Un'avventura straordinaria. L'intellettuale amato dal popolo, di Michele Serra.

Sempre in piazza come un filosofo antico, a conversare con i concittadini come se i concittadini fossero tutti, per principio, per fede nella democrazia perfettamente allaltezza di qualunque conversazione .
L'ultimo gigante del giornalismo classico se ne va, quasi centenario, trascinando con s, come una grande nube bianca e nera che scompare allorizzonte, il suo mondo di carta e di inchiostro. In quel mondo, che  irripetibile per ragioni tecniche e culturali, le une inestricabili dalle altre, un giornale quotidiano voleva e doveva essere, ogni mattina, il riassunto ragionato della vita pubblica di un Paese e del suo popolo; con una implicita funzione di orientamento politico.
Non  esagerato dire che nella seconda met del Novecento una persona si autodefiniva anche a partire dal quotidiano che portava ripiegato in tasca. La politica vi era sovrana incontrastata. Era la scienza inesatta, eppure non rimpiazzabile, grazie alla quale, anzi dentro alla quale, le generazioni passate discutevano della conduzione della Polis e dunque del proprio destino.
Non si osava dire politica, al tempo di Scalfari, senza che la parola mettesse una certa soggezione, perch rimandava a una disputa intellettuale, ideologica e anche filosofica. Non che  gi allora  la politica non fosse anche basso maneggio, espediente di potere, raggiro della buona fede popolare. Delle grandi inchieste sul malaffare e la corruzione Scalfari non solo aveva contezza; ne fu, specie negli anni dellEspresso, uno dei pi implacabili artefici. Eppure non si metteva mai in dubbio  se non nella ciancia volgare e disfattista, che non era considerata vero giornalismo anche se arrivava nelle edicole  il valore profondo della politica. Che era, appunto, una discussione sul destino degli uomini; oppure non era.
Lui fu tra i grandi interpreti di quel copione novecentesco, si confrontava da pari a pari con i grandi capi dei partiti di massa e anzi, forse furono loro a dover temprare idee e parole per sostenere il confronto con quel signore eloquente e solenne (tra le numerose frecce del suo arco non cera la leggerezza) che quando parlava di politica mirava in alto, quasi per allenare il tiro ai bersagli celesti della sua senilit.

Ma la lezione davvero preziosa, forse il vero lascito di Scalfari,  che questa intransigente pratica verbale e intellettuale  stata seguita con passione, quotidianamente, per decenni, da milioni di persone, contraddicendo clamorosamente il pregiudizio, oggi furoreggiante, sulla distanza incolmabile tra intellettuali e popolo, tra lite e bisogni sociali (essendo linformazione, senza dubbio alcuno, un bisogno sociale: oggi come prima e forse pi di prima).
Eugenio Scalfari, lo Scalfari che citava i filosofi greci e gli illuministi francesi,  stato un uomo popolare, come del resto il ristretto novero delle grandi firme del secondo Novecento, da Montanelli a Biagi a Fallaci a Bocca. Ben prima che le apparizioni televisive ne rinforzassero la fama (e anche la diluissero), bastavano i giornali e bastavano le edicole, tempietto laico, molte anche nella forma architettonica, a costruire la popolarit degli editorialisti, dei grandi inviati, dei direttori. I giornali vendevano molti milioni di copie, non sospettando che la solida diarchia con la televisione sarebbe presto stata travolta dal digitale e dal web, dalla destrutturazione dellinformazione in una nebulosa sempre vitale, non sempre autorevole, dalla quale, almeno in questa lunga fase di transizione, non sembra poter sortire una leadership riconosciuta come fu quella degli Scalfari e dei Montanelli. Si spera dunque nel futuro.

Repubblica nacque, per prudente calcolo, come quotidiano incompleto, selettivo e riflessivo, quasi un lusso per lopinione pubblica pi irrequieta e pi esigente. Ma quel vascello leggero divent, in pochi anni, una corazzata. Come un piatto stellato che diventa pietanza popolare, pane quotidiano. Neppure i pi stretti collaboratori di Scalfari sanno dire con certezza se quel clamoroso salto fosse in qualche modo messo in preventivo, o almeno sperato, dal fondatore. Quello che possiamo dire, alla luce dellaccaduto,  che la tetragona fiducia di Scalfari nella sua qualit intellettuale (il suo non dissimulato ego, tanto trattato e meditato negli ultimi libri) si  tradotta in atto di fiducia, e di contagio, nella qualit intellettuale dellopinione pubblica, o almeno di una sua larga parte. Scalfari, senza i suoi tantissimi lettori,  impensabile: eppure uno dei grandi meriti  e privilegi  del suo giornalismo fu non porsi mai, nemmeno per un attimo, il problema di come piacere ai lettori, modulando i toni e magari abbassando il tiro.
La facilit, direi quasi lautomatismo, con cui un uomo cos ambizioso e cos esigente, incapace di qualunque ruffianeria o semplificazione per ingraziarsi il pubblico,  diventato uno dei pi popolari e amati (o quantomeno rispettati) giornalisti italiani, ci dice molto, anzi moltissimo, sulla qualit come eterno motore delle attivit umane. Le persone giovani che hanno il compito, e direi il dovere, di progettare linformazione del futuro, che non pu essere pi la stessa perch il mondo cambia e con lui cambiano i linguaggi, lo scenario sociale, il mercato delle idee, riflettano sulla straordinaria avventura intellettuale di Eugenio Scalfari, che in virt della fedelt a se stesso e al proprio mondo di libri e di idee  un mondo apparentemente ristretto   riuscito a diventare amico di milioni di lettori. Sempre in piazza, come un filosofo antico, a conversare con i concittadini come se i concittadini fossero tutti, per principio, per fede nella democrazia, perfettamente allaltezza di qualunque conversazione.

