TURCHIA.

Lisola dellesilio e del ritorno.
Georgi Totev, Toest, Bulgaria.

A Gkceada, in Turchia, oltre le spiagge affollate di turisti sincrociano le storie della comunit greca, dei nuovi migranti e dei turchi cacciati dalla Bulgaria.

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Il cielo  punteggiato di colori: decine di vele da kitesurf planano sul mare mosso trainando i surfisti sulle onde. Ogni manovra acrobatica riscuote gli applausi dei turisti sulla spiaggia. Ci sono famiglie con bambini, donne con lhijab, ma anche in costumi da bagno pi succinti. I pi numerosi sono per i surfisti che si preparano a entrare in acqua. A un certo punto il cielo  attraversato da un caccia, segno della presenza nella zona delle basi militari turche a presidio dei Dardanelli.

Mahmud Mahmudi non aveva mai visto il mare prima di lasciare lAfghanistan. Dice di avere 27 anni. Oppure trenta. Non lo sa con certezza nemmeno lui. Nato a Kandahar,  cresciuto negli anni delloccupazione statunitense. Da bambino  rimasto orfano ed  stato affidato allo zio, che non aveva un impiego fisso. Poco dopo ha cominciato a lavorare per aiutare la famiglia. Di sera studiava e di giorno faceva il venditore ambulante: smerciava chiavette usb con musica piratata, cosmetici e cianfrusaglie cinesi. Problemi a casa e guerra in strada: cos riassume la sua infanzia. Il suo piano era semplice: risparmiare, diplomarsi e un giorno raggiungere lEuropa, la Germania preferibilmente. Era convinto che non fosse cos difficile come dicevano tutti.

La spiaggia  un paradiso per i surfisti: ampia, sabbiosa, selvaggia, con vento costante. Sulla costa sono parcheggiati decine di camper e roulotte provenienti da diversi paesi vicini. Il turismo qui  un fenomeno relativamente nuovo. Fino allinizio degli anni duemila questa era una zona militare inaccessibile. Oggi lisola turca di Gkceada (Imbros, in greco, il nome ufficiale fino agli anni settanta) accoglie circa 13mila turisti allanno. La maggior parte viene dalla Turchia continentale, ma ce ne sono anche dalla Bulgaria, dalla Romania, dalla Macedonia del Nord e dalla Polonia.

Il paesaggio  aspro e selvaggio: uliveti a perdita docchio e capre al pascolo sui pendii.  facile abbandonarsi a questi panorami e portarsene dietro il ricordo nelle fotografie scattate con il telefono. Ma dietro alle immagini delle vacanze si nasconde unaltra Gkceada: per alcuni  la casa perduta in unepoca passata, per altri un luogo di esilio, per altri ancora la semplice tappa di un viaggio.

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Pulizia etnica.

Tra gli ulivi intorno al villaggio di Sirinky c la fattoria di Raif e Kanie caliskan. Non vivono qui per scelta. Entrambi sono originari della Dobruda bulgara e le loro famiglie fanno parte della minoranza turca in Bulgaria. Hanno vissuto la giovinezza al tempo del socialismo.

Stavamo bene. E sono ancora felice di essere nata in Bulgaria, di averci vissuto, dice Kanie. Raif  della stessa opinione: Turchi e bulgari erano come fratelli e sorelle. Non importava quali fossero le origini. Poi, negli anni ottanta, i turchi divennero oggetto di una campagna di assimilazione forzata. Centinaia di migliaia di persone furono costrette a lasciare il paese in cui erano nate a causa di una delle pi massicce campagne di pulizia etnica dEuropa al tempo della guerra fredda, seconda solo alla cacciata delle popolazioni germanofone dallEuropa centrale e orientale dopo la fine della seconda guerra mondiale.


Nessuno ha mai pagato per la persecuzione della minoranza turca. Dopo la caduta del regime, nel 1989, le politiche discriminatorie sono state revocate, ma il dibattito pubblico su questa vergognosa pagina della storia bulgara  rimasto per molto tempo in sordina e fortemente politicizzato. Oggi la vicenda  pi discussa che in passato e sinsegna anche a scuola, seppur in modo piuttosto vago.

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Il luogo ideale.

Il sole pomeridiano proietta ombre lunghe nella viuzza principale del centro di Gkceada. I tavoli di un caff occupano il marciapiede della piccola piazza in fondo alla strada. Nellaria un misto di chiacchiere e saluti in lingua greca. Pare che tutti si conoscano. Violeta Patinioti mette via il portatile dopo aver terminato la sua giornata di lavoro per unazienda di Atene, ma non sembra avere fretta di andarsene. A ogni passo si ferma a salutare qualcuno. Sulla porta incrocia Dimitris, il proprietario del locale.  nato a Salonicco, ma sua madre  originaria di Gkceada. Dieci anni fa ha deciso di trasferirsi qui. Per scoprire le mie radici. E per guadagnarmi da vivere, spiega.

Anche Violeta  qui da poco.  nata a Santorini e ha studiato archeologia nel Regno Unito. A Istanbul ha conosciuto il suo futuro marito, un tecnico delle luci turco con radici curde e arabe, che era venuto sullisola per girare un film. A quel punto, insieme hanno cominciato a pensare che Gkceada potesse essere il luogo dove far crescere i loro due figli. Quando  scoppiata lepidemia di covid, nel 2020, hanno definitivamente deciso di trasferirsi. Anche perch nel frattempo cera stata la riapertura delle scuole in lingua greca.

Volevamo che i nostri figli imparassero sia il greco sia il turco, che capissero entrambe le culture. Questisola  un vero mosaico di civilt. Per me  un paradiso. Ma qui ci sono anche ferite profonde non ancora rimarginate e di cui non  facile parlare, dice Violeta. Il caff  uno dei pi popolari luoghi dincontro della comunit greca, concentrata a Gkceada e nei villaggi di Zeytinlik, Tepeky e Dereky. Secondo il censimento del 2023 su una popolazione totale di circa 11mila persone, i greci sono circa settecento. Il che vuol dire che per circa un abitante su venti il greco  la lingua madre. La maggior parte della popolazione, per,  di origine turca e si  insediata sullisola solo negli ultimi decenni, arrivando da diverse regioni della Turchia continentale. Allinizio del novecento la lingua principale qui era il greco.

Il nome originario dellisola, Imbros,  legato alla storia dellantica Grecia ed  citato nellIliade. Reperti archeologici dimostrano che  abitata fin dallet della pietra. Nel quattrocento entr a far parte dellimpero ottomano, ma come in altre regioni sotto il controllo di Istanbul la popolazione cristiana ortodossa pot conservare i suoi luoghi di culto e le sue scuole. Allo stesso tempo, per, gli abitanti erano soggetti alle politiche di deportazione dellimpero, che periodicamente ridisegnavano la composizione etnica della zona.

Con la caduta dellimpero ottomano, nel 1920, la Grecia assunse il controllo di Imbros e della vicina Tenedos, lattuale Bozcaada, che mantenne fino al 1923, quando il trattato di Losanna assegn le due isole alla neonata Repubblica di Turchia. In quellanno ci fu il grande scambio di popolazione tra Grecia e Turchia: pi di un milione di cristiani ortodossi di lingua greca furono costretti a lasciare il territorio turco e circa mezzo milione di musulmani di lingua turca furono cacciati dalla Grecia continentale e dalle sue isole.

La popolazione cristiana di Imbros e Tenedos  secondo diverse stime tra le quattromila e le novemila persone  fu esclusa dallo scambio: in base a quanto previsto dal trattato di pace, la Turchia si impegnava a garantire una speciale autonomia alle due isole. Ma queste garanzie rimasero sulla carta, e in breve tempo molti greci si trasferirono nella Grecia continentale. Alla fine del 1923 la Turchia era riuscita a prendere il pieno controllo di Imbros e Tenedos.

Per il resto del novecento le politiche repressive turche in materia di lingua, cultura e diritti di propriet fecero quasi scomparire la comunit greca, che si ridusse a poche centinaia di persone.

Negli ultimi ventanni alcune di quelle misure sono state revocate, e diversi vecchi diritti sono stati ripristinati. Un esiguo numero di discendenti di greci  tornato sullisola, suscitando un moderato ottimismo per il futuro della comunit. Eppure in Turchia la questione continua a essere molto delicata e un vero dibattito pubblico sul tema non si  mai aperto.

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Oltre il confine.

Laria notturna era fredda e tagliente. Mahmud stava attraversando una zona montana con un gruppo di afgani, iraniani e pachistani. Davanti a loro, da qualche parte sulle montagne che sovrastano Van, nel Kurdistan turco, cera la frontiera tra Iran e Turchia. I trafficanti gli avevano dato istruzioni molto sommarie: arrivati al confine dovevano tagliare la rete del recinto e correre via.

Negli anni ottanta in Bulgaria fu avviata una campagna di assimilazione forzata ai danni delle comunit musulmane del paese.

Qualche settimana prima di partire, a Kandahar aveva venduto quasi tutto quello che aveva, compresa la sua vecchia e amatissima motocicletta. Era riuscito a ottenere un visto studentesco di un mese per lIran. Arrivato a Teheran aveva cercato invano la persona che avrebbe dovuto aiutarlo a passare illegalmente il confine con la Turchia. Scoraggiato, aveva deciso di tornare a casa, ma vicino al confine tra Turkmenistan e Afghanistan aveva incontrato un altro trafficante che per uningente somma di denaro gli aveva promesso di farlo entrare in Turchia. A quel punto aveva pensato che la parte pi difficile del viaggio fosse alle sue spalle. In realt le difficolt erano appena cominciate.

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Rinascita nazionalista.

Negli anni ottanta la Bulgaria viveva in un rigido regime poliziesco. Per i beni di prima necessit si facevano lunghe file e lo stato elargiva sussidi per le vacanze sul mar Nero. Nonostante gli sbandierati ideali socialisti di uguaglianza e fratellanza, le autorit non esitavano a servirsi del nazionalismo per i propri obiettivi politici. In quella fase il regime rispolver il vecchio spettro della minaccia turca e del secolare dominio ottomano. Libri e film ricordavano quel trauma collettivo, raccontato nei manuali scolastici come unepoca di assoggettamento e schiavit di massa. La propaganda ufficiale dipinse la minoranza turca come un potenziale nemico interno. Alcuni attentati commessi da nazionalisti turchi ai mezzi di trasporto pubblici rafforzarono ulteriormente questimmagine.

In quellatmosfera di paura e sospetto fu avviato il processo di rinascita: una campagna di assimilazione forzata ai danni delle comunit musulmane della Bulgaria. Il decreto fu emesso e applicato in tempi brevissimi alla fine del 1984. Nel giro di poche settimane circa un milione di persone  pi di un decimo della popolazione del paese  furono costrette a cambiare il proprio nome con uno slavo. Oltre alla minoranza turca le misure riguardarono anche i musulmani della comunit rom e i pomacchi, una popolazione di religione islamica e di origine slava.

Raif ricorda ancora larrivo in citt dei poliziotti e dei soldati che dovevano applicare il decreto. Chi aveva un nome turco veniva convocato in municipio e obbligato a sceglierne uno nuovo da un elenco. Nei luoghi pubblici bisognava parlare esclusivamente in bulgaro e usare i nuovi nomi. Liniziativa fu presentata dalle autorit come un tentativo di ristabilire le radici bulgare in tutto il paese. Furono chiuse moschee, profanati cimiteri musulmani, vietati riviste, musica e libri turchi. Centinaia di rappresentanti della comunit turca furono deportati nel campo di lavoro di Belene, sullisola danubiana di Persin.

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Lunica condizione.

Mahmud era stato arrestato poco dopo aver passato il confine con la Turchia ed era stato condotto nel centro di detenzione per migranti della citt di Van. L aveva cominciato a studiare il turco, senza per abbandonare il suo sogno di raggiungere un giorno lEuropa occidentale. Poi, dopo essere stato trasferito ad Amasya, aveva preso a lavorare illegalmente nei campi della zona. Da l il suo viaggio era proseguito attraverso Istanbul e Bursa fino a canakkale, una citt portuale sulle rive dei Dardanelli. Guardando per la prima volta oltre il mare aveva immaginato che quello fosse linizio dellEuropa. E in effetti era cos: era l che cominciava lEuropa, ma non quella che aveva sognato.


Mahmud aveva cercato di raggiungere la Grecia pi di una volta, ma era sempre stato respinto. Dopo lultimo tentativo andato a vuoto era tornato scoraggiato a canakkale, dove aveva ricevuto una proposta di lavoro. A una condizione, per: doveva lasciare la citt e trasferirsi in unisola vicina. Pensavo che ci sarei rimasto un mese, avrei risparmiato un po di soldi e poi me ne sarei andato. Ma non  andata esattamente cos, dice con un sorriso quasi rassegnato.

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Una ferita aperta.

Hristos Taliaduros lavora in un caff da dove si gode una magnifica vista sul paesino di Zeytinlik. Fa anche il tatuatore. Come Violeta e Dimitris si  stabilito sullisola relativamente di recente, quando le restrizioni per la comunit greca hanno gradualmente cominciato a scomparire. Per lui  stata una specie di ritorno a casa:  nato infatti nello stesso paese dove oggi lavora, ma agli inizi degli anni novanta i genitori lo hanno mandato a studiare a Istanbul per fargli frequentare una scuola greca.

Ho sempre sognato di tornare, dice Hristos. La sua  una delle poche famiglie greche che non hanno mai lasciato lisola, nonostante i decenni di repressione.

Negli anni sessanta la popolazione greca rimasta sullisola fu soggetta a pressioni costanti. In molti emigrarono in Grecia, Europa occidentale o Australia. Spesso furono costretti a vendere le case a prezzi molto pi bassi del valore di mercato. Alla comunit ortodossa fu vietato di possedere propriet collettive, escluse le chiese. Le scuole e gli edifici amministrativi furono chiusi. In compenso furono costruite caserme della polizia e fu aperto un carcere. Le persone ricordano tutto, ma evitano di parlarne. La ferita  ancora aperta, dice Violeta.

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La grande gita.

In Bulgaria, nel 1989, Raif ricevette uninattesa convocazione al comando di polizia locale. Gli diedero poche informazioni, gli dissero di prendere dei vestiti, un po di soldi e da mangiare per qualche giorno. Insieme ad altri cittadini bulgari di origine turca fu fatto salire su un treno e portato in Turchia. Fu il primo episodio di unestesa campagna di deportazioni. In un clima di crescente preoccupazione per la sorte della minoranza turca in Bulgaria, la Turchia decise di aprire i confini. E in tre mesi li attraversarono in treno, autobus o auto fra i 320mila e i 360mila cittadini bulgari di origine turca. Le autorit bulgare chiamarono questa migrazione la grande gita: un eufemismo che racconta la pulizia etnica come un banale viaggio per turismo. Parte dei nuovi arrivati in Turchia fu indirizzata a corlu, una citt tra Edirne e Istanbul.

La comunit grecofona dellisola si percepisce come un gruppo a s stante: non si sente turca ma nemmeno affine ai greci del continente.

Raif guarda la tazza di t e dice: Nessuno dovrebbe essere costretto a lasciare la propria terra e a cominciare da capo una nuova vita in un altro posto.

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Un motivo per vivere.

Mahmud si  trasferito sullisola e ha trovato un impiego in un piccolo ristorante nel villaggio di Eselek, a pochi chilometri dalla spiaggia di kitesurf. Aiuta in cucina, serve i clienti e lavora come tuttofare in cambio di vitto, alloggio e un modesto stipendio nella locanda di unanziana signora di nome Mayde Sah, discendente di una della prime famiglie di rifugiati bulgari. Parla il bulgaro senza difficolt. Nonostante diversi ripensamenti, alla fine ha deciso di restare. Mayde lo tratta come un figlio.

Inizialmente Mahmud non prestava grande attenzione al mare. Ma la vista delle decine di vele di kitesurf che danzavano sullacqua lha lentamente conquistato. In Afghanistan esiste una tradizione secolare di gare di aquiloni, vietata dal governo dei taliban in quanto non islamica. A Mahmud quelle vele sul mare ricordavano linfanzia, la libert e le vecchie amicizie. Cos ha cominciato a passare sempre pi tempo nei pressi di una scuola di kitesurf sulla spiaggia, osservando gli istruttori e assimilando i primi rudimenti di questo sport. Racconta che il kitesurf gli d un motivo per vivere. Sogna di diventare istruttore, un giorno. Ma senza documenti regolari lobiettivo resta un miraggio.

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Regime speciale.

Hristos Taliaduros  tornato sullisola nel 2019, dopo pi di un quarto di secolo di assenza. In quegli anni molti dei suoi parenti se nerano andati e si erano trasferiti in Grecia. Da giovane anche lui aveva ottenuto la cittadinanza greca senza dover rinunciare a quella turca. Entrambi i paesi permettono di avere due passaporti.

La comunit grecofona dellisola spesso si percepisce come un gruppo a s stante: non si definisce turca ma non si sente nemmeno affine ai greci del continente. Anche il tradizionale dialetto greco locale risente di una forte influenza turca.


Gli abitanti di Imbros non sono semplicemente greci. Sono romei, ossia cristiani ortodossi dellimpero ottomano, e poi della Turchia, spiega Violeta. Il termine deriva dalla stessa radice di Rumelia, il nome con cui erano conosciuti i territori balcanici dellimpero. Letteralmente significa terra dei romei, o dei romani.

Altrettanto variegato  il lato turco dellisola. Le persone che negli ultimi decenni si sono stabilite qui arrivano dalle pi disparate regioni del paese: alcune da Istanbul, altre dallAnatolia e altre ancora dalla costa del mar Nero. E ci sono anche diversi curdi. Tutto questo contribuisce a dare la sensazione che lisola abbia sviluppato una cultura tutta sua e tradizioni diverse da quelle della Turchia e della Grecia continentali. Negli anni settanta Imbros fu dichiarata zona a regime speciale e in pratica trasformata in una grande base militare turca. La vita dei civili sub forti limitazioni fino agli anni novanta, quando le restrizioni cominciarono a cadere. Cos allinizio degli anni duemila gli ex abitanti greci e i loro discendenti cominciarono a tornare, riaprendo le vecchie case e ripristinando le festivit e le tradizioni locali di un tempo. Violeta ritiene che il ritorno dei greci sia stato un momento di svolta: Oggi non c un conflitto aperto, ma le comunit sono ancora divise, non comunicano molto tra loro, e la lingua  ancora un ostacolo.

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Troppo tardi.

Raif, Kanie e la loro figlia si sono ritrovati in un paese sconosciuto, che conoscevano solo sulla carta geografica e dai racconti di altri bulgari. In Bulgaria eravamo i turchi, mentre qui eravamo diventati i bulgari. Grazie al buon livello distruzione e a una forte dedizione al lavoro sullisola sono riusciti a trovare un impiego nel settore pubblico. Anche altre vittime del processo di rinascita si sono stabilite nel nuovo villaggio di Sirinky. Lo stato turco gli ha fornito terra e unabitazione, da ripagare in ventanni. Cera una sola condizione da rispettare: che le case fossero abitate tutto lanno.

La costruzione di Sirinky, nelle vicinanze dei resti della vecchia prigione,  terminata alla fine degli anni novanta. La gente del posto lo chiama il villaggio bulgaro. In buona parte  stato edificato sulla terra che decenni prima era appartenuta agli abitanti greci di Imbros.

Kanie ricorda le difficolt dei primi anni passati a Gkceada. Raif annuisce e dice: Allinizio non conoscevamo nessuno, ma con il tempo le persone ci hanno accolti. Allora non immaginavo che un giorno avrei avuto degli animali, un giardino e unauto. Per mi dispiace per tutto il tempo e i soldi che abbiamo sprecato qui. Anche se volessimo, oggi non potremmo pi andarcene.  troppo tardi.

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Lultimo dolore.

Durante la stagione del kitesurf Mahmud si sente vivo.  circondato da amici che condividono la sua passione per il mare e il vento. Quando arriva lautunno i turisti se ne vanno, lisola si calma e il suo mondo si restringe.  allora che pensa di voler partire. Nel marzo 2025, durante un viaggio a Istanbul,  stato trattenuto dalle autorit turche e rispedito in Afghanistan. Cos  tornato a Kandahar, la citt da cui era partito per lEuropa. Allinizio di questanno la fidanzata lha raggiunto dalla Turchia e si sono sposati in Afghanistan. Destate sono tornati sullisola per festeggiare il matrimonio con gli amici e le persone care. Oggi le sue giornate hanno un ritmo familiare, divise tra il ristorante di Mayde e la spiaggia.

Secondo Violeta molti dei nuovi arrivati hanno a lungo considerato lisola una tappa intermedia verso qualcosaltro. Ma con il ritorno dei discendenti degli abitanti di un tempo le cose stanno cambiando. Hristos condivide questa sensazione: Esco con greci, curdi e turchi, racconta. Lavoriamo e viviamo insieme. In realt non c grande differenza tra il caff turco e quello greco. E poi, quando hai gli amici giusti, il mondo ti appartiene.

Dietro allaspro ma sempre sorridente volto di Raif si nascondono molte cose. Un tempo era pieno di rabbia. Una volta, allinizio degli anni duemila, quando lisola aveva cominciato ad aprirsi al turismo, aveva notato unauto con la targa bulgara. Le vecchie ferite si erano riaperte allimprovviso e si era messo a inveire in bulgaro contro il guidatore: Ci avete cambiato i nomi! Ci avete cacciato! Ci avete rovinato la vita!. Luomo gli aveva risposto con gentilezza: Scusa, fratello. Non sono stato io a cambiarti il nome. Mi dispiace per quello che ti  successo. Ma Raif non era riuscito a trattenersi e aveva urlato: Se ti rivedo qui unaltra volta, ti ammazzo di botte.

Subito dopo si era vergognato di s. Con il tempo la sofferenza accumulata si  dissolta. Quella  stata lultima volta che ho provato un dolore simile. Ora  tutto perdonato. Dimenticato. Quasi non me ne ricordo pi. 