L'apostolo della pace, di Ferruccio de Bortoli.

da "CORRIERE DELLA SERA" del 22 aprile 2025.


La Chiesa  il rifugio dell'umanit. Anche per chi non crede. In questi lunghi e tormentati dodici anni, la porta di quel rifugio l'ha aperta un vescovo di Roma "venuto dalla fine del mondo". Non si  stancato di aprirla nemmeno quando non aveva pi la forza di farlo. Di accoglierci anche quando non aveva pi la voce per salutarci. E questa  stata una delle sue grandezze. E se la Chiesa  anche, come l'aveva definita lui stesso, un ospedale da campo, Francesco  morto sul campo, con lo spirito di servizio e l'umilt di un diacono.
Ha voluto essere generoso con tutti. Anche a costo della propria salute. E' stato avaro con s stesso, questo s. Si  sottoposto volontariamente, testardamente, a un martirio. Ci lascia poche ore dopo una Pasqua che lui stesso aveva definito la "festa della vita". E quando era sicuro di non avere tanto tempo davanti a s, ha scritto - nei testi del triduo pasquale - le parole pi profonde e sconvolgenti che un'umanit ferita dalle guerre potesse sentire. Oggi, nel dolore della sua scomparsa, saranno probabilmente ascoltate, almeno formalmente, da tutti. Non sappiamo quanto capite o condivise vista l'ipocrisia in alcuni necrologi. "C' bisogno di lacrime sincere non di circostanza", aveva scritto, profeticamente, nelle meditazioni della Via Crucis.
Ma se solo quelle parole aprissero qualche cuore potente, fermassero almeno una mano omicida, facessero riscoprire la virt del dialogo tra chi non si parla da anni, forse potremmo constatare - anche laicamente - l'esistenza di un miracolo. La "guerra mondiale a pezzi" che perde almeno un pezzo! Accadr? Sarebbe il migliore degli omaggi postumi a un instancabile apostolo della pace. A un Papa che si chin addirittura a baciare i piedi di due signori della guerra del Sud Sudan, implorandoli. Non era mai accaduto. "Siamo tutti sulla stessa barca" disse negli anni ormai dimenticati del Covid, ma forse - lui dal carattere affabile, deciso, a volte fumantino - qualche scafista della guerra non l'avrebbe fatto salire. E forse gli avrebbe rifilato un salutare "papagno".
Il Giubileo della speranza  interrotto nel calendario dalla scomparsa del suo artefice. Oggi sembra inutile. Ma non  cos. E' ancora pi forte il richiamo che l'eredit morale e culturale del Papa trasmette a tutti noi. Cattolici e non. Francesco ci ha spronato a diventare "pellegrini di speranza". Se gli abbiamo voluto bene, come gli abbiamo voluto bene, possiamo impegnarci a far s che quelle "armi della pace", che sono la giustizia, la libert religiosa, il rispetto dei diritti e della dignit umana, non vengano indebolite o abbandonate con il nostro colpevole silenzio. Non siano vittime dell'indifferenza. O, peggio, travolte da quell'orgoglio "diabolico che avvelena il cuore dell'uomo e semina ovunque violenza e corruzione". Non dobbiamo dire, ci ricordava ancora il Papa nelle sue meditazioni del Venerd Santo, che "non c' pi niente da fare".
La Chiesa non  solo un rifugio, non  solo un ospedale. E' anche e soprattutto un popolo in cammino lungo i sentieri, spesso impervi, della fede e le paludi infide della quotidianit. Anzi, nelle ultime parole del pontefice, dovremmo addirittura metterci a correre. La Chiesa "in uscita". Questo popolo in cammino non minaccia nessuno. Rispetta tutti. Ha le braccia aperte. E oggi, pur rattristato nella perdita del suo pastore, non ha alcun diritto di lasciarsi andare al dolore. Deve vivere, e persino sorridere, nella bellezza dei ricordi. Ne abbiamo tanti di un Papa imprevedibile nella sua familiarit. Un'altra delle grandezze di Francesco  stato il desiderio, fin dal primo momento successivo alla sua elezione, di voler stare in mezzo alla gente, rinunciando a molti simboli del potere del Vaticano. Con la voglia di abbracciare sempre il suo gregge ed essere abbracciato. Senza le tante formalit di un clericalismo spesso criticato ("Dovete sentire l'odore delle pecore"). Francesco  rimasto, per tutti gli anni del suo pontificato, un meraviglioso parroco ("Faccio il prete, mi piace"). Pi amico dei poveri che dei potenti. Dalla parte degli ultimi, al riparo delle lusinghe dei "presunti" primi. Al passo dei tempi senza rincorrerli. Ha gettato pi semi dei frutti che ha raccolto. E' stato l'innovatore di una Chiesa a volte refrattaria alle riforme, per questo non sempre amato. Ma si  seduto - ed  quello che pi conta - accanto a noi, come fosse un padre, comprendendo errori, e affrontando tutte le nostre fragilit. Misericordioso. Disposto al perdono e meno al giudizio o, peggio, al pregiudizio.

