Conosco il poeta e scrittore Daniele Cavicchia da molti anni.
E' tra i pochissimi, veri maestri dell'ombra nel nostro mondo fatuo e feroce.
Ho seguito le due pi grandi tragedie della sua vita, la malattia e la morte (a soli diciassette anni) di sua figlia Micol, poi di sua moglie Gabriella consumata dal dolore.
Di queste vicende disseminate nel tempo in una sorta di atroce stillicidio, Daniele ha nutrito tutte le sue opere in versi e in prosa.
Ad esse si aggiunge ora il mirabile, abissale romanzo.
Teoria.
(il Saggiatore, pagine 238, euro 17,00). Lo stile di Cavicchia  fondato sulla morsa dell'indicibile, sul soffio pneumatico del mistero.
Un vento senza nome, bench spesso innervato da echi biblici, percorre le terre ruvide dei suoi pensieri, della sua inquietudine, delle sue domande, dei suoi passi in cerca di qualche risposta.
Spesso le domande suscitano da un immenso silenzio un "tu", un volto che non ha.
una fisionomia definita ma che potrebbe essere lo stesso di chi interroga, o il volto della sua compagna di vita, o il volto di un Dio necessario e indecifrabile.
Anche in.
Teoria.
il protagonista Mario si muove di continuo verso possibili interlocutori sparsi qua e l, mentre sua figlia Michela sta lentamente - o forse troppo in fretta - precipitando nella cavit di una malattia senza scampo.
Gli interlocutori - un giornalista, un ortopedico, un ana-lista, un dottore - si chiamano tutti Mario come il protagonista, forse perch potrebbero essere semplicemente dei suoi.
alter ego.
virtuali; accanto a loro vanno e vengono delle donne diverse ma arcanamente sovrastate dal bagliore del nome che condividono, Maria.
Il romanzo non moltiplica e intreccia solo le identit dei personaggi come frammenti di un mosaico di "piastrelle scorticate"; anche i piani ottici della narrazione sono onde anamorfiche, toccate e fughe ascensionali e discendenti, intarsi sdrucciolevoli fra la realt e il risucchio dei sogni, fra la bellezza di Michela e di "Lei" (la moglie del protagonista, l'unica figura femminile senza nome) e lo strazio che aleggia su tutto piegando, pungendo, strappando le parole nelle voragini del senso.
Il protagonista ha affidato la sua storia, dispersa tra appunti, carte e lettere, al Mario giornalista, un amico non pi rivisto da anni; questi, a sua volta, essendo vedovo e dimorando in uno stordimento abituale, cerca in una collega giornalista (che si chiama Maria come la moglie scomparsa) un aiuto per ricavare dal materiale che gli .
stato affidato una tessitura narrativa comprensibile.
Il tentativo dei due giornalisti di scrivere il libro che ora stiamo leggendo  un arduo esercizio testimoniale, una pratica di cucitura e scucitura d'istantanee, di fantasmi della memoria, di affioramenti dell'inconscio o di salti, svolte, inciampi fra ci che si pu dire e ci che sfugge alla presa come sabbia, briciole, sangue, terra bruciata, lacrime.
Attraverso e oltre le innumerevoli, labirintiche pieghe o piaghe del testo, Michela fluttua come una creatura epifanica, come una pura eco d'anima, come il dono di una grazia immeritata, impossibile.
Nessun sospetto d'idillio avvolge questa bambina, poi quest'adolescente che si difende dal male semplicemente accettandolo, perdonandolo o scherzando, disegnando, giocando col padre, raccogliendo conchiglie, perfino montando a cavallo perch sente nel proprio spirito innocente un lato guerriero, la forza intrepida del coraggio, la gioia delle sfide e del riso.
Intanto la madre ("Lei") si muove in punta di piedi come chi sa che solo nell'ombra potr trovare la propria verit definitiva accanto alla luce della figlia.
Il padre cerca disperatamente qualche soluzione medica per Michela riscoprendo ogni giorno la fragilit della scienza ma insistendo, osservando tutto (ecco il senso primo del titolo), dibattendosi come una falena accanto a una fiamma, bruciando per i sensi di colpa di chi non si sente all'altezza del suo amore, sprofondando in un sentimento del caos che perde sempre pi ogni punto d'orientamento.
Nella seconda parte del libro, successiva alla morte di Michela e di "Lei", assistiamo al lungo, serrato e stremato dialogo fra il Mario protagonista e un dottore che si firma "Ipsilon" (ma a un certo punto riveler di chiamarsi Mario anche lui). Questo scambio di domande senza risposta, questa teoria di frasi aleggianti nel vuoto o nel paradosso non mira a ricavare nessuna morale, nessun senso da ci che  accaduto.
L'unica nostra certezza, ci suggerisce questa altalena stralunata di messaggi,  il dolore: "L'amore serve a prepararci" al suo arrivo.
Eppure l'amore non si arrende mai veramente al dolore.
Forse, ipotizza.
in extremis.
la Maria giornalista, da una vita come quella di Michela, capace di appropriarsi totalmente dell'amore che ha ricevuto, di accrescerlo e trasmetterlo, "c' qualcosa da imparare". Forse Michela ha saputo far intuire a chi l'ha incontrata che un giorno il mondo sar leggero come le foglie, e che tutto sar possibile.
La morte,.
allora, non avr pi dominio.
 RIPRODUZIONE RISERVATA.
In "Teoria" il poeta Daniele Cavicchia trasfigura lo strazio per la perdita della figlia 17enne e della moglie E trova l'amore, dono immeritato
