Gli incontri in Vaticano, un laico che voleva capire, di Alberto Melloni.

Le conversazioni con Ruini e Martini. Poi lincontro fulminante con Bergoglio: I miei amici mi dicono che devo stare attento gli aveva confidato. Perch parlando con lei finir per convertirmi.

La storia della cultura italiana  piena di pretume a caccia di anime famose avviate dallanagrafe sulla soglia delleterno: cacciatori di prediche, pi che pescatori di uomini, che applicavano un principio della apologetica intransigente. Quello che dava appunto ad una capitolazione in articulo mortis un valore apologetico, quasi una dimostrazione di potenza. Rispetto a costoro Eugenio Scalfari era una preda inarrivabile.

Scalfari il laico come dice il nostro sfocatissimo linguaggio, reso consapevole da una meditazione filosofica alta. Scalfari il non credente, come lui stesso diceva, che usava quel non con una consapevolezza e una seriet che spesso manca a chi si dichiara credente senza avere quella pudicizia che  propria di chi sa di cosa sa parlando. Scalfari, per, che questionava la fede e si lasciava questionare cercando da un vita un interlocutore, in fondo con poco successo.
Due grandi porporati ebbero infatti con lui un dialogo di intensit diversa: Carlo Maria Martini e Camillo Ruini. Con loro il dialogo non scosse una convinzione, che talora diventava stereotipo: e cio almeno che tutto ci che era cristiano e cattolico, doveva non poteva che essere ottuso, perch poggiato su una convinzione assoluta e un adesione ad una verit rivelata, immobile, sorda al richiamo della modernit.

Non poteva scuoterlo Martini. Il cardinale di Milano, a torto ritenuto simile a Bergoglio, i non credenti li metteva in cattedra. Ma per uno scopo nobilmente strumentale: far risuonare la loro corda cos da far vibrare quella che nellesperienza di fede trasforma la monodia agnostica nella polifonia dello spirituale. Quella sua intensit principesca nellascolto li toccava e li seduceva: rompeva una parte del luogo comune che vedeva nei cristiani degli apologeti della cristianit. Ma alla fine lo avvalorava perch presentava quel suo modo di porsi come una rarit non replicabile, una eccezione che confermava la regola. Non poteva scuoterlo nemmeno Ruini. Il cardinale che ha espresso e dominato la chiesa italiana per un ventennio, cercava in Scalfari anche un interlocutore teologico: si lasciava volentieri interpellare sui dogmi della fede e poteva, almeno con lui, far sfoggio dei suoi studi tomisti. Ma alla fine era chiaro che la incolmabile distanza fra quelle astrazioni dottrinali e la politique dabord che ne segnava la quotidianit nellItalia che scivolava nellanomia berlusconiana non interpellava alcunch.
E alla fine  arrivato Bergoglio: le nove pagine di risposta a un suo articolo, il dialogo a quattrocchi a santa Marta e la scoperta di una cosa che un grande italiano nonagenario, che aveva scrutato lItalia dalla tolda di una ammiraglia della informazione, in un rapporto stretto con tante figure e tante notizie, poteva dire di aver visto per la prima volta: il cristianesimo. Il cristianesimo di Bergoglio ha fatto cambiare idea a Scalfari non sul suo rifiuto della fede religiosa, ma sul cristianesimo di chi una fede ce lha e la custodisce come un dono e non la usa come un randello. A pi riprese Scalfari ha raccontato la storia di un rapporto nato per iniziativa di Bergoglio: suprema astuzia del padre gesuita? No: discernimento del vescovo di Roma. Che si  scelto un interlocutore non credente che gli desse sufficienti garanzie di non capitolare e col quale parlare a coloro ai quali non parla la caritas in veritate, ma solo la veritas in caritate. Un incontro in cui Scalfari ha agito come al solito: pubblicando una intervista nella quale non cera tutto quello che Francesco gli aveva detto e cerano cose che Francesco non gli aveva detto, ma che gli sembrava rendessero il suo pensiero.

Per la prima volta in vita sua, in uno scrupolo, aveva mandato il testo al Papa perch lo leggesse: cosa che il Papa sera ben guardato dal fare. Convinto, giustamente, che se ci fosse stata qualche forzatura del suo pensiero, qualche equivoco sulla questione del giudizio soggettivo della coscienza, poco contava. Quel che contava infatti non era far magistero dalle colonne di Repubblica  il Papa il suo magistero lo fa come, dove e quanto vuole  Il punto era che questa antenna sensibile della cultura italiana facesse capire a chi non ascolta, con buon diritto, la predicazione del vangelo di Francesco, che la verit cristiana non  un monolite kubrickiano ma una relazione viva e vitale con Ges. La scoperta che il solo modo di alzare gli occhi allonnipotente  lasciare che il crocifisso ti porti ad alzare lo sguardo tracotante allo zenith del demone che toglie lombra di torno al potere sacralizzato; n sul filo dellorizzonte tremolante del tramonto della ragione in attesa di qualcosa ma a quellaltezza della croce, nella cui umiliazione passa la rivelazione del mistero di Dio anche per le genti.

Scalfari ha accettato questo dialogo e ha fatto la scoperta duna relazione in cui non cera lesigenza di stupirlo o di usarlo, ma il desiderio effettivo e reale di ascoltare un uomo pensoso gratuitamente. Questa scoperta ha modificato il linguaggio di Scalfari, che di nessun Papa aveva mai detto Sua santit con una intensit non protocollare. Ha modificato i ritmi di scrittura di Scalfari che a Francesco ha dedicato molte riflessioni, facendo del suo laico sermone domenicale uno strumento per continuare a distanza una amicizia degna di questo nome. E ha modificato la convinzione che citavo allinizio: perch il Papa gli ha detto  lo ricordava qualche sera fa in un colloquio allEliseo con il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino  che la sua convinzione non assolutista, ma consapevole e convinta del relativismo nella verit, era la stessa convinzione con cui un cristiano sente in modo consapevole e convinto la verit come relazione.
Mi hanno detto di stare attento, perch parlando con lei finir per convertirmi: cos Eugenio Scalfari raccontava di aver confidato a Francesco. Il Papa gli aveva risposto di star tranquillo che non era possibile convertirlo, anche perch lui aveva bisogno di un ateo con cui parlare. E se si fosse convertito, dove andava a trovarne un altro cos? Il giudizio papale era vero in entrambe le parti.

