Vi spiego io chi era davvero la mia antenata Lidia Pot.

Su Rai 1  partita  la prima stagione della serie La legge di Lidia Pot, liberamente ispirata alla storia della prima donna avvocato in Italia. Ma con molte licenze e... licenziosit. Daniela Trezzi, pronipote della pioniera del foro e dei diritti delle donne, e anchessa avvocata, ci racconta la vera storia...

Fulvia Degl'Innocenti.

E' approdata su Rai 1 la prima stagione della serie Netflix in sei episodi La legge di Lidia Pot diretta da Matteo Rovere, la storia romanzata della prima donna avvocato in Italia, interpretata da Matilda De Angelis nei panni di una giovane laureata in Legge a Torino che non pu esercitare lavvocatura in quanto donna.

Per fare luce su chi fosse veramente Lidia Pot, passata alla storia come la prima donna ammessa alla carriera di avvocato, abbiano parlato con Daniela Trezzi, sua pronipote dal ramo paterno, e anchessa avvocata. Di una cosa sono senzaltro grata alla serie di Netflix esordisce Daniela Trezzi, che finalmente la memoria di una grande donna come Lidia Pot non sia solo confinata ai ricordi di famiglia, ma che sia venuta alla luce. Ma in quanto al ritratto che ne d, beh,  assolutamente lontano da quello che  stata davvero la mia antenata.

Andiamo per ordine e ricostruiamo il grado di parentela che c tra Daniela Trezzi, avvocata civilista, che di secondo nome fa proprio Lidia, e Lidia Poet.

Lidia Pot non si  mai sposata, ma aveva un legame speciale con i due figli della sorella Catherine, Ulisse, lanima inquieta della famiglia, come gi il nome faceva presagire, e Anna. Ulisse, a sua volta, ebbe due figli, Carlo e Lidia, questultima nonna paterna di Daniela.

Lidia non lho conosciuta, continua Daniela Trezzi, perch  morta a 94 anni, nel 1949, otto anni prima che io nascessi. Mentre ho avuto un bel rapporto con Anna, che noi bambini chiamavamo Tanta Na. Anche lei non si era mai sposata e aveva vissuto un po allombra di Lidia, accompagnandola nei suoi numerosi viaggi in Europa, dove partecipava a importanti congressi sui diritti delle donne, dei bambini e dei carcerati. E ci raccontava quelle che, agli occhi di noi bambini, erano grandi avventure. E mio padre Fernando, anchegli laureato in Giurisprudenza, ci parlava con orgoglio di Lidia, come di un modello da seguire. Ricordatevi, diceva a me e a mia sorella, da chi discendete. In effetti, quando fu il momento di scegliere la facolt universitaria, ero in bilico tra Giurisprudenza e Medicina: mia madre era un medico e, curiosamente, anche Lidia Pot, quando, con il sostegno della sua famiglia di religione valdese, decise, dopo la scuola per diventare maestra, di continuare gli studi, fenomeno assolutamente eccezionale per lepoca, inizialmente opt per la facolt di Medicina. Ma entr subito in contrasto con Lombroso, che era unautorit a Torino, ma era profondamente maschilista. Quindi cambi facolt, con lintenzione poi di andare a lavorare con il fratello, che era gi avvocato.

E infatti, dopo la laurea, con una tesi su sulla condizione femminile nella societ e sul diritto di voto per le donne, si iscrisse allalbo degli avvocati, fino a quando il procuratore generale di Torino contest la possibilit per le donne di esercitare lavvocatura e Lidia Pot fu espulsa, malgrado il suo ricorso. Collabor con il fratello e solo nel 1919, quando fu promulgata una legge che apriva alle donne laccesso a diversi settori della pubblica amministrazione oltre ad alcune libere professioni come lavvocatura, fu reintegrata nellordine degli avvocati.

Era una legale di fiducia della famiglia Agnelli. Giovanni le fece realizzare un ventaglio con dipinte scene di unaula di tribunale. E dispose che sarebbe andato alla prima donna della famiglia che avrebbe seguito le sue orme diventando avvocata.

E cos  finito nelle mie mani, insieme a tanti altri suoi cimeli, come la penna stilografica in oro che i genitori le regalarono per la laurea, lo scrittorio dove mio padre e poi io abbiamo studiato un settimino con i cassetti per i documenti; scialli, lettere, cartoline, i suoi libri. E mi  caro un altro suo ricordo: un piccolo quadro che raffigura un angelo, lunico oggetto di sua propriet che si salv dal rogo della casa dal mare della contessa Lopopolo, sua grande amica, che la ospitava spesso a Diano Marina e a Mentone. Alcuni di questi oggetti li ho prestati alla biblioteca di Pinerolo, che ha allestito una piccola mostra permanente dedicata a Lidia Pot.

Tornando alla serie TV, quando la famiglia ha scoperto che si stava girando, ha provato a offrirsi come consulente.  stato mio figlio, anche lui avvocato con studio a Londra e negli Stati Uniti, a farsi vivo, ma non ha avuto nessun riscontro. Dopo la prima stagione, per, siamo riusciti a farci ascoltare dalla produzione, che ha accolto alcuni nostri suggerimenti, come rendere evidente che fosse di religione valdese e che venisse dalla Val Germanasca. L, in quella che fu la sua casa, c una targa in legno che la ricorda. Cos come, ad esempio, al tribunale di Torino c una coppia in sua memoria.

Sono usciti anche tanti libri e, a chi vuole approfondire la sua figura, consiglio senza dubbio quello di Alberto Nicotina, Lidia Poet e le prime avvocate, edito da Bollati Boringhieri. E voglio chiudere questo mio ricordo sottolineando che Lidia Pot non fu solo la prima donna avvocato, ma una paladina dei diritti, che lottava per riforme che arriveranno poi molti anni dopo: listituzione di un tribunale dei minori, il voto alle donne,il divorzio, lequiparazione dei figli legittimi a quelli naturali, la riduzione delle ore di lavoro per i ragazzi, il voto alle donne ma anche la necessit che fossero educate, in modo da poter scegliere cosa votare con la propria testa.

Non si spos mai anche perch la legge le avrebbe imposto di sottostare allautorit maritale, e quello che voleva essere pi di tutto era una donna libera.