Il ricordo: "Da lui ho imparato quasi tutto", di Corrado Augias.

Di Eugenio Scalfari minnamorai a ventanni, nel 1955. Frequentavo i convegni che il settimanale Il Mondo organizzava la domenica mattina a Roma, al teatro Eliseo. Quando prendeva la parola sapevo gi che avrei ascoltato una lezione di economia affascinante come un racconto, scandita con voce e tempi giusti da un uomo che mostrava gran fiducia in quello che diceva. Il Mondo mescolava nelle sue pagine una cultura minoritaria rispetto alle due chiese dominanti, La Dc e il Pci: lItalia nata dalle elezioni del 18 aprile 1948; avrebbe retto fino al disfacimento dei primi anni Novanta. Tra le personalit di riferimento cerano Salvemini ed Einaudi, cera Benedetto Croce, storico e filosofo, cerano Gramsci e Gobetti, il richiamo ad unItalia vicina allEuropa, agli ideali libertari, alle grandi rivoluzioni illuministe, compresa quella americana. Gi i nomi di chi scriveva sul Mondo davano netto un profilo: Ernesto Rossi, Luigi Salvatorelli, Ugo La Malfa, Arturo Carlo Jemolo, Giovanni Spadolini, Aldo Garosci, Vittorio Gorresio, tra gli altri.

Analoghe radici le ho ritrovate nel settimanale lEspresso, quando cominciai a collaborarvi, poi in Repubblica, quando finalmente nacque. Nella prima idea di Scalfari il nuovo quotidiano avrebbe dovuto chiamarsi LOpinione. Poi scoppi in Portogallo quella che si sarebbe chiamata la rivoluzione dei garofani; tra i suoi motori cera il quotidiano Repblica. Era luovo di Colombo, Repblica portoghese aveva una linea politica non lontana da quella ipotizzata per il progetto italiano. LOpinione divent La Repubblica.

Il nuovo quotidiano che Scalfari aveva a lungo immaginato e voluto nacque come un misto di politica, economia e cultura. La politica dominava dalla prima pagina; la sezione delleconomia apriva addirittura con una sua testata interna; la cultura trovava per la prima volta una collocazione al centro esatto dello sfoglio cos compensando con una pagina doppia (il famoso paginone) il formato ridotto rispetto agli altri quotidiani. Lidea di Scalfari era che la terza pagina nella quale i temi culturali erano stati tradizionalmente racchiusi, andasse abolita per dare a quella sezione un rango reso visibile gi dalla sua collocazione. Il menab originale (e teorico) venne ampiamente alterato dallaumento delle pagine e dal crescente numero di lettori.
La cronaca bianca e nera, per esempio, era in origine prevista su una sola pagina, met per uno Roma e Milano (occhiello di pagina Le due capitali); idem gli spettacoli, non tutti i cinema (allora molto pi numerosi e frequentati di oggi) ma una selezione dei migliori film in circolazione. Quando Repubblica nacque, la cronaca politica era di norma condensata in un solo articolo (in gergo il pastone) nel quale il redattore addetto (il pastonista) riassumeva il senso complessivo della giornata. Scalfari ruppe anche questa consuetudine. Veniva dai settimanali dove la cronaca politica doveva tener conto del tempo tra la redazione di un articolo e la sua uscita. Scalfari trasport di peso questa scansione sulle pagine del nuovo quotidiano. Non pi un pastone ma numerosi articoli che dessero conto dellattivit del governo ma anche di quella dei partiti, dei sindacati, dei movimenti. Una maggiore articolazione che voleva dire maggiore comprensibilit della vita pubblica nonch la scoperta per il lettore del momento iniziale di uniniziativa, unidea, una corrente, una degenerazione.

Limpostazione del giornale cominciava con la riunione del mattino trasformata da Scalfari in un evento teatrale. La messa cantata (in gergo) poteva durare ore. Ottimo il tuo articolo, diceva ad un redattore; oppure: questa volta non eri al meglio, sai fare di pi. Elogi e rampogne, confidenze, battute, sorrisi. Accadeva che chiamasse il tal politico e che la telefonata fosse messa in vivavoce. Teatro certo, ma anche uno strumento di governo degli umori del giornale. Comunque una assoluta padronanza delle circostanze. Il punto di equilibrio economico era previsto con centomila copie di vendita. Per molti mesi Repubblica fu lontana da quel livello anche se Scalfari arrivava alla riunione con un foglietto dal quale leggeva cifre immaginarie: ieri a Milano 18 mila, a Roma quasi 30 mila, traguardi gettati l per rincuorare la truppa facendogli intravedere la luce di un futuro. Tentativo che, a distanza di tanti anni, mi sembra eroico.

Qualche volta, insieme al collega e amico Enzo Golino, andavamo dopo la riunione dal capo della distribuzione che apriva per noi il registro (scritto a mano!) delle copie vendute. Lontanissime da quelle annunciate. Era comunque chiaro che il progetto funzionava, di Repubblica si parlava in giro, il giornale andava in tutte le mazzette dei dirigenti pubblici e privati, i temi lanciati sulle sue pagine rimbalzavano negli interventi politici, di Repubblica si cominci a dire che era pi un partito politico che un giornale. Un commento malevolo o beffardo che per coglieva un punto: Repubblica effettivamente veniva pensata e scritta da un gruppo di persone che avevano notevoli interessi comuni politici e culturali.
Fu anche questa coesione, che permise senza difficolt il cambio di linea. Repubblica era nata come quotidiano filosocialista. Non a caso nel primo numero figura unintervista di Scalfari al segretario del Psi Francesco De Martino. Nel luglio di quel 1976 accadde per che, col pretesto dei deludenti risultati elettorali, De Martino venne sbalzato dalla segreteria. Gli successe Bettino Craxi che, in teoria, avrebbe dovuto essere un segretario di transizione. Sappiamo com andata. Repubblica a quel punto vir verso il Pci con un progetto inaudito: accelerare il distacco dei comunisti italiani dalla matrice sovietica, agevolarne la trasformazione in un moderno partito riformista. Ancora una volta Scalfari aveva scelto un traguardo ambizioso e lontano. Infatti, ci volle la caduta del Muro perch le resistenze al cambiamento fossero finalmente vinte. A Eugenio Scalfari ho voluto bene, quasi tutto quello che so come giornalista lho imparato da lui.

