Quel viaggio a Mosca sognando la perestrojka, di Paolo Garimberti.

Il ricordo di Paolo Garimberti, per anni capo della redazione esteri del nostro giornale. Fra tavole rotonde con i leader politici italiani e un viaggio emozionante nell'Urss di Gorbaciov.

Con Eugenio Scalfari eravamo rimasti d'accordo che ai primi di febbraio del 1986 sarei passato a Repubblica per guidare la redazione esteri, allora diretta da Giorgio Signorini. Una sera di gennaio, quasi a mezzanotte, mi chiam Vittorio Zucconi da Washington: "Eugenio mi ha chiesto di fare un sondaggio per capire se saresti disposto a fare il capo della redazione politica per qualche tempo. Ci sono le elezioni, il ruolo  scoperto. Gli faresti un favore". Accettai a malincuore. Mi ero occupato per sei anni di politica italiana come capo della redazione romana della Stampa e non era stata un'esperienza entusiasmante. Ma con le elezioni alle porte, mi fece notare il mio nuovo direttore, c'era da rimboccarsi le maniche e organizzare "tre tavole rotonde con i leader dei partiti".

Chiesi perch tre e Scalfari rispose: "Democristiani, comunisti e repubblicani". E i socialisti? "Ah tu dovresti sapere che con Craxi non ho rapporti". Obiettai che non potevamo lasciare fuori il terzo partito d'Italia. "Provaci tu allora. Se ci riesci...". Chiamai Bettino Craxi per sondarlo. "Perch mai dovrei venire a Repubblica? Nella tana di Scalfari?". Senza molte speranze provai a rilanciare: "Il Psi sar l'unico partito importante assente. Viene De Mita, viene Natta, viene Spadolini. Mancher soltanto lei". "Allora - fu la risposta - vengo e la responsabilit sar tutta sua". L'incontro fu freddo, ma molto cortese. E, come not subito dopo la conclusione Alberto Stabile, che era incaricato di redigere il testo, fu di gran lunga la migliore, la pi frizzante delle quattro tavole rotonde: Eugenio e Craxi duellarono con il miglior fioretto della politica e fu uno scontro ad alto livello. Passarono le elezioni ma la fine del mio incarico temporaneo non arrivava.
Finch Scalfari fece una proposta: "Signorini mi ha chiesto di restare ancora un po' di tempo. Potremmo fare una coabitazione. Non durer a lungo". Fu allestito un altro box al quarto piano del palazzo di Piazza Indipendenza, dove allora era la redazione, e inizi un'inedita diarchia, resa possibile dal fatto che Giorgio Signorini, uno dei fondatori di Repubblica, era uno straordinario gentleman, con il quale era impossibile non andare d'accordo. Fu una stagione straordinaria per chi lavorava alla sezione esteri.

A Mosca c'era stato il cambio della guardia tra la gerontocrazia dominante da anni, con tre segretari del Pcus morti in stretta successione (Breznev, Andropov e Cernenko) e l'arrivo al vertice di Mikhail Gorbaciov, anche se l'inizio dell'era della glasnost, della trasparenza, fu offuscato dalla tragedia di Chernobyl. E poi, tra il 1989 e il 1991, la caduta del Muro di Berlino, il golpe a Mosca, la prima guerra del Golfo, la fine dell'Urss. Il mio ricordo di Scalfari, in quegli anni tumultuosi e affascinanti,  di un grande direttore d'orchestra: dava i tempi e rispettava gli orchestrali, suonare toccava a noi, all'ufficio centrale, agli esteri, ai grafici.
Nel 1986 il corrispondente da Mosca era Alberto Jacoviello, che, poco tempo dopo, comunic a Scalfari la sua intenzione di concludere l'incarico e tornare in Italia. Eugenio mi chiese una lista di nomi per la successione. Gli proposi un solo nome: Ezio Mauro. "Mi piacerebbe moltissimo, ma non verr mai, gli piace troppo la politica italiana. Ma se lo convinci ti pago una cena, dove vuoi tu e scegli anche il vino". Io vinsi la scommessa, tra Eugenio ed Ezio cominci un sodalizio, che fa parte della storia di questo giornale.

Scalfari aveva un grande interesse per la Perestrojka di Gorbaciov. Lo accompagnai in un viaggio a Mosca, dove incontr alcuni dei protagonisti di quella stagione di riforme incompiute. La personalit che lo colp di pi fu Aleksandr Jakovlev, considerato il vero ideologo del gorbaciovismo. Negli anni 70, in piena restaurazione brezneviana, quando a Solgenitsyn e a Sakharov veniva negato il visto per andare a ricevere il Nobel, aveva scritto un articolo "sovversivo" sulla Literaturnaja Gazeta che gli era costato un lungo esilio in Canada. Tra i due nacque un rapporto intellettualmente forte. E quando Jakovlev venne in Italia per un congresso del Pci questo rapporto valse a Repubblica un'intervista esclusiva molto invidiata. Peccato che il mattino dopo la foto che corredava l'intervista non era quella di Aleksandr, ma del suo omonimo, il giornalista Egor. Scalfari, al quale avevo fatto una telefonata preoccupatissima per l'incidente diplomatico, rimedi inviando a Jakovlev una cassa di pregiatissimo vino francese. Juan Luis Cebrin, che  stato direttore del Pas, ha raccontato ieri il sogno di un giornale europeo. Repubblica e El Pas erano nati quasi insieme e il forte rapporto di collaborazione che si stabil tra le due redazione era naturale. C'era un altro giornale molto giovane, The Independent, con il quale si cre un legame "generazionale": Scalfari e Andreas Whittam Smith, che lo aveva fondato nel 1986, diventarono amici.

Nel 1992, senza dirgli nulla, andai a Londra a correre la maratona. Quando tornai, con tono severo, alla riunione di redazione del mattino, la famosa "messa cantata", Eugenio deplor che il capo della redazione esteri fosse "andato in giro per una capitale europea in mutande e canottiera". Era poco dignitoso, disse, e non lo convinse la mia obiezione che il mio omologo dell'Independent, il giornale del suo amico Whittam Smith, avesse fatto la stessa cosa e il suo racconto fosse stato pubblicato in prima pagina. "Gli inglesi sono eccentrici", fu la risposta. Ma quando Giacomo Leone vinse la maratona di New York e scrissi un commento per la prima pagina di Repubblica (gi diretta da Ezio Mauro) alle otto del mattino ricevetti una telefonata da Scalfari: "Hai scritto il pezzo pi bello da quando sei a Repubblica. Gli ricordai la sua ramanzina di qualche anno prima. "Vabb, che c'entra. Un conto  correre e un conto  scrivere", fu la risposta.

L'anno dopo lasciai Repubblica per dirigere il Tg2 della Rai dei "professori". Scalfari mi diede la sua benedizione con queste parole: "Ti auguro grande successo, ma la Rai  troppo condizionata dalla politica. Sar dura". Fu grande profeta. Ci fu la "discesa in campo" di Berlusconi, la sua ascesa a Palazzo Chigi e la susseguente "purga" in stile sovietico alla Rai: Demetrio Volcic via dal Tg1, io dal Tg2 e Andrea Giubilo dal Tg3. Scalfari mi chiam: "Le porte di Repubblica sono sempre aperte. Torna quando vuoi, questa  casa tua". Aveva ragione, come sempre. Non l'ho mai pi lasciata.