ECONOMIA.

Profittatori come me.
Thomas Fischermann, Die Zeit, Germania.


Decine di migliaia di piccoli investitori hanno cercato di trarre vantaggio dalle conseguenze della guerra in Iran, riaprendo il dibattito sulle implicazioni etiche della speculazione finanziaria.


In questa guerra io ho gi vinto. A marzo, quando gli aerei da combattimento statunitensi sono decollati verso lIran, ho assicurato il mio gruzzoletto contro i rischi della situazione internazionale. Per farlo mi sono bastati cinque clic una sera su una piattaforma di trading, dopo il lavoro in redazione.

Lo strumento che ho usato era unoperazione di hedge (copertura): si punta una certa somma (diciamo per esempio 500 dollari statunitensi) su un evento che si spera non succeda. Nel mio caso, su unescalation del conflitto e su una brusca riduzione del prezzo del bitcoin, perch quando il mondo va in rovina gli investitori tendono a evitare soprattutto le attivit pi rischiose.

Se la guerra non fa troppi danni, si perde una parte del denaro investito, un po come succede con i soldi spesi nei premi assicurativi. Se invece il conflitto si inasprisce, la rendita derivante da questo investimento compensa le perdite registrate negli altri settori in cui sono depositati i risparmi. Il tutto ha spaventosamente senso. Ma la mia assicurazione  diventata conveniente solo quando i missili hanno colpito il bersaglio. Le persone che fanno scelte come la mia hanno un nome. In tedesco si chiamano Kriegesgewinnler, profittatori di guerra.

Dallinizio di luglio la guerra  nuovamente entrata in una fase critica. I missili iraniani hanno colpito le basi statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania, il presidente statunitense Donald Trump ha riattivato il blocco navale e ha lanciato altri attacchi aerei e le navi hanno ricominciato ad andare a fuoco. Il 13 luglio il prezzo del petrolio era salito del 4 per cento e poi aveva continuato ad aumentare, con un rincaro superiore al 10 per cento nellarco di una settimana.

Questa escalation si  fatta sentire su un mercato finanziario che  molto cambiato rispetto alla fine di febbraio, quando la guerra  cominciata. Ora c una massa di gente che prende decisioni in base alle notizie: piccoli investitori, trader dilettanti e risparmiatori che solitamente investono in exchange traded fund (Etf, fondi dinvestimento quotati in borsa) e che tutto a un tratto cedono alla tentazione di puntare sulle materie prime. Nella sola giornata del 12 marzo - mentre lo stretto di Hormuz era completamente bloccato, nemmeno una petroliera riusciva ad attraversarlo e il prezzo del petrolio continuava a salire  i piccoli investitori privati hanno iniettato la cifra record di 211 milioni di dollari nei fondi petroliferi, aspettandosi ulteriori aumenti dei prezzi.

A marzo ho assicurato il mio gruzzoletto contro i rischi della situazione internazionale. Per farlo mi sono bastati cinque clic.

Da quando la Vanda Research - unazienda di analisi che monitora lattivit dei piccoli investitori - segue questo settore,  stata la somma pi alta mai investita in questo tipo di fondi in un giorno solo. Le nervose oscillazioni del prezzo del greggio sono diventate virali per i trader al dettaglio, ha osservato Viraj Patel, un esperto di strategie di mercato che lavora per la Vanda, in unintervista alla rete televisiva finanziaria Cnbc. A questo punto alcuni piccoli investitori cercano di assicurare una parte dei propri risparmi come faccio io, mentre altri puntano a guadagnarci sul serio. Dal 13 luglio il settore  di nuovo in fermento.

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Chi festeggia e chi no.

Questa tendenza si pu seguire in tempo reale. Accanto alle chat dei broker e a piattaforme online come Discord c X, il social media di Elon Musk che  diventato uno spazio cruciale dove gli operatori finanziari si scambiano notizie, annunciano i successi e ammettono le perdite. Latmosfera  simile a quella che in passato regnava nelle borse valori, prima che le transazioni elettroniche prendessero il posto delle grida.

Alle 8.42 ora italiana di marted 14 luglio, lutente di X che ha scelto lo pseudonimo @0xL1nK_hl celebra il profitto del 60 per cento che ha appena ottenuto. Sta facendo scommesse speculative sullaumento dei prezzi del petrolio, ma vuole smettere presto perch teme che il presidente statunitense pubblichi post controproducenti, manipolazioni del mercato firmate Donald Trump.


Nella notte fra il 13 e il 14 luglio un altro investitore chiamato @Cryptoculero scrive contrariato:  venuto il momento di ripensare la vostra strategia di investimento per la quarantesima volta dallinizio del conflitto. Il post si riferisce ai capovolgimenti che si susseguono senza sosta in questa guerra del tira e molla: prima un rincaro del greggio, poi una riduzione del prezzo che induce a vendere loro e il petrolio e a comprare bitcoin, e cos via.

La sera del 13 luglio JayWave, un utente di X che scrive di speculazioni finanziarie, si scaglia contro il piano di Trump di imporre un pedaggio del 20 per cento su tutte le merci che transitano per lo stretto di Hormuz: Questa  inflazione pura e semplice. Oggi il prezzo del petrolio  aumentato del 5 per cento, ed  solo linizio. Mentre i missili esplodono in una certa regione, nel resto del mondo gli speculatori cercano di capire chi ci sta guadagnando di pi.

Una domanda che sorge spontanea  se per i piccoli investitori valga la pena. A questo interrogativo nessuno pu dare una risposta certa, perch chi guadagna parla pubblicamente dei suoi successi, mentre di solito chi perde tende a restare zitto. Attenzione al tranello, si legge di continuo nelle analisi sullargomento pubblicate sui canali specializzati di YouTube. Oppure: Il continuo altalenare del prezzo del petrolio produce effetti devastanti per i piccoli investitori. Gli studi sulle transazioni infragiornaliere rivelano da anni che queste operazioni producono perdite quasi per tutti. Pi si agisce in modo rapido e frenetico, pi si rischia di rimetterci.

Secondo Michael Walzer chi trae profitto dalle disgrazie altrui senza cercare di aiutare nessuno si rende complice di queste sciagure.

Unaltra domanda  ancora pi scomoda: quanto sono etiche queste attivit? A un certo punto qualsiasi persona perbene dovr chiederselo per forza. Il dibattito sui profittatori risale a molto prima che questa parola cominciasse a essere usata per riferirsi alle speculazioni in tempo di guerra. Chi voglia studiare meglio la questione si trover presto di fronte alle classiche dispute filosofiche sulletica del profitto, da Cicerone a Tommaso dAquino. La prima guerra mondiale ci ha gi dato abbastanza da pensare. Se lo scandalo sui profittatori che scoppi in quegli anni si riferiva soprattutto agli imprenditori che traevano profitto dallindustria bellica, alcuni se la prendevano anche con gli affaristi e gli speculatori che si arricchivano in patria mentre tanti morivano al fronte.

Indagando pi a fondo si scopre che letica contemporanea ha organizzato la questione in categorie ancora pi sofisticate. Per esempio, il filosofo statunitense Michael Walzer ha scritto il libro Guerre giuste e ingiuste (Laterza 2009), considerato dagli anni settanta un testo di riferimento sulletica della guerra. Fondamentalmente la sua tesi  questa: chi trae profitto dalle disgrazie altrui senza cercare di aiutare nessuno si rende complice di queste sciagure, non tanto per averle causate ma per averne tratto vantaggio.

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Vittime invisibili.

Saba Bazargan, un collega di Walzer che insegna alluniversit della California, distingue tra due tipi di profittatori di guerra: quelli che contribuiscono attivamente al conflitto, per esempio i mercanti darmi e i lobbisti, e gli opportunisti che si limitano ad arricchirsi. Secondo Bazargan i profittatori attivi sono effettivamente colpevoli, ma anche gli opportunisti devono alle vittime almeno una parte dei loro utili in segno di riparazione.

Linstabilit dei prezzi era il linguaggio che serviva per far capire al mondo che doveva creare un paio di rotte alternative allo stretto di Hormuz.

Questa tesi mi mette a disagio, anche se non riesco a seguire il ragionamento fino in fondo. A chi sono debitore per aver assicurato i miei risparmi con unoperazione di copertura sulle criptovalute? Chi trarrebbe vantaggio se il denaro che ho messo da parte perdesse valore a causa della guerra? Il capitano della petroliera bloccata nello stretto di Hormuz? Il cittadino tedesco che deve pagare una bolletta del gas pi alta per il riscaldamento? Tutti gli abitanti della regione compresa tra lEuropa e il golfo Persico? Il mio tentativo di compensare le perdite, per quel che ne capisco io, non fa nessuna vittima, o almeno io non ne vedo.

Studiando ulteriormente la questione mi sono imbattuto negli scritti delleconomista Ingo Pies, che insegna etica economica alluniversit tedesca di Halle e si occupa da anni della morale della speculazione finanziaria. Le sue idee mi sembrano molto favorevoli a questa pratica. Leggendo i suoi scritti mi pare di capire che le operazioni che ho fatto a marzo non lo avrebbero indignato minimamente. Pies ha studiato per esempio la speculazione agraria in seguito alla recente crisi finanziaria globale, quando i prezzi dei cereali sono schizzati alle stelle. Allepoca lorganizzazione per la tutela dei consumatori Foodwatch aveva bollato gli speculatori agrari come produttori di fame e i politici si erano detti daccordo.

Pies obiettava che quelle critiche erano sbagliate e definiva questo errore fallacia intenzionale: poich lo speculatore vuole trarre guadagno dallaumento dei prezzi,  accusato di esserne la causa. Dallintenzione si deduce insomma leffetto, ma secondo lo studioso  a qualcosaltro che bisognerebbe prestare attenzione, vale a dire a quali siano le conseguenze effettive di una certa azione. Scommettendo su un aumento dei prezzi non si contribuisce certo a causarli, o almeno non lo si pu dare per scontato. Lo speculatore si limita a indicare prima di altri che una scarsit  imminente.

Stando a questa visione pi indulgente, nel contesto della crisi dello stretto di Hormuz un investitore come me non sarebbe un profittatore di guerra ma un messaggero, una delle persone che contribuiscono ad annunciare segnali di prezzo utili, anche se determinati dalla guerra. Di che segnali si tratta? I pi evidenti hanno a che fare con il petrolio. Prima della guerra un barile di Brent costava pi o meno settanta dollari, mentre nelle prime settimane del conflitto il suo prezzo ha superato temporaneamente i 117. Da allora sui forum finanziari si  parlato spesso delle fluttuazioni giornaliere estreme registrate in certi momenti. Se la quotazione del greggio aumenta o diventa instabile, questo incremento si ripercuote a poco a poco su tutta la catena del valore: benzina, costi di spedizione, biglietti aerei e via dicendo. Il risultato  un tasso dinflazione alto che impedisce alle banche centrali di ridurre i tassi dinteresse, anche se leconomia ne avrebbe bisogno.

Lo stesso vale per il gas metano, solo che in questo caso la situazione  perfino peggiore. Dallo stretto di Hormuz passa anche un quinto del gas naturale liquefatto (gnl) trasportato via mare a livello globale, soprattutto quello prodotto dal Qatar per le centrali elettriche asiatiche ed europee, e ora il suo commercio risente sia del blocco navale sia della devastazione provocata a marzo dai missili iraniani lanciati contro Ras Laffan, il pi grande impianto di produzione di gnl del pianeta.

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Moltiplicarsi di scommesse.

Ma il peggio succede in un settore a cui solo pochissimi trader amatoriali prestano attenzione: quello dei concimi. Prima della guerra, dallo stretto di Hormuz passava circa un terzo dei fertilizzanti trasportati via mare su scala mondiale: nei paesi del Golfo si trovano infatti i giacimenti di metano che si usa per produrre urea e ammoniaca al costo pi basso. Senza concime, i raccolti si riducono e le conseguenze sono il rincaro dei prodotti alimentari, la malnutrizione e i morti per inedia. Alla conferenza sulla sostenibilit che si  tenuta a giugno ad Amburgo, gli esperti hanno avvertito che il blocco navale potrebbe costringere alla fame fino a 45 milioni di persone. Una volta che si arriva a questo punto non sembra pi una questione accademica chiedersi se sia etico scommettere sulle variazioni dei prezzi in tempi di guerra.

Secondo alcune voci critiche, il fatto  che se a speculare su un aumento di prezzi - per esempio del petrolio - non sono pi solo alcuni operatori finanziari ma decine di migliaia contemporaneamente, unimpennata delle quotazioni  inevitabile. Quando i prezzi a termine aumentano, diventa improvvisamente conveniente fare incetta di greggio (tenendolo fermo nelle cisterne, nei magazzini e sulle navi) per venderlo solo quando il prezzo sar salito ancora di pi.  questo leffetto delle scommesse nel mondo reale: lofferta si riduce. E dato che nei mercati tutti prendono esempio da tutti gli altri, tante piccole scommesse possono trasformarsi in unimponente scommessa di massa, che fa aumentare il prezzo anche pi di quanto giustificherebbero una guerra o un blocco unicamente in base alleffettiva scarsit.


In teoria, questa correlazione sarebbe interessante, ma in pratica si manifesta solo di rado. Dopo ogni crisi dei prezzi gli economisti hanno sempre rivalutato gli effetti sottostanti. Studi approfonditi sono stati realizzati dopo lo shock petrolifero del 2008, quando il boom economico cinese gonfi la domanda. Allora il greggio arriv a 147 dollari al barile, e tutti puntarono il dito contro gli speculatori. Secondo le conclusioni raggiunte allepoca da un autorevole studio economico condotto su vasta scala, limpennata dei prezzi poteva essere spiegata quasi interamente dalla legge della domanda e dellofferta, in particolare dalla sete di petrolio della Cina e dalla sua limitata capacit produttiva. Per spiegare il fenomeno, dunque, non  stato necessario tirare in ballo le scommesse degli operatori finanziari, e soprattutto non sono stati trovati da nessuna parte i depositi stracolmi che avrebbero dovuto esserci se gli speculatori avessero davvero limitato lofferta di greggio.

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Costi reali.

Questo non significa che la speculazione non provochi mai un aumento dei prezzi. Ma quando la rotta petrolifera pi importante del pianeta  sottoposta a un blocco assoluto come quello attuale, il problema pi urgente non sono i privati che investono in fondi petroliferi, tanto pi se si considera che perfino i 211 milioni di dollari trasferiti dagli investitori nella giornata record del 12 marzo sono una cifra irrisoria in un mercato in cui ogni giorno cambiano di mano contratti per centinaia di milioni di barili.

Questo non assolve del tutto gli speculatori. Come ha dimostrato fra laltro uno studio del Fondo monetario internazionale, nei momenti di calma dei mercati finanziari la speculazione tende ad avere un effetto stabilizzante, equilibrando i prezzi. Ma nei momenti di panico le operazioni speculative accentuano le fluttuazioni causando effetti negativi. Il fenomeno si  manifestato chiaramente questanno nel mercato petrolifero, dove i prezzi hanno registrato notevoli oscillazioni, variando di continuo e attestandosi continuamente a livelli troppo alti o troppo bassi. Il prezzo del greggio ha raggiunto un grado di volatilit che non si vedeva dal 2020, e variazioni di parecchi punti percentuali nellarco di qualche ora sono diventate la norma. Quando ad aprile le prime pagine dei giornali hanno ventilato la possibilit di una riapertura dello stretto, il prezzo  colato a picco, riducendosi di sette dollari, per schizzare subito dopo nuovamente verso lalto.

Pi scommesse speculative si fanno, pi i prezzi diventano instabili. Questo  lunico motivo per cui la speculazione produce effetti dannosi: pi  imprevedibile landamento dei prezzi, pi rincarano i premi assicurativi, il costo dei trasporti e tutti i fattori contro cui chi si muove sul mercato vuole assicurarsi. Maggiore  lincertezza degli investitori sui guadagni che ricaveranno dal petrolio nel prossimo futuro, maggiore sar la loro esitazione a investire. Tutto questo pu influenzare i prezzi al consumo, anche quelli del frumento e dei concimi.

Ma per quanto questo sia vero in teoria, un po alla volta finiamo davvero per ricadere in un dibattito accademico. Anche in questo caso, infatti, si pu affermare tutto e il contrario di tutto. Si pu dire, per esempio, che la speculazione finanziaria  vantaggiosa, che senza speculatori non esisterebbero i futures che proprio adesso agricoltori, armatori, fornitori di gasolio da riscaldamento, compagnie aeree e produttori di fertilizzanti usano per assicurarsi contro la prossima impennata dei prezzi.  proprio questa garanzia a permettergli di fare previsioni di vendita attendibili e a rendere gestibile la loro attivit imprenditoriale. In fondo qualcuno dovr pur detenere la controparte dei futures, e questo compito spetta, a fronte di un premio, agli speculatori dei mercati finanziari.

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Utili messaggeri?

La speculazione ha un altro effetto positivo: ci sono volute la penosa crisi dei prezzi causata dal blocco dello stretto di Hormuz e la nuova insicurezza sul futuro dei prezzi per imporre nellarco di qualche mese quello che decenni di avvertimenti diplomatici non erano riusciti a fare. Gli Emirati Arabi Uniti hanno completato a tempo di record la prima met delloleodotto che stanno costruendo per aggirare lo stretto di Hormuz e stanno perfino pensando di costruire un nuovo porto sulla loro costa orientale; i sauditi stanno pompando a pieno ritmo il petrolio che passa dalla conduttura che corre lungo il mar Rosso; lUnione europea ha lanciato un piano per la produzione interna di fertilizzanti e i paesi del Golfo stanno investendo miliardi di dollari nei parchi solari asiatici. Si potrebbe dire che linstabilit dei prezzi era il linguaggio che serviva per far capire al mondo che doveva investire capitali e creare un paio di rotte alternative allo stretto di Hormuz. Gli speculatori hanno contribuito a rendere comprensibile questo messaggio.

E io? Loperazione di hedge che ho fatto a marzo era unassicurazione, un tentativo di creare stabilit per i miei risparmi: una scommessa da cinquecento dollari sulla possibilit che il conflitto si inasprisse e quindi il prezzo del bitcoin crollasse. Stando alla pura teoria degli economisti, io sono il pi innocuo degli speculatori: un messaggero tra decine di migliaia, con un minuscolo megafono in mano. Nemmeno un sacco di concime  rimasto bloccato in un porto per colpa mia.

Eppure sospetto che i filosofi non me la faranno passare liscia. Anche chi approfitta solo in maniera opportunistica del caos nel mondo, ha scritto Bazargan, deve condividere una parte del proprio guadagno, non per punizione ma per semplice decenza. Per controbattere non trovo alcuna argomentazione che non sembri un po troppo comoda perfino a me. Allepoca il mio profitto - ovvero la compensazione della mia perdita   stato a malapena degno di nota. Ma a Karachi o a Nairobi ci sono organizzazioni che con quella somma avrebbero potuto comprare un sacco di concime.