L'ESPERTO MASSIMO DE GIUSEPPE.
Per il direttore scientifico del master della Iulm, rinnovare la narrazione  questione di sopravvivenza "Per farlo, ci vuole una formazione specifica".
Mai  stata cos cruciale.
Mai, eppure, il suo credito agli occhi dell'opinione pubblica  stato tanto scarso.
Al tempo della crisi del multilateralismo, la cooperazione internazionale  il filo che continua ostinatamente a cercare di cucire insieme il mondo squarciato dai conflitti e dalle rivalit geopolitiche.
Uno degli ormai pochi pilastri su cui si reggono le relazioni fra Stati: se ne rendono conto non solo Ong e attori multilaterali tradizionali ma anche il tessuto profondo che informa silenziosamente reti e network transnazionali.
I governi, tuttavia, attirati da altre priorit, riducono gli investimenti.
L'esempio pi clamoroso  lo smantellamento di UsAid da parte degli Stati Uniti di Donald Trump. Gi prima, tuttavia, vari Paesi occidentali avevano cominciato "snellire" il settore, tagliando i finanziamenti, dirottati, in particolare, in investimenti nella difesa, come dimostrano i bilanci.
Non  nuovo l'intento dei governi di ridurre gli aiuti esteri.
Inedita  stata, invece, la reazione indifferente della societ civile.
Un'apatia - che perdura tuttora - a cui hanno contribuito in modo significativo anni di attacchi mediatici alla cooperazione e ai suoi protagonisti, in primis le Ong. La narrazione , dunque, ormai una questione di sopravvivenza.
per il settore.
"Per ridare slancio alla cooperazione  fondamentale partire dalla comunicazione, pi importante ormai del fundrising. I protagonisti di questo "scatto" devono essere professionisti in grado di muoversi nell'attuale contesto e contribuire al consolidamento del modello, al fianco degli attori multilaterali e statuali", afferma Massimo De Giuseppe, storico e direttore scientifico del master in Comunicazione per la cooperazione internazionale e il non profit, organizzato dalla Iulm di Milano, che quest'autunno ripartir per la seconda edizione. "A differenza degli inizi, negli anni Sessanta e Settanta, non  pi possibile basarsi su una sorta di volontarismo, per quanto l'apporto dei volontari resti importante e vada valorizzato - prosegue l'esperto di relazioni tra Nord e Sud del pianeta -. N puntare tutto su "tecnici" iperspecializzati.
Occorrono operatori con una.
formazione ampia e, al contempo, specifica che sappiano leggere e interpretare lo scenario internazionale e i principali snodi, dalla questione climatica alla crescita delle diseguaglianze, allo strapotere delle organizzazioni criminali, alle sfide lanciate dalla globalizzazione e dalla diffusione delle nuove tecnologie.
Da qui l'idea di combinare una solida conoscenza teorica con il confronto pratico con quanti operano nel settore, in realt laiche e cattoliche". Tra questi, Save the children, Cesvi, Oxfam, Fao, Aics, Un sdg campaign, Jesuit refugee service, Weworld, a cui sono affidati i laboratori nella sede romana dell'ateneo, inframmezzati da lezioni virtuali. "Non si tratta di una scommessa facile ma non abbiamo altra scelta: l'alternativa a una cooperazione efficace e strutturata  un pianeta sempre pi lacerato". I segnali di speranza di un'inversione della rotta, in realt, ci sono. "Uno importante viene dal fatto che molti dei nostri allievi hanno lasciato incarichi ben retribuiti in azienda per lavorare nel non profit poich ne comprendono il valore nonch la grande potenzialit".
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