria. Ha lasciato paure, abitudini diverse, un rapporto nuovo con gli spazi condivisi. Eppure, nelle Sale della Comunit, quel tempo sembra aver prodotto anche una consapevolezza: il valore di un luogo non dipende soltanto da ci che vi accade, ma dalla possibilit stessa di incontrarsi.

 da qui che parte don Gianluca Bernardini, presidente di Acec-SdC, lAssociazione Cattolica Esercenti Cinema-Sale della Comunit, nel raccontare il volume fotografico Sale della Comunit: lo spazio in vita, promosso dallAcec e edito da studiofaganel, che sar presentato il 9 settembre nellambito dell83esima Mostra Internazionale dArte Cinematografica della Biennale di Venezia.

Il libro, attraverso gli scatti della fotografa Margherita Mirabella, racconta circa trenta Sale della Comunit italiane. Luoghi diversi per storia, architettura e territorio, ma accomunati da una caratteristica: non essere semplicemente contenitori di spettacoli, bens spazi abitati da persone, relazioni, passioni, esperienze. Un cinema di paese, un teatro parrocchiale, una sala in una grande citt possono avere dimensioni e forme differenti, ma conservano una medesima vocazione.

Don Bernardini, lo scorso anno parlavamo della capacit delle Sale della Comunit di ricostruire un rapporto di fiducia con il pubblico dopo la pandemia. Oggi possiamo dire che quella stagione  davvero alle spalle?

Non possiamo dire che la pandemia sia stata completamente archiviata. Rimane nella memoria di tutti. Ma siamo certamente lontani da quel tempo. Le persone sono tornate ad abitare le sale, a frequentarle, e questo vale non soltanto per il cinema, ma anche per le attivit culturali, il teatro e gli eventi. Abbiamo visto una grande partecipazione sia da parte del pubblico affezionato, che  tornato magari dopo diverso tempo, sia da parte di nuovi pubblici che hanno intercettato le nostre proposte.

Credo che le nostre sale abbiano fatto tesoro di quellesperienza. La pandemia aveva evidenziato paure, solitudini, fragilit e aveva in qualche modo indebolito quel senso di comunit di cui tutti avvertivamo il bisogno. Le Sale della Comunit hanno provato a rispondere proprio a questo. Sono tornate a essere spazi di vita, luoghi vivi, abitati.


 un concetto che ritorna anche nel titolo del volume: lo spazio in vita. E forse  proprio questa vitalit che le fotografie di Margherita Mirabella riescono a raccontare meglio dei numeri.

 esattamente cos. Quando si sfoglia questo volume non si vedono semplicemente dei fermi immagine statici. Si vede la vita che abita questi spazi. Si sentono, quasi, le persone che ci entrano, quelle che dedicano tempo e lavoro alle sale, i volontari, gli spettatori che cercano un momento di svago ma anche di incontro, riflessione e condivisione.

Per questo dico che queste fotografie non sono soltanto da vedere, ma anche da sentire. Anche quando una sala  vuota, quelle immagini restituiscono una presenza. Alcune fotografie possono certamente colpire per la bellezza degli edifici, per la loro architettura, per la storia che raccontano. Ma, guardandole con attenzione, si riconosce soprattutto una vitalit.

E si vede anche quanto sia stato fatto in questi anni per rinnovare molte strutture, grazie ai contributi del ministero, ai bandi regionali e agli investimenti delle stesse realt locali. C' una freschezza nuova, anche tecnologica e architettonica. Ma soprattutto c' la sensazione che questi luoghi siano stati curati perch possano continuare a essere vissuti.

Il libro racconta realt molto diverse tra loro. Che cosa le accomuna?

Le accomuna una stessa capacit di adattarsi e di continuare a rispondere alle esigenze delle persone. Una Sala della Comunit non  semplicemente un luogo dove si proietta un film. La sua storia nasce dalla polifunzionalit e quella vocazione non  mai venuta meno.

In questi anni abbiamo accettato la sfida dei tempi cercando spettacoli cinematografici ma anche teatrali, eventi, occasioni aggregative. Le sale sono state capaci di raccogliere esigenze non sempre espresse, a volte persino soltanto intuite, e il pubblico ha risposto.

La polifunzionalit  nel nostro Dna. Siamo nati cos: come luoghi capaci di utilizzare molteplici linguaggi artistici per dare una risposta anche alle domande di senso che gli uomini e le donne di oggi si pongono e non sempre riescono a esprimere.

In questo senso la Sala della Comunit sembra assumere una funzione particolare in un'epoca nella quale ciascuno vive circondato da schermi.

Oggi siamo immersi in una molteplicit di schermi. Ciascuno di noi pu trovare continuamente immagini, informazioni e contenuti. Ma lo schermo della sala  diverso: ti apre verso un mondo, ti aiuta ad allargare l'orizzonte, non a chiuderlo dentro una visione.

Il cinema pu aiutare ad aprire la mente e anche il cuore verso realt che non avremmo mai immaginato. E questo vale soprattutto oggi, quando tutti pensano di essere informati e formati su tutto. Una Sala della Comunit pu aiutare invece a fermarsi, a porsi domande, a mettere in discussione ci che si tende a dare per scontato.

 una forma di educazione che non passa necessariamente attraverso una lezione. Passa attraverso uno sguardo, un racconto, un'immagine, una storia.  uno dei grandi valori che le nostre sale continuano ad abitare.

In questa prospettiva torna anche il tema dell'educazione dello sguardo, soprattutto per i pi giovani. E qui si apre una questione generazionale.

 decisiva. Un aspetto che emerge anche nel catalogo  proprio questo: molti di coloro che hanno iniziato ad abitare le Sale della Comunit lo hanno fatto da giovani. E, in alcuni casi, quella presenza  diventata poi volontariato, impegno, responsabilit.

Le realt che stanno ripartendo o che continuano a essere particolarmente attive sono spesso quelle in cui sono presenti giovani che hanno voglia di fare, di portare il proprio know-how, la propria freschezza e le proprie competenze.

Penso, per esempio, a realt in cui ragazzi giovanissimi lavorano accanto a persone che frequentano la sala da decenni.  un incontro tra generazioni che non viene semplicemente teorizzato: accade. Ci sono anziani che hanno custodito la sala per una vita e giovani che imparano da loro, ma nello stesso tempo portano competenze nuove, linguaggi nuovi, un modo diverso di guardare al cinema e alla comunicazione.

Questo per noi  un segnale importante. Vuol dire che queste strutture non sono spazi da archiviare, ma luoghi che possono ancora essere protagonisti del futuro.


Quindi il passaggio generazionale  una delle grandi sfide per le Sale della Comunit?

Sicuramente. Quando parliamo di futuro, dobbiamo parlare di giovani. Non possiamo accontentarci di fare bene quello che gi facciamo. Dobbiamo avere la capacit di coinvolgere le nuove generazioni, non soltanto come spettatori ma come protagonisti.

In questi anni Acec ha avviato collaborazioni con festival, istituzioni e progetti legati alla scuola. Sono esperienze importanti, ma dobbiamo fare di pi. Perch una struttura che ha una lunga storia pu continuare a vivere soltanto se trova persone capaci di raccoglierne la missione e allo stesso tempo di reinventarla.


E qui torna anche un'altra questione che avevamo affrontato nella nostra precedente intervista: la professionalizzazione. Quanto conta oggi, insieme al volontariato, avere competenze e figure capaci di costruire una proposta culturale?

Conta moltissimo. Il volontariato resta una delle ricchezze fondamentali delle Sale della Comunit, ma non possiamo pensare che basti l'improvvisazione. Una sala vive perch dietro una proiezione, un incontro, uno spettacolo c' un pensiero, una scelta, una capacit di leggere il territorio e di costruire una proposta.

La professionalizzazione va quindi di pari passo con il volontariato. Servono persone preparate, operatori culturali capaci di interpretare ci che sta accadendo, di capire quali sono le domande del pubblico, di intercettare nuovi linguaggi e nuove generazioni.

 anche una questione di fiducia. Il pubblico si affida alla propria sala quando percepisce che dietro una programmazione non c' soltanto un calendario, ma una proposta culturale. E pu arrivare anche a scegliere un film che non avrebbe scelto altrove, magari un'opera di un autore meno conosciuto o un film straniero sottotitolato, proprio perch si fida di chi lo sta proponendo.

Le Sale della Comunit sono spesso inserite dentro una parrocchia, ma allo stesso tempo si presentano come presidi culturali aperti a tutti. Come si tiene insieme questa identit?

 una delle nostre caratteristiche pi importanti. Le Sale della Comunit sono luoghi inclusivi: accolgono tutti. E proprio per questo possono avere un grande valore anche pastorale.

Non serve necessariamente essere frequentatori assidui della parrocchia per entrare in una Sala della Comunit.  uno spazio di prossimit, di relazione, di condivisione. Anche il cardinale Zuppi, nel suo contributo al volume, sottolinea questo valore.

Per la comunit cristiana  una possibilit concreta di vivere quella Chiesa in uscita di cui tanto abbiamo parlato. Non rinchiudersi, ma essere presenti nel mondo. Non aspettare che le persone arrivino, ma creare occasioni per incontrarle.

La Sala della Comunit pu essere come quel piccolo seme di senape del Vangelo: viene seminato, cresce con il tempo e porta frutto attraverso la cura. In questo senso  una struttura pastorale capace di rispondere molto bene alle esigenze del mondo di oggi.

E allora che cosa rappresenta, concretamente, questo volume?

 certamente una memoria, ma non una memoria da archiviare. Preferisco quasi chiamarlo un memoriale: qualcosa che, guardando ci che  stato, restituisce una realt che continua a vivere.

Le fotografie di Margherita Mirabella rendono visibile ci che tante ricerche, tante esperienze, tanti percorsi hanno cercato di raccontare nel tempo. Il volume restituisce una memoria fatta di persone, di volontari, di spettatori, di territori.

E proprio per questo non guarda soltanto al passato. Dice che queste sale sono ancora oggi spazi di vita, luoghi che hanno bisogno di essere accompagnati, curati e rinnovati.


Qual  allora la grande sfida dei prossimi dieci anni?

Guardare ai giovani. Non fermarsi dove gi siamo bravi e non accontentarsi dei risultati raggiunti. Queste strutture devono continuare a vivere e ad accompagnare le generazioni che verranno.

La nuova collaborazione che porter anche a Venezia Casa Giovani, insieme ad Anec e al ministero, dice proprio questo: mettere in campo una sinergia capace di rivolgersi ai pi giovani.

Quando parliamo di futuro parliamo di loro. E dobbiamo fare in modo che non siano soltanto spettatori, ma protagonisti.

Perch le Sale della Comunit possano continuare a essere quello che sono state e quello che, forse, oggi pi che mai hanno la possibilit di essere: spazi in vita, ma soprattutto spazi di vita.

Il volume Sale della Comunit: lo spazio in vita, promosso da ACEC-SdC e pubblicato da studiofaganel, sar presentato mercoled 9 settembre nell'ambito dell'83 Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Sar acquistabile a partire da quella data sul sito di studiofaganel.