OPINIONI.

PERSONAGGI E INTERPRETI. ANCHE PER IL CENTRO STA ARRIVANDO LORA DELLA VERIT, di SEBASTIANO MESSINA.

Azione, il Partito liberaldemocratico e Ora! hanno il potenziale ma faticano a unirsi.

La politica italiana si sta allontanando dal centro proprio nel momento in cui gli elettori sembrano averne pi bisogno. A destra larrivo di Roberto Vannacci ha gi prodotto il suo primo risultato. Non sappiamo ancora quanti voti prender, ma sappiamo che sta cambiando le parole degli altri. Quando sulla frontiera estrema compare un concorrente, infatti, una coalizione smette di preoccuparsi dei moderati che potrebbe conquistare e comincia a inseguire i radicali che teme di perdere. Il caso di Ceuta, con la destra risucchiata sul terreno dellidentit e dei confini trasformati in una trincea, ci ha mostrato dove pu portare questa gara. 

Dallaltra parte si prepara un movimento uguale e contrario. Se Alessandro Di Battista tornasse davvero con un suo partito, il campo largo si ritroverebbe con un nuovo concorrente populista, pacifista fino allambiguit sullUcraina e apertamente ostile allOccidente, che spingerebbe a inseguirlo chi  gi su quel crinale. Il risultato  prevedibile: mentre ciascuno dei due schieramenti crede di difendere il proprio confine, entrambi si allontanano dal centro.

 qui che pu riaprirsi la questione moderata. Non si tratta di riesumare la Democrazia cristiana, n di immaginare un popolo immobile che da trentanni aspetta pazientemente il partito giusto. Si tratta di elettori europeisti, allergici ai sovranismi e ai massimalismi, convinti che lUcraina debba essere difesa, che il riarmo nazionale serva a scoraggiare la guerra e non a prepararla, che il debito non sia denaro gratis e che governare significhi scegliere, anche quando le scelte costano. Elettori che rischiano di sentirsi sfrattati dalla destra e indesiderati dalla sinistra.

Sulla carta c gi chi si candida a raccoglierli, al di fuori dei due poli. Azione, il Partito liberaldemocratico e Ora! presidiano esattamente questo territorio. Sono europeisti, atlantisti, favorevoli al nucleare, ostili al populismo e convinti che lItalia non possa continuare a finanziare ogni promessa con altro debito. Il guaio  che il loro accordo finisce qui.

Calenda pensa a uno Stato forte, capace di guidare la politica industriale, proteggere i settori strategici e aiutare le imprese che possono competere. Marattin immagina invece uno Stato pi leggero, con meno tasse e meno bonus, pi concorrenza e riforme liberali graduali. Boldrin si spinge molto pi avanti: vuole tagliare i sussidi e la spesa pensionistica e smontare le protezioni con le quali la politica compra il consenso degli elettori.

Non sono differenze da convegno. A complicare tutto ci sono poi tre leadership ingombranti. Calenda vuole costruire una forza di governo immediatamente riconoscibile; Marattin un partito liberale aperto e contendibile; Boldrin una rottura netta con il professionismo politico. Tutti temono che lunit possa annacquare la loro identit. Ma separati rischiano di salvare lidentit e perdere gli elettori, perch sommando tre debolezze non si ottiene automaticamente una forza. Servono un programma comune, una leadership scelta con regole credibili e soprattutto la capacit di distinguere ci che  irrinunciabile da ci che pu essere mediato. Altrimenti lo spazio aperto da Vannacci e Di Battista rester vuoto. O, pi probabilmente, sar occupato dallastensione.

Il centro italiano conosce bene questa malattia: ha sempre avuto pi generali che soldati. Oggi avrebbe finalmente una ragione per esistere e un elettorato disposto ad ascoltarlo. Gli manca soltanto la cosa pi difficile: la capacit di stare insieme.


