DOVE FINISCE  IL PROGRESSO? di ADRIANA CAVARERO.

Secondo il suo mito moderno, il progresso procede verso il meglio: 
ma fino a dove? Fino a un punto di perfezione o allinfinito? La 
questione in realt non sta nella liceit di progredire verso il bene e il meglio, ma nel decidere cosa sia il bene e il meglio. Condorcet ne individuava i criteri nelle istanze di verit, libert e uguaglianza. Sciogliendolo dalle trappole ideologiche e apparentemente ingenue del mito del progresso, forse  proprio questo il lessico illuminista, da pi parti bistrattato, che oggi dovremmo salvare.

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Ledizione online dellEnciclopedia Treccani definisce il progresso come unavanzamento in senso verticale, verso gradi o stati 
superiori, con implicito quindi il concetto del perfezionamento e 
dellevoluzione, di una trasformazione graduale e continua dal 
bene al meglio. Elaborata allepoca dellIlluminismo, lidea tutta 
moderna di progresso si radica nella convinzione che la storia 
umana segua una direzione unilineare e universale di miglioramento continuo, grazie allaccumulo di conoscenze, allo sviluppo 
scientifico-tecnologico e allevoluzione sociale e morale in termini 
di libert e felicit. Si tratta di una visione ottimistica della storia come inarrestabile processo teleologico verso il meglio, a vantaggio dellumanit intera: orientata a un fine e al futuro, la storia segue una direzione necessaria di miglioramento e perfezionamento crescenti. Lidea di progresso  perci non solo ottimista ma decisamente utopica o, meglio,  il mito con cui la modernit rappresenta se stessa. Non a caso, lenorme letteratura critica sul tema parla di mito del progresso.

Fra coloro che hanno sottolineato lorigine esclusivamente moderna di questa idea val la pena menzionare Carl Lwith, che ne 
individua la matrice teorica nella visione teologica cristiana del 
tempo come storia della salvezza. Si tratterebbe, in sostanza, di 
una concezione teologica secolarizzata, nella quale il progresso, o 
la storia stessa orientata al bene e al meglio, sostituiscono il disegno di Dio. A fornire lo schema generale dellidea di progresso 
non  dunque la tradizione degli antichi, rispetto alla quale, anzi, 
la modernit segna una decisiva rottura, bens il cristianesimo e la 
sua fede nella provvidenza.
Centrale nella tesi di Lwith  infatti la differenza fra la concezione lineare, progressiva e finalistica del tempo storico dei moderni, modellata appunto sullescatologia cristiana, e la concezione ciclica della storia che caratterizzava invece la cultura antica, greca e latina. Per gli antichi, inserito nella ciclicit ripetitiva dei ritmi della natura, come il succedersi necessario delle stagioni e del giorno alla notte, il tempo storico non ha un fine n, tanto meno, tende a un perfezionamento o garantisce un avanzamento verso il meglio. Al contrario, come argomentano Platone e Polibio, procede, se mai, verso stadi di decadenza, intesi come fasi dalle quali landamento ciclico ricomincia. Lassenza di un fine  perci anche assenza di una fine e, se c uno stadio perfetto, come narra la leggenda dellet delloro, esso non sta alla fine del movimento ciclico bens al suo mitico e remoto inizio. Centrale, per la filosofia antica,  inoltre la distinzione fra eternit e temporalit. Se leternit consiste nel divino istante dellaei on, del sempre essente, il tempo dei mortali si consuma invece nella ripetitivit del ciclo, senza alcuna meta o scopo che ne compia o realizzi lessenza. 
Detto in altre parole, non  un tempo finalizzato a un perfezionamento e orientato al futuro bens caratterizzato da una ciclicit che, reiteratamente, infinitamente, non progredisce, non avanza. 
 la ripetizione a contrassegnarne il movimento.
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Alla lettera, nella lingua latina, il termine progressus, dal verbo 
progredire, indica un camminare in avanti, un avanzare, che non 
implica affatto n garantisce un processo continuo di miglioramento. Il contesto  innanzitutto spaziale, lineare, ma la linea 
percorsa, passo dopo passo, anche se pu applicarsi allo sforzo di 
perfezionamento di un individuo o di un gruppo, non comporta 
affatto che sia la storia universale dellumanit a procedere verso 
il meglio per un ordine e una necessit immanenti. La connotazione ottimistica del mito del progresso come evoluzione storica, 
morale e materiale dellumanit, ovvero come miglioramento necessario e continuo nel tempo, risale appunto alla prima modernit e si stabilizza in epoca illuminista. Guidata dai lumi della ragione e impegnata nel processo di emancipazione, lumanit rilegge il suo passato come una serie di ostacoli il cui superamento si inscrive in una storia proiettata su un futuro inteso come progressiva crescita, in ogni campo, verso il meglio. Processo lineare e processo temporale coincidono, e sono sostanzialmente un processo di liberazione, non solo dalle superstizioni e dagli errori del passato, ma anche dagli eventuali intoppi o ritardi, dagli intralci reazionari e oscurantisti, che impediscono dora in avanti allumanit di migliorare la sua condizione esistenziale e sociale. Iscritto nella storia stessa, attratto e spinto dal nuovo, il progresso appunto procede. Per tentare di scandagliare i fondali teorici del mito ci si pu allora porre uniniziale domanda: fino a dove procede? Fino a un punto di definitiva perfezione o allinfinito? Ovvero, ci sar un punto, per lo meno ideale, in cui, raggiungendo lottimo, la perfezione, il processo di miglioramento definitivamente si compie e si ferma, oppure il progresso , per sua stessa natura, un movimento inarrestabile? O, per dirla con Condorcet, i progressi della perfettibilit delluomo, ormai indipendenti da ogni potenza che volesse arrestarli, non hanno altro limite che la durata del globo sul quale la natura ci ha gettato? Se c una fine dellavanzare del progresso, esso infatti coincide, per Condorcet, con la fine del mondo. Immanente alla storia umana, il progresso non si compie, come vorrebbe il modello escatologico cristiano, nel giorno del Giudizio, bens finisce semplicemente con la fine del mondo ovvero con la fine della storia.
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Fiducioso nella continua perfettibilit del genere umano verso la 
libert, la verit e luguaglianza, Condorcet segna forse lapice del mito illuminista del progresso. Un mito che, del resto, non tarda a mostrare le sue debolezze strutturali, divenendo presto oggetto di numerose critiche che ne evidenziano le contraddizioni. Si pu anzi dire, in tal senso, che la vicenda dellidea moderna di progresso, tuttora viva, sia longeva tanto quanto la vicenda delle critiche che le vengono mosse e che giunge fino a noi. 
Guardando proprio al piano dei fatti storici, oltre che contestare 
il piano teorico, si sottolinea innanzitutto la discrepanza fra gli 
straordinari risultati dello sviluppo tecnico-scientifico e della crescita economica, rispetto al miglioramento non altrettanto entusiasmante delle condizioni politiche e sociali. In generale, ma con una particolare accelerazione nel Novecento, si apre una profonda contraddizione tra sviluppo scientifico e tecnico, da un lato, e progresso politico e morale, dallaltro, la cui stretta corrispondenza costituiva il fondamento della teoria del progresso in et moderna. Come prometteva il mito illuminista, imbevuto di entusiasmo per le conquiste della ragione e della conoscenza, la scienza e la tecnica indubbiamente progrediscono, a volte, come succede ai giorni nostri, con un passo rapido e straordinario che ci sopravanza; di modo che, anche nellopinione comune, sembra trovare conferma la tesi di un progresso inarrestabile in cui il futuro 
 sinonimo del nuovo e del meglio. Oggi come nel Novecento, non 
altrettanto si pu dire per le condizioni generali dellumanit che 
anzi, sotto il profilo sociale, politico e morale sembrano spesso 
peggiorare e inducono a un profondo, se non disperato, e largamente diffuso pessimismo. 
Complesso com  e punteggiato da guerre, violenze, sfruttamento, consumismo, strumentalizzazione e molte altre nequizie  il 
fenomeno  ben noto. N pu essere questa la sede per tentare di 
analizzarlo seriamente. Restringendo lanalisi al problema morale 
e ricorrendo a un esempio, possiamo tuttavia accennare a un caso 
dei nostri giorni che ne illumina alcuni tratti essenziali.
Il rapido sviluppo  si dovrebbe dire: lo stupefacente progresso  
delle tecnologie riproduttive e dellingegneria genetica, ormai in 
grado di progettare, manipolare, modificare il mondo del vivente, 
se non di produrlo artificialmente, suscitano oggi inevitabili obiezioni morali. Ci si chiede, per esempio:  giusto clonare gli esseri umani, qualora ci sia scientificamente e tecnicamente possibile? 
Val la pena di sottolineare che, nellottica di una critica al mito del progresso, il lato interessante della questione non sta tanto nel contenuto specifico della domanda, che potrebbe essere applicata 
a molti altri campi, bens nel fatto stesso che la domanda venga
sollevata, ovvero nel suo presupporre che ci siano limiti per arrestare o ostacolare linfinito avanzare del progresso. 
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Il problema dei fini e dei limiti della tecnica  ovviamente una 
vecchia questione che attraversa lintera storia della filosofia. Non si pu per negare che nella modernit, e nella contemporaneit 
che ne eredita il mito, tale questione venga ad assumere una piega 
del tutto particolare, se non impellente. Quasi che i moderni e 
rapidissimi sviluppi della tecnologia, pi che quelli della teologia 
cristiana, fossero a fondamento del mito stesso del progresso o, 
meglio, del suo concetto. 
Cos la pensa Reinhart Koselleck, secondo il quale  proprio la 
straordinaria accelerazione delle conquiste tecniche a fornire il 
substrato empirico della moderna idea di progresso, inteso come 
processo storico e inarrestabile di miglioramento. Solo a partire 
dalla Rivoluzione francese e dalla rivoluzione industriale laccelerazione comincia a diventare un principio generale dellesperienza. Decisiva  lidea di un futuro diverso e modificabile, foriero del nuovo e del meglio. Ovvero decisivo  il tempo lineare di una storia proiettata sulle grandi e benefiche conquiste del futuro. 
Sostanzialmente si va, per necessit storica, in una sola direzione: 
avanti, verso il nuovo e il meglio, il pi rapidamente possibile. 
Anche se ci saranno ostacoli, reazioni, stagnazioni, che arresteranno temporaneamente il processo o lo faranno regredire, anche se ci sar la pretesa di fermarlo o limitarlo in nome di remore morali che suonano inevitabilmente come conservatrici e tradizionaliste, il progresso progredir. 
In sostanza, fin dal principio, nella visione moderna o, meglio, nei 
miti che la modernit produce, il progresso si presenta, di per s, 
come un bene, se non come il bene stesso dellumanit, mentre 
chi lo ferma, prima o poi, si rivela come un male o, comunque, al 
di l di eventuali remore morali che potrebbero anche appellarsi 
a buoni e giusti princpi, come il latore di un oscurantismo conservatore e reazionario. Detto altrimenti, il mito del progresso non prevede che qualcuno definitivamente lo fermi, anche se prevede 
che a tentare di fermarlo, magari con un successo temporaneo, sia 
qualche residua forza oscurantista. Dove il nuovo  un valore 
assoluto, chi si oppone al nuovo  un reazionario che rimpiange i 
tempi oscuri e antiprogressisti di un passato ormai superato.
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Con una formula divenuta celebre, Mark Fisher ha osservato che 
 pi facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. In un certo senso, in certe epoche ottimiste dellera moderna, ci poteva valere anche per il mito del progresso. Sintomaticamente, oggi per non vale pi. Fra le altre cose, a impedirlo  il fatto che la fine del mondo o, meglio, la fine della specie umana sulla Terra,  diventata oggi non solo decisamente immaginabile, ma pare anche sorreggersi su una previsione realistica, la quale individua proprio nello spirito tecnologico e inarrestabile del progresso la principale causa della catastrofe ecologica e altri disastri.
Ovviamente, anche questa non  una novit. A livello di sentimento popolare, la previsione di una catastrofe del genere risale per lo 
meno alla costruzione dellarma nucleare, la bomba. Alla paura 
della bomba, oggi ancor pi attuale, si sono per ormai aggiunte 
numerose analisi specifiche e alquanto raffinate, scientificamente 
fondate, dei molti modi in cui il progresso, nella sua inarrestabilit per assicurare il nuovo e il meglio, produca effetti distruttivi molteplici e capillari. Non si tratta tanto di rinfocolare lantica ma sempre pi urgente questione del rapporto fra morale e tecnologia e, tanto meno, si tratta di indulgere al vecchio vizio antitecnologico e antiscientifico dello sdegnoso cuore umanista che sempre pulsa nel petto dei filosofi. Si tratta piuttosto di cogliere loccasione per riformulare il problema del fine e soprattutto della fine. 
Riproporremo perci la domanda iniziale che abbiamo sopra sollevato. Secondo il suo mito moderno, il progresso appunto progredisce, procede verso il meglio: ma fino a dove? Fino a un punto di perfezione o allinfinito? Ci sar un punto in cui, avendo 
raggiunto il suo fine, ovvero lottimo  diciamo ingenuamente, 
lottimo per lumanit intera  il progresso finisce oppure la fine  estranea al suo stesso concetto? Certo  che essere capaci di immaginarne la fine del progresso come fine della specie umana risulta per lo meno paradossale, oltre che profondamente antiprogressista. Gli antichi non avevano questo tipo di problema

Non che gli antichi fossero incapaci di pensare la catastrofe. Platone, per esempio, ha alcune sue versioni particolari del diluvio, in una delle quali le poleis civilizzate vengono sommerse mentre si salvano solo i pastori illetterati che vivono in alto sui monti (poi, ovviamente, a partire dai rozzi montanari, tutto ricomincia). La catastrofe degli antichi, incapaci di pensare un tempo che non sia ciclico, altrettanto ovviamente, non  per causata dal progresso. 
Soltanto con il mito moderno del progresso il fine e la fine diventano punti critici interni al mito stesso. Il che spiega perch una buona parte di coloro che fanno filosofia, compresi Lwith e Koselleck, si siano da molto tempo impegnati a smontare il mito del 
progresso mostrandone le fallacie e la dannosit, mentre unaltra 
buona parte si sia al contempo impegnata a minarne il fondamento, ossia a contestarne la caratteristica strutturale di necessit 
storica, inarrestabilit e illimitatezza. Il futuro non  garanzia di miglioramento e il procedere del progresso ha dei limiti che sono, giocoforza, morali e perci legati allopinione, al giudizio, al confronto e al contesto. Per lo meno filosoficamente, il cerchio allora si chiude: la questione non sta nella liceit di progredire verso il bene e il meglio ma, come sanno i filosofi fin dallantichit, decidere cosa sia il bene e il meglio. Condorcet ne individuava i criteri nelle istanze di verit, libert e uguaglianza. Sciogliendolo dalle trappole ideologiche e apparentemente ingenue del mito del progresso, forse  proprio questo il lessico illuminista, da pi parti bistrattato, che oggi dovremmo salvare, magari collocandolo nel movimento di una storia che, invece di tirare dritto e automaticamente verso il meglio, ogni volta, col venire al mondo di ogni generazione e di ogni nuovo nato, sorprendendoci, ricomincia.
