di Giuseppe Fioroni "Il treno passa una volta sola". Me lo disse Giulio Andreotti, con quel suo tono asciutto che non ammetteva repliche.
Era il 1984, congresso dei giovani democristiani a Maiori.
Mi aveva fatto chiamare per propormi un impegno politico a tempo pieno, di quelli che ti cambiano la biografia.
Io, giovane dirigente con la febbre della politica ma i piedi ben piantati nella mia professione di medico, gli opposi un principio che all'epoca suonava quasi come un'eresia: "Prima devo sistemarmi sul piano professionale". Quella frase, che racconto nel mio nuovo libro 'Ovunque  il centro', in uscita oggi per Rubbettino, non  un semplice aneddoto da memoir. E' la chiave di volta per capire l'intera traiettoria di un uomo che  stato sindaco di Viterbo a 26 anni, ministro dell'Istruzione, presidente della Commissione Moro, e che oggi rifiuta di essere etichettato come l'ennesimo ex ministro che scrive le sue memorie per sistemarsi la coscienza.
Il libro, un dialogo con il sociologo e saggista Angelo Palmieri,  in realt un atto d'accusa contro la politica contemporanea e un manifesto per la ricostruzione di un "centro" che non  una rendita di posizione, ma un luogo morale.
"Il centro  ovunque ci sia una persona da custodire", scrivo.
Ma per arrivarci, bisogna passare per il fango della storia repubblicana.
E la storia ha il sapore di gesti che dicono pi di mille protocolli.
Come quando, da sindaco di Viterbo, ospitai i sovrani di Svezia e organizzai un pranzo a Norchia, uno dei luoghi rupestri pi significativi del territorio: ci togliemmo la cravatta e la giacca e mangiammo all'aperto, vicino ai pastori.
O come quella sera in cui mia moglie si trov a dover ballare con il re e io con la regina, e nessuno di noi era minimamente capace di farlo, facendo ridere a crepapelle Andreotti e Cossiga.
Dettagli che raccontano un certo modo di abitare le istituzioni: senza teatralit, senza la posa del ruolo, con quella che io chiamo "la schiettezza di chi non ha bisogno di essere riconosciuto per riconoscersi". Medico di formazione, non ho mai smesso di pensare che la salute non sia un capitolo a s della cosa pubblica, ma il metro con cui si misura la dignit di una comunit. La salute come fenomeno sociale e territoriale.
Non basta avere un ospedale sotto casa se poi non offre garanzie reali a chi vi si cura.
"In quel caso si finisce per tutelare pi chi ci lavora e teme di essere trasferito, che il malato". Una frase che, detta da un ex ministro, suona come una frustata a quel costume politico che difende le rendite di posizione e dimentica i volti.
E i volti, nel libro, tornano continuamente.
Sono i ragazzi in provincia di Caserta che videro la loro scuola appena ristrutturata oggetto di atti vandalici il giorno dell'inaugurazione.
"Fu un gesto chiaramente intimidatorio", racconto a Palmieri.
"Un modo per dire che quel territorio restava sotto un altro controllo". Decisi di inaugurare la scuola lo stesso.
"Dare un segnale a tutta la comunit, far capire che lo Stato c'era". In quel gesto c' la mia idea di politica: lo Stato che non arretra davanti alla paura, la scuola come presidio di legalit. I giovani sono la mia ossessione.
Non come categoria sociologica, ma come ferita aperta della democrazia italiana.
Li ho incontrati spesso nei momenti pi tesi della mia esperienza ministeriale.
Ricordo un'occupazione in un liceo di Roma.
"Andai personalmente, senza scorta e senza preavviso.
Bussai alla porta, i ragazzi chiesero chi fosse, e io risposi: 'Sono il Ministro della Pubblica Istruzione, vorrei parlarvi'". Restammo insieme per ore, in un'assemblea lunga, vera, senza schermi.
L'occupazione si chiuse il giorno dopo.
E' da questa esperienza diretta, non da una cattedra, che lancio la mia critica pi dura alla politica contemporanea.
I giovani, dico, non sono apolitici.
"I giovani, al contrario, amano la politica, avvertono il bisogno della politica, ne cercano persino il senso". Il problema  che la politica ha smesso di essere credibile ai loro occhi.
La precariet, che nel libro descrivo come una condizione permanente, una "sospensione esistenziale" che impedisce ai giovani di progettare il futuro,  diventata nel frattempo la cifra di una generazione.
Quando il lavoro non  dignitoso, si colpisce qualcosa di pi profondo della sola economia.
Il libro si chiude con una formula secca, quasi spoglia: "non servirsene". Non servirsi della politica, delle istituzioni, del popolo, della fede.
E' un criterio che ho cercato di applicare nella mia vita.
"La coerenza non si misura nelle direzioni nazionali", sorrido.
"Si misura la mattina, davanti allo specchio, mentre ti lavi la faccia.
Se provi vergogna, hai perso". Che lo si legga come testimonianza o come programma, questo dialogo con Palmieri interpella l'intero arco della politica italiana.
Perch io, da una sponda che definisco "culturalmente minoritaria", pongo domande che molti non hanno il coraggio di porsi: ha ancora senso una politica che non sappia ricostruire il noi? E' possibile una democrazia che lasci i suoi giovani in panchina e i suoi malati in balia delle rendite di posizione? Esiste ancora, in Italia, uno spazio per una politica che non sia occupazione, ma cura? La risposta, come il titolo del libro,  ovunque.
Ma solo se qualcuno avr il coraggio di cercarla.
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Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
