Il sasso nello stagno 1. PROGRESSO SCORSOIO, di TELMO PIEVANI.


Miti identitari, egoismi nazionali e cinismo neoliberista stanno 
smantellando le conquiste etiche e sociali degli ultimi due secoli. 
Scambiando la crescita illimitata per evoluzione, lumanit sta 
cadendo nella medesima trappola ecologica che ha decretato la 
fine delle civilt del passato. Dalla gestione miope dei mercati di 
animali vivi ai tagli alla sanit globale, la cieca devozione di Homo sapiens al business spiana la strada a nuove pandemie. Ritratto di una specie che lavora metodicamente alla propria estinzione.

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Riferendosi alla cementificazione del paesaggio veneto, scriveva 
Andrea Zanzotto nel 2009: In questo progresso scorsoio / non so 
se vengo ingoiato / o se ingoio. Il dubbio del poeta era che uninterpretazione predatoria del progresso finisse per soffocarci, tirando sempre pi forte il cappio della crescita, del consumo e della ne a tutti i costi. Del resto, nellideologia neoliberista 
dominante i costi ambientali sono solo esternalit negative, fastidiose ma necessarie.
Riecheggia qui la descrizione leopardiana del giardino primaverile 
fiorito, nello Zibaldone. Di primo acchito, tutta quella natura rigogliosa sembra unapoteosi arcadica di luce, colori, fiori, creature svolazzanti, erbe mosse dal vento. Ma basta guardare bene e ti accorgi che lapparente armonia  il frutto delle pi spietate leggidella competizione, dove ognuno cerca di mangiare laltro, di approfittarne, di uccidere per non morire, di ingoiare per non essere ingoiato. La natura gronda sangue dai denti e dagli artigli  scriveva Alfred Tennyson pensando a Charles Darwin  ma persino 
un darwiniano convinto, e progressista, come Thomas H. Huxley, 
ancora sperava che la civilt e letica umane fossero come un giardino ben protetto da mura che lo separano dalla giungla amorale 
della lotta per la sopravvivenza.

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Nessuna civilt ha il futuro assicurato.
Un secolo e mezzo dopo Huxley, il recinto di quel giardino non  
mai stato cos fragile, penetrabile, vulnerabile. Le democrazie sono 
in ritirata. Autocrati spietati, presidenti squilibrati e capi di Stato criminali di guerra hanno fatto strame del diritto internazionale e delle negoziazioni multilaterali. Make Me Great Again. Lo dico prima io, poi lo dici tu, lo dicono tutti: per un breve periodo ci illudiamo di fare i nostri interessi nazionali, il nodo scorsoio di Zanzotto si stringe, ciascuno ingoia laltro per non essere ingoiato, e poi perdiamo tutti, rovinosamente, stupidamente, come previsto dal modello della tragedia dei beni comuni. Ci che pi rattrista, in questo eterno ritorno dellidiozia nellOccidente,  lo stuolo di commentatori con il sopracciglio alzato che annuiscono, celebrando il ritorno della Realpolitik, la geopolitica come espressione dei rapporti di forza, tutti sciagurati e prezzolati cantori del cinismo che precede il disastro. Per contro, le classi dirigenti di sinistra, imbelli e inconcludenti, si beano nel loro insopportabile narcisismo (stanno gi facendo le liste dei ministri per il 2027, irrecuperabili).
Che cosa resta dunque dellidea di progresso allo scoccare del 
primo quarto del 21esimo secolo? Per trovarne qualche traccia residua, bisogna procedere per sottrazione. Come racconta larcheologo Eric H. Cline nei suoi libri magistrali sul collasso delle civilt mediterranee e mediorientali alla fine dellet del bronzo  e come aveva gi documentato Jared Diamond per casi pi antichi (i maya, ma non lisola di Pasqua, storia poi riveduta)  i popoli e i loro governanti andarono scientemente e pervicacemente incontro alla rovina, un passo alla volta, inesorabilmente, come se fossero imprigionati dentro una trappola evolutiva. Nel 1200 a.C. per micenei, minoici, ittiti, ciprioti, cananei, egizi, assiri e babilonesi i cavalieri dellapocalisse furono: cambiamenti climatici, siccit, carestie, terremoti e malattie (e non i soliti invasori esterni, alibi preferito per le scorciatoie storiografiche). Questa combinazione di fattori ci ricorda qualcosa?
Nessuna civilt ha il futuro assicurato e tutte coltivano le loro serpi in seno. Pi la crisi si approfondiva e pi le risposte erano controproducenti: faide e conflitti di potere; enormi ricchezze in mano a pochi; diseguaglianze crescenti; spese pubbliche folli. Risultato finale: in alcune aree la popolazione diminu anche del 90%; le amministrazioni statali si disfecero; la produzione artistica declin e scomparve larchitettura monumentale; in alcuni casi si interruppe la scrittura; i commerci e gli scambi si fecero pi rarefatti. Naturalmente con molti distinguo: fu unepoca critica, sfaccettata e non priva di grandi innovazioni come la diffusione poi del ferro e dellalfabeto. Alla traversata del deserto sopravvissero i pi flessibili, agili, mobili e marginali. Oggi cercateli nel Sud Globale. 
Quando tutto precipita, sta gi per nascere qualcosa di nuovo.

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A ciascuno la sua preistoria.
Un altro problema del progresso  il suo uso ideologico. Ogni cultura inventa la sua pre-istoria su misura  come spiega nel suo 
ultimo libro lo storico delle idee della New York University Stefanos Geroulanos  e in essa cerca lautentico, il primitivo (i popoli nativi), linconscio, la lingua originaria, lidentit, oppure lo stato di natura da cui emanciparci. I totalitarismi, i nazionalismi e i sovranismi amano le teorie stadiali di progresso, candidandosi a essere il coronamento necessario della logica stringente della storia. Addomesticano il passato per giustificare il presente. Riscrivono i libri di testo. Torna di moda la difesa revanscista dellidentit dellOccidente (gli unici ad avere la storiografia e dunque il progresso?), altro mito ben costruito. Adesso persino il Neandertal con occhi azzurri e pelle chiara  diventato un paladino dei suprematisti che vaneggiano di un antico genocidio dei bianchi.
Anche levoluzione biologica, fraintesa come scala di progresso,  
stata strumentalizzata per tentativi simili. Quante volte abbiamo 
visto la marcia dellumanit che inizia, a sinistra, con uno scimmione peloso e ricurvo, passa attraverso forme intermedie sempre 
pi bipedi e umane, per poi culminare, a destra, in un esemplare 
bianco, maschio e avvenente di Homo sapiens? Stephen J. Gould la 
definiva una grande iconografia della speranza. La speranza di 
essere stati previsti dalla storia, di non essere soltanto (come invece siamo) lesito di miriadi di biforcazioni contingenti. Come antidoto, potr essere utile leggere lultimo provocatorio libro del 
paleontologo Henry Gee, senior editor di Nature, Storia di una 
specie, il cui sottotitolo riecheggia Edward Gibbon: Decadenza e 
caduta dellimpero umano. Durante il regno di Traiano (98-117 
d.C.), quando lImpero Romano raggiunse la sua massima estensione, la gente pensava che lImpero sarebbe durato per sempre. 
I ricchi, almeno. Trasferendo lanalogia alla storia naturale, per 
Gee levoluzione non  progresso non solo perch  costellata di 
catastrofi, rivolgimenti, svolte impreviste, specie di successo che 
soccombono al mutare delle circostanze, specie opportuniste e 
interstiziali (come eravamo noi mammiferi nella lunga era dei dinosauri) che poi hanno uninsperata occasione di rivincita, ma 
soprattutto perch ogni avanzamento nasconde in s i germi della 
disfatta. Oltre il 99% di tutte le specie esistite finora si sono estinte. Quando arrivi allapice e non hai pi concorrenti, inizia la fine.
Noi umani, quindi, abbiamo i millenni contati. Nel massimo 
splendore, proprio l, si annida la caduta. La Terra prima o poi 
estingue i dominatori, e i prossimi saremo noi secondo Gee. Paghiamo i passi falsi della nostra evoluzione: camminare sulle gambe (una rivoluzione posturale pregna di acciacchi); addomesticare 
piante e animali (un progresso? Certo, per la scrittura e le civilt, ce lo hanno insegnato a scuola, ma lagricoltura ha portato anche malnutrizione, insicurezza alimentare, malattie dagli animali, dipendenza da un numero limitato di colture); e soprattutto, rimanere lunica specie umana sul pianeta, 40 mila anni fa, dopo lestinzione di Neandertal e Denisova.
Finch eravamo pochi e vulnerabili, il futuro era aperto. Poi ci 
siamo diffusi ovunque e abbiamo cominciato a piegare gli ecosistemi alle nostre esigenze. Siamo diventati esseri consapevoli, con 
una forte propensione a distruggere, e a invecchiare sempre di 
pi. Da l  partito il piano inclinato verso la nostra scomparsa, 
che secondo Gee arriver al massimo tra 10 mila anni (c tempo 
per combinare altri disastri). A meno che non si inizi a lavorare 
per una fuga verso altri pianeti, entro i prossimi due secoli. Dopo 
sar troppo tardi. E sempre che si abbiano il fegato e i soldi per 
condividere il viaggio in astronave con gente come Elon Musk.
Siamo dentro uneccezione della storia?
Ora che abbiamo viaggiato nel tempo profondo della storia umana 
e abbiamo eliminato alcune versioni facili e illusorie dellidea di 
progresso, possiamo riformulare la questione iniziale. Negli ultimi 
150 anni  da quando Huxley immaginava il suo giardino delletica 
fino a oggi  in mezzo a immani e insensate sciagure abbiamo tuttavia assistito a progressi straordinari dellumanit: nella medicina; nelligiene; nel welfare; nella lotta alla mortalit infantile; 
nellallungamento dellaspettativa di vita (raddoppiata nel caso 
dellItalia); nella grande accelerazione economica del Secondo 
dopoguerra; nello sviluppo tecnologico; nella produzione di cibo; 
nella costante uscita dalla povert di porzioni sempre pi ampie 
della popolazione umana mondiale; nella sensibilit ambientale; 
nellalfabetizzazione; nellemancipazione femminile in una parte 
del pianeta; nellallargamento dei diritti civili fondamentali; nella messa al bando (ahinoi, provvisoria) delle armi nucleari, chimiche e biologiche; nella scrittura delle Carte internazionali. Non ultimo, nei quasi 80 anni consecutivi di pace in Europa, fino alla guerra di aggressione russa contro lUcraina libera.
Tutti quegli avanzamenti, prodotti e goduti da appena cinque-sei 
generazioni di Homo sapiens, erano solo uneccezione temporanea? 
Una parentesi felice nella storia della brutalit umana? O qualcosa 
di irreversibile  rimasto? Ci stiamo facendo prendere anche noi dal 
miraggio di essere lapice della storia? Tornando a Zanzotto: era un 
progresso scorsoio e autodistruttivo? Per certi versi s, perch in 
quella corsa di avanzamenti cumulativi si nascondevano costi ambientali e sociali sottovalutati e crescenti, sotto forma di pesticidi, tanto cemento, altrettanto asfalto, ogni ecosistema della Terra impregnato di plastica, diseguaglianze laceranti. Quella natura vilipesa e sfregiata come risorsa inerte di cui parlava appunto Zanzotto.
Se  cos, poich levoluzione  una contingente esplorazione del 
possibile e nulla  gi scritto, allora dovremmo continuare a lottare per prolungare questa isola temporale di civilt, facendo manutenzione, difendendola dalle minacce e magari provando a estenderla ancora un po. Insomma, opponendo resistenza alle forze 
divoratrici che ingoiano per non essere ingoiate. Ci vorrebbe forse
unidea di progresso con beneficio di inventario, per dirla con 
Andrea Camilleri. Unidea di progresso dubbiosa, critica, consapevole delle ambivalenze e delle interdipendenze (il progresso di qualcuno spesso  stato la morte di qualcun altro).
Avremmo bisogno di storie di progresso non tendenziose e consolatorie, come quelle di Steven Pinker, atte a mostrare che saremmo nati (proprio noi, guarda caso) nel miglior momento della 
storia e nel miglior posto nel mondo. Nel 2011 scriveva che quella che stiamo vivendo  probabilmente lepoca pi pacifica della storia: bont sua, per fortuna ha messo quel probabilmente. Ci vorrebbero invece storie di progresso generative, che ci diano la 
consapevolezza di vivere in un posto che dobbiamo lottare per 
migliorare ancora molto. Del resto, essendo per definizione il progresso un flusso, una dinamica, un processo, o  incompiuto o  
un inganno retorico.
Il problema  che il giardino di Huxley  minato dallinterno, non 
dallesterno. Quelle conquiste di progresso nascevano da due presupposti: primo, per non tornare alla barbarie, occorreva pensare 
allumanit come a unentit planetaria dotata di coscienza di s, 
una coscienza di specie, una comunit di destino; secondo, limpegno del presente doveva avere come obiettivo il benessere futuro, di chi verr dopo di noi, quando non ci saremo e non potremo 
vederlo. In sintesi: quel progresso nasceva da un allargamento del 
cerchio morale, nello spazio e nel tempo. Letica della prossimit 
diventava unetica della generosit e della lungimiranza, che oggi 
 crollata, sepolta sotto il cinismo, violentata da armi di distrazione di massa come i social, le piattaforme, gli algoritmi, gli intrattenimenti artificiali.

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I virus stanno facendo grandi progressi.
Prendiamo un esempio lampante di questi mesi, fra i moltissimi 
entro cui scegliere. I parassiti erano il caso preferito da Charles 
Darwin quando voleva mettere in guardia da certi utilizzi troppo 
semplicistici dellidea di progresso nellevoluzione (e lui era immerso nellInghilterra vittoriana, dove il progresso era humus 
universalmente condiviso). Certe creature, anzich diventare sempre pi complesse, perdono alcune delle loro funzioni e strutture 
per dipendere da altri organismi, parassitandoli. Levoluzione non 
 necessariamente progresso, secondo Darwin, perch anche se 
sono emerse forme via via pi complesse la semplicit di un microbo resta la strategia pi diffusa e vincente. Inoltre, nellevoluzione si fa di necessit virt con quel che si pu: non si raggiunge 
mai una perfezione progressiva.
Ebbene, i virus sono parassiti genetici antichissimi e sono di una 
semplicit darwiniana disarmante. La loro strategia si fonda 
sullaltissima variabilit, che li rende bersagli mobili per gli ospiti, sulla modulazione della letalit (non devono uccidere troppo presto linfettato), sulla trasmissibilit, sulla capacit di rimanere nascosti, cio asintomatici, almeno per un po. Oltre a tutto ci, amano alcune specie sociali in particolare: quelle con il sistema immunitario evolutivamente pi giovane; ammassate in conglomerati urbani; abituate ai voli intercontinentali. S, amano proprio noi. Il sogno di ogni virus  finire dentro un Homo sapiens.
E noi (che lo sappiamo grazie alla scienza) per tutta risposta cosa 
facciamo, a proposito di progresso? Rendiamo la vita dei virus pi 
facile possibile. Ma il Covid non doveva renderci migliori? Nel 
giugno 2025, su Nature, la giornalista del Pulitzer Center Jane Qiu 
si  posta una domanda semplice: dal 2020 a oggi, dopo quella 
batosta, come sono cambiate le condizioni ecologiche che favoriscono le pandemie? In termini di rischio, in questi sei anni le 
probabilit di una nuova pandemia sono aumentate o diminuite?
Ebbene, dallindagine risulta che i wet markets, i famigerati mercati di animali vivi (ma anche morti) saliti alla ribalta durante la pandemia di SARS-CoV-2, cinque anni dopo non solo non sono 
stati regolamentati n ridotti, ma prosperano meglio di prima e 
fanno affari doro. Il pangolino (che ospita in s diversi ceppi di 
coronavirus) continua a essere il mammifero pi trafficato al mondo. Nel mercato di Jatinegara, a Giacarta, le gabbie di animali vivi 
sono impilate fino a tre metri di altezza e ospitano animali diversissimi stipati assieme: pipistrelli innanzitutto, e poi procioni, macachi, uccelli canterini. Provengono da ogni parte dellIndonesia, che sta devastando a ritmi impressionanti le sue foreste primarie per fare posto a piantagioni di olio di palma e altre coltivazioni intensive, e dallestero, grazie al traffico illegale di animali esotici (il quarto commercio criminale al mondo pi lucroso dopo le armi, le droghe e gli esseri umani).
Linviata di Nature ha visitato Jatinegara e racconta la totale assenza di igiene, gli inservienti che toccano le bestie a mani nude e se le caricano addosso, la puzza di urina e di feci amplificata dallumidit tropicale. Il commercio degli animali pi rischiosi per la salute umana  come pangolini, pipistrelli, zibetti e procioni  andrebbe semplicemente vietato e stroncato, ma non si fa, perch minacceremmo, si dice, il sostentamento delle comunit locali e la loro cultura. Fatto sta che il posto migliore in cui ogni virus vorrebbe vivere  un wet market di questo tipo, in mezzo a una megalopoli di undici milioni di abitanti, visitata da migliaia di turisti internazionali con in tasca il biglietto di un volo intercontinentale. Queste sono le condizioni ecologiche ideali per un virus pandemico e noi, i sedicenti sapiens, gliele abbiamo apparecchiate per bene.
Il motivo? Semplice, il progresso scorsoio: attorno ai mercati di 
animali vivi prolifera unindustria globale, in gran parte illegale, 
che vale centinaia di miliardi di dollari allanno. Enormi guadagni 
a breve termine per pochissime persone espongono gli altri otto 
miliardi di esseri umani al rischio elevato di pandemie devastanti. 
Molto intelligente questo libero mercato, in effetti. I sudici mercati di animali vivi sono laboratori naturali perfetti in cui i virus possono evolvere, mutare, ricombinarsi e scatenare epidemie 
mortali, e nonostante ci gli scienziati non ricevono i fondi necessari per studiare e monitorare i rischi che stiamo correndo.
Commercianti e gestori dei mercati si guardano bene dal collaborare con i ricercatori. Poich dopo il Covid tutto  clandestino, 
quando un animale mostra sintomi di malattia non lo segnalano 
alle autorit: se lo mangiano o lo spacciano in qualche mercato pi 
lontano. Poi arriver una nuova pandemia e fingeremo ancora di 
sorprenderci. Le agenzie federali statunitensi che si occupano di 
questo sono smobilitate da funzionari negazionisti messi l da 
Trump e dai suoi sodali, lOrganizzazione Mondiale della Sanit  
sempre pi indebolita e il recente Accordo pandemico globale 
firmato a Ginevra (con lastensione fra gli altri dellItalia, perch noi vogliamo mantenere la nostra sovranit sulla salute, parole testuali)  stato annacquato fino a renderlo pressoch ininfluente.
Come se ci non bastasse, il moderato Marco Rubio ha praticamente azzerato le funzioni e i finanziamenti dellUSAID, lAgenzia 
statunitense per lo sviluppo internazionale, inclusi il programma 
per migliorare la comprensione delle malattie zoonotiche nei paesi a basso e medio reddito e il programma STOP Spillover che 
mirava a sviluppare interventi per mitigare i rischi zoonotici. 
Adesso sta proponendo ai paesi africani accordi diversi e spietati: 
volete aiuti sanitari? Dateci le vostre risorse minerarie. Eccolo, il cappio al collo che si stringe. Secondo la rivista Lancet, i drastici tagli (parliamo di pi del 90% di finanziamenti in meno) a USAID causer, da qui al 2030, 14,5 milioni di morti, altrimenti evitabili (si pensi a quanto sta accadendo con Ebola), di cui 4,5 milioni di bambini sotto i cinque anni. Homo sapiens?
Clandestinit, controlli insufficienti, enormi profitti per pochi, riduzione dei finanziamenti alla ricerca, una gran voglia di non sapere: ecco la ricetta per la prossima crisi. Sommando tutti i fattori, incredibilmente dal 2020 a oggi le condizioni ecologiche, sociali ed economiche che accrescono il rischio pandemico sono aumentate. 
I virus stanno facendo davvero grandi progressi. Lo abbiamo visto 
di nuovo durante la crisi dellhantavirus sulla nave da crociera MV 
Hondius (incubatore perfetto, i virus amano andare in crociera) nel 
maggio 2026. Difficile mettere in fila cos tanti errori, eppure ce 
labbiamo fatta: un birdwatcher improvvido va in cerca di un uccello necrofago raro in una discarica, senza protezioni; risale sulla 
nave e i medici sottovalutano i suoi sintomi; omissioni, ritardi e 
assenza di coordinamento fanno s che i potenziali diffusori della 
pandemia lascino tranquillamente la nave in ordine sparso e prendano subito dopo aerei per tornare a casa; scattato lallarme tardivamente, ogni paese applica le quarantene a modo suo. Tutto il 
contrario di ci che andava fatto. Il prezzo in vite umane poteva 
essere assai peggiore. Questa volta ci  andata relativamente bene 
(lhantavirus Andes  meno contagioso del Covid, anche se ha una 
mortalit assai pi elevata), ma la prossima?
Coshanno in comune tutti questi errori madornali? Bisognava 
difendere il business turistico crocieristico. Se no poi non c la 
Crescita, e al diavolo le cassandre e i menagramo. Per fortuna la 
ricerca scientifica (residua resistenza di progresso alla quale ci 
aggrappiamo quando siamo nei guai) va avanti silenziosa e realizza 
vaccini sempre pi precisi e veloci. A proposito di progresso, sorge dunque spontanea la domanda: comportandoci in questo modo, tra i virus parassiti e noi ospiti sciocchi (che ce la tiriamo 
tanto), chi sta vincendo la corsa darwiniana? La risposta  aperta. 
Intanto, tocca constatare che il progresso  nel quale abbiamo riposto cos tante speranze di miglioramento dellumanit   forse 
il concetto pi controintuitivo da difendere in questo momento. 
Aveva proprio ragione Zanzotto. Deviata su un binario morto, c 
una locomotiva (a carbone) lanciata a bomba contro la giustizia.


