L'economia, la sua sfida era controllare il potere, di Marco Ruffolo.

Per Scalfari era questo lobiettivo centrale del giornalismo. E con questo spirito ha raccontato, prima sullEspresso e poi su Repubblica, lascesa della razza padrona.

Entrare nellufficio centrale di Repubblica durante la riunione del mattino dopo aver firmato un pezzo importante di economia significava non di rado sottoporsi a un autentico esame, durante il quale Scalfari risfoderava le sue origini di esperto giornalista economico. Che fosse il racconto dello scandalo Italcasse o quello della tangente Eni-Petromin, che fosse la ricostruzione di come le forze politiche si erano spartite le nomine bancarie o il retroscena di una delle tante svalutazioni della lira, una cosa era certa: quanto pi forte era la critica che si voleva rivolgere al potere economico di turno, tanto pi preciso nella ricostruzione dei fatti e chiaro nellesposizione doveva essere larticolo. Come erano le sue inchieste. Che cominciavano quasi in sordina e poi salivano di tono in una specie di crescendo, mettendo pazientemente i fatti uno dopo laltro, seguendo un itinerario lineare anche nella sua complessit. Senza indulgere in metafore distraenti o in barocchismi autocompiaciuti, usati a volte  diceva  solo per nascondere la carenza di notizie o per dar sfogo al proprio esibizionismo.

Esigeva da tutti precisione e chiarezza, ma non oggettivit, nel senso ambiguo di imparziale equidistanza. Una volta qualcuno gli chiese cosa significasse per lui quella parola. E lui tir fuori dalla sua mazzetta di quotidiani lUnit: quello era il giornale pi oggettivo dItalia, perch sotto la sua testata cera scritto organo del Partito comunista italiano. Loggettivit  spiegava a noi giovani giornalisti   dichiarare subito ai lettori il proprio punto di vista, la particolare angolazione da cui si guardano i fatti. Fatti che tuttavia vanno capiti fino in fondo prima di essere interpretati. Pressapochismo e sciatteria cadevano regolarmente sotto i suoi strali nella riunione mattutina, marchiati dallespressione abbasso seguita dal nome del responsabile di turno. Al quale magari il giorno dopo veniva riservato un viva come ricompensa per una pi precisa ricostruzione dei fatti.

Lo faceva ridere di gusto un episodio che gli aveva raccontato il grande economista Paolo Sylos Labini: di fronte a uno studente che durante lesame aveva presentato come argomento a piacere la teoria del valore di Marx spiegandola malamente e anche con una certa presunzione, Sylos, tra lo stupore generale, aveva cominciato a solfeggiare a voce altissima: do-o, re-e. Quindi si era rivolto allo studente: Lei vuole suonare Beethoven, ma prima deve imparare il solfeggio: do-o, re-e. E lo aveva mandato via. Ecco, anche nel giornalismo, soprattutto di fronte a materie tecniche come leconomia e la finanza, Scalfari esigeva la conoscenza di un minimo di solfeggio.
I rudimenti della finanza li aveva appresi a Milano con il suo primo impiego allufficio cambi della Bnl. Impiego che gli stava decisamente stretto e che non gli impediva di coltivare il crescente interesse per il giornalismo economico, con le inchieste che gli pubblicavano nel frattempo il Mondo di Mario Pannunzio e lEuropeo di Arrigo Benedetti. E proprio una di quelle inchieste  sulle malefatte della politica degli ammassi della Federconsorzi  gli era costata una bella lettera di licenziamento, essendo lassociazione guidata dal potente Bonomi un grande cliente della Bnl. Da l in poi Scalfari avrebbe cercato di mettere in pratica quello che era per lui lobiettivo centrale del giornalismo indipendente: controllare il potere. Anzi, qualcosa di pi: erigersi a contropotere. Noi  amava ripetere  ci dobbiamo sentire come i primi libellisti del Settecento, come Jonathan Swift, che sezionava senza piet le miserie della nascente rivoluzione industriale.

Con lo stesso spirito, Scalfari aveva sezionato, dalle pagine dellEspresso, lascesa della razza padrona, quel kombinat politico-burocratico-industriale che avrebbe trasformato lindustria pubblica da motore propulsivo della crescita (quale era stata durante il boom) a strumento di spartizione clientelare e di saccheggio delle casse dello Stato. Tanto la sua sfida solitaria a Cefis e al suo sistema di potere, con lassalto alla Montedison (sfida costruita insieme a Peppino Turani) quanto quella successiva lanciata dalle pagine di Repubblica a Berlusconi, erano sorrette da una accurata conoscenza delle basi finanziarie oltre che politiche su cui quei due personaggi avevano costruito le loro fortune.

Non  un caso, dunque, che leconomia abbia avuto sempre un peso fondamentale nelle pagine del quotidiano fornendo una chiave interpretativa di fatti politici che per molto tempo gli altri giornali hanno stentato a comprendere. Avvalendosi della competenza di Mario Pirani, con la sua squadra proveniente dal Globo, Scalfari aveva dato subito lidea che il giornalismo economico non sarebbe stato pi relegato in angusti spazi per addetti ai lavori, ma avrebbe fornito il filo conduttore, fino a quel momento mancante, al racconto del nostro Paese, dichiarando subito, inoltre, il proprio sistema di valori: un liberalismo di sinistra fondato sul motto dei fratelli Rosselli giustizia e libert.
Liberalismo ma non liberismo, con lo Stato tuttaltro che neutrale e indifferente ma chiamato invece a raddrizzare squilibri e a rafforzare il welfare, senza per trasformarsi  come invece stava accadendo  in una macchina distributrice di favori assistenziali a clientele e corporazioni. Aver spiegato prima degli altri come stava degenerando lItalia della super-inflazione e del super-debito resta il merito primario della scuola di giornalismo economico nata e cresciuta a Piazza Indipendenza.
