IL FUTURO NON  PI QUELLO DI UNA VOLTA, di STEPHEN HOLMES.


Il cambiamento climatico, le migrazioni, il declino demografico, 
lintelligenza artificiale, linsicurezza militare: sono tutte questioni che richiedono unattenzione urgente, ma competono tra loro in termini di priorit. La politica diventa cos una disputa non su aspirazioni condivise, ma su gerarchie di paure. Il risultato 
non  la scomparsa del futuro, bens la sua frammentazione: 
le societ contemporanee restano proiettate verso il domani, ma non abitano pi lo stesso futuro.

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Il futuro  tornato al centro della politica. Il cambiamento climatico, il declino demografico, la migrazione, lintelligenza artificiale, le rivalit geopolitiche e la guerra dominano il dibattito pubblico in gran parte del mondo. Mai, dalla fine della Guerra fredda, il domani  sembrato cos intrusivo, cos inevitabile o cos determinante dal punto di vista politico. Eppure qualcosa di essenziale  cambiato: il futuro ha smesso di unirci, il che  importante perch ogni ordine politico si fonda su una particolare visione del futuro. La politica non si limita a distribuire risorse o a risolvere conflitti nel presente: chiede alle persone di accettare sacrifici i cui frutti si trovano al di l del presente (pagare le tasse per scuole che i propri figli potrebbero non frequentare mai, prestare servizio militare affinch altri 
possano vivere in pace, limitare i consumi di oggi per preservare la 
prosperit di domani). Le comunit politiche sopravvivono perch 
convincono i cittadini che il futuro appartiene a tutti.
Per oltre due secoli, la politica democratica si  fondata proprio su questo presupposto. Cerano marcati disaccordi tra cittadini su 
questioni di ideologia, classe, religione e interesse nazionale, ma 
una convinzione era largamente condivisa: il futuro poteva essere 
migliore del presente, e lazione collettiva poteva contribuire a renderlo tale. Il conflitto riguardava la strada verso il futuro, non lesistenza stessa di un futuro comune e quellorizzonte condiviso dava senso al sacrificio. I costi del presente erano accettati da quegli stessi cittadini perch erano visti come investimenti in un futuro che tutti avrebbero abitato insieme. Il sacrificio non era semplicemente una rinuncia; era la partecipazione a un progetto comune.
Quel mondo sta sparendo, non perch il futuro sia scomparso, ma 
perch il suo significato politico  cambiato. Oggi quel domani ci 
preoccupa pi che mai. Ci che abbiamo perso  la percezione del 
futuro come destinazione comune. Sempre pi spesso ci appare 
come una distesa di minacce in competizione tra loro. La domanda politica decisiva non  pi quale societ vogliamo costruire 
insieme, ma a quale minaccia dare priorit.
Questo cambiamento, apparentemente modesto, trasforma la 
struttura stessa della politica. Una destinazione comune, infatti, 
coordina lazione collettiva: si pu essere in disaccordo su come 
raggiungerla, ma ci si muove verso lo stesso orizzonte. Le minacce, invece, funzionano diversamente. Il cambiamento climatico, le 
migrazioni, il declino demografico, lintelligenza artificiale e linsicurezza militare sono tutte questioni che richiedono unattenzione urgente, ma competono tra loro in termini di priorit. Un pericolo che  esistenziale per un cittadino, una generazione o una nazione potr sembrare secondario per qualcun altro. La politica 
diventa cos una disputa non su aspirazioni condivise ma su gerarchie incompatibili di paure.
Il risultato non  la scomparsa del futuro, ma la sua frammentazione. Le societ contemporanee restano proiettate verso il domani, ma non abitano pi lo stesso futuro. In nessun luogo questo  pi evidente che in Europa, non perch lEuropa sia un caso unico, ma perch in nessun altro luogo il futuro  stato cos profondamente 
incorporato nellidentit politica. Per due secoli gli europei hanno 
riposto una fiducia straordinaria nellidea di progresso, immaginando la storia stessa come un cammino verso una maggiore libert, prosperit e pace. Lintegrazione europea ha rappresentato la pi alta espressione di quella convinzione: gli Stati sovrani accettavano limitazioni nellimmediato avendo fiducia nel futuro comune. La crisi della nostra epoca, dunque, non consiste nella fine del progresso. Consiste nella fine di un futuro condiviso.

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Come agisce un futuro condiviso.

Un futuro condiviso non  semplicemente qualcosa in cui una 
societ crede.  qualcosa che una societ utilizza. Prima di 
diventare oggetto di speranza o di paura, il futuro svolge una funzione politica concreta: persuade le persone a non massimizzare il proprio vantaggio immediato. Ogni ordine politico duraturo dipende da questa forma di autolimitazione.
Lesempio pi familiare  il sacrificio. Le democrazie chiedono 
ripetutamente ai cittadini di sostenere costi nel presente i cui frutti si vedranno tra anni o decenni: di educare i bambini per una 
societ in cui loro stessi non vivranno, di difendere istituzioni che sopravviveranno loro, di finanziare investimenti i cui principali beneficiari devono ancora nascere. Questi sacrifici hanno senso perch vengono intesi non come perdite, ma come contributi a un futuro che appartiene a tutti. Il futuro condiviso trasforma la rinuncia in investimento.
La stessa logica si estende ben oltre. Le societ moderne funzionano perch milioni di persone si astengono volontariamente dallo 
sfruttare ogni opportunit che si presenta nellimmediato. Gli individui investono anni nellistruzione anzich cercare un reddito immediato. Le aziende dedicano risorse alla ricerca i cui frutti potrebbero materializzarsi dopo decenni. I governi costruiscono strade, universit, reti elettriche e istituzioni giuridiche progettate per sopravvivere a chi le ha realizzate. I cittadini rispettano le leggi anche quando infrangerle potrebbe generare un guadagno a breve termine. Questi atti di autolimitazione hanno senso solo perch ci si aspetta di continuare a vivere insieme in un futuro che ricompenser la pazienza in maniera pi generosa dellopportunismo.
Questo stesso principio tiene unite le comunit politiche. La democrazia  spesso descritta come un sistema per gestire il disaccordo. Allo stesso modo,  un sistema per rimandare la vittoria. La maggioranza di oggi accetta di poter diventare la minoranza di domani; chi oggi perde rimarr leale perch si terranno altre elezioni. Gli avversari competono ferocemente, pur astenendosi dal considerare ogni contesa come lultima. In questo senso la democrazia dipende non solo dalle regole costituzionali, ma anche da 
unaspettativa temporale: che tutti continueranno a condividere 
un futuro politico una volta terminato il conflitto immediato.
Vista in questa prospettiva, lautolimitazione non  una virt morale che si aggiunge da fuori alla politica.  una risposta razionale a un futuro condiviso. Le persone rinunciano a cogliere ogni vantaggio immediato perch si aspettano che le relazioni di oggi continuino anche domani.  il futuro a disciplinare il presente.
Quando questa aspettativa si indebolisce, diventa molto pi difficile praticare lautolimitazione. Il sacrificio comincia a somigliare allo sfruttamento. Gli investimenti di lungo periodo appaiono sempre pi incerti. Il compromesso assume i contorni di una concessione unilaterale. Cresce cos la tentazione di approfittare di qualsiasi vantaggio immediatamente disponibile, perch il futuro 
non sembra essere comune abbastanza da giustificare le limitazioni del presente. Questo aiuta a spiegare perch la politica contemporanea sembra essere a un tempo pi ansiosa e meno cooperativa rispetto a quella delle generazioni precedenti. Il problema non  semplicemente che i cittadini temono il futuro: le comunit politiche hanno sempre convissuto con il pericolo. Il cambiamento pi profondo consiste piuttosto nel fatto che sempre pi spesso immaginano futuri diversi, con beneficiari diversi, vittime diverse, catastrofi diverse e differenti orizzonti di responsabilit. Se il futuro smette di essere condiviso, la capacit di coordinarsi diventa fragile e gli avversari iniziano a trattarsi a vicenda non pi come rivali provvisori nel contesto di un progetto comune, ma come ostacoli sulla strada che porta a futuri incompatibili. 
LEuropa illustra questa dinamica in maniera particolarmente 
chiara, perch il progetto europeo era di per s uno straordinario 
esercizio di autolimitazione politica. Antichi rivali hanno scelto 
deliberatamente di limitare la propria libert dazione nella convinzione che un futuro comune avrebbe avuto un valore maggiore 
di un vantaggio nazionale immediato. Per comprendere le difficolt che lEuropa attraversa oggi, occorre allora capire come quel 
futuro condiviso sia stato costruito e perch si sia progressivamente sfaldato.

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Catastrofi in competizione.

C un consenso molto forte su quali siano le grandi minacce che 
definiscono il XXI secolo. Il cambiamento climatico, il declino 
demografico, le migrazioni, lintelligenza artificiale, la rinnovata 
competizione geopolitica, le pandemie e linsicurezza economica 
compaiono ormai nellelenco delle preoccupazioni di quasi tutti. 
In misura via via maggiore il disaccordo riguarda qualcosa di pi 
sottile della mera esistenza di queste minacce: il loro ordine di 
priorit. Ogni societ dispone di risorse limitate, di unattenzione 
politica limitata e di una limitata capacit di azione collettiva. Non tutti i pericoli possono comparire in cima alla lista. Ogni decisione che mira a mobilitarsi contro una minaccia  allo stesso tempo una decisione che rimanda il contrasto di unaltra. La politica diventa cos una lotta per determinare quale futuro merita i sacrifici del presente.
Questo disaccordo non pu essere risolto semplicemente accumulando nuove prove, perch non si tratta solo di fatti ma di priorit. 
Per alcuni il cambiamento climatico rappresenta la sfida decisiva 
del secolo; per altri lo  il declino demografico; altri ancora vedono nella migrazione incontrollata il pericolo principale, mentre 
altri ancora ritengono che la minaccia pi grave sia costituita 
dallaggressione militare o dalla trasformazione tecnologica. Tutti 
riconoscono, in larga misura, gli stessi rischi. Ci che cambia  
lordine con cui ritengono che questi debbano orientare lazione 
collettiva.
La questione  ancora pi complessa, dal momento che oggi i pericoli raramente si presentano in forma isolata. Interagiscono, si 
rafforzano a vicenda e generano nuovi conflitti. Il cambiamento 
climatico contribuisce alla scarsit dacqua, alle crisi agricole e alle migrazioni. Il declino demografico genera pressioni economiche 
che alimentano limmigrazione, mentre limmigrazione a sua volta 
diventa una fonte di polarizzazione politica. Il riarmo entra in competizione con il welfare e con la transizione ecologica. Lintelligenza artificiale promette un aumento della produttivit e minaccia al tempo stesso forme consolidate di lavoro e di sicurezza. La politica contemporanea si trova a gestire non pericoli isolati ma sistemi interconnessi di rischio, in cui affrontare un problema pu significare aggravarne un altro. Il disaccordo, di conseguenza, non riguarda soltanto quale catastrofe debba avere la priorit, ma anche 
le conseguenze indirette di ogni soluzione proposta. Ogni strategia, 
dal punto di vista di qualcun altro, sembra trascurare o addirittura 
aggravare unaltra minaccia incombente.
 per questo che la perdita di un futuro condiviso produce frammentazione anzich solidariet. Si tende a pensare che pericoli 
comuni uniscano spontaneamente una societ, ma la storia suggerisce il contrario. I pericoli condivisi generano solidariet soltanto 
quando producono una gerarchia condivisa delle priorit. La Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda imposero entrambe una 
simile gerarchia. Le crisi di oggi, invece, non lo fanno. Moltiplicano gli oggetti dellattenzione politica senza stabilire tra loro un ordine comune. Si continua a discutere del futuro, ma non pi dello stesso futuro. Ognuno abita futuri che si sovrappongono ma che sono anche incompatibili, dal momento che ciascuno  orientato secondo una diversa anticipazione del pericolo e a una diversa concezione del significato dei sacrifici richiesti nel presente.
Come  arrivata lEuropa a questa condizione? La risposta va cercata in una straordinaria trasformazione della temporalit politica. 
La frammentazione europea non si  verificata allimprovviso.  
stata preceduta da un periodo in cui il futuro non era affatto frammentato: era anzi diviso tra due progetti rivali che, per un breve periodo e in maniera inattesa, si sono ricomposti in un unico 
orizzonte.

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1989: lultimo futuro condiviso.

La sera del 9 novembre 1989 migliaia di berlinesi si arrampicarono 
sul Muro brandendo bottiglie di champagne e mazze. Abbracciarono sconosciuti, ballarono sulla barriera di cemento che aveva 
diviso lEuropa per quasi mezzo secolo e celebrarono ci che sembrava essere qualcosa di pi grande della fine pacifica della Guerra fredda. Credevano di assistere alla storia che andava nella direzione giusta. A distanza di tempo, ci che colpisce di pi di quella sera non  tanto lottimismo, quanto la straordinaria fiducia con cui gli europei credevano di aver finalmente trovato un futuro 
condiviso.
Per mezzo secolo circa lEuropa aveva fatto esperienza di due visioni del futuro in competizione. La democrazia liberale e il comunismo erano in forte disaccordo riguardo al tipo di societ che la storia avrebbe dovuto consegnarci, eppure condividevano un 
presupposto pi profondo: che la storia avesse una direzione. Entrambi i sistemi chiedevano ai cittadini di accettare i sacrifici del presente, perch la promessa di entrambi era che il futuro li 
avrebbe ricompensati. La destinazione differiva, ma non la logica 
temporale della politica. Pi sorprendente ancora  che i due 
blocchi concordassero su quale fosse il pericolo principale che 
bisognava affrontare. Pur nella loro rivalit, entrambi consideravano la guerra nucleare la catastrofe suprema. Erano profondamente in disaccordo sul modo migliore di garantire la pace, ma condividevano una stessa gerarchia dei pericoli, nella quale evitare lannientamento veniva prima di ogni altro obiettivo. La Guerra fredda divideva lEuropa contrapponendo i futuri, ma la univa 
attorno a una paura comune.
Il crollo del comunismo sembr risolvere definitivamente la disputa sul futuro. La democrazia liberale, leconomia di mercato e 
lintegrazione europea non sembravano pi costituire un futuro 
possibile tra molti. Per tanti europei diventarono il futuro. Si trattava di qualcosa di pi di una vittoria ideologica: fu un momento di sincronizzazione. Per la prima volta dal 1945, la maggior parte degli europei inizi a credere che si andava verso un medesimo 
orizzonte. LEuropa orientale prov a ritornare in Europa, mentre quella occidentale approfond il processo di integrazione. Lallargamento dellUnione, lunione monetaria, la libera circolazione, la democrazia costituzionale e laumento della prosperit sembravano tutte appartenere a ununica traiettoria storica. Le divergenze cerano, ma riguardavano sempre pi la velocit del cammino piuttosto che la meta.
Questa fiducia rese possibili risultati straordinari. Quelle che erano state dittature divennero democrazie costituzionali. Paesi satelliti del regime sovietico aderirono alle istituzioni che un tempo avevano osteggiato. Gli Stati accettarono volontariamente di limitare la propria sovranit nella convinzione che una moderazione 
nellimmediato avrebbe garantito un futuro migliore di quello 
basato sulla libert nazionale priva di vincoli.
Vale la pena chiedersi se quel futuro sia mai stato davvero cos 
condiviso come oggi tendiamo a ricordarlo. Il consenso del dopo 
1989 si fondava su una particolare convergenza di circostanze, e 
buona parte della sua apparente unit fu retrospettiva: divenne 
visibile come consenso soltanto quando aveva gi iniziato a dissolversi. Eppure, anche tenendo conto delle inevitabili idealizzazioni della memoria, qualcosa di reale univa gli europei in quegli anni, e il suo progressivo venir meno non  unillusione. A ogni modo, le conquiste contenevano in s una fragilit inattesa. Proprio perch la destinazione sembrava ormai acquisita, gli europei persero gradualmente labitudine a discuterne. La politica andava avanti, i partiti continuavano a darsi battaglia alle elezioni e i governi si alternavano. Ma il futuro, lentamente, scompariva dal dibattito democratico, smettendo di apparire come una conquista collettiva che richiedeva un impegno costante e assumendo sempre pi i tratti di un approdo inevitabile, verso il quale la storia gi sembrava condurre lEuropa.
Infine quellorizzonte si  spezzato. La crisi finanziaria, quella del debito sovrano, le grandi migrazioni, lannessione della Crimea, la pandemia, linflazione e poi la guerra su vasta scala in Ucraina si sono susseguite una dopo laltra. Nessuno di questi eventi, preso 
singolarmente, ha demolito il futuro condiviso dellEuropa;  stato piuttosto laccumularsi di queste crisi a farlo. La vecchia gerarchia delle minacce  venuta meno. La guerra nucleare non organizza pi limmaginario politico come avveniva durante la Guerra 
fredda: oggi ognuna di queste crisi reclama unattenzione immediata e rivendica la priorit, portando con s una diversa idea di 
ci che deve essere salvaguardato prima di ogni altra cosa e di chi 
deve sostenerne i costi. Le minacce non si sono semplicemente 
moltiplicate: hanno iniziato a entrare in conflitto tra loro.
Le rivolte populiste che ne sono seguite non hanno sostituito un 
futuro condiviso con un altro. Hanno prodotto qualcosa di pi 
gravoso: hanno demolito la fiducia nel futuro esistente senza riuscire a costruirne uno nuovo capace di raccogliere un consenso 
altrettanto ampio. Hanno smantellato un orizzonte comune senza 
lasciare nulla di altrettanto autorevole al suo posto. 
Lidea europea di progresso non si  indebolita perch le persone 
hanno smesso credere che il miglioramento sia possibile, ma perch gli europei hanno smesso di immaginarsi in cammino verso lo 
stesso futuro; e perch e hanno smesso di essere daccordo su ci 
che era pi urgente prevenire.

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La politica della desincronizzazione.
La crisi della politica europea viene spesso descritta come una 
crisi della polarizzazione. I liberali incolpano i populisti; i populisti incolpano le lite liberali; i governi incolpano la disinformazione; i cittadini incolpano i governi. Queste spiegazioni colgono aspetti reali della politica contemporanea, ma scambiano i sintomi per le cause. LEuropa  sempre stata politicamente divisa, da sempre sede di ideologie contrastanti, interessi nazionali in competizione, divergenze religiose e conflitti sociali. Il disaccordo non  una novit. Ci che  cambiato  loggetto del disaccordo.
Per gran parte del dopoguerra, gli europei hanno discusso su come raggiungere un futuro che, in linea di massima, si aspettavano 
di condividere. Oggi sono sempre pi in disaccordo su quale futuro si materializzer per primo. Il conflitto non riguarda pi percorsi concorrenti verso un orizzonte comune, ma aspettative contrastanti riguardo ai pericoli. Questo schema  visibile in tutto il 
continente. La Germania organizza sempre pi la propria politica 
attorno alla sicurezza, al riarmo e allerosione del modello economico su cui si basava la prosperit del dopoguerra. La Polonia 
pone laggressione russa al centro della propria vita politica. LEuropa meridionale si concentra sulla stagnazione economica e sul 
declino demografico. Llite al governo in Ungheria tratta la migrazione e la sostituzione culturale come minacce alla 
sopravvvenza nazionale. E tra le generazioni pi giovani, il cambiamento climatico occupa spesso la posizione che un tempo la guerra nucleare occupava nellimmaginario politico.
Ciascuna di queste preoccupazioni  reale. La difficolt sta nel 
fatto che non possono tutte occupare il primo posto. La sfida pi 
importante della politica democratica non consiste pi semplicemente nellidentificare i rischi, ma nel costruire tra questi una 
gerarchia che i cittadini possano considerare legittima.
LUnione Europea amplifica questa difficolt. A differenza di uno 
Stato-nazione, essa dipende dalla capacit di 27 governi di persuadere i propri cittadini che i vantaggi nazionali immediati dovrebbero talvolta cedere il passo agli obiettivi comuni europei. Lintegrazione si  quindi sempre basata su un grado eccezionale di 
autolimitazione e presupponeva che i governi avessero fiducia in 
un futuro comune al punto da rinviare i guadagni immediati. Tale 
presupposto si  indebolito. Gli Stati valutano sempre pi i rischi 
secondo orizzonti temporali diversi; i cittadini chiedono protezione da minacce diverse; i governi giustificano i sacrifici ricorrendo 
a linguaggi diversi. Il risultato non  soltanto il disaccordo, ma una vera e propria desincronizzazione. Gli europei abitano lo stesso 
momento storico, ma si preparano a futuri differenti: c chi investe nel riarmo, chi nella decarbonizzazione, chi limita limmigrazione e chi teme il declino demografico pi del cambiamento climatico. Ognuno  convinto di rispondere razionalmente al futuro 
che vede profilarsi allorizzonte.
Questo aiuta a comprendere perch i conflitti politici di oggi appaiano cos spesso irrisolvibili. Non sono semplicemente conflitti 
di interessi o di ideologie, ma scontri tra diverse anticipazioni del domani. Prima ancora di decidere che cosa fare insieme, gli europei devono decidere in quale futuro credono di stare entrando.
La democrazia dopo il futuro condiviso
La tesi di questo saggio non  che lEuropa sia diventata incapace 
di immaginare il futuro. Al contrario, la politica contemporanea  
satura di immagini contrastanti del domani. Ci che  scomparso 
 qualcosa di pi specifico e pi fragile: il futuro non  pi sufficientemente condiviso da disciplinare il presente.
Tale trasformazione aiuta a spiegare perch cos tanti conflitti europei sembrino al tempo stesso urgenti e irrisolvibili. I cittadini sono in disaccordo non semplicemente perch hanno interessi o valori diversi, ma perch vivono sempre pi in mondi temporali diversi, anticipando pericoli diversi, beneficiari diversi, vittime diverse e obblighi diversi. Prima di decidere cosa si debba fare insieme, devono decidere quale futuro meriti i sacrifici del presente. Ecco perch la politica democratica  diventata progressivamente pi difficile da praticare. La democrazia non ha mai preteso che ci sia un accordo su tutto  ha sempre anzi fatto affidamento sul disaccordo  ma il disaccordo stesso presupponeva un consenso pi ampio: che i conflitti del presente si sarebbero svolti allinterno di una comunit politica i cui membri si aspettavano di condividere il futuro. Oggi questa fiducia temporale non pu pi essere data per scontata.
Quando le societ smettono di immaginare che stanno avanzando 
verso lo stesso domani, il sacrificio inizia a somigliare allo sfruttamento e diventa difficile distinguere tra il compromesso e la resa. 
Lautolimitazione smette di essere giustificabile, perch il futuro 
per il quale si esercita non sembra pi essere comune. Cresce la 
tentazione di massimizzare il vantaggio immediato: non perch i 
cittadini abbiano meno spirito civico, ma perch sono diventati 
meno certi di star investendo nello stesso futuro politico. 
LUcraina ci ricorda in modo lampante che i meccanismi descritti 
fin qui non sono affatto scomparsi. Di fronte a una minaccia inequivocabile alla propria sopravvivenza nazionale, gli ucraini hanno accettato sacrifici straordinari perch condividono, in larga 
maggioranza, il futuro che intendono difendere. I futuri condivisi 
continuano a generare solidariet, continuano a rendere razionale 
lautolimitazione, continuano a permettere alla politica democratica di disciplinare il presente. Ma il caso ucraino rende anche pi 
complessa qualsiasi lettura ottimistica, perch quella chiarezza 
nasce dalla presenza di un nemico esistenziale.  molto pi facile 
condividere un futuro quando  in gioco la sopravvivenza stessa, 
che costruirne uno allinterno di un orizzonte positivo in condizioni di pace e prosperit. Il vero compito per il resto dellEuropa consiste nel ritrovare un futuro condiviso senza la pressione unificante di una pistola puntata alla tempia. 
La sfida, dunque, non  recuperare lottimismo del 1989. La storia 
non procede a ritroso e il futuro continuer a essere popolato da 
minacce in competizione tra loro. Il compito non  eliminare il 
disaccordo, ma ricostruire un futuro sufficientemente condiviso 
da rendere possibile il dissenso democratico. Nessuna democrazia 
pu chiedere ai cittadini di sostenere indefinitamente sacrifici 
senza spiegare chi ne trarr beneficio, che cosa si sta difendendo 
e quale futuro quei sacrifici sono destinati a garantire. La democrazia  sempre dipesa meno dallaccordo sul passato che dallaccordo sul futuro: i cittadini possono dividersi su interessi, valori e politiche perch si aspettano di continuare ad abitare, anche domani, la stessa comunit politica. Una democrazia non richiede che i suoi cittadini siano daccordo. Richiede che continuino a credere di poter essere in disaccordo insieme.

(traduzione dallinglese a cura della redazione)
