La piazza e la provvidenza della Storia, di Ezio Mauro.

Da "LA REPUBBLICA"  27 aprile 2025



Si sar chiesto anche lui come Stalin quante divisioni ha il Papa, voltandosi dal primo banco donore verso piazza San Pietro straboccante di folla. Il colpo docchio era incredibile anche per un politico-performer come Trump, capace di trasformare ogni evento in spettacolo: il rosso dei cardinali, con la berretta sui capelli bianchi, il recinto del potere con gli abiti scuri dei sovrani e dei governanti del mondo fianco a fianco nellordine stabilito dallalfabeto francese, e tuttattorno il popolo dei fedeli di ogni Paese davanti alle braccia aperte del colonnato del Bernini, sotto le 13 statue colossali dei santi radunate in alto sulla facciata a dominare la piazza, provando a unire cielo e terra. Al centro, quella bara spoglia posata sulla pietra con solo una croce e il simbolo papale di Francesco, il vangelo appoggiato, con le pagine aperte mosse dal vento. Sembrava che il mondo ubiquo degli algoritmi, che non ha pi un centro perch tutto  contemporaneo e immediato, ma tutto scorre, si fosse fermato per un mattino: come se assistesse per lultima volta a un rito affiorato dalla profondit del tempo, oltre il secolo, senza riuscire a misurarlo nella sua dimensione sopravvissuta ma sconosciuta della spiritualit.

Sono tutti tratti del pontificato di Francesco che il decano del Sacro Collegio, Giovanni Battista Re, ha riproposto puntigliosamente nella sua omelia, come memento ai cardinali che tra pochi giorni dovranno eleggere il nuovo Papa, e come monito ai governanti che hanno le chiavi della pace e della guerra: richiamando la cultura dellincontro e della solidariet contro quella che Bergoglio definiva cultura dello scarto, ricordando il primo viaggio del pontificato, a Lampedusa, per denunciare la tragedia dei migranti morti in mare e la messa celebrata al confine tra Messico e Stati Uniti, rilanciando gli appelli del Papa per unonesta trattativa che metta fine alla morte e alla distruzione dei conflitti. Sono tutti temi che distinguono e separano il cristianesimo di Francesco dal cristianismo di Trump, con la fede ridotta a ideologia, in quel nazionalismo cristiano bianco che trasforma lannuncio universale di salvezza in strumento di conservazione del potere: il Dio degli eserciti e il Dio della misericordia sulla stessa piazza.
Ma su quella piazza, in attesa che lo Spirito soffi nella Cappella Sistina suscitando la scelta del nuovo Papa, ieri  passata la provvidenza laica della storia, creando un contatto tra Trump e il presidente ucraino Zelensky, e mettendoli a confronto. Il contesto estremo del funerale di un Papa dominava lavvenimento, in una raffigurazione eccezionale, che passer alla storia: due capi di Stato divisi da una questione capitale come i limiti e le opportunit di un negoziato di pace, soli nello spazio vuoto della basilica, uno di fronte allaltro su due sedie da chiesa col velluto rosso, vicini, con le mani in grembo, il corpo proteso in avanti e il capo chinato come nella scena di una confessione pi che di un meeting politico-diplomatico.

Un incontro informale, un colloquio senza testimoni, uno scambio intimo e personale: forse addirittura sincero. Produttivo, lo hanno definito gli americani, costruttivo gli ucraini. Zelensky ha rimarcato la suggestione del luogo, del momento, delloccasione: Un incontro altamente simbolico che potrebbe diventare storico se si raggiungessero risultati congiunti per una pace affidabile e duratura che impedisca il ripetersi della guerra, con un cessate il fuoco completo e incondizionato. Poi, segnalando uno scarto completo di tono rispetto allumiliazione e alla costrizione cui era stato sottoposto alla Casa Bianca, ha aggiunto un sigillo personale al colloquio: Grazie, presidente Trump!

Cos, nel mistero del terzo assente, il presidente russo Vladimir Putin, questa irrituale trattativa di pace dove due imperatori decidono tra loro le condizioni di un accordo a cui laggredito deve sottostare come suddito, non come parte in causa con autonoma capacit negoziale, ha compiuto un passo avanti con le controproposte ucraine consegnate al presidente americano. Vedremo se il piccolo seme piantato nella basilica romana dar frutti nella guerra che divide lEuropa, come se leccezione della giornata di ieri avesse risvegliato la grazia  non divina, ma di stato  tra i due interlocutori.

Con Francesco tumulato mentre il filo del dialogo tra Zelensky e Trump riprende, seppure esile, la Chiesa sembra addirittura tornata scenario del mondo, come nel profondo dei secoli. La realpolitik consiglia di tenere a bada la suggestione. Ma almeno per qualche ora, a Roma sembrava possibile la promessa di San Tommaso ripresa dal catechismo e ieri trasformata in una speranza laica:  I riti significano ci che le parole annunciano, e i sacramenti producono ci che significano.

