SAGGIO 3. APOLOGIA DEL PROGRESSO, di ROBERTO MORDACCI.

La rinuncia a una concezione sostanziale del progresso  
quanto di pi utile allavanzata delle concezioni reazionarie. A 
contrastarle servirebbe piuttosto unidea forte di progresso, in 
cui lemancipazione non sia appiccicata a una fragile ossatura 
pragmatista, ma insediata al fondo dellintera visione della storia. 
E pazienza se pioveranno accuse di eurocentrismo: contro 
lilluminismo oscuro, la strategia pi promettente  e resta 
indubbiamente quella di praticare un rischiaramento radicale, 
che si liberi di troppe autocensure.


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Tramonto di un mito.
 del 1984 la prima edizione di Tramonto di un mito. Lidea di progresso fra Ottocento e Novecento di Gennaro Sasso, lo storico dellidealismo (e di Machiavelli) scomparso a maggio 2026. In una dotta serie di quadri, il libro smonta limmagine tipicamente positivistica del progresso come concezione lineare della storia, destinata a magnifiche sorti e progressive sotto la guida del metodo scientifico. In realt, questa fiducia senza remore in un dinamismo intrinseco della storia non corrisponde alla concezione illuminista. 
Anzi, appartiene piuttosto a un movimento antilluminista che 
covava nellOttocento e che dilag nel Novecento, anche grazie
allimmeritato successo del Tramonto dellOccidente di Oswald 
Spengler. Come nota sferzante Sasso, soltanto lignoranza e la 
beata presunzione potevano aver suggerito a Oswald Spengler che 
una scoperta fosse lantica dottrina ellenica dei cicli storici, che con ben altra genialit e profondit, Giambattista Vico aveva ripresa e ripensata nel secolo 18esimo.  sempre cos: quando i 
presunti intellettuali pi amati dai reazionari vogliono far faville 
finiscono per riscoprire lovvio. 
LIlluminismo ha una concezione assai pi elastica della storia, n 
deterministica n trionfalistica. Il progresso  una possibilit, non una legge naturale. Nemmeno Kant, a leggerlo attentamente, risponde semplicemente s alla domanda se il genere umano sia in 
costante progresso verso il meglio. Piuttosto, dice che ci sono segni prognostici di un progresso sociale (la Rivoluzione francese, vista come il risveglio di un intero popolo), e che da alcune acquisizioni, come lo Stato di diritto, non si torna pi indietro. Questo, per altro, non nel senso che tali conquiste non possano ricevere smentite dalla storia, bens nel senso per cui la validit di certe tesi resta scritta negli eventi e nella memoria storica ed  sempre pronta a riaffiorare. Si pu a ogni passo ricadere nella barbarie, ma il ricordo di averne rischiarato una sia pur piccola parte si insedia nella coscienza pubblica e, a meno di perdere del tutto questultima, lavora per trovare la forma in cui riprendersi la scena. Persino Condorcet, nellAbbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano (1795), non considera inarrestabile il cammino dellumanit. La sua ricostruzione, in fondo non tanto implausibile quanto vorrebbero gli antiprogressisti (molte delle sue previsioni si sono realizzate),  costellata di ritorni delle epoche antiche, prima fra tutti la ripresa 
dellaristotelismo nella prima modernit, un passaggio fondamentale per lapertura verso i nuovi metodi della conoscenza. 
Il mito che tramonta, dunque,  piuttosto un fantoccio: lautoma 
giocatore di scacchi manovrato da un abile giocatore nascosto, ovvero il manichino detto materialismo storico che deve vincere 
sempre,  unimmagine su cui giustamente Walter Benjamin 
ironizza nelle sue tesi sulla filosofia della storia. Ma questimmagine  in realt una caricatura, funzionale al contro-racconto conservatore, una finzione che serve pi ai denigratori del progresso sociale che ai suoi sostenitori. Il vero tema non  se il progresso sia tramontato, bens che cosa si contrabbandi sotto il suo abito consunto ma ancora accattivante.

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Non c vera innovazione senza giustizia.
Progresso significa molte cose. Innanzitutto, e in senso letterale, 
non  pi che un semplice movimento. Certo, un movimento in 
avanti, ma la destinazione  tuttaltro che determinata, anzi:  
proprio il presunto fine della storia a essere oggetto di controversia. Un movimento in avanti pu ben essere diretto alla barbarie o allannientamento, come sarcasticamente nota Nietzsche nel Crepuscolo degli idoli: Nessuno ha la libert di essere gambero. Non giova a nulla: si deve andare avanti, voglio dire un passo dopo laltro pi in l nella dcadence (questa  la mia definizione del moderno progresso). 
Si pu intralciare questo sviluppo e, intralciandolo, arginare, 
concentrare, rendere pi veemente e pi improvvisa la degenerazione stessa: di pi non si pu fare.
In realt, di unaccelerazione del processo storico, in una vena 
trionfale, si sono recentemente fatti promotori autori molto amati 
nella Silicon Valley, come Nick Land, il cui accelerazionismo efficace propugna il dispiegamento pi rapido possibile del tecnocapitalismo in nome di un illuminismo oscuro. Lidea  quella di rimuovere tutti gli ostacoli, fra cui la democrazia, che impediscono o frenano il pieno dispiegamento della tecnologia, in particolare del digitale, dellintelligenza artificiale e della biologia transumanista. Naturalmente, un tale dispiegamento deve essere guidato dalle menti migliori, ossia da coloro che detengono la conoscenza, le risorse economiche e il potere politico per governare le masse e orientarle nella giusta direzione. I teorici dellaccelerazionismo efficace appartengono a quella broligarchy che non fa mistero di preferire governi autoritari, diseguaglianze profonde e manipolazione serrata dellopinione pubblica, in modo da poter (ri)condurre la nazione egemone (gli Stati Uniti) alla guida della storia. E naturalmente, lEuropa, con i suoi patetici tentativi di creare contrappesi democratici e giuridici,  il simbolo stesso della decadenza orale, economica, tecnologica e politica. Unopinione che i broligarchi condividono con i governi autoritari di Russia e Cina, gli unici competitori degni di riconoscimento.  unironia della storia che Nietzsche chiamasse tutto questo dcadence. 
Uno dei cortocircuiti mentali in cui  incorsa la nozione di progresso  il risultato di una confusione elementare: quella fra progresso e innovazione. Come abbiamo visto, nellepoca in cui lidea di progresso si consolida,  molto chiaro che il suo contenuto  anzitutto morale e politico. Nel Frammento sullAtlantide, Condorcet scrive: 
Mi sono situato in un paese veramente libero, in cui regna una 
reale uguaglianza; in cui la semplicit delle leggi e dellamministrazione evita sia di moltiplicare i funzionari pubblici sia di affidar loro dei compiti che potrebbero stimolarne lavidit e lusingarne lambizione; in cui i posti affidati per un breve periodo, distribuiti in modo tale da poter essere occupati da individui con capacit ordinarie, non possono diventare n loggetto n loccupazione esclusiva di una classe di uomini che vi si sarebbero preparati con studi estranei al resto dei cittadini; infine, non esistono pi istituzioni che offrono i mezzi per acquisire grandi ricchezze. [] Mi sono situato in un paese in cui i lumi generali e la conoscenza dei diritti delluomo non consentono di temere che si voglia mai fondare il benessere pubblico sulluguaglianza nellignoranza e nella stupidit. Cos nessuno riuscirebbe a far credere che i limiti della propria ristretta intelligenza sono quelli della ragione umana, a farvi insegnare i propri pregiudizi come sole verit degne di essere conosciute. 

Non si potrebbe essere pi attuali: nessun sogno tecnocratico, 
perch non c nessuna vena nera nellIlluminismo reale; nessuna 
teoria della diseguaglianza e del privilegio degli oligarchi, perch 
lIlluminismo  intrinsecamente democratico (non intrinsecamente totalitario, come erroneamente pensavano Adorno e Horkheimer.

Ed  significativo che Condorcet si esprima cos in un frammento utopico e non nellultimo capitolo del suo Abbozzo: lorizzonte del progresso, i suoi valori guida non sono uno spontaneo 
prodotto della storia e nemmeno dellaccumulo delle conoscenze. 
Lilluminista Condorcet riconosce non in un insieme di competenze tecnico-scientifiche, bens in una certa consapevolezza morale il criterio del progresso, la cui immagine costituisce un ideale 
regolativo che per essere realizzato  sempre in maniera incompiuta  richiede che siano poste le condizioni di esercizio della 
libert di ciascuno. Linnovazione tecnologica  una di queste 
condizioni, come la liberazione delle conoscenze dalla superstizione e dal pregiudizio, ma non produce nessun progresso. 
Linnovazione  solo una leva del progresso, non la sua sostanza n 
il suo obiettivo. E il fatto che il presunto tramonto del mito del 
progresso abbia finito per lasciare in piedi solo lidea del progresso tecnologico  un danno profondo per la capacit umana di 
costruire la storia. La disillusione morale e politica verso lidea di un autentico progresso sociale  solo lanticamera dellautoritarismo, non la premessa di un sano realismo politico. Innovare significa introdurre una novit in qualcosa che gi esiste e che si  consolidato nelluso; linnovazione non ha altro merito che lessere nuova e nella societ commerciale avanzata questo significa soltanto che promette di consolidare o estendere un mercato. Talvolta, linnovazione , come si dice, un game changer: una differenza, sia pur piccola, che modifica profondamente una funzione o unattivit che ha o pu avere unampia diffusione. Altre volte  una modifica minimale, che aggiunge qualcosa di superfluo ma suscita una curiosit sufficiente a creare lunghe code fuori dagli store di vendita.  assolutamente irrilevante, per linnovazione, se essa sia progressiva o regressiva. Se crei maggiore libert o maggiore dipendenza, maggiore emancipazione o maggiore dominio. Limportante  che sembri una novit e faccia parlare di s. 
Chiamare progresso linnovazione  una strategia chiaramente 
ideologica per occultare la sua irrilevanza sociale, dando per implicito che un pi grande benessere umano seguir spontaneamente e necessariamente da qualunque miglioria tecnico-operativa. Il che  ben capitato alcune volte, ma non sempre: come 
hanno mostrato Daron Acemoglu e Simon Johnson in Potere e 
progresso, linnovazione tecnologica ha comportato progressi 
sociali, ossia miglioramenti della condizione di ampie porzioni della popolazione. Ma questo  accaduto realmente solo quando, unitamente al potere di controllo sulle nuove tecnologie, si sono formati poteri compensativi che hanno costretto le lite e i governi a redistribuire almeno una parte degli enormi vantaggi generati. 
Quando c innovazione, c progresso solo se c giustizia, ossia 
se si formano le forze storiche, politiche ed economiche che obbligano i detentori delle leve tecnico-economiche a democratizzarne lo sviluppo. E questo non deriva affatto n dalla natura dellinnovazione in quanto tale n da una dinamica storica spontanea:  il frutto di lotte radicali, di contro-innovazioni di tipo sociale e di riorganizzazioni delle relazioni di potere che, naturalmente, le lite cercano costantemente di ostacolare. In un contesto di competizione di mercato, chi ha i mezzi per mettere in 
campo una nuova tecnologia ha come movente la riduzione dei 
costi di produzione (e dunque del lavoro), laumento dellefficienza dei processi, lespansione del proprio mercato o laumento 
della propria potenza militare. Affinch questo generi un vantaggio diffuso per la popolazione  necessario che vi siano forze sociali capaci di pretenderlo, che le regole lo impongano o che vi sia 
una radicale politica di redistribuzione. 
Nella prima fase dellindustrializzazione, per esempio, la condizione dei lavoratori, e in particolare lo sfruttamento dei bambini, nonch le condizioni ambientali e abitative nelle citt, peggiorarono enormemente. Ne abbiamo testimonianza, fra le molte fonti, dai romanzi di Dickens, soprattutto Tempi difficili. In quel periodo, i proventi della componente industriale e commerciale si moltiplicarono a dismisura, mentre la popolazione viveva in condizioni peggiori che in passato. Le cose migliorarono solo in una seconda fase dellindustrializzazione. La concentrazione dei lavoratori in un unico luogo (le fabbriche e gli agglomerati suburbani) facilit i contatti fra di loro e promosse la loro autorganizzazione. A questo si un un fattore politico-culturale tuttaltro che irrilevante: si diffusero fra i lavoratori e in una componente illuminata (illuminista!) della borghesia le teorie sui diritti dei lavoratori, cio il socialismo o, quanto meno, idee progressiste circa il benessere sociale e linclusione delle classi meno avvantaggiate nei benefici dellindustrializzazione. 
Si crearono cos le condizioni di un contropotere sufficientemente 
forte da ottenere diritti, ridurre privilegi, attenuare lo sfruttamento e compensare parzialmente le diseguaglianze. Senza questi contrappesi, lo sfruttamento sarebbe proseguito in maniera costantemente asimmetrica e le innovazioni avrebbero continuato 
ad avere un design e una logica duso esclusivamente orientata a produttivit e riduzione dei costi. In assenza di un contropotere sociale, linnovazione non genera progresso, bens un regresso nelle diseguaglianze, nello sfruttamento e nel dominio. E se si vuole parlare di unautentica innovazione progressiva, allora bisogna dire che non c vera innovazione senza giustizia. 

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Il progresso a pi dimensioni.
Parafrasare Luomo a una dimensione di Herbert Marcuse non  solo 
un gioco di parole. Ci che Marcuse analizza e critica  un appiattimento radicale della razionalit comune, adattatasi a convivere con una condizione di abbondanza repressiva senza essere in grado di trascendere nemmeno nel pensiero lo status quo. Una parte consistente di questa riduzione delle capacit della ragione deriva precisamente dallaver compresso lidea di progresso alla sola innovazione tecnologico-operativa. La quale  fondamentale e anzi , per lo stesso Marcuse, un veicolo fondamentale di progresso sociale, ma per esserlo richiede di essere integrata proprio con quella dimensione che viene costantemente, anche se mai totalmente, 
espunta dal senso comune. Lidea che le cose possano essere diverse e andare diversamente, che anzi il compito della ragione sia 
anzitutto critico e quindi orientato a evidenziare gli aspetti inaccettabili del reale,  quel che un ritmo forsennato di innovazione mira a nascondere indefinitamente. Niente  pi efficiente, a questo scopo, che escludere ogni contenuto morale, politico e sociale dallidea di progresso: se lunico progresso di cui ha letteralmente senso parlare  linnovazione, allora si sar rimosso  grazie a una forma di realismo arrendevole  tanto limmaginario quanto il desiderio del cambiamento. Ed  essenziale che sotto uninterpretazione meramente descrittiva ( un avanzamento neutrale della scienza e della tecnologia) si contrabbandi lideologia performativa che sostituisce il reale con la prestazione.

Per Marcuse, la seconda dimensione, che consiste nella capacit 
di criticare lesistente e di pensare e immaginare in direzione 
ostinata e contraria,  anzitutto unistanza rivoluzionaria, bench 
in fondo priva di un vero soggetto storico. Ma nel linguaggio del 
progresso, lappiattimento sulla dimensione descrittiva va di pari 
passo con lesclusione di quella normativa, ossia della tensione 
verso un miglioramento della condizione umana, non garantito 
ma comunque possibile. E anche solo richiamare la multidimensionalit del progresso  quanto meno un esercizio critico necessario, che sembra essere richiesto proprio dallambivalenza delle innovazioni pi recenti. La semplice idea di avanzamento o 
movimento  facile da interpretare nellambito tecnologico. 
Qui serve solo una precisazione: la tecnica non  la tecnologia. La 
prima  una capacit originaria dellumano, un tratto antropologico che ha un contenuto preciso solo nella sua concreta realizzazione, la quale per  sempre gi tecnologia, ossia una materializzazione che incorpora un logos, un pensiero, una forma di vita. Le 
tecnologie sono molteplici, la tecnica  una ed  visibile solo attraverso le tecnologie, dalla selce allalgoritmo. Il progresso  sempre tecnologico, non tecnico, e questo significa che ogni tecnologia contiene gi tutta la struttura sociale, economica e culturale che lha prodotta. Dunque, assolutamente nulla di neutrale rispetto ai valori, con buona pace di Weber. Cionondimeno, il progresso tecnologico non  il progresso sociale, ma , appunto, innovazione che si inserisce in un processo di riduzione della fatica e di aumento della capacit di agire, di fare. Le dimensioni del progresso in senso sociale (che poi  lidea stessa del senso della storia) includono altri ambiti, in ciascuno dei quali progresso significa qualcosa di materialmente diverso, anche se il concetto, la sua forma, rimane lo stesso. 
Cos, ha perfettamente senso distinguere fra progresso economico 
(laumento della capacit di generare benessere diffuso), giuridico 
(lincremento della validit e dellinclusivit delle leggi), politico (la maggiore partecipazione alla vita civile e politica) e persino culturale (un quadro culturale pi capace di assorbire la complessit del reale in una visione armonica) e artistico (la capacit dellarte di esprimere la profondit dellesistenza). Si tratta di semplici chiarimenti concettuali, che per restituiscono larticolazione a pi livelli dellidea complessivamente storica del progresso. 
Una delle mosse strategiche della reazione  precisamente sostenere 
che questa complessit, anche a fronte della variet delle culture,  un caos senza speranza e che hanno senso solo concezioni locali
e parziali del progresso: in ogni campo, e in ogni luogo, progresso 
pu significare cose differenti nel senso di incompatibili e sostanzialmente relative. Il rifiuto delluniversalismo passa soprattutto di qui: nessuna tensione verso una idea di storia universale, nessun comune denominatore critico che consenta di denunciare le false innovazioni e i regressi in campo economico, giuridico o civile. Il rifiuto delluniversalismo sul progresso  una tesi strategica per i tecnoligarchi: i possessori della conoscenza e dei mezzi per il progresso sono loro e le teorie inclusive dimostrano proprio ci che per loro  funzionale, ossia che la forza di imporsi  il solo criterio della validit di un assetto sociale. Se non vige alcun universalismo, allora solo legemonia  il criterio del vero e soprattutto del giusto. 

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Perch il pragmatismo non basta. 

In questo contesto, i tentativi di ridefinire lidea di progresso in unottica che sfugga sia al riduzionismo sia al relativismo si moltiplicano. Nel dibattito filosofico recente, la questione ha preso in parte la forma di una disputa fra proposte di decolonizzazione e riformulazioni che si appoggiano al pragmatismo per dare definizioni a bassa intensit normativa. La prima linea  ben rappresentata dal libro di Amy Allen, La fine del progresso. La sua tesi centrale  che, persino nella teoria critica (che non pu essere sospettata di essere un agente della reazione), lidea di progresso implicita in autori come Jrgen Habermas, Axel Honneth e Rainer Forst  intrinsecamente colonialista ed eurocentrica. Questo deriverebbe da nozioni come processi di apprendimento, libert sociale, costruttivismo: lideale dellautonomia, cos profondamente radicato nelle premesse dellIlluminismo europeo, sarebbe 
gi uno strumento di oppressione delle culture che allautonomia 
non danno lo stesso rilievo o che la interpretano diversamente. 
Storicizzare radicalmente ogni nozione, progresso e autonomia 
compresi, sarebbe la doverosa operazione di ripulitura dalle persistenti inclinazioni colonialiste della cultura filosofica europea, che in questo senso continuerebbe a fungere da retroterra ideologico delle politiche egemoniche occidentali. 
Laccusa meriterebbe di essere affrontata in maniera radicale, intrisa com di presupposti postmodernisti che, come detto pocanzi, sono molto graditi alle teorie reazionarie. E invece la risposta a queste critiche tende piuttosto a fare ampie concessioni. La pi articolata costruzione teorica elaborata in proposito  quella di Rahel Jaeggi in Progresso e regressione. Consapevole delle critiche di Allen, Jaeggi cerca di salvare lidea di progresso trasportandola su un piano pi descrittivo e soprattutto pi pragmatico. La sua definizione parte dalla critica di alcune tesi insostenibili contenute nellidea di progresso ereditata dalla tradizione positivista: contrariamente a quanto pensa questultima (che proietta tutto il progresso nella dimensione tecnico-scientifica), il progresso non  n inevitabile, n automaticamente integrato nelle sue parti (la tecnologia si porta dietro tutta la societ), n caratterizzato da un accumulo costante di conoscenza e potere. E fin qui, lo abbiamo gi visto:  proprio il fraintendimento che si  prodotto alla convergenza del positivismo con una filosofia della storia di tipo idealisticostoricistico (il destino, la marcia ineludibile dello Spirito verso il 
proprio compimento). Solo che Jaeggi, per rimediare, non si azzarda a recuperare una schietta dimensione normativa nella nozione di 
progresso: idee come giustizia sociale, autonomia, equit, libert, 
specie se interpretate in unottica kantiana, sarebbero facile preda 
 almeno cos si assume  della critica anticoloniale. 
Quindi, la mossa di Jaeggi  di offrire una definizione pragmatica: 
il progresso  un mutamento che pu essere descritto come un 
processo di arricchimento di apprendimento o di esperienza, in 
un senso debole.  nientaltro che la capacit di risolvere i problemi, di affrontare le crisi e di superare le contraddizioni. Si tratta, certo, di un concetto complesso, multidimensionale e il libro di Jaeggi  unottima analisi dellintreccio fra aspetti economici, tecnologici, culturali e politici che generano movimenti di progresso e regresso, ovvero di apprendimento e disapprendimento nella capacit di risolvere problemi. Solo che, in questa timorosa difesa, i concetti che reggono la sostanza del criterio di giudizio sugli eventi storici sono particolarmente evanescenti: arricchimento, risoluzione di impedimenti, superamento delle crisi. Al che  una mossa che Jaeggi non sembra aver previsto  un conservatore potrebbe ben argomentare che i problemi e le crisi della modernit sono proprio causati dallaver dimenticato, disimparato, che le soluzioni della tradizione erano perfettamente efficaci e funzionali, fino a quando qualcuno non si  testardamente messo in testa di criticarle, smantellarle e creare il caos in cui ci troviamo. Perci, il 
nuovo apprendimento, in unottica reazionaria,  il riapprendimento delle idee e dei valori della tradizione, che risolvono i problemi rimuovendo alla radice ci che li ha causati, ovvero le folli 
teorie democratiche, egualitarie e universaliste della modernit. 
Il progresso pragmatista  privo di difese contro questa aggressione. Gli oligarchi si possono ben presentare come corifei del progresso non solo in senso tecnologico ma anche sociale: se  progresso risolvere i problemi e superare le crisi e se queste ultime derivano dallaver dimenticato le solide capacit politiche del passato sotto la guida inflessibile di unaristocrazia tecnologicoeconomica, allora la tradizione  il vero progresso. Jaeggi, in verit, inserisce ripetutamente come criterio per la risoluzione dei problemi lidea di emancipazione: c un processo di apprendimento quando gli individui imparano a superare le difficolt attraverso lesercizio della loro libert. Ma lidea  soltanto inserita a freddo e non  teoricamente omogenea a un approccio cos pragmatico: che centra la libert con la soluzione di problemi? Dove  stato dimostrato che questi si risolvano con maggiore emancipazione anzich con un maggiore controllo?
Diviene cos chiaro che la critica decoloniale e la soluzione pragmatista si tengono per mano. La rinuncia a una concezione sostanziale del progresso  precisamente quanto di pi utile allavanzata delle concezioni reazionarie. A contrastarle servirebbe piuttosto unidea forte di progresso, dove lemancipazione non sia appiccicata a una fragile ossatura pragmatista ma sia insediata al fondo dellintera visione della storia. E pazienza se pioveranno accuse di eurocentrismo: i pi feroci critici del colonialismo in Europa furono illuministi come Diderot (il pi radicale, nel Supplemento al viaggio di Bougainville), Adam Smith (nel celebre Libro quarto della Ricchezza delle nazioni, con una requisitoria sui danni inflitti dai colonizzatori alle popolazioni amerindie), Condorcet (nelle Riflessioni sulla schiavit dei negri), lo stesso Kant (nel Terzo articolo definitivo di Per la pace perpetua). E non lo furono in nome di una concezione pragmatica del progresso, bens di un saldo universalismo etico e di una concezione pratica e non riduttivamente tecnologica n scientista della ragione. Contro lilluminismo oscuro, la strategia pi promettente  e resta indubbiamente quella di praticare un rischiaramento 
radicale, che si liberi di troppe autocensure. 

