CULTURA.

BUIO IN SALA. CHE SPETTACOLO LO SLASHER QUEER, di FABIO FERZETTI.

Camp Miasma  una cascata di invenzioni, intelligenzae divertimento. Una bella conferma per la regista Jane Schoenbrun.

Il serial killer si chiama Little Death, dal francese petite mort, che  un modo insieme colto e gergale per definire lorgasmo. Prende di mira giovanissimi pi o meno impegnati in attivit amorose, naturalmente, e nessuno lo ha mai visto in faccia perch ha la testa infilata dentro un bocchettone dellaria condizionata. Le sue vittime muoiono atrocemente  o forse, chiss, deliziosamente  tra zampilli di sangue potenti come geyser dallevidente valenza erotica, per la gioia e il raccapriccio di altri adolescenti che da quasi mezzo secolo consumano le sue gesta in sala. 

Little Death infatti non esiste - ma chi pu dirlo con certezza? -  leroe di un immaginario ma fortunato franchise slasher (sottogenere horror che vede le vittime massacrate con armi da taglio, stile Nightmare o Venerd 13), un po in declino dopo decenni di successi e merchandising riassunti nei geniali titoli di testa. Tanto che a rivitalizzare quella propriet intellettuale zombie  stata chiamata una giovane regista in carriera, occhialuta e saccente a dovere. Ma soprattutto pronta a balzare sulloccasione per incrociare la cultura queer e la rappresentazione della mostruosit a un meta-commento sulle dinamiche di genere nel cinema slasher. 

Cos almeno dice, pi o meno testualmente, la giovane ambiziosa (Hannah Einbinder) alla matura diva della serie, ritiratasi da anni nella gelida cittadina lacustre in cui i film sono ambientati e girati, creandosi un mondo sapientemente a cavallo tra realt e immaginazione (unepocale Gillian Anderson, la star di X-Files, in un ruolo che cita e parodizza la Norma Desmond di Viale del tramonto senza ombra di pedanteria).

Il resto si pu immaginare, o meglio lo immaginerete facilmente, man mano che Camp Miasma (grande titolo) procede. Tenendo fede, qui sta il bello!, al programma esposto dalla giovane regista queer, pi repressa e infelice di quanto creda. Anche se lo fa senza annoiare lo spettatore un secondo, anzi sfornando una serie di idee e mta-idee, reinvenzioni del genere e commenti al genere, prodezze visive e riflessioni sul nostro rapporto a quelle stesse prodezze, ovvero sulla nostra inesauribile fame di immagini, che generano, per chi sta al gioco, una cascata di intelligenza e divertimento. Una bella conferma per Jane Schoenbrun, talento eccentrico come la sua storia di persona non binaria, consacrata al Certain regard di Cannes. A riprova che nulla si presta meglio del cinema di genere a una riflessione sulle regole e la loro evoluzione. Nella vita come nelle sue rappresentazioni.