La filosofia, lallievo di Nietzsche e Proust, di Antonio Gnoli.

La riflessione laica sulla vita e la morte  una costante nelle opere di Scalfari. Ma non pu essere ricondotta a nessuna scuola. Come Ulisse era un nomade della conoscenza.

Eugenio Scalfari  stata una figura singolarissima della storia italiana. Al di l dello straordinario lavoro nel giornalismo si aggiunse negli anni una vera e propria passione letteraria e filosofica. Non fu cosa tardiva n dilettantesca, ma un attraversamento ostinato e profondo che lo accompagn fin dagli anni del liceo: da quella Sanremo dove aveva condiviso alcune esperienze intellettuali con il compagno di banco Italo Calvino. Ho limpressione che quel sodalizio, poi interrotto e ripreso nel periodo della maturit, sia stato anche filosoficamente stimolante.

Se dovessimo, con qualche necessaria approssimazione, guardare al rapporto di Scalfari con la filosofia dovremmo ritagliare tre momenti fondamentali: la relazione con Benedetto Croce; il rapporto denso e proficuo con lIlluminismo; la scoperta di Nietzsche. Le tre fasi corrisposero a diversi momenti della vita di Scalfari: ma furono soprattutto lo storicismo di Croce e lapertura illuministica allidea di ragione e di progresso a imprimere alla sua azione giornalistica una chiara spinta liberale e riformista. Non si capirebbe pienamente lesperienza al Mondo di Pannunzio e di Ernesto Rossi e poi il sodalizio con Arrigo Benedetti (la fondazione dellEspresso) e infine la nascita di Repubblica, senza la presenza di questo sfondo politico e culturale. Quanto a Nietzsche, approfondito negli anni della maturit, condivise la critica ai grandi sistemi filosofici, ormai incapaci di fondare o rivelare verit ultime.
Un punto comune ai tre momenti  senzaltro lo stile. Scalfari ha mimato la bellezza classica della lingua di Croce; ha interiorizzato quella scintillante e paradossale di Diderot; per poi acquisire il gioco aforistico e frantumato della lingua di Nietzsche. Il risultato  chiarezza di pensiero accompagnata dal dubbio e da una certa dose di provocazione intellettuale.

Tutto il percorso intellettuale di Scalfari avvenne sotto il segno dellIo: una lunga, profonda, a volte tormentata e infine malinconica discesa nella profondit del soggetto, tra psiche, mente e ragione, ha reso il suo viaggio qualcosa di insolito. LIo scalfariano era debitore della grande avventura di Ulisse, primo e involontario eroe della modernit, e di Montaigne nella cui riflessione colse i primi veri tormenti della ragione e linsofferenza verso un sapere chiuso e sistematico. Se non si iniziasse da questa constatazione difficilmente si capirebbe limportanza che il pensiero di Nietzsche avrebbe progressivamente assunto nella riflessione scalfariana. Quale Nietzsche privilegi? Le sollecitazioni furono diverse. Dalle prime furtive e dannunziane letture giovanili di Al di l del bene e del male e Cos parl Zarathustra, egli giunse alla scoperta della complessit e contraddittoriet del pensatore tedesco. Tanto da farne il testimone pi autorevole del passaggio dal diciannovesimo al ventesimo secolo. Ovvero su quegli anni che furono tutto un susseguirsi di eruzioni vulcaniche del pensiero, una serie di terremoti che abbatterono una dopo laltra le colonne che da due millenni reggevano il tempio della sapienza occidentale.
Se ne deduce che limpostazione di certe pagine filosofiche  da Luomo che non credeva in Dio fino a Lallegria, il pianto, la vita  non  riducibile alla puerile pretesa di fornirsi di un sistema che tutto inglobi e spieghi. Scalfari fu ben consapevole che i grandi scenari, o narrazioni filosofiche (fatta salva forse la lettura avvolgente che diede di Spinoza), erano stati in larga parte terremotati dalle forze che avevano agito sulla faglia irrazionalistica del Novecento e su quella crisi della ragione che avrebbe trovato numerosi testimoni tra le due grandi guerre mondiali. Dunque nessuna pacata tranquillit illuministica, nessuna inclinazione metafisica di immobilizzare la ragione si trover in un pensiero che consegn a Nietzsche non gi il volto del nichilismo ma quello di colui che, distruggendo i valori della metafisica, si poneva il problema del loro necessario superamento.

Se dovessimo collocare la riflessione scalfariana in un punto preciso della contemporaneit vedremmo un uomo che desta ammirazione per la forza coinvolgente con cui seppe usare il timbro di una certa classicit e al tempo stesso sorprenderci per la distanza che egli stabil da quegli argomenti che la tradizione classica pretese di rendere definitivi. Ogni passaggio, o ipotesi di mutamento, parve viverlo nella mobilit eraclitea piuttosto che nellimmobilismo parmenideo. In questo universo di stelle danzanti (le stelle nicciane per intenderci), scrisse, Eraclito detronizza Parmenide, lessere fluisce nel divenire, il senso si recupera nellazione, cio nella vita; la morale coincide con la responsabilit e con la sopravvivenza degli altri, senza i quali il misero animale io non potrebbe sussistere. E Dio non  morto: c finch qualcuno lo guarder. Perci ci sar sempre.

Ma non credere in Dio e ammetterne la presenza, non fu in fondo come guardarlo agire sulla scena di un teatro? Percepirlo pi simile a una finzione che a una realt sovrastante? Dio, insomma, non era morto, ma continuava a svolgere una recita, a interpretare il copione che luomo gli aveva assegnato. Quel Dio, va sottolineato, non  mai stato fideisticamente presente nel credo di Scalfari, ma egli non ne sottovalut mai il peso, limportanza, lefficacia, non solo teologica. Semplicemente lo colloc fuori dal proprio sentire pi intimo. Senza per questo rinunciare alla forza del dialogo, prima con il Cardinal Martini e in seguito con papa Francesco.
 importante cogliere nella sua riflessione laica il modo in cui la vita e la morte  temi che nel tempo ha fortemente accentuato  siano state affrontate al riparo dalle scommesse della fede e della teologia. Da questo punto di vista, i suoi libri, e le sue poesie finali, possono anche essere letti con un preciso richiamo ad Hannah Arendt: non vi  vera filosofia che non sia in qualche modo legata alla dignit della nostra esistenza. Che  tale perch sempre aperta al gioco e alla tensione del dialogo.

Sono convinto che la filosofia di Scalfari non sia riconducibile a nessuna scuola particolare. Essa  stata prevalentemente nomade e si  nutrita anche di letteratura: da lOdissea alla Recherche di Proust fino ai Quaderni di Malte Laurids Brigge di Rilke. Le sue incursioni nel mondo antico nascevano dal bisogno di comprendere il canone occidentale. Ma fu in Proust e in Rilke che egli ritrov il senso della propria inquietudine filosofica e letteraria. In modi assolutamente diversi essi sconvolsero quel canone, riscrivendone, ciascuno dal proprio punto di vista, la forma.
Se Ulisse fu in un certo senso centrale in Incontro con Io, Proust e Rilke lo divennero, anche se non esplicitamente, nel Labirinto, il primo tentativo di Scalfari di dare una forma romanzata ai propri pensieri. In quel libro di antica postura araldica  dove girovaghi, avventurieri e aristocratici danno vita a una pantomima filosofica  si cela il vero enigma della morte. Che Scalfari nel romanzo chiam Regina. Essa arriva una sola volta ti tocca la spalla e il labirinto scompare insieme a te. Cos tutto finisce e tutto ricomincia, morte e rinascita seguono un percorso che  eterno perch  circolare. Alla fine della sua lunga vita Scalfari seppe guardare alla Regina con rispetto, ma senza alcun timore reverenziale. Senza recedere in quel buio dove il nulla tutto inghiotte.