Il ritratto. Il secolo di Eugenio Scalfari, di Ezio Mauro.
 
 stato un rivoluzionario del giornalismo, come dimostra la fondazione di Repubblica a sua immagine e somiglianza. Con il merito immenso di aver trasformato linformazione in conoscenza e il lettore in cittadino.

Un giornale pu sentirsi orfano, quando muore il padre. Esce ogni giorno, ogni giorno cambia, scritto com quotidianamente dalla realt mutevole e sorprendente dei fatti. Per un giornale ha unanima, un carattere, una sua natura particolare capace  se rispettata  di rendere il tutto coerente e di tenerlo insieme, firme e lettori, generazioni diverse, storie e provenienze: giorno dopo giorno, un anno dopo laltro. Lanima di Repubblica  la vera creatura di Eugenio Scalfari, fatta a sua immagine e somiglianza ma con un dono speciale, quello della libert nella conoscenza e nelle scelte. Perch il vero fondatore  chi crea qualcosa e poi lo lascia andare in un cammino autonomo, fedele nella libert, perch gli possa sopravvivere.

C la fierezza per ci che ha costruito, la commozione per averlo perduto, e il senso dellabbandono nellultimo saluto a Eugenio, oggi. Si scoprono i sentimenti di un giornale, il vuoto e il dolore nella redazione, il lutto attorno a noi, tra i lettori, nelle istituzioni, nella societ. Scalfari costituiva un mondo, lo definiva, lo rappresentava. Per noi era molto di pi, il punto dinizio e il punto di riferimento, il creatore di una comunit che si  scelta e deve continuare a scegliersi ogni giorno, una voce, un consiglio, unamicizia e un affetto. Noi non abbiamo soltanto lavorato con lui: gli abbiamo voluto bene, come si fa con un progenitore che c sempre stato, con cui hai condiviso le vittorie e le sconfitte, e su cui pensavi di contare per sempre.

La verit  che non ci ha preparati al distacco, nonostante una vita lunga un secolo. Non i lettori, che lo hanno trovato qui ogni domenica dal 1976 fino alle ultime settimane, ma nemmeno noi, i suoi compagni. La forza intellettuale, la vivacit politica, la curiosit delle cose grandi e piccole rimanevano intatte, ci interpellavano ogni giorno e pi volte al giorno e riscattavano il fisico infragilito, il movimento pi lento, una fatica crescente nel muoversi. Fin che ha potuto entrava qui, ogni mattina, con quella sua eleganza distratta, fortemente personale, il bastone che sembrava un vezzo pi che un appoggio. I gesti sempre uguali mentre sedeva, poi accavallava le gambe e subito accendeva una sigaretta, anche se negli uffici non si pu pi fumare.

A quellora del mattino, prima della riunione di redazione, aveva letto soltanto Repubblica, tutta. Bastava perch il mondo gli girasse intorno nelle sue orbite conosciute, e lui si sentisse capace di comprenderlo. Scherzava, si appassionava, raccontava sceneggiandolo un episodio della cena con gli amici la sera prima, si fermava su un pettegolezzo, ragionava sulla politica. Ogni tanto un accenno al tramonto, un pensiero sulla fine. Soltanto let era ormai un punto fisso dei discorsi, prima una scusa per dire di no a qualche appuntamento e non viaggiare, poi in qualche raro caso quasi una confessione, come una verit da condividere in silenzio, insieme, commuovendosi quando nominava Enrica e Donata e parlava di Simone, il nipote.
Il giornale, la sua gente, continuava a vivergli attorno, come a un vecchio padre da cui si parte e a cui si torna. Lo guardavamo mentre parlava in piedi con lamico di unintera vita, Carlo Caracciolo, o con il compagno di tanti anni, Carlo De Benedetti, infine con John Elkann, leditore di quel mondo torinese a cui pure era legato attraverso la famiglia: e sapevamo che nelle mani, o forse in tasca, o nella mente e nel cuore lui teneva comunque sempre quella scintilla immateriale che trasforma unimpresa in unavventura collettiva, una redazione in un giornale, un quotidiano in un soggetto che parla al Paese e non soltanto del Paese.

Dentro la creazione della sua maturit  Repubblica appunto  confluivano le sue diverse vite e i mondi che aveva frequentato: la giovent immersa negli anni del fascismo, il liceo delle grandi amicizie, la provincia e le capitali, il francese come scuola culturale, Milano e le domeniche mattina nellufficio di Mattioli, la genesi liberale, lesperienza radicale e lincontro definitivo con la sinistra italiana, gli anni dellEspresso che costruivano un mondo e non soltanto un giornale, e infine lambizione di Repubblica.
Pi tante altre cose, alcune delle quali segrete, o almeno intime: sentimentali.

Da qualche parte sicuramente il mare, una specie di paesaggio dellanima davanti al quale andava a passeggiare la sera con la madre, ai bagni Pirgus, quel mare che il nonno dipingeva nei suoi quadri e che lui sentiva da bambino affacciato al balcone della sala, guidato mentre scendeva il buio dalle prime luci delle lampare, dalle sirene dei vaporetti rimorchiatori che rientravano in porto, dalle cabine illuminate gi al largo. Una presenza costante come un rumore di fondo e un elemento della sfida. Che per Eugenio comincia da bambino, quando si assegna la responsabilit adulta di tener uniti i genitori in un matrimonio che scricchiola nella casa di Civitavecchia: una prova che poi prender il largo con il mito di Ulisse sempre frequentato, cercando la coscienza del limite, la conoscenza che lo supera, lesperienza libertina che vuole provare il canto delle sirene, la responsabilit che fa tappare di cera le orecchie dei compagni, perch si salvino.

Qui c tutta la sfida riassunta in una parola: la conoscenza. Non solo una prova, dunque, o un cimento, un duello con un avversario. La vera sfida  il superamento di una soglia insieme e per conto dei compagni davventura, ed  soprattutto una partita con se stessi. Mettersi continuamente in discussione, puntare ogni volta ad un orizzonte pi ampio, ripartire per un nuovo viaggio dopo ogni conquista.
Il giornale  questa necessit, e questoccasione. Soprattutto per chi lo fonda e con questa fondazione fissa unidentit, disegna un profilo, indica un percorso di evoluzione e di crescita. Nel giornale di Eugenio, cos come lui lo ha concepito, c la sfida di una comunit intellettuale e dimpresa, il miracolo di un incrocio vivo di generazioni diverse, di esperienze disparate, di provenienze differenti unite in una cultura di riferimento  con lui la chiamavamo una certa idea dellItalia  e un obiettivo comune. Non  latto di governo quotidiano che unifica e tiene tutto insieme, bens latto di nascita, limprinting, il dna. E solo il fondatore ha  per sempre  la dimensione della paternit, del soffio iniziale, di chi ha visto la barca prendere il largo con un equipaggio che lui ha scelto, su un legno che lui ha intagliato, verso una rotta che lui conosce. Non per caso quando non lo conoscevo personalmente, Scalfari mi ricordava un Gulliver che leggevo da bambino, disegnato mentre tirava dietro di s con le mani i fili delle navi di Lilliput.

Il risultato  una concezione del giornale che va ben al di l della fotografia della giornata per puntare alla ricostruzione del mondo, allinvenzione del contesto, allintelligenza degli avvenimenti, alla comprensione dei fenomeni. Cio la creazione di una vera e propria macchina della conoscenza: capace di aiutare il lettore a partecipare e a capire, dunque a diventare un cittadino consapevole, proprio perch informato. Con un punto di vista forte, dichiarato e trasparente, perch non  una scelta partitica ma unidentit culturale, un modo di essere e di guardare al Paese e al mondo.

Se dovessi riassumere lavventura giornalistica di Eugenio, direi che  la scommessa del cambiamento, anche in questo Paese, nonostante tutto, credendo ostinatamente che sia possibile persino in Italia. Crederlo, e testimoniarlo, appoggiandosi a due culture di minoranza, unite in quello che con disprezzo gli avversari chiamano ancora azionismo e che noi teniamo a cuore: la pratica politica della sinistra coniugata con il metodo liberale. Una scommessa, certo, anche un azzardo: puntare su unItalia che non c, ma che si pu costruire rifiutando la rassegnazione, partendo dal fondamento culturale delle cose, credendo nel valore di un impegno civile, nel sentimento costituzionale, di libert, repubblicano. Nella felicit possibile della democrazia.

Questa sfida  pi credibile se nasce dalla capacit di cambiare se stessi, mentre si chiede il cambiamento. E Scalfari ha rivoluzionato il modo di essere del giornale italiano, nel 1976, e attraverso la novit di Repubblica ha cambiato il giornalismo. Basta pensare al formato, che oggi tutti hanno adottato ma che allora sembr e fu rivoluzionario, alla fine della terza pagina accademica, al paginone centrale per la cultura, alle pagine due e tre dedicate al fatto del giorno: tutte rivoluzioni diventate oggi patrimonio comune, ma nate dal suo genio giornalistico e dalla sua Repubblica, che da lui ha ricevuto la magnifica condanna dellinnovazione permanente. Con la scuola del grande settimanale unita al quotidiano Scalfari ha insegnato a non accontentarsi mai della dimensione frontale delle vicende, ma a inclinare ogni fatto e ogni giornata sul suo lato critico, cercando quel deposito di significato riposto che sta sul fondo delle cose.

Questa ricerca scalfariana di senso  ci che trasforma linformazione in conoscenza, la conoscenza in coscienza, il lettore in cittadino. E Repubblica in un unicum che non si pu omologare, molto meno di un partito  come pigramente dicevano gli avversari  ma qualcosa pi di un giornale, nella forza della sua soggettivit e dellidentificazione con i lettori. Il quotidiano pensato da Eugenio  parte della vita del Paese, non della sua rappresentazione: e a differenza del cinema e della letteratura il suo giornalismo non  una struttura mimetica ma svela chi lo fa, porta in primo piano le sue idee e le sue passioni. Perch Scalfari  stato soprattutto un giornalista di idee, capace di cercare in ogni vicenda la dimensione culturale delle cose, quella che rivela perch d sostanza, quella che resta perch  qualcosa che vale, dunque che dura. Per questo penso al dialogo quotidiano con Eugenio anche come a un antidoto al sentimento delleffimero che pesa inevitabilmente sulla vita di un giornale, qualcosa che va oltre lamicizia e laffetto personale, oltre il dolore e la mancanza, perch lega le radici alle foglie come solo lui poteva fare.
Di questo, e di molto altro, ho fatto in tempo a ringraziarlo, con parole che sono soltanto nostre. In pubblico, lo abbraccio ancora una volta come abbiamo fatto ad ogni incontro, senza falsi pudori, e gli dico grazie per ci che ha lasciato a tutti noi. So che ognuno degli uomini e delle donne di questa redazione e di questazienda porta con s un segno dellincontro con Scalfari, un gesto di attenzione individuale, un tono particolare del rapporto, un ricordo privato. Ma c qualcosa che vale per noi tutti: lo chiamerei lalgebra e il fuoco, la buona grammatica delle cose e la passione culturale che le attraversa e le illumina di senso. Una passione scalfariana che facciamo nostra per fedelt e per scelta, nella ricerca comune di quello che con Eugenio, citando Williams, chiamavamo lo strano fosforo della vita: che poi  la materia del suo giornalismo e della sua amicizia, della sua natura.  il lascito che lui vorrebbe, quello che salutandolo oggi scegliamo e che porteremo con noi, riconoscendolo gli uni negli altri, dovunque saremo.

