da Avvenire del 3 gennaio 2023.

Gli otto anni di pontificato di Ratzinger. I temi capaci di stupire e di dialogare.

Che Papa sarebbe stato lo si cap subito.
Dal suo primo affacciarsi alla loggia di San Pietro, in quel pomeriggio del 19 aprile del 2005, appena eletto, al terzo scrutinio di uno dei conclavi pi brevi della storia. "Semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore". E non solo per quelle sue parole, quanto per le maniche nere del golf che sbucavano da sotto la veste bianca nuova di zecca.
Lui, sorpreso da un'elezione sicuramente non cercata e del tutto inattesa, sarebbe stato il Papa delle sorprese. Sempre capace di spiazzarti.
Difficile pensare ad esempio uno dei teologi pi grandi del nostro tempo come un umile vignaiolo.
Eppure l'umilt  stata uno dei tratti distintivi del Pontificato.
Perch anche da Papa Joseph Ratzinger si  caricato addosso, come l'orso di san Corbiniano presente nel suo stemma papale, un fardello non suo (quella "sporcizia" nella Chiesa denunciata e sempre combattuta e persino lo scandalo vatileaks che arriv a ferirlo nella sua stessa casa pontificia) e l'ha portato con grande sacrificio, in spirito di servizio. 
Era la sua un'umilt capace di lasciare stupiti. E perci ammirati.
Esattamente come ha fatto, ancora una volta, l'11 febbraio 2013, annunciando la rinuncia al ministero petrino.
Capace sempre di fare quello che non ti aspetteresti mai, e di andare sempre oltre, un passo avanti.
Anziano per l'anagrafe, certo, ma di una modernit sconcertante, che lo ha portato a innovare e dare slanci impensati a quello che sembrava gi rivoluzionario in se stesso - leggi le Giornate mondiali della giovent, o gli incontri interreligiosi di Assisi - battendo su due tasti principali: il richiamo dei credenti a uscire dalla "tiepidezza" della loro fede, e l'invito alle ragioni del mondo a confrontarsi in modo aperto e senza pregiudizi con le ragioni della fede.
Un "programma" che Ratzinger ha voluto esplicitare gi nella scelta del nome come spieg egli stesso nella prima udienza del suo pontificato, il 27 aprile 2005: "Ho voluto chiamarmi Benedetto sedicesimo per riallacciarmi idealmente al venerato pontefice Benedetto 15esimo, che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale... Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell'armonia tra gli uomini e i popoli, profondamente convinto che il grande bene della pace  innanzitutto dono di Dio, dono fragile e prezioso da invocare, tutelare e costruire giorno dopo giorno con l'apporto di tutti.
Il nome Benedetto evoca, inoltre, la straordinaria figura del grande "Patriarca del monachesimo occidentale", san Benedetto da Norcia, compatrono d'Europa insieme ai santi Cirillo e Metodio.
La progressiva espansione dell'Ordine benedettino da lui fondato ha esercitato un influsso enorme nella diffusione del cristianesimo in tutto il Continente.
San Benedetto  perci molto venerato in Germania e, in particolare, nella Baviera, a mia terra d'origine; costituisce un fondamentale punto di riferimento per l'unit dell'Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civilt".Il coraggio, la coerenza, e la determinazione con cui Benedetto sedicesimo, su quella falsariga, ha costruito un giorno dopo l'altro i suoi sette anni e dieci mesi di pontificato, sono impressionanti.
Basterebbe pensare a quel che ha avuto il coraggio di fare nell'affrontare lo scandalo sugli abusi sessuali compiuto da esponenti del clero, portando con mano ferma un'autentica rivoluzione dove l'esigenza della giustizia e dei diritti delle vittime, messe al primo posto, non sono mai state separate dall'esercizio costante della misericordia. O a come ha saputo affrontare altre crisi potenzialmente devastanti - il discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, o il caso Williamson del gennaio 2009 - trasformandole con la sua tenace umilt in altrettanti momenti di rilancio: mai il dialogo con l'islam aveva segnato un'accelerazione e un progresso cos netto come dopo Ratisbona; mai il lungo, complesso confronto con lo scisma lefebvriano era arrivato al punto di mettere i ribelli di Econe a confronto diretto con le proprie contraddizioni interne.
Tutto questo, secondo lo stile che abbiamo imparato a conoscere, e ammirare, una gentilezza timida e prudente e, al tempo stesso, esigente. Uno stile che, se mai lo ha indotto a non concedere nulla alla polically correctness, mai gli ha impedito di andare ben oltre le attese: chi si sarebbe aspettato, il 28 maggio 2006, ad Auschwitz, che il Papa tedesco, nel luogo in cui i suoi compatrioti, oltre sessant'anni prima, consumarono uno degli atti del genocidio pi gigantesco della storia, facesse propria la straziante domanda degli ebrei su dove fosse Dio in quei giorni? E chi, su tutt'altro fronte, sentendolo declinare il 30 marzo dello stesso anno, i tre "principi non negoziabili" - tutela della vita, difesa della famiglia, diritto dei genitori all'educazione dei figli - si sarebbe aspettato di sentire la frase che segu immediatamente quell'enunciazione: "Questi principi non sono verit di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede.
Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l'umanit. L'azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma  rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa".E' il nucleo della sfida antropologica che Benedetto sedicesimo ha lanciato al mondo e, insieme, alla stessa Chiesa, invitando a un confronto senza maschere n pregiudizi, franco e leale.
Una sfida che in tre discorsi - a Parigi, il 15 settembre 2008, al Collge Des Bernardins; a Londra, il 18 settembre 2010, a Westminster Hall; a Berlino, il 22 settembre 2011, al Reichstag - ha trovato uno svolgimento altissimo e,  forse, in gran parte ancora da approfondire.
E che ad Assisi, nell'ottobre del 2011, tornando a convocare i rappresentanti di tutte le religioni a venticinque anni dalla prima volta di Wojtyla, volle per s una sedia come tutte le altre, e che una di queste altre fosse riservata anche a un rappresentante dei non credenti.
E' sulla scorta di questa incrollabile fiducia in una intelligenza capace di superare tutte le difficolt possibili che, ancora, si possono leggere i fondamentali progressi in campo ecumenico che, nei suoi quasi otto anni di pon-tifcato, si sono registrati.
Quelli con gli ortodossi, soprattutto, con i quali il dialogo teologico si  incentrato sulla questione dell'esercizio del primato petrino.
Ma anche quello con gli anglicani ai quali, con il Motu Proprio Anglicanorum coetibus del 4 novembre 2009 Benedetto sedicesimo ha offerto una vera mano fraterna - molto apprezzata dagli interessanti, che mai l'hanno vissuta come un'"aggressione" per "rubare" fedeli. Di tutto questo, le tre encicliche che Benedetto sedicesimo ha scritto - Deus caritas est del 2005; Spe salvi del 2007 e Caritas in veritate, del 2009 - sono la sintesi perfetta.
Sintesi del dispiegarsi di un magistero attraverso le idee-guida che abbiamo viste, e nelle quali papa Benedetto ha dimostrato, a un tempo, la sua grandezza teologica e la sua capacit di rendere questa grandezza accessibile a tutti.
Senza, con questo, impedire al professor Ratzinger di affidare ad altri mezzi, e parliamo dei tre libri su Ges, del libro-intervista Luce del mondo del 2010, e perfino dei tweets, di continuare a manifestare con nuda franchezza l'umanit del "semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore" chiamato nel 2005 a succedere "al grande papa Giovanni Paolo secondo". Idealmente, si pu dire, si  congedato da Papa con l'Anno straordinario della fede, inaugurato l'11 ottobre 2012, esattamente quattro mesi prima della rinuncia, e poi concluso da Francesco.
L'ultima indicazione di confronto con il mondo, al quale non si  mai sottratto in tutta la sua vita. 

