Il Paese pi esteso del mondo non poteva che essere una Babele di razze, culture e religioni, teoricamente tutte sullo stesso piano.
Ma questa narrazione piace poco al Cremlino che ha sostituito il concetto sovietico di 'fratellanza dei popoli' con una molto pi pragmatica eguaglianza di facciata, dove, per, per trovare le differenze, basta davvero scavare poco.
Regioni come Tatarstan, Cecenia o Jacuzia rendono evidente un dato strutturale: la Russia non  uno Stato nazionale omogeneo, ma una costruzione multietnica.
Secondo il censimento del 2021, circa il 77-78% della popolazione si identifica come russa (slava), mentre il restante 22%  composto da oltre 190 gruppi etnici: tatari (circa 3,7%), ceceni (1,4%), baschiri (1,2%), ciuvasci (1,1%) e molte altre comunit pi piccole, soprattutto nel Caucaso e in Siberia.
Il divario fra i russi di etnia slava e le minoranze si manifesta in molti modi.
Il pi brutale, sicuramente, sono stati i criteri con cui si  portata avanti la mobilitazione per la guerra contro l'Ucraina.Mille papaveri rossiI grafici in circolazione, che spesso riportano dati ufficiosi e incompleti, parlano molto chiaro.
Le regioni pi colpite dalla mobilitazione e dalle perdite in guerra non coincidono infatti con le grandi citt ricche e politicamente influenti della Russia europea.
Mosca e San Pietroburgo restano relativamente protette.
A pagare il prezzo pi alto sono invece aree come il Daghestan, la Buriazia, il Tuva, la Jacuzia e altre regioni lontane dal centro del potere.
Questo succede per una sommatoria di motivi.
In primo luogo, le lite urbane hanno pi strumenti per evitare il fronte: relazioni, denaro, possibilit di spostarsi, maggiore visibilit pubblica.
Le periferie invece hanno meno protezioni e minore capacit di protesta.
Quando nelle regioni caucasiche o siberiane emergono manifestazioni contro la mobilitazione, queste vengono isolate pi facilmente e ricevono meno attenzione nazionale.
La distanza geografica coincide cos con una distanza politica.
A questo c' da aggiungere anche il fattore economico.
Molte delle regioni abitate dalle minoranze rappresentano anche i territori pi poveri della Federazione Russa.
In molte di questi luoghi l'arruolamento rappresenta una delle poche possibilit concrete di ottenere uno stipendio stabile, benefici economici o una forma di mobilit sociale.
Dove l'economia  fragile e le opportunit scarse, la scelta militare diventa quasi obbligata.Eredit storicaQuesta dinamica rivela anche una continuit storica.
Dall'epoca zarista a quella sovietica fino alla Russia contemporanea, il centro ha spesso trattato le periferie come spazi da controllare e da cui estrarre risorse: materie prime, stabilit territoriale, forza lavoro e oggi anche uomini da mandare al fronte.
La retorica patriottica copre quindi un rapporto profondamente squilibrato.
Questo alimenta tensioni locali che un giorno, forse, potrebbero trasformarsi in una spinta indipendentista.
Il precedente pi significativo resta quello della Cecenia, dove l'indipendentismo armato degli anni '90  stato sconfitto e sostituito da un sistema di controllo stretto: il conflitto non  stato risolto, ma neutralizzato con l'instaurazione di un dittatore locale vicino al Cremlino.
Nel Tatarstan, invece, le ambizioni sovraniste si sono progressivamente spente con la riduzione dell'autonomia, lasciando per una forte identit culturale.
Pi a est, nella Jacuzia e in altre regioni siberiane, il malcontento assume forme diverse: non tanto secessione, quanto critica alla redistribuzione delle risorse e alla centralizzazione del potere.
Dopo il 2022, queste tensioni non si sono trasformate in movimenti organizzati, ma hanno trovato nuovi canali di espressione, spesso all'estero o online.
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
