Con il suo ultimo romanzo, l'irlandese Kevin Barry compie un'operazione apparentemente semplice e in realt molto rischiosa: prende la materia pi classica del western - due amanti in fuga, una frontiera violenta, un uomo che li insegue, cavalli, pistole, whisky - e la attraversa con una lingua che appartiene innanzitutto all'Irlanda.
Il risultato  un romanzo che ha l'andatura del racconto d'avventura e il respiro della ballata, e che sotto la superficie custodisce una storia malinconica sulla solitudine, sull'emigrazione e sull'impossibilit di sottrarsi davvero al proprio destino.
Il cuore d'inverno.
(Fazi, pagine 192, euro 18,50, traduzione di Monica Pareschi)  ambientato nel 1891 a Butte, in Montana, una citt mineraria cresciuta rapidamente intorno al rame e popolata in larga parte da immigrati irlandesi.
Qui vive il ventinovenne Tom Rourke, bevitore e poeta fallito che passa il tempo tra bordelli, saloon e piccoli espedienti.
Scrive lettere d'amore per conto dei minatori analfabeti, uomini che cercano una moglie attraverso l'oceano, e lavora nello studio di un fotografo.
L incontra Polly Gillespie, appena arrivata dall'Est per sposare un rispettabile e devotissimo capitano delle miniere.
L'attrazione  immediata e naturalmente catastrofica.
Tom e Polly fuggono su un cavallo rubato; dietro di loro si mette una banda di inseguitori, guidata dal gigantesco Jago Marrak. La trama potrebbe appartenere a un'antica leggenda.
Ed  proprio questo che rende il libro cos singolare: Barry non cerca di nascondere la struttura elementare della storia, ma la trasforma in una specie di mito comico e feroce.
Il West di Barry  un mondo ancora informe in cui le identit nazionali si mescolano e le persone sembrano trascinarsi dietro la propria origine come una condanna.
La cittadina  anche, in filigrana, una specie di Irlanda trasportata al di l dell'Atlantico: ha la stessa propensione alla malinconia, lo stesso fatalismo, la stessa teatralit, la stessa familiarit con la morte.
Non  casuale che Barry abbia scoperto la storia partendo dai minatori irlandesi del West Cork emigrati a Butte.
Il legame con quella memoria  dunque concreto, ma nel romanzo diventa materia mitica.
Barry guarda l'America attraverso una sensibilit irlandese e l'Irlanda da una distanza americana.
L'Ovest  una terra di possibilit, ma anche un luogo in cui gli emigranti scoprono che cambiare continente non significa necessariamente cambiare destino.
Il dolore, la fame, la fede, la superstizione, la lingua e la memoria attraversano l'oceano insieme ai corpi.
E poi c' la lingua.
La prosa di Barry  sfrontata, musicale, lirica, imprevedibile.
Pu passare da una frase di brutale concretezza a un'immagine di stupefacente grazia senza perdere il ritmo.
Il linguaggio dei suoi personaggi sembra sempre sul punto di trasformarsi in canzone.
Non a caso l'"Irish Times" ha definito il romanzo un capolavoro da teatro popolare.
Ma il virtuosismo nasconde una vena di tenerezza profonda.
Tom  un perdente, non un cinico.
Polly  molto pi che una donna contesa.
La sua riservatezza e la sua capacit di resistere costituiscono il centro emotivo di un romanzo breve ma di grande densit. E il paesaggio americano appare magnifico e minaccioso proprio perch non concede consolazione.
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Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
