"Le ambizioni del giovane Murdoch Un rivoluzionario, non un mostro".
Danny Boyle alla Mostra con "Ink": cos il cowboy australiano sconvolse l'editoria.
dalla nostra inviata Stefania Ulivi.
VENEZIA Un tuffo nel passato per riflettere sul presente. Danny Boyle con Ink apre il concorso di Venezia 83, dove - incredibile ma vero, per il regista di Trainspotting , otto premi Oscar conquistati per The Millionaire - non era mai stato prima in gara. Ink come inchiostro, quello usato per stampare The Sun , il tabloid che il futuro magnate dei media, Rupert Murdoch (Guy Pierce) acquisisce nel 1969 e di cui affida la direzione a Larry Lamb (Jack O'Connell) cambiando per sempre lo scenario dell'editoria non solo britannica. Un successo da milioni di copie (quattro a fine anni Ottanta) strappate alla concorrenza, ovvero al Daily Mirror , a suon di titoli strillati, scandali, foto di ragazze in topless, pettegolezzi. La notizia trasformata in spettacolo, l'informazione che diventa infotainment.
Alla base di tutto - racconta il regista, 70 anni il prossimo ottobre - c' la fortunata pice di James Graham, che firma la sceneggiatura. "Non  semplicemente la storia di Murdoch, ma chiama in causa tutti noi. Sarebbe facile, considerando il ruolo che ricopre oggi, demonizzarlo, dipingerlo come un mostro. Ma quel giornale vendeva milioni di copie. La gente non lo comprava perch era pessimo; lo comprava perch ne traeva qualcosa". Un ruolo delicato, quello di Murdoch, per cui la scelta  caduta su Guy Pierce. "Un attore australiano di grande carisma che ha cercato di trovare l'aspetto umano di Rupert, anzich farlo apparire come un mostro".
Un "bovaro australiano", agli occhi del salotto buono dell'editoria britannica, sottolinea Boyle. "L'e stablishment britannico nutriva pregiudizi razzisti verso gli australiani. Li considerava, noi li consideravamo, ex galeotti. Ha dovuto lottare duramente per affermarsi in quel mondo, subendo un trattamento pessimo". Un aspetto, confessa, in cui si riconosce. "Non amo l' establishment britannico; mi sento un outsider, anche se ormai ho raggiunto una posizione consolidata".
Anche se il personaggio chiave , ai suoi occhi, Larry Lamb. "Non un londinese, ma un uomo del nord come me. Non tutti lo ricordano oggi ma a lui e Murdoch insieme hanno acceso la scintilla che ha dato il via al futuro, alla situazione in cui ci troviamo oggi. Molto prima di Fox News, del clickbait e di Truth Social, decenni prima di Twitter, Facebook, Google e OnlyFans, loro due crearono un nuovo tabloid che, contro ogni previsione, divenne il quotidiano pi venduto al mondo". All'epoca, sottolinea, "sfidare l'autorit e mostrarsi irriverenti sembrava una buona idea. Il Mirror era come un Golia, un gigante invincibile. La loro  stata come una discesa spregiudicata di cui oggi conosciamo il risvolto, il costo umano di persone che hanno avuto la vita travolta dai media".
E' anche il racconto di un'epoca, la fine degli anni Sessanta. In cui il giornalismo cartaceo faceva la differenza. Molte delle riprese si sono svolte in una tipografia ancora piena rotative. "Ha chiuso poco dopo, un po' beffardo, no? I cambiamenti, d'altronde, sono continui. Ma la domanda resta la stessa: cos' la verit? Un tempo i grandi quotidiani rappresentavano ci in cui si credeva: erano la verit. Ora questo  svanito. Il rischio legato ai giganti della tecnologia che controllano l'intelligenza artificiale  che possano arrivare a sostituire il giornalismo. Sar pi efficente, certo, ma quel giornalista artificiale dir la verit al potere che lo ha creato?".
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