CULTURA.

AVANGUARDIE. A ZANZIBAR UNA GENERAZIONE DI GIOVANI VISIONARI STA RIDISEGNANDO COL SUO TALENTO LA CREATIVIT DELLA TANZANIA, di MARGHERITA MARVASI.

Pittori, fotografi, designer, stilisti. Autodidatti per necessit, artisti per urgenza.

Oltre i resort di Nungwi e le spiagge da cartolina che saturano i feed di Instagram, c unaltra Zanzibar che non si concede al turismo di massa. Bisogna infilarsi nel labirinto di Stone Town, tra lumido dei muri di corallo e lodore forte del caff corretto allo zenzero, per incontrare una generazione, colma di talento artistico, che sta riscrivendo le regole del gioco. 

Hanno tra i ventisei e i trentatr anni. Non hanno frequentato le accademie di Londra o Parigi, non hanno alle spalle curriculum accademici o galleristi influenti. Molti di loro sono nati e cresciuti in queste stesse stradine strette e polverose, eppure addosso hanno una naturalezza e uno stile che sembra rubato alle capitali della moda. Sono designer, fotografi, pittori, musicisti. Autodidatti per necessit, artisti per urgenza. 

La loro  unestetica pulita, vibrante, nata dal recupero, dal riciclo e da unostinata forza di volont. C chi trasforma vecchi sacchi di juta e tessuti locali in capi dalta moda, chi cattura con lobiettivo la luce violenta sulle facciate decadenti dellex protettorato britannico, e chi fonde i ritmi tradizionali del Taarab con lelettronica e lafrobeats, creando colonne sonore che gi viaggiano sul web ben oltre i confini dellarcipelago. Il simbolo pi luminoso di questo rinascimento silenzioso  Zara: partita da queste spiagge, oggi sfila per brand internazionali e il suo volto  approdato sulle pagine di Vogue. Non  solo una storia di riscatto, ma la dimostrazione che il centro di gravit della creativit globale si sta spostando. Questi ragazzi evitano lo sguardo paternalistico dellOccidente, pur non accontentandosi del ruolo di artisti locali per turisti in cerca di folklore: hanno fame di palcoscenici internazionali, di sfilate a New York, mostre a Milano, festival a Berlino. E a giudicare dallenergia,  solo questione di tempo.

Cammina con il mondo gi in tasca, Makalwe Henry Nicholaus. La prima volta che lo incontri  in mezzo alla calca, in jeans e camicia bianca   capisci che tutta la luce della strada converge su di lui. E quando si muove per Stone Town, gli sguardi si voltano quasi per forza dinerzia: fascino irresistibile e magnetismo di chi sa esattamente dove vuole arrivare. La sua scuola di moda sono stati i mitumba, i cumuli di vestiti usati che da bambino aiutava la madre a vendere per strada. Quando a diciannove anni il padre ha provato a incanalarlo nellesercito, Makalwe ha scelto la fuga. Da Dar es Salam  scappato a Zanzibar, con il sogno di entrare nel mondo dello spettacolo. Per sopravvivere si  comprato una macchinetta per i popcorn e si  messo allangolo della strada: cinque, dieci dollari al giorno, per non farsi piegare dalla nostalgia. Poi, la svolta da film: una donna lo nota, ne intuisce il potenziale e lo lancia sulla passerella di una sfilata di lusso in un grande albergo dellisola. Quella sera lo vogliono tutti. Nel giro di due anni viene eletto miglior modello della Tanzania. Ma il successo effimero della moda non riempie le tasche, e allora Makalwe torna in strada a vendere vestiti usati. Solo che stavolta sui capi ci mette le mani, li modifica, ne corregge i tagli, studia le reazioni dei clienti. Risparmia per tre anni e apre la sua boutique. Il suo brand, M2MOKO,  lo specchio di questa parabola. Lo stile  pulito, grafico, di una raffinatezza sartoriale impeccabile, cucito da un team di artigiani locali che traduce in stoffa la sua visione. Un suo completo giacca-pantalone costa intorno ai duecento dollari: ma  unenormit per leconomia locale. Nessuno mi amer mai come mi amo io, dice con un sorriso allegro. Il suo obiettivo ora  il mondo: portare il suo brand sulle passerelle, per poi tornare a Zanzibar e insegnare ai ragazzi dei vicoli che la bellezza, se unita a determinazione,  unarma devasione di massa. 

Se la moda di Makalwe  il corpo di questo rinascimento, lo sguardo di Mahad Said ne  lanima visiva. Trentadue anni, Mahad  uno di quegli spiriti irrequieti che non possono essere contenuti da nessun percorso predefinito: a diciassette lascia la scuola per imparare larte dellintaglio del legno. Diventa bravo, ma la materia solida non basta a placarlo. Passa alla bottega di un sarto, perch i vestiti che desidera indossare non esistono ancora nei negozi, deve cucirseli da solo. Il suo stile  un miracolo di eclettismo e rigore. Mahad sa muoversi tra le montagne di vestiti del mercato dellusato: scova pezzi dimenticati, li modifica, li adatta al suo gusto raffinato che guarda alla moda internazionale. Nel suo radar ci sono il taglio pulito e classico di Armani e le geometrie di The Row, che lui declina in chiave personale, mescolando mocassini eleganti a piccoli tocchi eccentrici.  proprio lossessione per lestetica a portarlo dietro lobiettivo. Per sei anni la fotografia diventa la sua ragione di vita. Comincia grazie a un amico che gli presta la macchina e gli insegna i segreti di composizione e post-produzione. Mahad assorbe ogni cosa, fino a trovare una voce visiva tutta sua. Senza un sito web, usando Instagram come galleria sul mondo, Mahad inizia a fotografare le creazioni del suo amico Makalwe.  la scintilla che accende tutto. I brand locali si accorgono di quella firma visiva cos potente e iniziano a cercarlo. Le sue foto sono quadri: bellissime modelle locali vestite con abiti dai colori ipersaturi che squarciano lo sfondo decadente e struggente dei muri scrostati di Stone Town e il caos dei mercati. Mahad non si limita a scattare;  un regista totale. Cura lintera produzione: sceglie i volti, scova le location, decide le luci, la composizione, il make-up delle modelle. Il risultato  un immaginario unico che pesca nelle sue radici, traducendo la cultura locale in un linguaggio editoriale contemporaneo. Attraverso il suo obiettivo, Zanzibar smette di essere un fondale esotico e diventa una passerella davanguardia a cielo aperto. 

Se Makalwe  il corpo e Mahad lo sguardo di questa rivoluzione, Mickidad Raymond, aka Micky, ne  il tormento e la materia. Ventisei anni, nato a Mwanza, sulle rive del Lago Vittoria, Micky  uno che ha barattato il sonno con la pittura. Si definisce contemporary visual artist, ma per capire da dove viene la sua ossessione bisogna riavvolgere il nastro a quando, a diciassette anni, ha lasciato la scuola con le mani gi sporche di carboncino. La sua accademia  stata la bottega di un autore di murales nella sua citt natale. Imparato il mestiere,  fuggito a Dar es Salaam. L si  messo a dipingere le insegne delle botteghe e ha affittato un fazzoletto di marciapiede sulla strada principale. Per attirare i passanti dipingeva i ritratti delle popstar tanzaniane. Poi, a ventun anni, la chiamata di un amico lo porta a Zanzibar. Passa un anno a dipingere a cottimo in una bottega sulla spiaggia per quindici dollari a tela. Ne sforna tre al giorno. Micky inventa qualcosa che sullisola non si  mai visto: enormi ritratti di donne in bianco e nero, su cui applica squarci di tessuti locali, spezzando il monocromo con la texture della realt. Oggi quella scommessa lo ha portato fuori dalla strada. Ha la sua galleria a Stone Town e le sue tele sono passate da diciotto dollari a quotazioni dai mille in su. Ma il successo non ha cambiato i suoi demoni: Micky dipinge ancora di notte, quando la citt vecchia tace e restano solo i volti delle sue donne a fargli compagnia. Ora guarda oltre loceano: vuole lestero, ma non per rincorrere le quotazioni. Cerca la libert dalle pressioni del mercato, lunico spazio in cui un autodidatta della strada pu continuare a esplorare, leggere, diventare grande. 

E poi c Lenny Ligweje, in arte Vaazi, la mente visionaria e cosmopolita. Ventinove anni, nato e cresciuto nel caos febbrile di Dar es Salaam, Vaazi non  solo un designer:  un direttore creativo e uno stylist che ragiona con i codici del futuro. La sua  la storia di unaudacia precoce. A sedici anni, con nientaltro in mano se non un blocco di bozzetti, bussa alla porta di Ally Rehmtullah, uno dei nomi pi celebri della moda tanzaniana. Rehmtullah sfoglia quei disegni, intuisce la genialit e lo assume. Da quel momento, lascesa di Vaazi  verticale: il suo stile eclettico conquista la scena culturale di Dar es Salaam e in pochi anni il suo nome circola fino in Sudafrica, dove viene chiamato per importanti produzioni. Ma  Zanzibar a dargli la terra fertile. Sullisola, Vaazi diventa punto di riferimento per le produzioni internazionali, gancio culturale per brand e riviste. I suoi lavori da stylist finiscono sulle pagine di Vogue Italia e su testate di culto dallAustralia alla Corea del Sud. Due anni fa, il coronamento della sua visione: assieme al fratello apre una boutique a Paje, sulla costa est dellisola, e lancia il suo brand, Mnasi. Qui la moda si fa filosofia: i tessuti sono organici, le silhouette fluide, prive di genere, strutturate secondo unestetica afro-futuristica che sembra uscita dai set di Dune. Il suo sogno  ora la creazione di un Ecosystem Retreat nellentroterra della Tanzania, un santuario nella natura selvaggia dove artisti e viaggiatori possano condividere pace e bellezza. La dimostrazione che la nuova onda creativa di Stone Town non punta solo a conquistare il mondo, ma ha lambizione di ridisegnare il modo in cui lo abitiamo.

Perch la loro forza non sta solo nel talento, ma in un senso di comunit quasi commovente. Questi ragazzi hanno capito che lunica via per emergere  lalleanza: mentre si aiutano a vicenda, prestandosi vestiti e attrezzature, sognano insieme a voce alta. Una solidariet che trasforma la pietra antica di Stone Town in un laboratorio da pionieri. In cui mancano le donne,  vero: in una societ conservatrice come quella zanzibarina, laffrancamento  una scalata ancora dura. Ma la strada, anche per loro,  tracciata.