Tra i fiumi in piena del Tibet e del Nepal, la voce di un Papa che dallAngelus non abbandona nessuno.

Nell'Angelus del 30 agosto Leone 14esimo affida al cielo le vittime dell'alluvione tra Nepal e Tibet, chiedendo che la solidariet di tutti raggiunga chi ha perso ogni cosa.

Sono le luci calde di una domenica di fine agosto, quella che sui calendari liturgici segna ancora l'estate ma che nell'aria di Castel Gandolfo porta gi l'odore dell'autunno che avanza. Papa Leone 14esimo recita lAngelus in piazza della Libert, dal portone del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo, e le sue parole, oggi, hanno il peso di chi guarda insieme al cielo e alla terra: da un lato il Vangelo che racconta di un Messia che deve morire, dall'altro un mondo che in questi giorni di fine estate 2026 continua a contare le sue vittime, tra le montagne dell'Himalaya e le colline sopra Port-au-Prince.

Il commento al Vangelo del giorno - il capitolo sedicesimo di Matteo, quello in cui Ges annuncia per la prima volta ai suoi discepoli che dovr andare a Gerusalemme, soffrire, essere ucciso e risorgere il terzo giorno -  il cuore teologico della riflessione domenicale. Ma  anche, nelle parole del Pontefice, uno specchio in cui ciascun credente pu guardarsi. Pietro, che poco prima ha professato la sua fede riconoscendo in Ges il Cristo, il Figlio del Dio vivente, si ritrova ora spiazzato, quasi tradito nelle sue attese. "Dio non voglia, Signore, questo non ti accadr mai", dice, rimproverando il Maestro.  il gesto di chi ama sinceramente, spiega Leone 14esimo, ma non ha ancora compreso che la salvezza del mondo non passa per la potenza bens per la croce.


In questo scarto tra ci che si vorrebbe da Dio e ci che Dio effettivamente propone, il Papa individua una lezione che attraversa i secoli e arriva dritta a oggi: non  sempre facile capire e accettare le vie di Dio, specialmente quando sono molto lontane dalle nostre.  una frase che, pronunciata in un'estate di alluvioni, stragi e migrazioni forzate, suona meno come esercizio esegetico e pi come una confessione condivisa con la piazza. Da Pietro il Pontefice trae un duplice insegnamento: non interrompere mai il dialogo con Dio, portandogli con fiducia anche l'incomprensione; e insieme non giudicare mai il suo agire, ma ascoltarlo nella preghiera con umilt, anche - anzi soprattutto - quando disattende le previsioni umane. Una docilit che Pietro conquister solo nel tempo, fino al martirio finale, fedele alle parole di Cristo che ha riconosciuto come suo redentore per tutta l'esistenza.

Poi la voce del Papa cambia registro, e con essa cambia geografia. Dal Vangelo si passa alla cronaca, dalla teologia alla carne viva della storia. Le prime parole sono per Haiti, per notizie drammatiche di un grave massacro: il riferimento, pur senza essere nominato per esteso nell'Angelus,  alla mattanza compiuta nei giorni scorsi a Kenscoff, la cittadina agricola arroccata sulle colline sopra Port-au-Prince, dove secondo i bilanci diffusi in questi giorni dalle agenzie internazionali le vittime accertate sono decine, con altrettante persone ancora nelle mani delle bande armate e migliaia di sfollati. Leone 14esimo chiede che vengano rilasciati senza indugio tutti gli ostaggi e rivolge un accorato appello ai responsabili affinch si impegnino concretamente per garantire la sicurezza della popolazione e porre fine a ogni forma di violenza. Parole misurate, quasi sommesse, ma che arrivano in un momento in cui il Consiglio di sicurezza dell'ONU discute apertamente della perdita di controllo dello Stato haitiano su larga parte del territorio, mentre il Paese si prepara, tra macerie e paura, alle prime elezioni generali in oltre un decennio.

Poche righe pi avanti il pensiero del Papa attraversa mezzo mondo per fermarsi tra Nepal e Tibet, dove un'alluvione improvvisa, scatenata secondo le prime ricostruzioni degli esperti dal collasso di una massa glaciale in alta quota, ha travolto interi villaggi lungo il confine himalayano, lasciando dietro di s centinaia di morti e migliaia di dispersi, tra cui numerosi stranieri in trekking verso i luoghi di pellegrinaggio della regione.  una tragedia di cui la Santa Sede si era gi fatta carico nei giorni precedenti, con un contributo economico inviato tramite la Nunziatura apostolica e affidato a Caritas Nepal per le necessit pi urgenti delle famiglie rimaste senza casa. Questa domenica il Papa rinnova la sua preghiera per chi ha perso la vita, per i feriti e i dispersi, per le famiglie e per i soccorritori, augurandosi che la sollecitudine di tutti possa alleviare le sofferenze e recare gli aiuti necessari a una popolazione gi segnata da giorni durissimi.


C' poi, cucito dentro lo stesso afflato, un richiamo alla pace che si fa quasi aforisma, mutuato da un'immagine di Sant'Agostino, la cui memoria liturgica  caduta proprio in questi giorni: la pace paragonata al pane della moltiplicazione, che cresceva nelle mani dei discepoli mentre lo spezzavano e lo distribuivano. Un'immagine che il Papa rilancia come augurio e come programma, perch nel mondo aumentino quanti con coraggio spezzano e distribuiscono il pane della pace, superando le divisioni, promuovendo la giustizia, praticando il perdono.

Segue, in un passaggio pronunciato in inglese, il richiamo alla Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, che apre quest'anno il cosiddetto Tempo del Creato osservato dalle Chiese cristiane di diverse denominazioni. Il tema scelto, l'acqua viva, risuona in modo quasi involontario con le cronache di questi giorni, tra i fiumi in piena dell'Himalaya e la fragilit di un pianeta che il Papa invita a custodire con una conversione del cuore, perch ci che finora  stato usato per la distruzione possa invece essere orientato verso la vita.

Infine, come ogni domenica, la piazza riprende voce e volto: i saluti ai pellegrini di Castel Gandolfo, ai partecipanti della manifestazione benefica Run to Rome, ai giovani reduci dal cammino itinerante della Via Lucis, ai devoti della Madonna dei Miracoli di Corbetta, ai motociclisti riuniti per il loro raduno annuale. Un ringraziamento alle forze dell'ordine che hanno vegliato sul soggiorno estivo pontificio, prima del congedo affidato, come sempre, a Maria, che - ricorda il Papa chiudendo il cerchio aperto con il Vangelo di Pietro -  stata obbediente ai disegni di Dio fin sotto la croce del suo Figlio Ges.

Tra un Vangelo che parla di croci da accettare e una cronaca fatta di alluvioni e massacri, l'Angelus di oggi restituisce l'immagine di una Chiesa che non separa la fede dalla storia: la stessa domanda che Pietro rivolge a Ges duemila anni fa - perch il male, perch la sofferenza, perch non basta la potenza a salvare il mondo -  la domanda silenziosa che la piazza porta con s mentre si scioglie sotto il sole di fine agosto, tra le notizie di Kenscoff e quelle del Bhote Koshi.