da La Nazione 3 gennaio 2023.

Due Papi, due Chiese. Lui difese la dottrina, Francesco apre al mondo,
di Alberto Melloni.

Sbaglia chi pensa che la linea e lo stile di un Papa dipenda da una adesione ideologica ad una posizione astrattamente ideologica, per cui i Papi conservatori conservano e i Papi progressisti progrediscono.
Come ogni vescovo anche il vescovo di Roma prende posizione in base ad una diagnosi sul tempo, sulla Chiesa, sul mondo e con un vincolo interiore di fedelt al vangelo che nei papati dell'et contemporanea  fuor di discussione Non  dunque che la contrapposizione fra progressisti e conservatori sia fuor di posto, perch appartiene al misero mondo della politica:  fuor di posto quando non fa capire le ragioni che ispirano le scelte.
Dipende infatti da una diversa diagnosi delle urgenze e delle criticit la divergenza fra i Papi e i papati, anche del Novecento, e fa torto a ciascuno dei Papi chi pensa che la continuit fra di loro nella professione di fede possa essere usata per smussare differenze che ci sono state fra i Papi che sono succeduti l'uno all'altro, sia fra due Papi come Benedetto sedicesimo e Francesco che fino a pochi giorni fa hanno vissuto una simultaneit. Ratzinger aveva una diagnosi per lui molto chiara dei mali della Chiesa e quando nel 1985 la esprime a Vittorio Messori, non si schermisce davanti all'idea che per rimediarli serva una "restaurazione". Per lui il '68 e la cultura di allora - fascinata dal marxismo - avevano dirottato la ricezione del Concilio portandolo a una indulgenza verso forme della modernit. Dopo il feticismo della mediazione tipica di Paolo sesto ci voleva, per Ratzinger, una riaffermazione della razionalit della fede, perch, come disse nel grande discorso al Convento dei Bernardini a Parigi del 2008, "una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda su Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilit pi alte e quindi un tracollo dell'umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi". Dunque da prefetto e ancor pi da Papa Benedetto sedicesimo riteneva necessario ridire senza sconti una verit che poteva essere ustionante (contro le persone omosessuali, contro il Profeta dell'islam, contro i teologi latino americani, ecc.) ma che solo cos, affermandosi senza attenuazioni e sfidando l'avversario, poteva preservare almeno in una minoranza la fede nella sua ragionevolezza.
La diagnosi di Bergoglio era diversa: per lui la rigidit delle strutture ecclesiastiche ha imprigionato la forza vitale del vangelo.
Quindi il clericalismo, la curia, le cordate (o come si diceva al conclave del 2013 "gli italiani") erano nemici interni da fustigare e disarticolare - come disse a Carlin Petrini - "facendo casino": e in questo ha messo la stessa energia e la stessa determinazione con la quale il predecessore aveva messo sotto processo uno stuolo di teologi (Gutierrez, Tillard, Sobrino, Vidal, e perfino Jacques Dupuis). Per Bergoglio questo ha voluto dire accettare una serie di scontri ovattati, prevedibili, ma durissimi.
Perci la descrizione della grande stima e amicizia fra Francesco e Benedetto  un po' stucchevole: fra di loro c' stato il rispetto gerarchico che due uomini di Chiesa sanno usare, se ne sono capaci.
E c' stata una reciproca protezione: Benedetto disse infatti di sentirsi "protetto dalla bont di Francesco"; ma  stato vero anche il contrario.
Ratzinger ha assorbito le attese di rivincita antibergogliane e non si  mai prestato a chi cercava di usarlo contro Francesco; e ha protetto Papa Bergoglio.
Ora pi libero e pi solo.
Pi libero di rinunciare per tempo, prima che un passo cos possa apparire come un cedimento ai nemici; pi solo davanti ad una opposizione che  normale per ogni pontefice, ma che in un carattere imperioso come quello del Papa gesuita potrebbe suscitare pi sofferenze in chi la subisce e in chi la fa.
  

