Con l'espediente di un "brogliaccio" ritrovato, Francesco Guccini ha voluto dare una luce di autenticit al suo ultimo poemetto, uscito da poco in libreria, postumo.
Il Maestrone l'ha scritto poco prima di andarsene e, senza essere epico, il poemetto ha l'autenticit popolare di quei racconti, che nei tempi antichi si tramandavano attraverso la memoria e la voce degli aedi, i cantori da banchetto.
La storia.
Parole, ormai in disuso, della parlata emiliana pi autentica scandiscono il ritmo di questa storia semplice, di una giovinetta rimasta incinta, incredibilmente, solo bagnandosi una volta nel fiume Reno.
Pochi ormai le conoscono, quelle parole, ma come gli oggetti domestici e gli strumenti artigianali, che la narrazione allinea nella pagina, esse rappresentano il patrimonio, in via di estinzione, della comunit di cui Guccini racconta.
Le ripetizioni formulari, tipiche della tradizione orale, ricorrono, a prova che l'autore ha conservato per tutta la vita l'attitudine che ce lo ha reso caro e inconfondibile.
Quella di farsi menestrello di quella cultura materiale, della storia minima, sulla cui superficie scorre la Storia scritta sui libri.
La sua saggezza  quella degli antichi cantori, che di corte in corte, nel medioevo ellenico, ne avevano viste tante, di vicende; e ne avevano ascoltate ancora di pi, di leggende, che per gli antichi erano storia autentica.
Guccini non racconta di eroi e di combattimenti, ma di un venditore ambulante, di una ragazza in bicicletta, di una famiglia povera e di un fiume.
Una leggenda improbabile, ambientata, come aveva fatto in Tralummescuro, nella sua Pavana, in pericolo per la progressiva scomparsa della civilt contadina, la fuga degli abitanti e l'oblio delle sue parole.
Calde le pere!  l'esclamazione di una popolana, un'attempata meretrice, da cui parte una battaglia pacifica, sorridente, ingaggiata contro quell'oblio linguistico, incalzante nell'indifferenza generale.
Il suo mondo agreste rischia di scomparire; Guccini lo tiene in vita, senza retorica, con molto ironico affetto.
E con quell'attenzione didascalica che avevano i maestri di una volta: quello che lui, quando aveva 20 anni, prov a fare quando fu incaricato istruttore della colonia marina dei postelegrafici, a Villa Marina di Pesaro.
L'avventura.
Non era quella la sua strada, eppure, quando cominci la sua avventura di cantautore, anzi, di cantore della sua terra, provocatore di riflessioni e, a modo suo, di riscosse, non smise mai quel grembiule blu che una volta indossavano i maestri.
Ovvero, fuori di metafora, quell'attitudine pedagogica illuminata che fa dei migliori insegnanti dei pifferai magici, capaci di tirarsi dietro folle di seguaci, di ascoltatori incantati.
Chansonnier, lo chiamerebbero i francesi; cantastorie, noi italiani, che gli abbiamo sempre tributato un'ammirazione quasi reverenziale.
E che nelle Marche, da lui amate per aver dato i natali, a Mondolfo, a sua moglie, si  tradotto, nel 2016 a Grottammare, nel riconoscimento dell'Arancia d'oro.
Un dono da antica leggenda, appunto.
Lucilla Niccolini.
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Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
