LA VOCE SCOMPARSA.
Quando le questioni di cui si discute sulla scena pubblica si aggrovigliano, dai valori in gioco alle stesse parole per capirli,  bene riavvolgere il nastro e tornare al punto dove tutto  cominciato.
La questione delle scelte di fine vita, in questo,  un caso esemplare di deragliamento concettuale.
Ricordiamolo bene: il problema al quale va data risposta  la sofferenza estrema di persone con patologie che non lasciano spiragli di miglioramento e spesso gettano nell'angoscia e nella solitudine dello sconforto.
Allora la domanda indispensabile davanti al dramma del "dolore totale" e della speranza che si eclissa  se una legge che organizza la "morte medicalmente assistita" come quella del Veneto (e prima ancora in Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna) sia la risposta adeguata e dignitosa, ci che lo Stato e le Regioni devono mostrare in una questione di vita o di morte.
Da loro i cittadini, e in particolare i pi fragili, si attendono che mostrino con chiarezza e coerenza di volersi fare carico sempre e senza eccezioni di chi soffre e del suo acuto bisogno di cura e di accompagnamento nel percorso spesso lungo e tortuoso della malattia.
Una legge dopo l'altra, invece, il suicidio praticato con il supporto delle istituzioni sanitarie sta diventando una soluzione come un'altra ai casi di frontiera.
Nella contrattazione politica che si  scatenata sul fine vita - chi vuole piantare una bandiera simbolica, chi cerca di salvare la faccia davanti a scelte opposte a quel che si pensava, chi bada a rapporti di forza tutti interni al proprio partito...- sparisce la sola voce che va ascoltata: quella di chi grida perch qualcuno si prenda cura della sua umanissima domanda di vita.
Anche quando sembra arrendersi.
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