Da Osservatore Romano del 3 gennaio 2023.

L'uomo il pontefice, di Tarcisio Bertone, Cardinale segretario di Stato emerito.

La mia conoscenza di Joseph Ratzinger inizia al tempo del concilio Vaticano ii quando veniva indicato come il giovanissimo teologo tedesco, una delle intelligenze pi acute del panorama teologico pre-conciliare.
Pur non essendo n un membro, n un perito ufficiale, era per uno dei pi attivi consiglieri dei padri conciliari e veniva interpellato anche al di fuori della cerchia dei tedeschi.
Cos lo ha ricordato Yves Congar: "Fortunatamente c'era Ratzinger. E' ragionevole, modesto, disinteressato, di buon aiuto" (Diario del Concilio 1964-66, p. 296). Da studente, entravo frequentemente nell'aula conciliare per ascoltare gli interventi, mentre completavo i miei studi di dottorato e mi capitava di incontrarlo ma senza avere con lui una particolare confidenza.
Invece incominciai a frequentarlo pi sovente dopo la mia nomina a consultore della Congregazione per la Dottrina della fede della quale Ratzinger, ormai cardinale, era prefetto. La comprensione e la stima reciproche sono state immediate e, debbo dire, generose da parte del grande teologo e prefetto.
Sovente mi chiamava nel suo ufficio per trattare problemi specifici posti allo studio del Dicastero.
Ma  dopo la mia nomina a segretario, nel 1995, che i rapporti si sono intensificati anche perch abitavamo nello stesso palazzo di piazza della Citt Leonina.
La confidenza pass dalla condivisione dei problemi di lavoro alla convivialit di sedersi a tavola insieme anche con le suore della casa o con qualche familiare. La semplicit e la familiarit che si  creata fra noi  sfociata in una vera amicizia che  rimasta tale e fedele nel tempo, soprattutto nei momenti difficili che si sono succeduti.
E' proprio l'amicizia dal tono discreto, che non rifuggiva per da qualche battuta umoristica o commento sagace, una delle caratteristiche dell'animo di Joseph Ratzinger. Quelli che lo hanno giudicato in maniera stereotipata come un uomo severo, inflessibile, un panzerkardinal, ecc., evidentemente non hanno percepito tutta la sua tenerezza nella comprensione dell'altro, delle ragioni dell'altro, anche nei confronti e nei colloqui che si svolgevano su temi importanti di dottrina.
A volte, rileggendo le minute della corrispondenza tra la Congregazione per la Dottrina della fede e i vescovi o i teologi, se trovava qualche espressione dura, la correggeva e raccomandava di soavizzare le espressioni per non offendere gli interlocutori e rispettare e onorare il loro compito, pur essendo in tutta onest fedele al ministero specifico della trasmissione del deposito della fede.
Fedelt che gli  costata da parte di certuni critiche accese e offese, ma anche l'apprezzamento e la riconoscenza di molti anche al di fuori della cerchia cattolica. Il prefetto Joseph Ratzinger diceva spesso che il suo compito era quello di proteggere la fede dei piccoli, degli umili che non hanno gli strumenti culturali adatti per contrastare le insidie del mondo sempre pi scristianizzato e secolarizzato. Questa tenerezza verso le persone era pregnante e permeava tutta la rete delle sue relazioni.
Sovente, il gioved mattina, andava a fare colazione dall'anziana portiera del palazzo del Sant'Uffizio desiderosa di compagnia.
Divenuto Pontefice ha continuato a seguirla interessandosi della sua salute e delle sue necessit, fino a intercedere per l'ospitalit in una casa di riposo.
La stima per il prefetto, cardinale Ratzinger, era unanime da parte dei superiori e del personale del Dicastero da lui diretto, per la saggezza dei suoi interventi, ma anche per quel tratto di gentilezza e di attenzione che aveva verso tutti. Dopo la sua elezione, l'associazione laicale di consacrate (Memores Domini) ha messo a disposizione dei membri per la cura dell'appartamento pontificio nel Palazzo apostolico e per molteplici altre incombenze.
A proposito della tenerezza basti ricordare la vera commozione da lui provata e manifestata quando Manuela, una di esse, mor in un incidente stradale a Roma.
Al suo funerale Papa Benedetto sedicesimo pronunci un'omelia piena di affetto e, riconoscendone le doti e il carisma, disse: "In questo momento di tristezza, siamo consolati.
E la liturgia rinnovata dopo il Concilio, osa insegnarci a cantare Alleluia anche nella Messa per i Defunti.
E' audace questo! Noi sentiamo soprattutto il dolore della perdita, sentiamo soprattutto l'assenza, il passato, ma la liturgia sa che noi siamo nello stesso Corpo di Cristo e viviamo a partire dalla memoria di Dio, che  memoria nostra.
In questo intreccio della sua memoria e della nostra memoria siamo insieme, siamo viventi". Queste parole profetiche ci ispirano oggi profondamente nel distacco dal Papa emerito Benedetto sedicesimo e ci infondono speranza. Anche nei confronti dell'aiutante di camera Paolo Gabriele ha manifestato la misericordia del suo cuore, dopo la triste e intricata vicenda denominata Vatileaks: il processo e la pena in quel caso erano necessari, ma pensando che poteva essere stata una debolezza, seppur colpevole, si  preoccupato per la sua famiglia e per il suo lavoro e mi ha raccomandato di cercargli un alloggio e un'occupazione fuori dal Vaticano. Nella complessit e nella drammaticit non rara degli anni del suo ministero (dapprima come prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, e poi come Sommo Pontefice) che svolgeva con la lucidit di una fede profonda e di una vasta cultura, Joseph Ratzinger si distingueva anche per la sua umile semplicit di vita e per l'invito frequente alla gioia; gioia che spesso menzionava nei suoi discorsi o nelle omelie, con quell'accento tipico del bavarese che parla italiano, e che attingeva dalle semplici cose quotidiane: la bellezza della natura, i gesti di affetto dei bambini o delle persone incontrate per strada quando passeggiava a Borgo Pio e ancora non era Papa, la vita con la sorella Maria Ratzinger che aiutava a rassettare la cucina... Il tempo natalizio era un'occasione per risvegliare in lui lo stupore dell'infanzia di fronte alla rappresentazione del presepe.
Nel mio appartamento una suora era solita allestire una serie di presepi provenienti da varie parti del mondo.
Invitavamo il Papa a passeggiare fra le varie scenografie riprodotte artisticamente ed egli si compiaceva di fronte alla variet di personaggi e animali che circondavano Ges Bambino e la Sacra Famiglia, e a cantare con noi le lodi natalizie. La vicinanza dei nostri due appartamenti (quello papale alla terza loggia e quello del segretario di Stato alla prima loggia del Palazzo apostolico) facilitava i nostri incontri, favoriti dall'attenta premura del segretario personale del Papa, monsignor Georg Gnswein, col quale era normale lo scambio di informazioni e pareri. Una semplicit interiore, direi ontologica, quella di Papa Benedetto sedicesimo, che esprimeva nell'afflato della preghiera personale e che manteneva anche quando accettava di rivestire i sontuosi paramenti pontificali per le celebrazioni pi solenni.
Era questo un tratto della cultura della bellezza che infondeva alla preghiera liturgica. Joseph Ratzinger ci ha donato una vasta produzione teologica come maestro della fede cattolica, a cominciare dalla celebre Introduzione al Cristianesimo (1968) e pi tardi, sul finire, dalla trilogia su Ges di Nazaret, ma come Papa, nel suo pur breve pontificato, ci ha offerto tre encicliche di grande valore, ancora non del tutto riconosciuto. Un breve cenno ad ognuna di esse pu farci capire la modernit di Papa Benedetto sedicesimo e la capacit di prospettiva che aveva nell'interpretare i bisogni dei tempi. Nel Natale del 2005 ha pubblicato l'enciclica Deus caritas est. Ha stupito il mondo che un Papa abbia messo a confronto e in armonia agape ed eros, due realt costitutive dell'identit umana. Egli afferma che "l'uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unit; la sfida dell'erospu dirsi veramente superata, quando questa unificazione  riuscita.
Se l'uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredit soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignit. E se, d'altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realt esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza [...] ma non sono n lo spirito n il corpo da soli ad amare:  l'uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima.
Solo quando ambedue si fondono veramente in unit, l'uomo diventa pienamente se stesso.
Solo in questo modo l'amore - l'eros- pu maturare fino alla sua vera grandezza" (n.5). Naturalmente, oltre all'approfondimento antropologico, il Papa presenta le conseguenza pratiche dell'esercizio della virt della carit. La seconda enciclica Spe salvi  del novembre 2007. Ancora oggi nella temperie del tempo che viviamo, dove la speranza sembra svanire di fronte agli eventi ma  cos spesso invocata, la lettura di questa enciclica  un forte appello a una seria autocritica anche rivolta ai cristiani: "Ci troviamo nuovamente davanti alla domanda: che cosa possiamo sperare? [...] Bisogna che nell'autocritica dell'et moderna confluisca anche un'autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici.
Su questo si possono qui tentare solo alcuni accenni.
Innanzitutto c' da chiedersi: che cosa significa veramente progresso; che cosa promette e che cosa non promette? [...] Senza dubbio, esso offre nuove possibilit per il bene, ma apre anche possibilit abissali di male - possibilit che prima non esistevano.
Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male.
Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell'uomo, nella crescita dell'uomo interiore, allora esso non  un progresso, ma una minaccia per l'uomo e per il mondo" (n. 22). L'enciclica afferma che "un primo essenziale luogo di apprendimento della speranza  la preghiera" (n. 32), ma anche che "ogni agire serio e retto dell'uomo  speranza in atto. [...] col nostro impegno dare un contributo affinch il mondo diventi un po' pi luminoso e umano e cos si aprano anche le porte verso il futuro" (n. 35). Infine l'enciclica Caritas in veritate del giugno 2009, che a completamento delle altre encicliche sociali ha analizzato la devastante crisi economica che ha investito l'intero pianeta con i meccanismi perversi del suo illusorio benessere, dimostrando che la morsa della crisi era soprattutto di natura etica e che occorreva volgersi controcorrente verso un nuovo paradigma che contemplasse nuove regole economiche.
A me personalmente questa enciclica ha richiesto un particolare impegno di confronto con esperti in campo socio-economico, finanziario e politico, per fondare le basi antropologiche delle riflessioni papali. A chi poneva il dubbio se non fosse stato necessario sviluppare un capitolo maggiormente ancorato sulle verit della fede elevando con ci il livello teologico dell'enciclica, Benedetto sedicesimo rispose che la Dottrina sociale della Chiesa si riferisce alle realt empiriche dell'ordine economico, sociale, politico e si riferisce a queste realt non in un modo descrittivo ma normativo, per indicare come si deve agire in questi settori per creare giustizia, la quale da parte sua suppone la corrispondenza alla verit sull'uomo e sul bene comune. I miei incontri di tabella da segretario di Stato con il Pontefice erano normalmente settimanali (il luned). Prima di affrontare gli argomenti all'ordine del giorno annotati nei Fogli di udienza, ci scambiavamo le notizie pi familiari, il racconto dei miei viaggi e, a volte mi chiedeva i risultati delle partite di calcio, conoscendo la mia passione sportiva.
Ma quando si veniva alla disamina dei problemi ecclesiali in elenco (i casi erano particolarmente gravosi anche per il risvegliarsi del problema sommerso della pedofilia nel clero, le richieste particolari dei vescovi dei vari continenti, e le conseguenze dei profondi mutamenti d'epoca che gi si affacciavano nella loro complessit), la mia attenzione era totale per cogliere esattamente il suo pensiero e le sue direttive, che dovevo poi con assoluta fedelt comunicare a chi di ragione e far eseguire. Solo una volta ho provato con dolore un disaccordo, quando mi ha confidato, nella primavera del 2012, la sua decisione, maturata a lungo nella preghiera, di rinunciare al pontificato.
Invano ho cercato di dissuaderlo e di spiegare lo sgomento che avrebbe provato l'intera comunit ecclesiale e non solo.
Il tempo che ne  seguito  stato per me pieno di preoccupazione e di angoscia (provavo a fargli dilazionare l'annuncio il pi possibile), ma nello stesso tempo la pace con cui come Papa continuava a governare la Chiesa, e la sua interiore convinzione di compiere la volont di Dio, mi permettevano di attendere con fiducia ai compiti da svolgere. In questo evento, il Pontefice si  rivelato pi che mai uomo di Dio.
Con linearit evangelica ha cos spiegato di fronte al mondo intero, che voleva conoscere il significato vero della sua rinuncia: "Il Signore mi chiama a salire sul monte, a dedicarmi ancora di pi alla preghiera e alla meditazione.
Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo  proprio perch io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo pi adatto alla mia et e alle mie forze" (Angelus del 24 febbraio 2013). Papa emerito, dunque, da allora in poi, strettamente unito al suo successore Papa Francesco attraverso ministero e il vincolo della preghiera.
Uomo di Dio che faceva eco al Messaggio da lui stesso proposto per la Quaresima di quel memorabile 2013, in cui afferma che "l'esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell'incontro con Dio, per poi ridiscendere portando l'amore e la forza che ne derivano". Ho avuto il privilegio di vedere da vicino questa sua disposizione d'anima, durante le visite che a volte gli facevo presso la sua residenza nel Monastero Mater Ecclesiae.
Erano sempre momenti intensi dove non mancava, fin che ha potuto, lo scambio di informazioni e riflessioni che costantemente rivelavano l'ampia visione sulla Chiesa, della quale accompagnava amorevolmente il cammino. 
