Un linguaggio rivolto a tutti, quel "dialetto" da parroco del mondo, di Gian Antonio Stella.

da "CORRIERE DELLA SERA" del 22 aprile 2025.

Il suo modo diretto di esprimersi si  tradotto in una pioggia torrenziale di immagini che hanno rovesciato secoli di eloqui tradizionali posati, criptici ed evanescenti Il curato Brochero, questo pastore che odorava di pecora, conobbe ogni angolo della sua parrocchia. Non rimase in sacrestia a pettinare le pecore. Era una visita di Ges stesso a ogni famiglia.

"Non rimase in sacrestia a pettinare le pecore!". Pochi passaggi del pontificato di papa Francesco spiegano la sua idea della missione quanto l'elogio, nel settembre 2013, di Jos Gabriel Brochero detto el Cura Gaucho (il curato mandriano), un prete argentino che tra Otto e Novecento si guadagn un posto tra i santi girando infaticabile tra i parrocchiani e i malati della Valle di Traslasierra che gli erano stati affidati. Ecco il suo modello: "Questo pastore che odorava di pecora, che si fece povero tra i poveri, che lott sempre per stare vicino a Dio e alla gente, che fece e continua a fare tanto bene come carezza di Dio al nostro popolo sofferente. Mi piace immaginare oggi Brochero parroco sulla sua mula dalla frangetta bianca (Malacara), mentre percorreva i lunghi sentieri aridi e desolati dei duecento chilometri quadrati della sua parrocchia, cercando casa per casa i vostri bisnonni e trisnonni, per chiedere loro se avevano bisogno di qualcosa e invitarli a fare gli esercizi spirituali di sant'Ignazio di Loyola. Conobbe ogni angolo della sua parrocchia. Non rimase in sacrestia a pettinare le pecore. Il curato Brochero era una visita di Ges stesso a ogni famiglia. Portava con s l'immagine della Vergine, il libro delle preghiere con la Parola di Dio, il necessario per celebrare la messa quotidiana. Lo invitavano a bere un mate, chiacchieravano e Brochero parlava loro in un modo che tutti comprendevano perch gli usciva dal cuore, dalla fede e dall'amore che nutriva per Ges".
Parlava in dialetto, s'intende. Mischiando parole d'origine spagnola e quechua e mapuche. Perch, come teorizz Francesco in un incontro dell'Ufficio catechistico della Cei, "la vera fede va trasmessa in dialetto. I catechisti devono imparare a trasmetterla in dialetto, cio quella lingua che viene dal cuore, che  natia, che  la pi familiare, la pi vicina a tutti. Se non c' il dialetto, la fede non  tramessa totalmente e bene". Lui aveva imparato a pregare con la nonna Rosa in piemontese, ma la tesi era la stessa del veneto Luigi Meneghello: la parola in dialetto ha "dietro delle realt concrete che non ha per me nessuna parola italiana corrispondente; non sono solo diverse vibrazioni dell'aria che caratterizzano la parola, ma diverse vibrazioni della mente".

Il chiodo fisso.
E questo  stato il chiodo fisso di Francesco: farsi capire da tutti, come spieg Antonio Spadaro nella prefazione a un libro di discorsi bergogliani, "con tutta la forza dell'oralit". Ed ecco un linguaggio "ricchissimo di metafore, proverbi, idiomi, neologismi e figure retoriche che vengono non dal culto della parola elegante, ma al contrario dal gergo, dal porteo, dal parlato di strada assorbito dalla quotidianit o dal rapporto pastorale con i fedeli". Una pioggia torrenziale e liberatoria di immagini che hanno rovesciato secoli di eloqui tradizionali posati, criptici, teorici, evanescenti...
Ecco l'ironia sull'idea di "un dio diffuso, un dio-spray che  un po' dappertutto ma non si sa cosa sia: noi crediamo in Dio che  Padre, che  Figlio, che  Spirito Santo. Crediamo in persone, e quando parliamo con Dio parliamo con persone". La spinta alla preghiera che "non  una buona pratica per mettersi un po' di pace nel cuore e neanche un mezzo devoto per ottenere da Dio quel che ci serve. Se fosse cos, sarebbe mossa da un sottile egoismo: io prego per star bene, come se prendessi un'aspirina. Non  cos". La sfida ad affrontare i problemi: "La vita non  equilibrio, cari, non  equilibrio. (...) L'equilibrio lo faccia chi lavora al circo e fa l'equilibrista. Ma la vita  uno squilibrio continuo perch la vita  camminare e trovare difficolt e trovare cose belle che ti portano avanti e ti squilibrano...". L'ostilit al quieto vivere: "Se dico che sono cattolico e vado tutte le domeniche a messa ma poi con i genitori non parlo, non assisto i nonni, non assisto i poveri, non vado a trovare gli infermi, cos non  testimonianza, non serve. Cos non si  altro che cristiani pappagallo".
Parole nette. Talora ustionanti. Perch "le parole non sono neutre n lasciano mai le cose come stanno. Non nascono a tavolino, nei salotti buoni di circoli chiusi autoreferenziali. Danno, piuttosto, voce a valori culturali e spirituali radicati nella memoria collettiva di un popolo, a cui restituiscono nuovo vigore". Come le denunce dello "scandalo mondiale di un miliardo di persone che ancora oggi soffrono la fame" e l'appello "affinch questa voce diventi un ruggito in grado di scuotere il mondo". Le accuse d'indifferenza sul destino dei migranti: "Tutti siamo migranti nel cammino della vita, nessuno ha dimora fissa in questa terra, tutti ce ne dobbiamo andare". Il monito contro gli imbonitori: "Le crisi sono voci che ci dicono dove dobbiamo procedere. Invece i problemi a volte un po' coperti o nascosti sono come il pifferaio magico di Hamelin, suonano il flauto, tu credi che tutto sia un flauto, vai l e tutti annegano. Ho molta paura dei pifferai magici di Hamelin perch sono affascinanti". La raccomandazione a non credere "che le cose si risolvano in modo messianico. Il Messia era uno e ci ha salvato tutti. Gli altri sono tutti pagliacci messianici".
Il termine difficile
Un solo termine "difficile" usava: "Parlate con parresa". Ma da buon prete (questo voleva fosse scritto nella sua epigrafe, rivel a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori di El Jesuita: "Jorge Bergoglio, prete") spiegava sempre cosa voleva dire: schiettezza, franchezza. Era la sua fissa: farsi capire. Adoperando paragoni creativi su certi seminaristi, preti o suore "con la faccia lunga che pare che sulla loro vita si siano tirati dietro una coperta bagnata". Antichi adagi: "Il matrimonio  come gli anelli: troppo stretti sono una tortura, troppo larghi si perdono". Forzature dialettali: "La corruzione spuzza! La societ corrotta spuzza! Un cristiano che lascia entrare in s la corruzione non  cristiano: spuzza!" Aperture clamorose: "Si scrive tanto delle lobby gay. Io ancora non ho trovato nessuno in Vaticano con la carta d'identit "gay". Credo occorra distinguere. Le lobby, tutte, non sono buone. Se una persona  gay e cerca il Signore e ha buona volont, chi sono io per giudicare?". Parabole rilette: "Il cristiano  un agnello e deve conservare questa identit di agnello: "Andate, ecco vi mando come agnelli in mezzo ai lupi". (...) Restare agnello: non scemo, ma agnello. Agnello con l'astuzia cristiana, ma sempre agnello. Perch se sei agnello Lui (il Signore) ti difende. Ma se ti senti forte come il lupo non ti difende, ti lascia solo. E i lupi ti mangeranno crudo". Umane confidenze: "Se ogni tanto mi sento spaventato? S, perch so che se sbaglio qualcosa, il mio esempio ferir molte persone. Per questo ci sono decisioni che metto nell'incubatrice affinch il tempo le possa maturare".
Chi gli ha voluto bene per, tra tante immagini, ricorder lo spirito con cui si affacci nella favela brasileira di Varginha: "Avrei voluto bussare a ogni porta, dire "buongiorno", chiedere un bicchiere di acqua fresca, prendere un "cafezinho", parlare come ad amici di casa, ascoltare il cuore di ciascuno, dei genitori, dei figli, dei nonni...". Era davvero il parroco del mondo.
