
    traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (casa di reclusione - Opera)



    Pierre Guicheney.
    LA STORIA DI BILAL.

    traduzione dal francese di Rosaria Iarussi e dell'autore.

    concesso da edizioni Sensibili alle foglie, Collana Verde 1992.










    NOTA SULL'AUTORE.
    Pierre Guicheney  nato in Francia nel 1954.  Dopo aver partecipato al
    gruppo del Teatro delle Sorgenti diretto da Jerzy Grotowski,  dal 1981
    inizia  da  approfondire  autonomamente  una  ricerca   di   carattere
    antropologico  strettamente  connessa  con l'uso del movimento e della
    musica.
    All'interno di questa attivit si ricollega l'esperienza magrebina e i
    contatti regolari che l'autore da oltre dieci  anni  con  la  comunit
    degli  Ghnaua,  la  confraternita  degli  antichi  schiavi che pratica
    ancora oggi un rituale destinato  a  ristabilire  o  a  mantenere  gli
    equilibri  che  regolano  i rapporti dell'uomo con le forze invisibili
    dell'universo.
    La vicinanza con i suoni e le tradizioni  del  "popolo  della  notte",
    l'esperienza pratica delle risonanze del tamburo,  offriranno a Pierre
    Guicheney una chiave indispensabile per l'evoluzione  di  un  tipo  di
    sonorit  connessa  alla  danza  ormai  scomparso dalla nostra civilt
    europea.
    Dopo una serie di impegni in  campo  cinematografico  e  parateatrale,
    l'autore   ha   lavorato   e  tuttora  lavora  sull'uso  della  musica
    ripetitiva.


    Alle donne che danzano.


    PROLOGO.

    E' una calda  notte  di  primavera  a  Parigi.  Un  vicolo  cieco  mal
    illuminato  del  quartiere Montparnasse.  In fondo,  la luce e le voci
    avvinazzate di un fine serata prolungato oltre misura.  Una  donna  di
    una  quarantina  d'anni,   la  gonna  troppo  corta  sgualcita,   esce
    barcollando da un bar. Insulta qualcuno rimasto all'interno. Una borsa
    rossa atterra affianco a lei sul selciato sconnesso,  accompagnata  da
    una scarica di insulti in polacco.  Lei la raccatta in fretta: "Sporco
    polacco! Stronzo!", singhiozza un po',  "Pezzo di merda!" Controlla il
    contenuto  della  borsa mentre si avvia a zig zag verso l'uscita della
    strada. Il vicolo resta deserto.  Nel bar scoppia una lite violenta in
    diverse  lingue.  Una  voce d'uomo esorta qualcuno,  in americano,  ad
    andarsene;  una voce di donna supplica in italiano,  probabilmente  la
    stessa persona,  di accompagnarla: "Stanislaw, ti prego, andiamo. Dai!
    Che chiamano la polizia! Vieni!"
    Rumore di sedie  rovesciate,  imprecazioni.  Un  tipo  grosso  di  una
    trentina d'anni vestito di bianco  sbattuto fuori dal bar.  "Kurva!";
    gli sanguina il naso.  Ha occhi folli,  un viso scavato e  gli  zigomi
    alti  di  uno  slavo.  Una  donna  graziosa  esce a sua volta dal bar,
    l'aiuta a tirarsi su,  la  si  vede  appena:  "Stanislaw!  Vieni,  su!
    Torniamo a casa!  Dai, su!" Il tipo grosso brontola, si alza, respinge
    con cattiveria la ragazza,  correndo fugge verso l'uscita del  vicolo.
    La  donna  gli  si  precipita dietro,  implora: "Aspettami!  Ti prego,
    aspettami!"   Si   ferma   all'imbocco   del    vicolo,    rinunciando
    all'inseguimento.  La fuga del polacco continua per la strada deserta.
    Lo si ode ridere, per met folle, per met infantile.

    Notte fonda. Il cortile di una grande casa, in campagna. L'uomo carica
    di bagagli una piccola macchina rossa,  nel  pi  completo  disordine:
    cartoni  gi  per met sventrati riempiti di foto e di libri,  vestiti
    sporchi e puliti ficcati alla rinfusa in due borse da viaggio  logore,
    un  sacco  a  pelo con la lampo rotta,  due o tre oggetti che sembrano
    strumenti a percussione arabi,  un paio di scarpe  da  tennis  bianche
    piene   di  macchie.   L'ombra  della  giovane  italiana  del  bar  di
    Montparnasse lo  segue  passo  passo:  "Ti  prego,  rimani.  Forse  ho
    sbagliato ma posso amarti ancora.  Anche tu mi puoi amare ancora.  Non
    distruggere tutto.  Rimani ancora un  po'...  Non  mi  puoi  ammazzare
    cos!" Singhiozza. L'uomo sale in macchina, borbotta in polacco parole
    di addio, di rimpianto e di vergogna. Lei piange. Lui pure.

    'ADA.

    Notte  fonda,  un  altro  continente.  Una  voce d'uomo: "Yalla sidi!"
    Risuona un grosso tamburo, poi due. Subito dopo, un fracasso metallico
    ritmato li accompagna.  Da una certa distanza,  ululati  di  donne  si
    congiungono alla musica, si avvicinano.
    Il fondo di una stradina terrosa in pendenza bordata da case d'argilla
      ora  illuminato  dalla  luce  di  una trentina di candele tenute da
    giovani donne che continuano a ululare.  Escono da una delle case  che
    danno  sul  vicolo.  Quando  si sono tutte raggruppate,  le giovani si
    avvicinano ai suonatori di tamburo cantando un coro rituale in  gloria
    del profeta Maometto.

    Scorrono le luci di un'autostrada.  La musica dell'altro continente vi
    risuona, mescolata al rumore del traffico notturno.

    Di nuovo l'altro continente.  Le donne  hanno  raggiunto  i  musicisti
    africani  che eseguono una danza sacra alla luce delle candele.  Sopra
    di loro, il cielo stellato, immenso.

    La macchina rossa corre sull'autostrada, verso sud.

    Sull'altro continente,  un vecchio uomo distribuisce latte  e  datteri
    alla  piccola  folla  che segue la cerimonia.  Prima ai musicisti e ai
    loro strumenti poi alle donne e al  resto  dei  presenti,  meticci  di
    tutte  le  et.  Due  anziane donne nere di cui si distingue appena il
    viso coperto da un turbante bianco si piegano verso  terra.  Sollevano
    due vassoi argentati carichi di un incensiere fumante, di datteri e di
    latte.  Seguite  dai  musicisti che continuano a suonare e dal vecchio
    sacerdote,  scendono a ritroso verso il fondo della  stradina,  sempre
    piegate in due in modo da sfiorare la terra con i vassoi.

    L'utilitaria corre sull'autostrada.

    Sull'altro continente, la processione si accalca alla porta della casa
    in fondo al vicolo.  Il fumo denso dell'incenso rischiarato dalla luce
    delle candele resta un  attimo  sospeso  nell'aria,  si  dissolve.  La
    stradina  adesso    deserta.  Vi risuonano la musica e i cori,  forse
    amplificati dall'eco di un cortile dove continua la  cerimonia.  Canto
    dei grilli.




    L'INCIDENTE.

    Alba.  Il  Tavoliere,  la  grande  pianura  a  grano delle Puglie.  La
    campagna    piatta,   quasi   desertica.   Il   rumore   del   motore
    dell'automobile  che  correva nella notte sull'autostrada si avvicina.
    E' una modesta utilitaria rossa che corre forte, troppo forte.  Ha una
    targa  polacca.  Nella  vettura,  l'uomo  canta  una  cantilena  della
    Masuria.  Di colpo uno sbandamento,  i freni  stridono,  il  paesaggio
    ruota su se stesso,  sottosopra.  Per tre volte.  Il fracasso molle di
    una cattiva lamiera schiacciata,  poi il silenzio.  L'uomo esce  dalla
    macchina indenne, vacillante. E' un uomo ancora giovane, il suo viso e
    il  suo  corpo  smagriti  testimoniano  tracce  di una vita che ha gi
    intaccato il ragazzo che egli era non  troppo  tempo  addietro  e  che
    porta  forse  ancora in s,  qualche volta.  L'uomo si guarda intorno,
    senza vedere davvero,  stupito: una desolazione  sassosa.  Un  cartone
    pieno  zeppo  di  foto  di  danze orientali e di musicisti di tutte le
    latitudini si  sparpagliato al suolo. Un crepitio sospetto, un po' di
    fumo che si sprigiona e lui ha giusto  il  tempo  di  saltare  il  pi
    lontano possibile: la macchina si infiamma, esplode.
    Il cartone sventrato brucia anch'esso, con tutte le foto.
    Faccia  a  terra  l'uomo  vede  la  sagoma  di  un  africano carico di
    chincaglierie,  il capo coperto da una  pila  di  miseri  cappelli  di
    cuoio,  che  si  avvicina correndo al luogo dell'incidente.  Tintinnio
    dell'africano, un'allodola si sgola. Un poi pi lontano,  un gruppo di
    neri si dirige verso un piccolo villaggio.
    L'africano  si  ferma trafelato a qualche metro dal polacco: "Eh bien,
    a ce n'est pas de la chance,  mon vieux!  Ma vi ho  visto,  io.  Vous
    alliez trop vite... Ah oui! Troppo veloce... Volete occhiali da sole?"
    Il  polacco lo fissa,  sbalordito.  L'africano tuttavia non si smonta,
    insiste:  "Forse  questo,  allora?"  L'uomo  esamina  la  manciata  di
    conchiglie bianche,  dei cauri, che gli porge il nero. "Quanto costa?"
    Ha  un  marcato  accento  polacco.   "Diecimila"  risponde  l'africano
    mostrando  le  dita  delle  due  mani.  Il  polacco  indica  una mano,
    rilancia: "Cinque".  Il nero rettifica: "Sette".  Il bianco: "Va bene,
    ma non ho pi soldi, ora che tutto  bruciato". Il nero gli fa un gran
    sorriso: "Non importa, pagherete la prossima volta. Non c' problema".
    L'africano  osserva  di  nuovo la carcassa fumante,  sospettoso: "Ehi!
    Dite!  E' una vettura di un altro  paese,  questa.  Non    un  numero
    italiano". L'altro alza le spalle, se ne frega.
    Il  nero  tende la mano al polacco che gliela stringe volentieri: "Io,
    il mio nome  Bilal. E voi?" L'uomo sta per rispondere, riflette: "Io?
    Euh...  Eh be',  eh...  Ma guarda che  strano..." Ride:  "Non  me  lo
    ricordo...  Eppure sarebbe utile che me lo ricordassi,  no? Non  mica
    facile andare in giro senza nome,  credo".  Ride,  sempre  pi  forte:
    "Prestatemi il vostro.  Ve lo render pi tardi,  con il danaro che vi
    devo,  d'accordo?"  L'africano  si  diverte:  "Alors  l,  vous  allez
    toujours  trop  vite,  vous.  Ma  parole!  Troppo  veloce,  amico!" Ci
    ripensa,  esamina il polacco dalla testa ai piedi.  Il suo sguardo  si
    ferma  su  un  granato che l'altro porta alla mano sinistra: "Va bene.
    D'accordo.  Io ti do i cauri e ti presto il  mio  nome,  ma  tu  dammi
    qualche cosa in cambio. Cos tu sei libero e io anche".
    Il  polacco  ha  seguito  lo  sguardo  del  nero,  si toglie l'anello.
    L'africano se lo infila subito, buon affare: "Bene!  Io devo andare al
    lavoro,  l.  Vedrai,  tu  avrai la buona fortuna,  se Dio vuole.  Con
    quelle conchiglie, l. Stai attento al mio nome, per.  Non bisogna di
    dirlo a tutti, capisci?" Il polacco non ha capito ma annuisce. Il nero
    alza  la  mano  per  batterla  su  quella  del bianco,  ride: "Bene...
    Arrivederci... Bilal". "Arrivederci, Bilal!... Grazie". Complici.

    L'africano prosegue la sua strada verso la campagna sassosa ridendo da
    solo,  proprio soddisfatto del bel tiro che hanno giocato con  l'aiuto
    della provvidenza. Il polacco si avvia nella direzione opposta.
    Sulla  pianura,  le due figure si allontanano l'una dall'altra.  Bilal
    "il bianco", che si dirige verso il piccolo villaggio vicino, si gira.
    Aspetta forse che Bilal "il nero" faccia lo stesso, ma non  cos.  Il
    nero  ride  fra s,  ammira il granato scambiato con il polacco,  ride
    ancora. Lontano dietro di lui, Bilal il bianco si rimette in moto.


    IL VILLAGGIO AFRICANO.

    Bilal ha raggiunto la frazione che sorge all'incrocio di  tre  strade.
    Le   costruzioni   sono   relativamente   recenti  ma  gi  abbastanza
    scalcinate. La piazzetta dell'incrocio  animata da una folla composta
    unicamente da uomini, africani o magrebini. Molti di loro,  le braccia
    cariche  di bottiglie di birra da tre quarti,  fanno avanti e indietro
    dalla piazza a un  bar-drogheria  gestito  da  una  donnona  italiana.
    L'arrivo di Bilal al villaggio africano non passa affatto inosservato.
    Agli  occhi degli immigrati la presenza del polacco dall'aria smarrita
     incongrua almeno quanto per il bianco  la  scoperta  di  quel  pezzo
    d'Africa nel cuore delle Puglie.
    Bilal  rimane  bloccato un momento di fronte alla porta del caff,  le
    braccia ciondoloni,  indeciso.  Un magrebino di una quarantina  d'anni
    dall'aria  patita  gli  si  avvicina.  Gli  si  rivolge  in  italiano,
    premuroso: "Andate a passeggio perch  domenica?" Bilal gli  risponde
    con una sorta di riconoscenza inquieta, troppo contento d'aver scovato
    qualcuno con cui parlare in mezzo a quella folla estranea: "No, no. Ho
    avuto  un  incidente,   laggi.   E  avendo  visto  le  case  mi  sono
    avvicinato". Il marocchino si preoccupa: "Un incidente? Vi siete fatto
    male?  Venite a sedervi".  Apre un passaggio a Bilal fino a un  tavolo
    del  caff.  "Venite!  Venite qui".  Ci sono gi alcuni arabi di pelle
    nera piazzati davanti ad una  mezza  dozzina  di  bottiglie  di  birra
    vuote.  Gli fanno posto: "Posso offrirvi una birra?" "S,  grazie. Con
    piacere".  Il magrebino dall'aria patita si rivolge  in  arabo  a  uno
    degli  avventori  che  si alza e va al banco a prendere una birra e un
    altro bicchiere.  "Mio nome Mohammed.  Vengo  da  Marrakech.  E  voi?"
    Bilal: "Eh, beh... Ecco... Il fatto  che... Io non me ne ricordo pi.
    Sar  per  l'incidente:  non  ricordo pi niente di ci che  successo
    prima, n del perch sono qui, n di come ci sono arrivato,  n quanti
    anni ho...  Niente.  C' un africano, sulla strada, che mi ha prestato
    il suo nome,  poco fa...  Bilal...  mi ha anche  venduto  queste".  Il
    polacco mostra le cinque conchiglie bianche. Lo sguardo dei marocchini
    si  fissa  sui  cauri.  "Per  me,  questo  nome vale quanto un altro".
    Mohammed ci  rimane  a  bocca  aperta.  I  suoi  amici  lo  scrollano,
    pretendono   una   traduzione.   Mohammed   si   rianima  e  racconta.
    Evidentemente ci ricama su perch la sua versione dura  il  doppio  di
    quella  di  Bilal.  Alla  fine  del  discorso  ripete  parecchie volte
    scoppiando a ridere: "Bilal!" e si impadronisce delle  conchiglie  che
    fanno  il giro del tavolo.  Anche gli altri ridono di cuore.  A turno,
    tutti esaminano i cauri, li accarezzano col dito, li soppesano. Uno di
    loro, dall'espressione molto dolce, si avvicina al polacco e gli tende
    la mano: "Ana, Milud...  Milud",  indicando il proprio petto.  Tiene a
    lungo  la  mano  di  Bilal  nella sua,  tentenna il capo in un moto di
    compassione,  gli presenta gli altri: "Ahmed,  Abd'nbi,  Abd'el  Hak".
    Tutti,  eccetto Mohammed,  hanno in testa piccoli berretti colorati di
    cotone.
    Milud alza le mani davanti a s battendo ritmicamente  l'indice  e  il
    medio  sul  pollice,  indica i tre compagni e se stesso: "Ghnaua!" Gli
    altri annuiscono,  fanno anch'essi lo stesso  gesto:  "Ghnaua!"  Bilal
    interroga   Mohammed  con  lo  sguardo:  "Milud  dice  che  loro  sono
    musicisti, gli ghnaua. Questo significa i neri.  Fanno la musica degli
    schiavi". Gli ghnaua sorridono a Bilal, ripetono il gesto.
    Ahmed  siede  un  poi pi indietro,  enigmatico dietro spesse lenti da
    miope. Ha corporatura minuta, caviglie e polsi sottili, gesti misurati
    e gentili.  Baffi esili su una bocca dai denti cariati.  Due  di  essi
    sono  ricoperti  da capsule d'oro.  Non verrebbe in mente a nessuno di
    dire che  bello ma non si pu negare che  affascinante.
    Abd'nbi e Abd'el Hak sono molto pi estroversi.  Abd'el Hak  il  lungo
    sembra  prendersi gioco di tutto.  Quanto ad eleganza fa concorrenza a
    Abd'nbi che  anche lui molto  snello  e  ha  l'aria  scaltra  di  una
    vecchia volpe.  Abd'nbi porta con spavalderia il berretto inclinato su
    un occhio che  appare  storto,  a  meno  che  egli  non  sia  guercio.
    Sbarazzino,   risistema   continuamente   il   berretto  in  posizioni
    stravaganti. Tutti e due si avvicinano alla quarantina,  hanno i baffi
    e sono vestiti con djellabah tradizionali.
    Mohammed  spiega  la  loro  presenza  nelle  Puglie: "Siamo qui per la
    raccolta dei pomodori come tutti gli altri l fuori.  Se  hai  bisogno
    puoi dormire con noi. Stiamo nella casa dietro il caff. Non  caro".
    Bilal  lo  ringrazia,  un  poi  confuso: "Molto gentile,  ma io non ho
    soldi. Ho perso tutto nell'incidente: la macchina si  incendiata".
    Mohammed lo guarda impietosito, informa gli altri.  Ne nasce una lunga
    diatriba,  molto accesa.  Abd'nbi si scalda particolarmente. Si alza e
    d'autorit piazza davanti a Bilal un'altra birra.  Si china su di lui,
    i  suoi  occhi  sono iniettati di sangue.  Devono sciogliersi in birra
    tutti i guadagni del suo lavoro nei campi. "Abd'nbi...  Ghnaui".  Egli
    va  spigolando  le  parole una ad una nella sua memoria: "Tu: Bilal...
    Bilal  persona ghnaui...  il vecchio ghnaui...  Bene...  Mio  amico".
    Poggia  la mano sul petto,  uno alla volta addita i suoi connazionali:
    "Ahmed, ghnaui... mio amico, Abd'el Hak, ghnaui... mio amico... Milud,
    ghnaui...  mio amico...  Mohammed..." Esita  come  se  dovesse  ancora
    decidere se Mohammed  veramente degno del titolo di amico poi scoppia
    a  ridere  e  assesta  piccoli  colpi  sul  petto  e  sulle  spalle di
    quest'ultimo. "No ghnaui... mio amico lo stesso" e lo bacia in fronte.
    Gli altri acconsentono, sorridono rassicuranti a Bilal. "Bilal...  mio
    amico".  Indica i cauri che Bilal tiene stretti nel pugno: "Cauri... 
    buono... mio amico,  gli ghnaua".  Bilal si stupisce ma l'altro ha gi
    cambiato  argomento:  "Niente  soldi...  niente problema...  domani...
    dopodomani...  amici miei..." Accenna agli altri con un  ampio  gesto:
    "...e Bilal: i pomodori".  E mima la raccolta dei pomodori e il mal di
    reni che ne deriva.  Le sue smorfie sono impagabili.  Si interrompe di
    colpo,  riflette: "Ora...  domani...  dormire...  Bilal...  dormire...
    l'incidente..."  Mima  l'esplosione.  "Tranquillo...  dormire...  dopo
    dormito:  Bene!...  Bilal,  a  posto...  bene...  forte".  Fa vedere i
    muscoli e di nuovo mima la raccolta: "I pomodori... Mangiare, dormire,
    no  problema...  ghnaua,  miei  amici  Bilal...   niente  problema..."
    Spossato dal suo lungo discorso, Abd'nbi si lascia cadere sulla sedia:
    "Adesso, birra!"
    Bilal  non  ha  capito  del tutto che cosa poteva motivare la calorosa
    ospitalit dei marocchini.  Lo stesso meccanismo che lo  ha  spinto  a
    rinunciare  al  tentativo  di ricostruire la sua identit gli consente
    adesso di abdicare, come un bambino fiducioso, al suo libero arbitrio.
    Qualcosa in lui ha deciso di lasciare che i suoi passi  siano  guidati
    da questi sconosciuti. Ad ogni modo, non ha molta scelta.
    Milud si alza, fa segno a Bilal di seguirlo. Il polacco fa il giro dei
    saluti.  Escono  insieme  dal  caff,  entrano  attraverso un cancello
    arrugginito in una grande corte situata dietro il locale.

    MILUD.

    Milud sembra un poi pi  giovane  degli  altri,  corpo  gracile,  viso
    emaciato  con  occhi brillanti,  denti cariati ingialliti dal tabacco,
    lunghi baffi da giannizzero,  un'espressione di una dolcezza  estrema.
    La  voce    bassa,  un  po' roca,  carezzevole nonostante gli accenti
    gutturali dell'arabo.  Tossisce spesso.  E' mal vestito: un  pantalone
    pieno di macchie e rammendi e una giacca troppo corta di maniche.
    Il  cortile  dietro  il  caff  disseminato di buste di plastica e di
    immondizie.  In un angolo,  un  bidone  di  petrolio  da  cento  litri
    riempito   d'acqua   sulla  quale  galleggia  un  barattolo  di  latta
    arrugginito: il bagno,  sicuramente.  Sopra  il  bidone  un  rubinetto
    malandato perde alcune gocce.
    Un  vecchio,  turbante  rosso  in testa e babbucce ai piedi,   seduto
    sulla soglia di una porta.  Dal primo e unico piano dell'edificio  che
    cinge  la  corte  arrivano  zaffate di Radio Tunisi mischiate al ritmo
    veloce di una beguine senegalese.
    Milud invita il suo ospite a seguirlo in uno  stanzone  dove  riposano
    cinque o sei uomini, sdraiati per terra in coperte o sacchi a pelo. In
    un  canto  quattro  marocchini  giocano  a  carte:  "Salaam  Aleikum",
    "Aleikum Salaam".  I giocatori scrutano Bilal  con  diffidenza.  Milud
    spiega il motivo del suo arrivo tra loro,  in arabo,  naturalmente. Lo
    sguardo dei giocatori passa da Milud a Bilal,  alternativamente.  Alla
    fine  del suo discorso uno di essi si alza e stringe la mano di Bilal:
    "Voi siete il benvenuto. Nessun problema".  "Grazie".  Bilal si china,
    stringe le mani che gli vengono tese. E' un po' goffo. Milud gli fa di
    nuovo  segno  di  seguirlo.  In una zona pi buia,  un tipo barbuto in
    djellabah  in piedi faccia al muro.  Sta facendo  la  sua  preghiera.
    Milud  mostra  a Bilal  dove dovr dormire: cartoni posti direttamente
    per terra.  Appoggiate al muro,  le cose del marocchino sono sistemate
    in  una borsa da viaggio sdrucita.  Da sotto la borsa tira una coperta
    poi spiega a gesti a Bilal  che    la  sua  unica  coperta,  che  gli
    dispiace,  ma  che  dovranno  dormire  insieme,  che per ora Bilal pu
    stendersi e utilizzare la coperta tutta per s perch lui,  Milud,  ha
    gi  dormito  la  notte  prima e Bilal deve riposarsi perch ha appena
    avuto un incidente e ha preso un brutto colpo alla testa.
    Bilal ha capito e lo ringrazia di cuore.  Si sdraia sulla coperta,  un
    po'  imbarazzato  da tanta sollecitudine.  Milud insiste perch il suo
    nuovo amico si sistemi ben sotto la coperta, cosa che viene fatta.  Il
    marocchino si siede allora a fianco di Bilal e gli chiede con un gesto
    se  ha sete.  Con il dito Bilal risponde di no.  Milud insiste: "Ati!
    Ati!" Ma davvero Bilal non ha sete. Il barbuto si avvicina, ha finito
    di pregare.  Saluta Milud ma non Bilal,  interroga il suo connazionale
    con  lo  sguardo.   Milud  racconta  di  nuovo  la  storia  di  Bilal,
    controvoglia.  Il barbuto alza le spalle,  borbotta un  arrivederci  e
    lascia la stanza, scontento.
    Bilal  disteso,  gli occhi aperti, inquieto. Tenta per l'ultima volta
    di capire ci che gli sta succedendo,  invano.  Dal  canto  suo  Milud
    riflette   poi   tira  fuori  dalla  tasca  interna  della  giacca  un
    portafoglio consumato.  Ne estrae la sua carta d'identit,  la porge a
    Bilal  che  la  rigira  per leggere il lato scritto in lettere latine.
    Milud segue con attenzione la lettura di Bilal  e  sorride  fino  alle
    orecchie  quando Bilal compita ad alta voce: "Milud Larfaoui".  "Iyeh!
    Larfaoui Milud!" Il marocchino allora tira  fuori  un  certificato  di
    lavoro  ingiallito,  un  passaporto  nuovo  nuovo,  il suo permesso di
    soggiorno e una polaroid stinta di una donna e  due  bambini:  "Madame
    Milud".  Indica  con  il  dito i due bambini,  si tocca il petto: sono
    proprio i suoi. Poi bene o male spiega che laggi, in Marocco, non c'
    abbastanza lavoro per gli ghnaua e che per sfamare la moglie e i figli
    egli ha dovuto venire qui,  per la raccolta dei pomodori.  Ripiega con
    cura  le  sue carte e le ripone nel portafoglio.  Bilal si addormenta.
    Materno, Milud sistema la coperta fin sotto il mento del suo protetto.



    MEDICAL TREATMENT.

    Notte: Bilal si sveglia con un sussulto. Stretto accanto a lui,  Milud
    si  rigira borbottando.  Il pavimento della stanza  quasi interamente
    ricoperto dai corpi addormentati dei  marocchini  avvolti  nelle  loro
    misere  coperte.  Ahmed,  Abd'nbi,  Abd'el  Hak  e  Mohammed  si  sono
    sistemati a fianco di Bilal. Al capezzale di Ahmed, poggiato dritto al
    muro,  qualcosa che dovrebbe essere uno strumento musicale  riposa  in
    una  custodia  di  skai nero.  Una bottiglia di birra quasi vuota si 
    rovesciata ai piedi del giaciglio di Abd'nbi.  Il tipo barbuto  fa  di
    nuovo  la  sua preghiera,  di fronte allo stesso muro di prima.  Bilal
    tira un poco a s la coperta, si riaddormenta.

    Mattino: Bilal dorme ancora,  il dormitorio si    svuotato  dei  suoi
    occupanti.  Prima  di andarsene,  hanno riordinato i loro bagagli e le
    loro coperte lungo i muri decrepiti. Milud entra nella stanza, seguito
    dal vegliardo che Bilal aveva intravisto il giorno prima nel  cortile.
    Una  corta barba grigia sottolinea la finezza del viso da meticcio del
    vecchio, un viso dagli occhi attenti,  quasi infantili,  appena velati
    da  un  inizio di cateratta.  Il vecchio porta un turbante rosso e una
    lunga djellabah senza et di lana scura lo copre fino ai piedi callosi
    che  calzano  un  paio  di  babbucce  gialle.   La  povert  del   suo
    abbigliamento tuttavia non offusca un portamento maestoso, autoritario
    e  dolce allo stesso tempo,  quasi biblico.  Egli osserva attentamente
    Bilal che dorme mentre Milud gli racconta a  gran  gesti  ci  che  sa
    dell'incidente e dell'amnesia del polacco.  Quando Milud ha finito, il
    vecchio si siede al capezzale  dell'uomo  addormentato,  lo  contempla
    ancora un po', tranquillamente.
    Solleva la sua djellabah per mettersi a scavare in una grande borsa di
    cuoio abbellita da ricami che porta a tracolla e ne tira fuori,  oltre
    agli  inevitabili  fogli,  certificati  e  permessi  ingialliti,   dei
    pacchettini incartati in fogli di giornale accuratamente ripiegati. Ne
    apre  due  o tre prima di prendere da uno di essi un pizzico di semi e
    di erbe secche che porge al giovane.  Milud li conserva subito  in  un
    pezzo  di  carta raccattata per terra che piega con abilit in modo da
    fare un sacchetto a chiusura stagna.  Il vecchio lo afferra allora per
    l'avambraccio  e  con autorit gli impartisce delle istruzioni che gli
    fa ripetere.  Si tira su,  risistema con molta approssimazione la  sua
    djellabah,  lascia  la  stanza dopo aver categoricamente rifiutato una
    banconota che l'amico di Bilal voleva passargli.
    Andato via il vecchio,  Milud si d subito da fare nella  preparazione
    di  un  infuso  in  cui versa la medicina prescritta.  Nel corso della
    giornata,  sveglia il suo amico a intervalli regolari per fargli  bere
    un  piccolo  bicchiere  di pozione.  Immancabilmente,  il polacco deve
    precipitarsi in cortile a vomitare per ritornare poi nel dormitorio  e
    riaddormentarsi  profondamente.  Seduto  sulla  soglia  di  una  porta
    situata di fronte a quella del dormitorio, il vecchio osserva ciascuno
    dei suoi passaggi, soddisfatto: il "paziente" reagisce bene.

    Otto di sera,  Mohammed e gli altri rientrano dal lavoro.  Di colpo la
    stanza  si    riempita.  Diversi  marocchini  vengono,  benevoli,  al
    capezzale di Bilal che si  svegliato: "Va bene,  amico mio?  La bs?"
    Anche  Ahmed  viene  al  suo  capezzale.  Si  serve  di  Mohammed come
    interprete: "Il maallem Ahmed,  'il maallem' vuol  dire  il  capo  dei
    musicisti, quello che suona la chitarra: l!" e Mohammed indica con il
    mento  lo  strumento  che  riposa nella custodia di skai nero: "Il suo
    nome  il g'mbri. Il maallem, lui dice domani, dopodomani,  tu lavori,
    tu sei abbastanza riposato".  Abd'nbi si precipita e mima d'intesa con
    Abd'el Hak la raccolta dei pomodori e il terribile mal di reni che  ne
    sussegue: "Misieur Bilal, li pummodori! Ahi! Ahi!" Tutto il dormitorio
    scoppia a ridere, compreso Bilal. Tanto Abd'nbi che Abd'el Hak, questa
    pertica  dall'aria  maliziosa,  hanno un talento comico irresistibile.
    Fuori,  il vecchio  ancora seduto sulla soglia della sua  porta,  sta
    conversando con Milud.


    RISVEGLIO.

    Stamattina,  Milud  si    preparato  per  andare al lavoro anche lui.
    Sveglia Bilal prima di lasciare il dormitorio.  Depone una  mela,  una
    scatola  di sardine e un pezzo di pane accanto al suo protetto poi gli
    spiega a gesti,  come il giorno avanti,  che lui deve riposarsi ancora
    per  oggi e che l'indomani,  forse,  potr andare a lavorare con loro.
    Sorridono entrambi al  ricordo  della  esibizione  comica  della  sera
    precedente.  "Arrivederci,  Bilal.  M'slaama".  Milud gli fa ripetere:
    "M'slaama!" Bilal non se la cava troppo male.  Il marocchino gli d un
    bacio  in  fronte,  gli prende affettuosamente le mani tra le sue,  si
    allontana: "M'slaama!" "M'slaama!" gli risponde Bilal.

    Il polacco si risveglia a met mattina, finalmente si alza, addenta la
    mela con appetito. Il dormitorio  deserto, il cortile silenzioso.  Va
    a  fare  un  minimo  di  toilette  al  grosso bidone riempito di acqua
    giallastra.  Il vecchio  accovacciato al sole sulla soglia della  sua
    porta.  Sta  parlando  con  uno dei suoi connazionali.  Tira fuori dal
    cappuccio della sua djellabah qualcosa che  fa  scivolare  nella  mano
    dell'altro,  lo trattiene per la manica. Evidentemente gli ripete come
    deve essere usato ci che gli ha appena dato.  L'uomo  gli  passa  con
    discrezione una banconota, esce dal cortile.
    Il vecchio fa allora segno a Bilal di raggiungerlo: "La bs? Va bene?"
    "Si,  mi sento molto bene. Credo che ho dormito parecchio". Il vecchio
    gli rivolge un largo sorriso e lo fa sedere accanto a s.  Gli  prende
    la  mano  destra,  poi  la  sinistra,  preme  con la punta del pollice
    l'unghia del dito medio di ciascuna mano e dichiara con sicurezza: "Va
    bene... va bene".
    Indica allora con la mano il  suo  petto:  "Ana:  Laiachi"  ripete  di
    nuovo: "Laiachi",  invitando con lo sguardo Bilal a pronunciare il suo
    nome. Bilal ci si impegna volentieri: "Laiachi".  Il largo sorriso del
    vecchio  approva  la  sua  pronuncia.  Bilal  apre le braccia in segno
    d'impotenza: "Io invece non so pi il mio nome. Dimenticato".  Laiachi
    gli lancia uno sguardo penetrante con la coda dell'occhio: "Je connais
    bien les diables marocains" [Conosco bene i diavoli marocchini].  Cosa
    che lascia Bilal sbigottito.
    Restano a lungo seduti fianco a fianco, senza scambiare una parola. Il
    vecchio  offre  una  sigaretta  a  Bilal  che  sussurra   un   grazie.
    Contemplano la corte. La pace.


    I POMODORI.

    "Bilal!  Bilal!" Milud scuote il polacco che dorme ancora. "Lavoro! La
    raccolta, la raccolta!" Bilal si alza di scatto. Il t  gi pronto, 
    Mohammed che lo ha preparato per tutti e tre.  In un piattino,  un po'
    d'olio  in cui ciascuno bagna il pane.  Bilal allunga la mano sinistra
    per intingere,  riceve un colpetto amichevole sulla punta delle  dita:
    "Per  mangiare,  da  noi  con  la  mano  destra.  La sinistra  per il
    gabinetto. Attenzione!" Milud approva con un gesto la lezione di buone
    maniere data da Mohammed.  Ha delle sfilacciature di  lana  impigliate
    nella barba appena spuntata.  Bilal gliele toglie. Si sorridono. Milud
    bacia  sulla  bocca  il  polacco  che  involontariamente   arrossisce.
    Mohammed scioglie subito l'imbarazzo: "E' l'amicizia marocchina. Non 
    i froci". Ridono.
    Gli uomini escono per recarsi al mercato degli schiavi,  all'incrocio.
    Il dormitorio di fortuna rimane deserto, sordido.
    Marocchini,  tunisini,  algerini,  senegalesi sono divisi  in  piccoli
    gruppi che discutono animatamente in attesa dei caporali delle diverse
    aziende.  Arrivano  alcuni  furgoni.  Gli uomini prendono d'assalto le
    vetture,  ognuno per s.  Si contratta,  in fretta: cinque uomini qui,
    tre l.  Bilal segue Milud da vicino,  la prima volta che partecipa a
    questa gara umiliante. Oggi  una giornata buona, arriva un camioncino
    scoperto che carica quindici persone in un colpo.  Ci sar lavoro  per
    tutti.
    Gli  uomini sono pressati sulla pedana della camionetta ma il tragitto
     breve fino ai campi  di  pomodori.  All'arrivo,  due  soprintendenti
    dividono rapidamente i lavoratori in piccole squadre.  Mohammed spiega
    a Bilal: "Bisogna andare in fretta. E' mille lire a cassetta".
    E si comincia. Pomodori, cassette, pomodori, cassette. Il sole si alza
    nel cielo, picchia sempre pi forte. Al margine del campo, un caporale
    tiene il conto delle casse e sbraita: "Pi veloce! Pi veloce! Ci sono
    tre campi da fare per fine settimana. Spicciatevi!"
    Il vecchio  costretto a fermarsi pi spesso  degli  altri,  ma  regge
    almeno quanto Bilal,  malgrado la sua et e il suo tremito.  Pomodori,
    cassette, pomodori, cassette, il sudore,  le reni.  Un quarto d'ora di
    pausa a mezzogiorno: pane,  olio,  uova sode e...  pomodori! Mohammed,
    Milud,  Bilal e il vecchio si raggruppano vicino  ad  un  filare.  Gli
    altri tre ghnaua li raggiungono.  Hanno le reni spezzate e sono troppo
    stanchi per conversare.  Finita la  colazione,  Laiachi  si  mette  in
    disparte, non molto lontano da loro: preghiera musulmana di un vecchio
    uomo stanco.
    Bilal  lo ammira,  toccato.  Non il caporale: "Al lavoro!  Basta con i
    salamelecchi! Al lavoro!"
    Laiachi si prende lo stesso il tempo di finire la sua preghiera.
    Pomodori, cassette, pomodori, il sudore, le reni, fino alla sera.

    Il giorno dopo,  tutti ritornano ai campi sullo  stesso  camion  e  il
    lavoro  ricomincia,  ripetitivo.  Nel  bel  mezzo della mattinata,  un
    senegalese che uno dei caporali ha preso in antipatia ha una botta  di
    nervi  alla  sua  decima  cassa,  sottolineata  per  la  decima  volta
    consecutiva da un "E una cassa per il Signor Scimpanz!"  Il  nero  si
    getta  sul caporale e gli fa mordere la polvere.  Gli altri senegalesi
    accorrono in fretta e dividono i due uomini. Il bianco si tira su e si
    allontana, imbestialito. Un altro lo sostituisce,  il lavoro riprende.
    Mohammed   terrorizzato,  bisbiglia a Bilal: "Si vendicheranno,   un
    pericolo. Si vendicheranno,  sicuro".


    SABATO SERA.

    Giorno di paga. Nel gran dormitorio, gli uomini stanno contando i loro
    denari. Mohammed,  Bilal e gli ghnaua fanno lo stesso nel loro angolo.
    Per  contare  i biglietti Ahmed si  messo i suoi occhiali dalle lenti
    spesse.  Li liscia e li piega  accuratamente,  sta  per  metterli  nel
    portafoglio,   cambia  idea,   con  un  gesto  chiede  a  Mohammed  di
    avvicinarsi.  Indica Bilal con  la  testa  mentre  parla  con  il  suo
    connazionale.  Mohammed traduce: "Bilal!  Il maallem Ahmed, lui chiede
    quanto sono i soldi in marocchino". "Non so...  A quanto corrispondono
    mille  lire  nella  vostra  moneta?"  Mohammed:  "Mille lire,  fa...",
    riflette: "fa sei dirham". "Quante ne ha?" Mohammed pone la domanda ad
    Ahmed che gli risponde,  poi conta lui stesso i biglietti con aria  di
    importanza,  li  passa  a  Bilal: "Conta!" Bilal obbedisce.  Gli altri
    musicisti bloccano conti e chiacchiere per seguire  con  attenzione  i
    calcoli del polacco.  Tutti aspettano con ansia il verdetto del bianco
    che sa leggere e scrivere.  Bilal  annuncia:  "Duecento  ventisei  per
    sei...  fa mille seicento cinquantasei dirham".  Rif ancora una volta
    il calcolo mentalmente: "E' proprio cos: mille seicento  cinquantasei
    dirham".  Mentre  Mohammed  fa  sforzi  penosi  per  tradurre ad Ahmed
    l'ammontare della sua paga,  Abd'el  Hak  e  Abd'nbi  tendono  con  un
    sorriso tra l'implorazione e la presa in giro il loro misero pacchetto
    di soldi.  Ahmed, che ha finalmente capito qual  il totale esatto dei
    suoi guadagni,  mette i biglietti nel portafoglio con  aria  schifata.
    Gli  esercizi  di  aritmetica di Bilal durano un bel pezzo per via dei
    diversi passaggi  da  una  moneta  all'altra  e  delle  ri-riverifiche
    pretese dai due compari.
    Gli  altri  abitanti  del  dormitorio si sono accorti dei benefici che
    ciascuno di essi potrebbe ricavare dalla predisposizione di Bilal  per
    la matematica.  Uno dei vicini di letto degli ghnaua sta gi trattando
    con Mohammed per poter usufruire dei buoni uffici del polacco ma Milud
    arriva giusto in tempo per tirarlo fuori da  quel  ginepraio.  Gli  fa
    cenno di accompagnarlo fuori poi scambia due parole con Ahmed. Abd'nbi
    e  Abd'el  Hak frugano tra le loro cose e ne tirano fuori delle grosse
    nacchere di ferro che Bilal fino a  quel  momento  non  aveva  notato.
    Ahmed   prende  il  suo  g'mbri.   Un  mormorio  gioioso  percorre  il
    dormitorio: questa  sera  gli  ghnaua  suoneranno.  Abd'nbi  batte  le
    castagnette  a  due centimetri dal naso di Bilal e gli sussurra con un
    fare tentatore: "Kaarrrkeba!" Anche Milud ha recuperato in fondo  alla
    sua borsa un paio di karkeba.  Si infila una djellabah rattoppata,  si
    mette le karkeba sotto il braccio,  dondola la testa mimando il  gioco
    degli strumenti, gli spiega dove trascorreranno la serata: "Laiachi".
    Quando arrivano dal vecchio, questi  seduto su un fagotto di plastica
    azzurra.  Davanti  a lui un grosso bollitore comincia a gorgogliare su
    un fornello portatile.  Un mazzo di menta e una scatoletta di t verde
    sono poggiati ai piedi del camping-gaz.  Alcuni bicchieri, un chilo di
    zucchero in polvere e  una  teiera  smaltata  con  il  fondo  annerito
    completano  l'occorrente per la preparazione di un vero t alla menta.
    Milud tira fuori dal cappuccio della sua  djellabah  un  pacchetto  di
    biscotti  a  buon  mercato,  li  posa vicino alla teiera.  L'antro del
    vecchio non  un granch spazioso.  Ahmed tenta di convincere  Laiachi
    che starebbero molto pi comodi nel gran dormitorio,  ma  inutile, il
    vecchio  testardo come  un  mulo.  Grandi  fagotti  di  plastica  che
    arrivano  quasi  fino  al  soffitto  sono impilati contro i muri senza
    finestre.  Devono contenere vestiti usati o stoffe recuperate  Dio  sa
    dove da Laiachi.  I fagotti si trasformano in cuscini confortevoli che
    Milud dispone lungo i muri della stanzetta.  Ahmed redarguisce l'amico
    di  Bilal:  per suonare bene,  i musicisti non devono stare seduti sui
    fagotti troppo molli.  Si  accontenteranno  di  una  semplice  coperta
    piegata  in  due  e  poggiata  direttamente  a terra.  Solo gli ospiti
    potranno approfittare della comodit dei cuscini improvvisati.
    Gli invitati si stipano alla meno peggio nella stanza  angusta  mentre
    Ahmed  tira  fuori  il  g'mbri dal suo fodero in skai.  Accorda le tre
    corde dello strumento.  Una  borsetta  di  stoffa  cangiante  e  delle
    collane  di  perle  colorate  ornano  il lungo manico di legno rotondo
    dell'oggetto patinato dall'uso.  La cassa di risonanza  del  g'mbri  
    ricoperta  da  una  pelle  scura  sulla  quale  sono tracciati disegni
    geometrici. Laiachi fa sedere il polacco accanto a s.
    La camera  gi strapiena e gli ultimi arrivati si ammucchiano davanti
    alla porta.  Tutti tacciono: il glu-glu del t che Laiachi  versa  dal
    bollitore  alla  teiera,  dalla teiera in un bicchiere,  dal bicchiere
    alla teiera e cos di seguito finch non  soddisfatto del  beveraggio
    che  zucchera  abbondantemente,  il  glu-glu riempie il silenzio della
    stanza,  unico accompagnamento sonoro alle  note  profonde  che  Ahmed
    intona con il suo strumento.
    Il maallem poggia parecchie volte la chitarra a terra,  tende le corde
    bloccando la cassa con il piede nudo,  bagna con la saliva gli  anelli
    formati  attorno al manico dalle corde di budello,  le tende un'ultima
    volta, suona una breve sequenza e,  finalmente soddisfatto,  inserisce
    in  cima  al  g'mbri  una  placca  di  metallo forata nella quale sono
    infilati dei cerchietti di ferro.
    "Yallah!" i musicisti battono con le mani e rispondono al lento  canto
    di invocazione lanciato dal maallem: la preghiera degli esuli.
    Abd'nbi  si  alza  per  danzare  di  fronte  ad  Ahmed.  Gli altri due
    musicisti lo raggiungono.  Tenendosi per mano,  gli uomini  battono  i
    piedi  e  le  mani in ritmi sempre pi complessi sotto la direzione di
    Abd'nbi. Milud sbaglia una o due volte, cosa che provoca l'ilarit dei
    due compari, pi anziani e visibilmente pi esperti.
    Comincia un altro pezzo,  Abd'nbi  di nuovo solo di fronte al  g'mbri
    che  segue  e  guida  i  suoi  passi  con una precisione millimetrica.
    Interrompe Ahmed con un gesto,  arringa l'uditorio.  In realt,  fa la
    questua:  Mohammed tende un biglietto da mille lire a Abd'nbi.  Questi
    strizza l'occhio a Bilal: il  polacco  offre  anche  lui  mille  lire.
    Parecchi  spettatori  si  alzano  per  infilare il loro obolo sotto il
    berretto del danzatore o sotto quello di Ahmed.  Abd'nbi  distribuisce
    alcune  benedizioni alle quali gli ghnaua rispondono in coro,  le mani
    con le palme rivolte verso  il  cielo:  "Amin!"  La  musica  riprende.
    Questa  volta  la  danza  di  Abd'nbi  si  accelera  e  diventa  quasi
    acrobatica, malgrado l'esiguit dello spazio.  E' una sorta di omaggio
    ripetuto e continuo rivolto a Bilal,  ai suoi amici ghnaua, agli altri
    marocchini che sono venuti a  raggiungerli,  a  quelli  che  non  sono
    potuti  entrare  per  mancanza  di spazio e che restano in piedi sulla
    soglia della porta,  stretti gli uni contro gli altri,  ai  senegalesi
    che  sono  scesi  in  cortile per ascoltare la musica dei loro lontani
    cugini,  al proprio paese laggi,  alle carovane di schiavi che  hanno
    attraversato  il deserto,  ai santi che sono morti martiri,  all'al di
    l.
    Il viso di Abd'nbi ha assunto l'espressione per met animale per  met
    infantile di chi partecipa a un gioco sacro,  eterno. Bilal abbassa le
    palpebre,  forse per nascondere i suoi occhi umidi: da qualche  parte,
    in  fondo  a un deserto,  un fratello minore di Abd'nbi oppure Abd'nbi
    stesso bambino,  un bambino-gazzella esegue la stessa danza e  solleva
    ridendo  la polvere.  Il bambino ha ora un paio di karkeba nelle mani.
    La musica si fa pi potente,  il suono delle nacchere di ferro  satura
    lo spazio della piccola stanza.  Laiachi tocca su una spalla Bilal che
    apre gli occhi: Abd'el Hak e Milud hanno raggiunto  Abd'nbi.  Invitano
    il  polacco  a  unirsi a loro,  non proprio sul serio.  La musica gira
    sempre pi veloce,  i musicisti anche,  gli  spettatori  si  scaldano,
    battono  le  mani.  Nel  cortile  una ventina di uomini saltellano sul
    posto. Sono fermati di netto dal brusco arrestarsi del pezzo.
    Gli ghnaua si sono seduti per sorseggiare un po' di t  e  fumare  una
    sigaretta.  Terminata la pausa, cominciano un altro pezzo. Un braciere
    di terracotta viene posto davanti ad Ahmed che vi versa un pizzico  di
    incenso.  Laiachi si alza, si piega verso terra, incrocia due volte le
    mani  davanti  al  fornello  fumante  e  comincia  a  danzare.   Piega
    leggermente il busto da avanti in dietro,  s'appoggia alternativamente
    su un piede poi sull'altro marcando il  ritmo  della  musica.  La  sua
    danza si accelera impercettibilmente,  colpisce violentemente il suolo
    con i piedi nudi.  Tutto d'un colpo,  si dirige verso il  polacco,  lo
    afferra  al  braccio  con  fermezza:  neanche  a pensarci di rifiutare
    l'invito del vecchio a danzare.  Mohammed si piazza dall'altro lato di
    Bilal  che    imbarazzato,  goffo  nei  suoi  movimenti.  Fa fatica a
    prendere il ritmo che gli impone Laiachi: il vecchio deve aver appreso
    a danzare nel ventre di sua madre.  Per buona  sorte  del  bianco,  la
    musica  si  ferma  presto.  Sollevato,  Bilal si affretta a rimettersi
    seduto,  riprende fiato.  I suoi compagni di  fortuna  sembrano  molto
    soddisfatti  del  tiro  che  il  vecchio  gli ha giocato.  Un tipo gli
    domanda  dalla  soglia  della  camera:  "Allora,  misieur,  voi  piace
    folklore  marocchino?"  Bilal  non  sa  bene  cosa rispondere a questo
    eufemismo. Laiachi gli comunica ci che ne pensa lui: "E' buono per la
    testa, danzare  buono".  Si rivolge allora a Mohammed perch traduca:
    "Laiachi  dice che forse lui pu aiutarti a ricordare.  E' vero: lui 
    un vecchio ghnaui.  Per  quello  conosce  i  segreti  degli  spiriti".
    Laiachi  approva  energicamente  la traduzione di Mohammed e lancia la
    sua sentenza preferita: "Je connais bien les diables marocains".  Cosa
    che fa sorridere Bilal. Per il momento.


    IL MERCATO DEGLI SCHIAVI.

    L'alba  fredda.  Bilal e Milud escono insieme dal cortile,  dopo aver
    fatto,  come gli altri,  una sommaria toilette al gran bidone di acqua
    arrugginita.  L'incrocio  davanti  al  caff  si  riempie presto della
    piccola folla abituale.  Arrivano le prime  camionette  dei  caporali.
    Ogni  volta  che  sbuca  sulla  piazza  una  macchina  la  massa degli
    immigrati  percorsa da fremiti.  Sono  tutti  in  agguato  e  corrono
    incontro  alle  camionette  da  un capo all'altro della piazza.  Bilal
    segue il suo amico: "Sbrigati!  Aji!"  gli  grida  Milud.  I  caporali
    prendono gli uomini a pacchi di cinque o sei.  Bilal scorge il vecchio
    che insegue anche lui le macchine.  Un caporale poi un altro rifiutano
    di  ingaggiarlo:  "Tornatene a casa tua,  nonno!  Manco ti mantieni in
    piedi!"
    Per due volte,  Milud aspetta  Bilal  che  non    abbastanza  svelto.
    Intanto  la  piazza si  quasi svuotata.  Arriva un ultimo furgoncino.
    Nella ressa, Milud riesce a montare sulla pedana. Bilal ha due secondi
    di ritardo.  "Completo!  Completo!" urla il conducente.  Il furgone si
    allontana.  Una  dozzina  di  nordafricani  sono rimasti senza lavoro.
    Tutti  scrutano  ansiosamente  le  tre  strade  che   si   congiungono
    all'incrocio. Bilal raggiunge il vecchio. I lineamenti di Laiachi sono
    tirati,  la gara crudele ha fatto fondere la sua maschera di serenit.
    Si rigira nervosamente da una parte e dall'altra.  Bilal  si  rassegna
    presto  e  va  a  sedersi sulla soglia di una porta.  Il vecchio e gli
    altri  aspettano  ancora.   Una  macchina   si   avvicina   lentamente
    all'incrocio.  Il piccolo gruppo le si precipita incontro. La macchina
    accelera.  Gli arabi hanno appena il tempo di gettarsi di lato per non
    essere  investiti.  Bilal aiuta il vecchio a rialzarsi e lo porta alla
    casa dietro il caff.  Si volta: passa un'Ape che imbarca due  uomini.
    Gli altri aspetteranno tutta la mattinata, stoici.


    IL PANE.

    Il mercato degli schiavi. Questa mattina, come il giorno precedente, i
    caporali rifiutano di ingaggiare Bilal.  Egli si precipita sull'ultima
    vettura rimasta all'incrocio contemporaneamente a  Laiachi  ma    per
    buscarsi  di  nuovo un rifiuto secco.  Tre senegalesi vengono presi al
    loro  posto.   I  due  uomini  restano  un  momento  nel   bel   mezzo
    dell'incrocio, disorientati.
    In  lontananza  appare una macchina di carabinieri che si dirige verso
    la frazione.  E' meglio non mettere radici.  I due vanno a nascondersi
    dietro  la  casa.   Dal  loro  nascondiglio,  spiano  gli  sbirri  che
    ispezionano le camere della  fattoria.  I  poliziotti  caricano  senza
    tanti complimenti un disgraziato con i documenti sospetti, lasciano la
    casa.
    Laiachi prende Bilal per mano e lo porta nel suo antro. Mentre prepara
    un  t  per  tutti  e  due,  il  vecchio  sembra assorbito da profonde
    riflessioni.  Bilal sta  sorseggiando  tranquillamente  il  t  troppo
    zuccherato quando il suo ospite lo smuove dalle sue fantasticherie con
    una  gomitata  nelle  costole.  Met  del bicchiere di t si versa sui
    jeans polverosi e macchiati del polacco.  Il vecchio gli fa capire che
    deve  portargli  un  sacco sepolto sotto le balle di plastica azzurra.
    Dopo diverse manovre Bilal riesce a tirarlo fuori.  Laiachi estrae  un
    coltellaccio dalla borsa che porta perennemente sotto la sua djellabah
    e apre il sacco:  pieno di farina. Un sorriso compiaciuto illumina il
    viso del vecchio: "Il pane! Aji!" Trascina Bilal in cortile.
    Addossato a uno dei muri della casa,  un vecchio forno annerito sembra
    fare al caso suo.  Spiega in arabo e a  gesti  a  Bilal  che  dovranno
    pulire il forno,  raccogliere della legna e accendere un fuoco. Prende
    di nuovo il polacco per mano ma questa volta  per condurlo  verso  lo
    spaccio.
    L  si  svolge  con  la  donnona  che  gestisce  la  bottega una lunga
    discussione in  cui  Laiachi  tenta  dapprima  di  spiegarsi  da  solo
    ripetendo  numerose  volte  la  parola "pane".  Si fa capire alla fine
    grazie alla mediazione di Bilal: hanno bisogno di lievito e  sale.  Al
    momento di saldare,  la matrona insiste perch gli uomini paghino solo
    il lievito. Il chilo di sale  un regalo.  All'uscita dalla drogheria,
    Bilal  che  non se ne capacita interroga con lo sguardo il marocchino.
    Quest'ultimo si contenta di indirizzargli un sorriso enigmatico  e  di
    volgere le palme verso il cielo: "Allah moulana".
    Ritornati in camera, il vecchio incarica Bilal di pulire il forno e di
    raccogliere  la  legna.  Il giovane si mette al lavoro con entusiasmo.
    Utilizza la sua forza di boscaiolo polacco per smantellare un pezzo di
    staccionata gi mezza distrutta. Il viso sporco di polvere e di cenere
    mescolate al sudore, accende finalmente un buon fuoco nel forno.
    Ritorna nell'antro del vecchio. Laiachi ansima in ginocchio davanti ad
    una grossa bacinella di plastica nella quale  impasta  una  voluminosa
    palla di farina. Ha tolto la djellabah e rimboccato le maniche. I suoi
    gesti hanno il ritmo regolare di uno che ha fatto il fornaio per tutta
    la  vita.  Grosse  gocce  di sudore si mescolano alla pasta.  Bilal lo
    osserva, affascinato,  poi esce dall'antro e va a lavarsi le mani e il
    viso al bidone d'acqua. Ritornato nella stanza si inginocchia vicino a
    Laiachi.  Il  vecchio respinge il polacco che tenta di mettere le mani
    in pasta.  Ne nasce una breve lotta a colpi di spalla.  Il  vecchio  
    forte e resiste valorosamente.  Alla fine Bilal ha lo stesso la meglio
    e riesce a disarcionare il vecchio filibustiere che ride e si siede su
    uno dei suoi fagotti.  Il suo sempiterno turbante rosso si   disfatto
    durante  la lotta.  Ci si asciuga il cranio calvo,  sorride,  muove la
    testa in segno d'approvazione:  Bilal  ci  sa  fare.  Si  accende  una
    sigaretta, soddisfatto, cova il giovane con lo sguardo.

    Comincia  a  fare  scuro nella corte della fattoria.  Gli abitanti del
    dormitorio sono gi rientrati dai campi,  fanno dei rammendi o un  po'
    di bucato al bidone: occupazioni domestiche.  Ahmed,  Abd'nbi e Abd'el
    Hak sono venuti a raggiungere Laiachi e Bilal  che  tirano  fuori  dal
    forno vermiglio dei piccoli pani piatti e rotondi. I musicisti si sono
    seduti  per  terra.  Ahmed  ha  portato con s il g'mbri,  comincia un
    pezzo. Abd'nbi e Abd'el Hak cantano piano. Si accompagnano suonando un
    ritmo rapido su scatole di cerini.
    Arriva Milud.  Laiachi non gli lascia il tempo di sedersi e gli spiega
    qualcosa in arabo. Il giovane si allontana. Ritorna abbastanza presto,
    subito  seguito dagli altri abitanti della casa.  Laiachi vende i suoi
    pani caldi, ognuno discute un poco il prezzo.  Molti rimangono intorno
    ai  musicisti  dopo  aver comprato il pane.  Il loro sguardo s'invola,
    forse verso l'altro continente.  Anche quello  di  Bilal.  Gli  ghnaua
    lanciano l'eterno canto di appello rassegnato degli schiavi.


    MALESSERE.

    Mezzogiorno, il sole picchia sui visi sudati degli uomini intenti alla
    raccolta dei pomodori. Abd'nbi e Mohammed lavorano allo stesso filare.
    L'hanno   quasi  terminato  quando  Mohammed  lancia  un  breve  grido
    bizzarro. Abd'nbi si precipita: Mohammed  seduto per terra,  le gambe
    rigide,  molto  pallido.  Un leggero tremito agita tutto il suo corpo.
    "Safi, Mohammed, Safi!  Safi!" Abd'nbi prende il viso del suo compagno
    tra le mani,  lo scuote: "Mohammed! Safi, Safi!" Chiama aiuto: "Ahmed!
    Aji!" Ahmed arriva,  si china su Mohammed: "Abd'el  Hak!  Jib  alima!"
    Mentre Ahmed d piccoli colpi sulla schiena del malato,  Abd'el Hak li
    raggiunge, una bottiglia d'acqua in mano.  Abd'nbi gliela strappa e ne
    sparge  tutto  il contenuto sul viso di Mohammed,  lo scuote di nuovo:
    "Mohammed!  La bs?  Mohammed!" Mohammed ritorna poco a  poco  in  s,
    l'allarme  passato.  "Safi?  Mohammed!  Safi?" Lo sventurato risponde
    con un sospiro: "Safi".
    Abd'nbi non pu fare a meno di mollargli una delle sue burle, imita la
    piccola crisi dell'altro,  riesce a  farlo  sorridere.  Gli  altri  si
    sbracano dalle risate. La raccolta riprende.


    CRISI.

    Milud, Mohammed e tutti gli altri sono rientrati dal lavoro. Il giorno
    volge  al termine.  Bilal sorveglia il fuoco che si consuma nel forno.
    Laiachi  vicino a lui,  testa nuda.  Le fiamme si riflettono sul  suo
    cranio  calvo.  Appena il forno sar abbastanza caldo,  potranno farvi
    cuocere la quarantina di pagnotte allineate sopra alcune assi  strette
    poggiate  per  terra.  Delle imprecazioni giungono dall'incrocio.  Una
    dozzina di marocchini entrano nel cortile urlando: ne precedono  altri
    due  che  sostengono  un loro connazionale ferito.  Bilal abbandona il
    forno per raggiungere il gruppo  che    entrato  nel  dormitorio.  La
    confusione   estrema,  parlano tutti contemporaneamente.  Il ferito 
    disteso sul pavimento,  sanguina abbondantemente da  una  ferita  alla
    testa.  Il  suo  fianco  destro    ridotto male,  in parecchi punti i
    pantaloni e la camicia sono lacerati.  Il suo  viso    grigio-terreo,
    geme  flebilmente.  Il  barbuto  sta  gi  arringando i suoi compagni:
    l'incidente non deve essere fortuito.
    Bilal  ricorre  all'aiuto  di  Mohammed  per  comprendere  ci  che  
    accaduto.  "L'interprete"    seduto con gli ghnaua che non dicono una
    parola,  cupi.  Spiega  l'incidente  al  bianco:  "Sono  quelli  della
    citt...  Fanno questo spesso...  E' la caccia agli arabi: vanno sulla
    strada non troppo veloci e poi quando vedono un arabo che  da solo  a
    camminare  sul  bordo,  allora  accelerano  e  aprono  la  porta della
    macchina quando lo superano...  Ce n' uno tunisino che  morto  cos.
    L'altro  giorno..." Bilal guarda il suo amico con stupore.  Mohammed 
    sbiancato,  il suo viso si contrae,  si aggrappa  alla  canottiera  di
    Bilal.  Abd'nbi  balza in piedi per piazzarsi dietro di lui.  Mohammed
    parte all'indietro. Il suo corpo  agitato da violenti sussulti. Milud
    e Abd'el Hak si uniscono a  Abd'nbi  per  tentare  di  domarlo  ma  le
    braccia  e  le gambe di Mohammed scattano in tutte le direzioni mentre
    lui si mette a urlare con voce irriconoscibile. Le coperte e i cartoni
    volano,  il g'mbri di Ahmed viene rovesciato.  Gli altri abitanti  del
    dormitorio  accorrono  in  aiuto  degli  ghnaua.  Ahmed non sembra per
    niente impressionato dalla crisi del loro compagno e ordina a Bilal di
    andare a chiamare il vecchio,  senza  indugiare  in  lunghi  discorsi:
    "Laiachi".
    Bilal  non ha il tempo di uscire che il vecchio  gi l che prende in
    mano la situazione, severo.  Grida degli ordini perentori agli ghnaua:
    bisogna trasportare Mohammed nel suo antro.
    Tutti  ci  si  mettono  di  buona lena,  dimenticando completamente il
    ferito.  Mohammed si dimena in tutti i sensi ma gli uomini riescono lo
    stesso  a  bloccare  le  sue  braccia  e le sue gambe.  Il vecchio gli
    mantiene la testa con fermezza.
    Qualcuno deve aver avuto  la  presenza  di  spirito  di  chiamare  una
    ambulanza per il ferito perch due portantini si presentano alla porta
    del  dormitorio  nel  momento  in cui ci si appresta a farne uscire il
    marocchino in crisi.  Gli infermieri esitano: credono per  un  istante
    che    Mohammed  che  devono  prendere  in  carico  ma Laiachi gli fa
    comprendere con aria sprezzante che    del  ferito  che  loro  devono
    occuparsi: a ognuno le sue competenze!
    La   processione   che   trasporta  l'agitato  attraversa  il  cortile
    rischiarato dalla luce blu rotante dell'ambulanza.  Si riesce  bene  o
    male a far entrare Mohammed nella stanzetta.  Ad un ordine di Laiachi,
    Abd'nbi congeda tutti.  Solo  gli  ghnaua  restano  per  assistere  il
    vecchio.  Un fornello d'argilla in mano,  Milud corre verso il forno e
    ne riporta il fornello riempito di carboni ardenti.  Abd'nbi accarezza
    discretamente  la  testa  di Bilal che si  raggomitolato ai piedi del
    muro attiguo alla porta.  La crisi di Mohammed ha scosso  il  polacco.
    Abd'nbi lo sorveglia con la coda dell'occhio.  Andr tutto bene, Bilal
    si riprende man mano. Nella stanza, le grida sono cessate. Caricato il
    ferito,  l'ambulanza lascia la corte.  Quasi tutti se ne ritornano  al
    dormitorio.  Laiachi  esce  dal  suo  antro.  Dalla  porta  aperta  si
    sprigiona una nuvola di fumo. Getta un'occhiata glaciale a Bilal, come
    se gli rimproverasse qualche cosa,  alza le spalle,  rientra nella sua
    stanza. Abd'nbi ha un sorriso strano, meditabondo. Il vecchio torna ad
    uscire  dopo  dieci  secondi per sgridare Bilal: "Bilal!  Il pane!  Il
    pane!  Lavora!  Dpche-toi!" [Sbrigati!] Bilal corre a occuparsi  del
    forno.  Abd'nbi se la ride. Il vecchio si gira verso la volpe, i pugni
    sulle anche, soddisfatto: sa il fatto suo, lui.
    Ahmed e gli altri due escono dalla stanza. Rientrano nel dormitorio in
    compagnia di Abd'nbi.
    Bilal riporta un'asse sulla quale sono allineati una  decina  di  pani
    fumanti.  Laiachi lo aspetta a pi fermo sulla soglia della porta. Gli
    porge una delle sue grandi buste azzurre,  lo manda subito a  prendere
    le altre pagnotte.  Quando Bilal ritorna,  la borsa piena,  il vecchio
    gli ordina di andare a venderle da solo: "Il pane! L'argent!" Lui,  ha
    altro da fare.
    Il  polacco si dirige dapprima verso il grande dormitorio dove conosce
    meglio la gente.  Nel loro angolo,  gli ghnaua si divertono alla vista
    di Bilal carico del sacco azzurro, trasformato in venditore ambulante.
    Gli  uomini  scelgono  con cura ci che comprano,  tastano le pagnotte
    piatte,  ascoltano il rumore che esse fanno quando le rigirano con  un
    colpo secco sul palmo teso delle loro larghe mani,  pagano. Abd'nbi si
    avvicina al venditore di pane,  gli fa segno che ne vuole due poi  gli
    soffia  all'orecchio:  "Schiavo!"  Bilal  trattiene  la  volpe  per la
    manica: "Tu pure". Abd'nbi ride di cuore,  solleva in aria la mano per
    batterla su quella di Bilal.  Prende la testa del polacco tra le mani,
    gli schiocca un bacio sulla  fronte,  ride  ancora:  "Schiavo!"  Bilal
    rimette  il  sacco  sulla  spalla  e  continua  il  suo  giro.  Va dai
    senegalesi del  primo  piano.  Gli  africani  stanno  mangiando  tutti
    insieme  attorno ad un unico piatto di riso con la salsa.  Lo ignorano
    magnificamente a parte uno di loro che si alza e compra  il  pane  per
    tutti gli altri.  Neppure una parola per il bianco. La stessa scena si
    ripete nella camera contigua che   occupata  anch'essa  da  africani.
    Bilal  ridiscende  con  il  suo  borsone vuoto in mano,  attraversa il
    cortile, schiavo.


    I POLLI.

    La mattina dopo gli ghnaua non vanno al lavoro. Se la prendono comoda.
    Si concederebbero sicuramente  il  lusso  di  dormire  fino  a  un'ora
    impossibile  se  Laiachi  non  venisse  a  svegliarli,   senza  troppi
    riguardi: "Su!  Su!  Bilal!  Milud!  Lavoro!" Lo accompagna  Mohammed,
    l'aria  abbattuta.  Bilal  si  informa  della sua salute: "Va meglio?"
    "Uhm,  va.  Il vecchio,  dice lui che questa notte  bisogna  fare  una
    lila,  una  cerimonia degli ghnaua...  lui dice perch tu e io ce ne
    sono problemi con i spiriti.  Bisogna andare a cercare dei  polli  per
    sgozzarli" e si passa il dito sul collo,  tanto per chiarire meglio la
    questione.  "Tu adesso vai con il vecchio a prendere i polli.  E' io e
    te  che  paghiamo..."  Sospira.  Laiachi  fissa  Bilal con uno sguardo
    d'intesa: "Noi due ci siamo capiti".
    Abd'nbi e Abd'el Hak, che si sono appena svegliati,  si sbudellano dal
    ridere  di fronte alla faccia da funerale di Mohammed.  Laiachi gli d
    una strigliata.  Ne deriva una violenta  discussione  che  contrappone
    Abd'nbi al vecchio.
    Mohammed  e  Bilal  aspettano che la bufera passi mentre Abd'el Hak fa
    capire a Bilal da dietro le spalle di Laiachi  che  l'alterco  non  ha
    importanza  e  che  sia  il vecchio che Abd'nbi sono un poco matti.  A
    Bilal scappa da ridere. Mohammed non apre bocca, truce.

    Una fattoria dei dintorni. Laiachi palpa due grossi polli rossi mentre
    Bilal tenta di catturarne altri due con l'aiuto della contadina che si
    diverte come una pazza: non le capita tutti i giorni di  rincorrere  i
    suoi  polli  in  compagnia  di  un  polacco  e  di un vecchio nero col
    turbante.  Una volta legati i polli che Bilal paga,  la donna invita i
    due stranieri a seguirla in casa. Li fa sedere al tavolo della sala da
    pranzo,  scompare in quella che deve essere la cucina, ritorna con una
    bottiglia e due bicchieri.
    Il vecchio fissa con aria di disapprovazione la bottiglia,  fa  capire
    che  vino non ne beve.  Bilal lo giustifica: "E' musulmano,  non pu!"
    Lui per si beve il suo bicchiere in un solo colpo,  alla polacca.  Il
    bicchiere  subito riempito dall'ospitale padrona di casa.  Il polacco
    lo vuota di nuovo.  Laiachi lo fulmina con lo sguardo e  si  alza  per
    congedarsi, probabilmente allo scopo di evitare che il suo protetto si
    scoli  un  terzo  bicchiere.   "Aspettate!  Aspettate!"  La  contadina
    trattiene con un gesto i due uomini,  esce un momento  nella  corte  e
    ritorna con un cestino di vimini pieno di uova. Laiachi le concede uno
    di  quei  suoi sorrisi seducenti che solo lui sa fare.  La brava donna
    strappa i fogli di un giornale per incartocciarvi le uova.  Ci finisce
    l'intero paniere, una ventina d'uova. Laiachi ha l'aria di trovare ci
    del  tutto  naturale.  Conserva  il  regalo  nel  cappuccio  della sua
    djellabah.  I due uomini si profondono in calorosi ringraziamenti.  Il
    vecchio si spreca addirittura in un approssimativo "vederci".
    Dalla soglia della porta,  la contadina contempla la strana coppia che
    se ne va attraverso la  campagna  piatta,  i  polli  in  mano.  Cammin
    facendo,  il marocchino tenta con veemenza di convincere Bilal che non
    bisogna mai bere vino ma, almeno per quanto riguarda questo argomento,
    ha evidentemente  poche  probabilit  di  convertire  il  polacco  che
    l'ascolta  distrattamente,  con  espressione  scettica.  Da parte sua,
    Bilal tenta di farsi spiegare come se l' sbrogliata  il  vecchio  per
    farsi offrire un altro regalo. Un chilo di sale, passi, ma una ventina
    di  uova!  Laiachi  assume  un'aria  ingenua  e misteriosa allo stesso
    tempo. L'unica spiegazione che gli concede  il suo largo sorriso e un
    ulteriore "Allah moulana". Questo d sui nervi a Bilal.


    STORIA DI ABD'NBI.

    Al loro arrivo nel cortile della casa,  Mohammed,  sempre cupo,  si fa
    accompagnare  da Bilal allo spaccio: ha bisogno di due pentole grandi.
    La donnona si meraviglia,  ma  piena di buona volont.  Dopo lunghe e
    rumorose  ricerche  nel  suo  retrobottega,  riesce a scovare una sola
    marmitta  ma  enorme.  Mohammed  se  ne  accontenta.  Comprano  alcuni
    ingredienti poi ritornano nella corte dove gli ghnaua sfaccendano,  ad
    eccezione di Ahmed che rifiuta ostinatamente di  abbassarsi  a  queste
    vili  attivit culinarie.  Ne deriva un'altra furiosa lite con Laiachi
    ma Ahmed  cocciuto, non si piega.
    Bilal preferisce ignorare il litigio e se ne va a governare  il  fuoco
    del  forno.  Abd'nbi  e  Abd'el Hak preparano le verdure.  Quanto alla
    pasta per il pane,  gi pronta,   Milud che l'ha impastata,  non c'
    che da lasciarla crescere.
    Laiachi, che nel frattempo si  calmato, invita tutti a bere un t nel
    suo  antro.   La  pausa    beneaccetta,   gli  uomini  si  rilassano,
    chiacchierano.  Mohammed spiega a Bilal che cosa  faranno  durante  la
    notte: "Gli ghnaua, loro fanno la musica per gli spiriti. Noi, si dice
    i m'luk. Il vecchio, questa sera, sgozzer i polli per fare il piacere
    ai  m'luk.  Da  noi,  si  fa  spesso  questo  anche se ce ne sono come
    Yussuf... Sai: quello che ha la barba e che fa sempre la preghiera....
    S,  ce ne sono di uomini che dicono che  la superstizione ma per me,
    io  so  che  questo    meglio  per  calmare i nervi delle pillole dei
    dottori.  Gli ghnaua quando suonano quelli che hanno problemi di nervi
    con  gli  spiriti,  soprattutto  le  donne,  non  possono  resistere a
    danzare.  Il g'mbri del maallem,  questo le tira e loro danzano fino a
    che  lo spirito  uscito.  Anche Laiachi danza,  vedrai.  Solamente il
    ramadan non si fa la musica dei m'luk,  vietato. E' pericoloso perch
    i m'luk sono catenati". Bilal: "Incatenati?" "S,  incatenati,  non si
    deve toccare il g'mbri,  non fare il fumo con il jaui... Come dici tu:
    il sento?" Bilal: "L'incenso?" "S, questo, il sento, il jaui".
    Laiachi approva con vigore le parole di Mohammed,  vi aggiunge una sua
    sentenza: "Ramadan: stringere la cintura". E sottolinea con il gesto.
    Alla  parola  "cintura",   Abd'nbi  all'improvviso  si  alza:  "Bilal,
    ascolta!" Si mette ben di fronte a Bilal,  riflette,  cercando le  sue
    parole.  E'  come se estirpasse dalla memoria ogni parola della lingua
    straniera. Accompagna la sua dissertazione con mimica tragicomica:
    "L... una sera... il ramadan... Abd'nbi... solo... la stanza... io...
    suonare... g'mbri... jaui".
    Mohammed chiarisce: "Lui ha messo il sento per fare il fumo".
    Abd'nbi: "Io suonare... g'mbri... Aspetta!"
    Dice due frasi rapide in arabo a Mohammed.
    Mohammed: "Dice che lui suona i m'luk neri.  I m'luk,  loro ne hanno i
    colori  diversi: il bianco,  il rosso,  il blu,  il verde,  il giallo,
    tutti i colori. E' cos. E ogni spirito ci ha una canzone".
    Abd'nbi : "S! S!"
    Sembra preoccupato di non essere ascoltato abbastanza  attentamente  e
    mette  di  continuo  le  mani  in  avanti,  come per trattenere il suo
    uditorio.
    Abd'nbi: "Capisci? I neri?"
    Bilal: "S, s, ho capito".
    Questo fa  molto  piacere  alla  volpe:  "Io...  suonare...  g'mbri...
    bene... molto buono... io... piangere..."
    Chiude gli occhi, mimando la sua estasi poi bruscamente apre gli occhi
    e le braccia, si guarda attorno, inquieto.
    "Jaui...  finito...  safi...  niente pi jaui... io... guardare... non
    capisco... allora... pac!... g'mbri... finito".
    Bilal si rivolge a Mohammed: "Che cosa  successo?"
    Mohammed: "Il sento,  il jaui,  si  spento e l'affare  in  legno  del
    g'mbri    caduto  e  questo  ha  fatto un gran rumore.  Pac!  Cos...
    L'affare che serve per tendere le corde... Tu conosci?"
    Bilal: "S, s, ho capito. Continua!"
    Abd'nbi: "S! Abd'nbi..."
    Porta la mano all'orecchio,  facendo capire che  sente  qualcosa:  "La
    camera..."
    Mima l'apertura di una porta e uno sguardo di ispezione.
    Abd'nbi: "Il vecchio..."
    Mima  il resto dell'azione,  mostra che  uscito dalla camera e che l
    c'era un uomo.
    "Io... guardare... il vecchio... non conoscere... io..."
    Si  avvicinato al vecchio che gli ha dato un gran colpo sulla testa.
    "Io... caduto... domani... domani..."
    Spiega a gesti che    restato  a  lungo  senza  conoscenza.  "Dopo...
    Abd'nbi... risvegliato... il sangue... molto il sangue... guarda!"
    Il  musicista  toglie  allora  il  suo  berretto  e  mostra  un'enorme
    cicatrice che parte dall'alto della fronte e va fino alla nuca.
    "Io... non vedere... pi... finito".
    Indica l'occhio sinistro che   cieco,  parla  di  nuovo  in  arabo  a
    Mohammed.
    Mohammed  traduce:  "Capisci,  c'era  un  vecchio  che  lui  mai aveva
    conosciuto nell'altra camera. Il vecchio, questo qui aveva una freccia
    e gli ha colpito la testa, molto forte. Lui  svenuto per terra".
    Abd'nbi annuisce: "S! s! ...io ...dormire!"
    Mohammed continua: "Quando si  era  risvegliato,  ce  n'era  molto  di
    sangue  e lui non vedeva pi con l'occhio a sinistra.  Per ci,  tutti
    credono che Abd'nbi  storto ma lui non vede...  Durante ramadan,  non
    bisogna suonare gli spiriti".
    Laiachi conclude: "Ramadan, stringere la cintura".
    Indica Abd'nbi con la punta del mento,  sprezzante, si tocca il petto:
    "Je connais bien les diables marocains".
    Gli altri approvano.


    SACRIFICIO.

    Abd'nbi e Abd'el Hak si sono seduti ciascuno a un lato  di  Ahmed  che
    tiene il g'mbri.  I musicisti sono addossati al muro della casa che d
    sulla campagna. Ahmed si  arrotolato un turbante dorato in testa e ha
    tolto  le  sue  spesse  lenti.   Questo  semplice   cambiamento   l'ha
    completamente  trasformato:  lui  ora   l'erede della catena infinita
    degli schiavi padroni del loro canto.
    Sbriciola dell'incenso sul piccolo fornello posto davanti  a  lui.  Il
    fumo  che  si innalza consacra il g'mbri che egli presenta al di sopra
    del recipiente di terracotta. Abd'nbi e Abd'el Hak fanno lo stesso con
    le loro karkeba.
    I musicisti scambiano qualche  parola  a  bassa  voce,  cominciano  un
    brano.  Di fronte a loro, Laiachi ha sistemato Mohammed e Bilal su due
    sedie.  La loro testa  ricoperta da parecchi tessuti  di  colori  che
    risaltano  nella  luce silenziosa di questa fine di pomeriggio.  Milud
    assiste il vecchio che lava accuratamente i polli prima di passarli al
    di  sopra  dell'incensiere.  I  volatili  protestano  fiaccamente.  Il
    vecchio  pone  un  animale  sulla testa di ciascuno dei due uomini.  I
    polli  vi  restano  in  equilibrio,   immobili  e  silenziosi,   forse
    ipnotizzati   anche  se  apparentemente  Laiachi  non  ha  fatto  loro
    nient'altro che la toilette.
    Milud gli porge un gran coltello.  Invocando  il  nome  di  Allah,  il
    vecchio  taglia netto il collo dei polli.  L'operazione dura lo spazio
    di uno o due minuti.  E' effettuata senza fretta e con un'economia  di
    gesti  notevole  nella sua precisione.  Il prete sorveglia con la coda
    dell'occhio gli animali sgozzati che, gettati lontano dopo che il loro
    sangue ha abbeverato la terra,  continuano ad agitarsi e a  svolazzare
    con piccoli balzi spasmodici. Bilal non ha reagito se non fosse che la
    sua  testa    bruscamente  caduta in avanti nel momento in cui il suo
    pollo  stato sgozzato.  Un leggero movimento agita i tessuti  che  lo
    nascondono.
    Mohammed  si    alzato di scatto e sbatte i piedi davanti al maallem.
    Trema in tutto il corpo,  emette suoni  inarticolati,  punteggiati  di
    tanto  in  tanto  da  un'esclamazione sospirata: "Allah!" La musica si
    accelera.  Egli si mette a quattro zampe e colpisce  violentemente  la
    terra  e  il  suo petto con le mani,  si rialza.  Milud lo raggiunge e
    accompagna la sua danza fino al punto in cui,  liberato,  Mohammed  si
    abbatte  al  suolo nello stesso tempo che la musica si ferma.  Durante
    tutta la sua danza,  Ahmed lo ha osservato di sottecchi,  come se  non
    volesse guardare in faccia lo spirito che si manifestava nella danza.
    Milud  lo  aiuta  a  sdraiarsi  su  uno  dei grossi cuscini azzurri di
    Laiachi. Mohammed fa cenno a Milud che lo lasci,  nasconde il viso nel
    braccio ripiegato,  si isola, raggomitolato su se stesso. Laiachi leva
    ad uno ad uno i foulard posati sul polacco,  lo  guarda  negli  occhi.
    Bilal  ha il viso bagnato di lacrime.  Il vecchio lo conforta,  gli d
    dei colpetti sulle spalle: "Va bene. Va bene".
    Gli ghnaua raccolgono rapidamente le loro cose.  Il piccolo  drappello
    rientra  nel  cortile  della  casa.  Dietro di loro,  Mohammed e Bilal
    strascinano un po' i piedi, testa bassa. Vanno a rifugiarsi nell'antro
    di Laiachi mentre gli altri si danno da fare in silenzio intorno a  un
    secchio  d'acqua  fumante  per  spennare  le  vittime  del sacrificio.
    L'orizzonte si tinge del rosso del tramonto.
    Gli uomini che hanno lavorato tutta la giornata ai campi  rientrano  a
    piccoli   gruppi,    salutano   gli   ghnaua   che   rispondono   loro
    distrattamente. Abd'nbi e Ahmed si dirigono verso il caff...
    Bilal accarezza con il dito i  cauri  scambiati  con  Bilal  il  nero.
    Sospetta  che  queste  conchiglie  abbiano  un rapporto oscuro con gli
    ghnaua e gli avvenimenti che si sono succeduti  negli  ultimi  giorni.
    Quando il vecchio,  finito di spennare,  entra nella stanza con Milud,
    Bilal cerca di approfittarne per chiedergli delle spiegazioni. Scrolla
    Mohammed  che  non  fiata  neppure:  "Domanda  a  Laiachi   che   cosa
    significano queste conchiglie". Mohammed risponde controvoglia: "Non 
    niente,  non  val la pena di domandargli.  E' il prezzo degli schiavi.
    Questo  tutto".  La reticenza di Mohammed non frena  il  polacco,  al
    contrario.  Questa  storia  di "prezzo degli schiavi" eccita ancora di
    pi la sua curiosit: "Dai,  domandaglielo!  Mohammed!" Il  marocchino
    sospira,  inoltra  la  domanda  con  aria stanca.  Il vecchio sorride,
    prende la mano di Bilal,  osserva i cauri: "Je connais,  je  connais".
    Richiude  il  pugno  del  bianco,  gli  fa  capire che deve conservare
    gelosamente le conchiglie nella tasca della sua  camicia:  "F'l  lill,
    f'l lill".  "Che cosa dice,  Mohammed?" "Non dice niente. Dice: questa
    notte...  Non so che cosa vuol dire  questo.  E'  un  vecchio.  Non  
    importante".
    Bilal   molto contrariato da tutto questo mistero ma il vecchio devia
    la conversazione chiedendo a Milud di raccontare una storia.
    Fuori cala la notte,  delle zaffate di Radio Tunisi  si  mischiano  al
    ritmo rapido di una beguine senegalese.


    STORIA DEL G'MBRI.

    Mohammed  traduce Milud i cui occhi spalancati brillano nella penombra
    della stanza.  Milud cerca di trasmettere direttamente il senso  della
    sua  storia a Bilal,  come se la traduzione non bastasse a renderne la
    sostanza, come se potesse riempire Bilal del sapore della leggenda:
    "All'inizio del mondo,  prima che il profeta viene,  un pezzo di legno
    vuoto    caduto  dal cielo...  un uomo ha trovato il legno e ha messo
    dentro il suo neonato e di sopra un pezzo  di  stoffa.  Il  bambino  
    rimasto  due  anni  nel  legno  e  poi  la  madre lei ha conservato il
    legno... il padre e la madre, loro sono morti. Il legno  rimasto l e
    il bambino lo vedeva sempre... Un giorno un nero che si chiamava Bilal
     venuto e ha visto il legno. Il bambino, che era un uomo,  perch era
    molto  tempo  dopo lei  morta,  sua madre...  Il bambino ha donato il
    legno a Bilal... Bilal,  lui ne ha fatto una chitarra per suonare.  Ha
    sgozzato  una  gazzella  e  ha  messo la sua pelle sul legno...  con i
    cannelli  del  ventre..."  Bilal:  "I  budelli?"  Mohammed:   "S,   i
    cannelli...  Con  i cannelli,  lui ha fatto delle corde e poi ha messo
    dei pezzi di legno per fare il bastone pi lungo e  per  attaccare  le
    corde...  Pi  tardi,   con la pelle del collo di un cammello che gli
    ghnaua coprono il legno e con i cannelli di un caprone.  E' perch  il
    bambino  ha  dormito  nel legno che quando gli ghnaua suonano tu senti
    uguale come un bambino che piange".
    Bilal si commuove, Laiachi sorride: "Sta bene, sta bene".
    "Aspetta, aspetta". Il vecchio si rivolge ora a Mohammed a voce bassa:
    ci che ha da dirgli non deve cadere in  orecchie  indiscrete.  Indica
    parecchie  volte  Bilal  con  lo  sguardo  mentre  Mohammed osserva il
    polacco  con  una  espressione  incredula.  Mohammed  si  fa  ripetere
    un'ultima volta ci che Laiachi gli ha appena comunicato: vuole essere
    sicuro di aver capito bene.
    Finalmente  traduce a Bilal: "Laiachi dice che questa sera non si far
    la lila,  la cerimonia.  Dice che ha visto qualcosa quando ha sgozzato
    il tuo pollo,  che non si deve fare subito la lila,  che prima bisogna
    tu vai con lui a trovare "Madame",  una amica degli ghnaua,  un'amica
    di Laiachi.  Lei abita non lontano. Lei ti spiegher delle cose come i
    cauri e tutto questo,  e altre cose pi importanti che non so  neppure
    io.  Non la conosco,  io,  questa Madame ma ho sentito parlare. So che
    gi gli ghnaua,  loro sono andati da lei per fare le loro storie e che
    lui dice che  molto gentile e che conosce bene gli ghnaua.  Credo che
    lui ha ragione, dice che tu ne hai parecchi di m'luk molto forti, sai,
    gli spiriti africani,  che  meglio che Madame parla lei  con  te.  Va
    bene?"
    Bilal   non   risponde.   Questa  sequenza  da  montagne  russe  degli
    avvenimenti lo ha rintronato.  Comincia  a  sentir  pesare  su  di  s
    qualche  cosa  che  rassomiglia molto a un destino che si d apparenze
    capricciose ma di cui intravede ora l'implacabile logica.  Risponde al
    sorriso rassicurante che gli rivolge Laiachi, si sdraia per terra, gli
    occhi sbarrati.
    Mohammed   prende   una  coperta  e  ricopre  Bilal  che  gli  sorride
    debolmente: "Adesso, riposati.  Quando sar il momento,  il vecchio ti
    porter con s. Tutto andr bene, vedrai".


    IL CASTELLO.

    La mattina dopo,  Laiachi sveglia Bilal con la sua solita delicatezza:
    "Dpche-toi, Aji!" Il dormitorio  gi deserto, lo strumento di Ahmed
    non  pi appoggiato al muro.  Il vecchio non lascia a Bilal il  tempo
    di  domandargli  dove  sono andati a finire gli altri e lo trascina di
    peso al bidone dall'acqua sporca al centro della corte.  Gli fa lavare
    il viso, le mani e i piedi verificando ogni fase dell'operazione, come
    si farebbe con un bambino. Bilal obbedisce di buon grado. Milud, che 
    l'unico a essere rimasto al villaggio africano,  chiamato a gran voce
    dal  vecchio  che gli ordina di andare a prendere una sedia,  cosa che
    viene fatta,  poi,  dopo aver tolto dalla sua bisaccia del sapone,  un
    pennello  da  barba  e  un  rasoio a mano,  gli chiede di rasarlo e in
    seguito di rasare Bilal.
    Il vecchio e il polacco hanno diritto a un  pelo  e  contropelo,  alla
    maniera araba. Bilal non ha ancora ricevuto alcuna spiegazione quando,
    terminata  la rasatura e dopo che Milud l'ha amorevolmente spazzolato,
    Laiachi conclude l'operazione con un "M'zien" soddisfatto e  lo  porta
    verso l'incrocio. Si allontanano dalla frazione a passo di corsa.
    Il  bianco  e il nero camminano a lungo attraverso la campagna piatta.
    Verso mezzogiorno,  il vecchio  stabilisce  una  pausa  vicino  a  una
    fontana  al  bordo  della  strada.  Tira fuori dalla borsa pane e uova
    sode.  Il loro frugale pranzo  consumato in fretta.  Bilal ha  appena
    finito  di  dissetarsi  alla  fontana che Laiachi d gi il segnale di
    partenza.  Campi di tabacco si succedono alle coltivazioni di grano  e
    di  pomodori,  le abitazioni diventano pi numerose man mano che i due
    uomini avanzano con l'andatura da marcia forzata che il vecchio impone
    al loro viaggio.
    Il cielo si tinge di rosso quando giungono davanti ad una grande casa,
    una specie di castello decrepito di costruzione recente  con  velleit
    medioevali.  Laiachi  sorride  a  Bilal:  "La  casa  di Madame".  Sono
    entrambi spossati.
    Un marocchino apre loro la porta,  saluta a lungo  Laiachi  che  bacia
    sulla  spalla  destra  e li conduce in una grande stanza un po' buia e
    praticamente vuota che affaccia su una larga  corte  interna  dove  si
    erge una palma.
    Qualche  istante  dopo,  una signora distinta con i capelli bianchi li
    raggiunge e li invita a sedersi davanti  a  una  tazza  di  caff.  Il
    vecchio prete e "Madame" conversano a lungo in arabo. Laiachi racconta
    l'arrivo del polacco al villaggio africano,  la crisi di Mohammed,  la
    reazione di Bilal al momento del sacrificio.  Terminata la storia,  la
    signora bianca rimane lunghi minuti in silenzio,  immobile. Delle voci
    provenienti dalla corte la  fanno  trasalire,  si  alza  e  invita  il
    vecchio  nero a riposarsi su un divano.  Laiachi non se lo fa ripetere
    due volte,  si sdraia,  sistema il  cappuccio  della  djellabah  sulla
    faccia, si addormenta subito.
    Madame  si  volge  allora verso Bilal e gli fa cenno di seguirla nella
    corte.  Il servitore marocchino e il gruppo  di  Ahmed  che    appena
    arrivato  con  un  caprone  bianco  dal  pelo  lungo  sono  in  grande
    conversazione in un angolo dove sono state messe delle stuoie.  Ad uno
    ad uno, i musicisti si alzano per salutare rispettosamente Madame.
    Il  polacco  e  la  vecchia  signora  si accomodano in un altro angolo
    intorno ad un piccolo tavolo da giardino. Madame gli rivolge infine la
    parola:
    "Laiachi mi ha raccontato come sei arrivato nel loro villaggio.  Mi ha
    detto anche che in seguito al tuo incidente soffri di amnesia, che non
    ti ricordi il tuo nome,  cos?" Bilal annuisce. "La cosa strana  che
    il  nero  che  ti  ha  donato  i  cauri  e  prestato il suo nome gli 
    sconosciuto.  Gli ghnaua si sono informati dagli  altri  africani  del
    villaggio,  nessuno ne ha mai sentito parlare.  Sai chi  Bilal?" "No,
    Abd'nbi mi ha detto che era un vecchio ghnaui, credo".
    La vecchia signora sorride: "Un 'vecchio' ghnaui?  Non potrebbe  dirlo
    meglio, Bilal  il fondatore mitico della confraternita degli schiavi.
    Era un abissino, un cristiano nero che, diventato schiavo degli arabi,
    si   convertito all'Islam.  E' entrato al servizio del profeta che ne
    ha fatto il suo muezzin e lo ha  affrancato.  La  sua  voce  era  cos
    potente  che  trafor  la  volta celeste e fece ricadere sulla terra i
    sette veli dell'abbondanza e della fecondit.  Laiachi racconta che un
    giorno   la  figlia  del  profeta,   Lala  Fatim'Zora,   fu  colta  da
    un'incurabile melanconia e non volle  pi  uscire  dalla  sua  stanza.
    Mohammed fece venire al suo capezzale i pi famosi medici del tempo ma
    invano,  lei non parlava pi con nessuno e cominciava a deperire. Fino
    al giorno in cui Bilal disse al profeta  che  lui  aveva  un'idea  per
    toglierla  da  quello  stato.  Autorizzato  dal  profeta a fare il suo
    tentativo,  Bilal si present nella camera della fanciulla,  due bande
    decorate  con  conchiglie bianche incrociate sul petto e un berrettino
    in testa.  Si mise allora a suonare delle karkeba di legno  che  aveva
    fabbricato  lui  stesso  e  a danzare davanti a lei facendo ruotare il
    pompon del suo berretto. L'effetto era cos comico che Lala Fatim'Zora
    scoppi a ridere: era guarita.  E' in seguito a questo avvenimento che
    gli  ghnaua  hanno  il  diritto  di  eseguire  il loro rituale in seno
    all'Islam".
    Madame continua: "Gli ghnaua sono i  degni  eredi  di  Bilal,  sono  i
    discendenti  degli  antichi  schiavi africani che hanno portato con s
    nel loro  esilio  in  Africa  del  Nord  una  parte  del  loro  sapere
    tradizionale  adattandolo all'Islam,  sono la gente del ridere,  della
    fecondit.  Una  delle  loro  specialit    guarire  le  donne  dalla
    sterilit.  Con i loro strumenti e le loro danze, penetrano la notte e
    liberano le persone dai disordini che si  sono  creati  tra  le  sette
    energie  che  compongono  l'essere  umano  e l'universo.  Queste sette
    energie sono simbolizzate da sette colori che vengono invocati secondo
    un ordine ben preciso nel corso delle loro cerimonie, le lila. Laiachi
    vorrebbe che noi ne facessimo  una  qui,  crede  che  questo  potrebbe
    aiutarti, ma..."
    La  signora  si immobilizza di nuovo,  l'aria assente,  come alla fine
    della sua conversazione con Laiachi. Bilal si sente stranamente calmo,
    cosa che gli succede qualche volta  quando    da  solo  con  Laiachi,
    l'aria della notte nascente vibra leggermente.  Abd'nbi e gli altri si
    sono azzittiti, Ahmed prepara del t su un camping-gaz che fischia, le
    strida delle rondini in volo sottolineano il silenzio della corte.
    Madame parla di nuovo senza abbandonare il suo atteggiamento  assorto:
    "Mi chiamo Juliette,  sono anni che conosco Laiachi,  mi hanno aiutato
    molto, lui e gli ghnaua. Mi hanno fatto capire molte cose. A mia volta
    ho dato loro una mano perch potessero venire qui e guadagnare un  po'
    di  soldi.  Sono  molto  poveri,  sai.  Per  non  di me che dobbiamo
    parlare adesso, ma di te".
    Si interrompe ancora,  si gira verso il polacco,  lo ausculta  con  lo
    sguardo.
    "Sai,  con loro, quando si comincia,  un lavoro di tutta una vita. E,
    credimi,  non    facile,  soprattutto  per  noi  che  prima  di  fare
    l'esperienza  delle  cose  vogliamo  sempre  tutto comprendere,  tutto
    nominare...  Questo forse non  il tuo caso visto che  hai  cominciato
    con il dimenticare il tuo stesso nome!" Ride.
    "Chi  sa che cosa ti ha fatto arrivare qui!  Laiachi ha la sua idea in
    proposito, accusa i m'luk, i geni,  ma ho lo stesso qualche dubbio,  
    un po' troppo... Insomma, ti sei messo in un bel pasticcio".
    "Suppongo che per di pi non hai soldi, vero?"
    "Poco pi di centomila lire".
    "Perch  si dovr sacrificare il caprone domani mattina,  se decidiamo
    di fare una lila,  e bisogner anche pagare i  musicisti.  Ma  non  ti
    preoccupare, ci arrangeremo, ho altra gente nel mio altare".
    "Scusi?"
    "S,  degli  europei come te che hanno avuto bisogno degli ghnaua a un
    certo momento della loro vita e che si rivolgono a me per fare le cose
    come si deve. In ogni modo,  facendo sgozzare i polli hai gi messo il
    dito  nell'ingranaggio,  ma  credo proprio che non avevi scelta,  come
    tutti noi d'altronde, come Laiachi stesso, no?"
    Bilal non ha bisogno di  riflettere  sull'interrogativo  sollevato  da
    Juliette,  un  nodo  alla  gola  che  non  riesce  a  trasformarsi  in
    singhiozzo  l per ricordargli lo  sconforto  che  aveva  tentato  di
    dimenticare.  Sa  gi  che    riconciliandosi  con  i suoi demoni che
    scioglier questo nodo.  La questione di farlo con gli uomini  neri  o
    con  altri  non  si pone neppure.  Loro hanno il vantaggio di esserci,
    come anche Juliette che si fa interprete dei pensieri  inespressi  del
    giovane:
    "Da  soli,    troppo  duro,  non  ci  si  pu  riuscire.  La  qualit
    fondamentale degli ghnaua  che non ti chiedono nessun atto  di  fede.
    Sono gente pratica, una cosa funziona o non funziona. Ciascuno va alla
    propria  velocit,  al  proprio  ritmo,  e  loro  sanno osservare ogni
    persona e darle una  piccola  spinta  per  aiutarla  a  varcare  certe
    soglie,  quando  giunto il momento.  Dicono di loro stessi che sono i
    fabbri che battono il ferro fino a quando diventa sottile come  l'oro.
    In altri termini,  per trasformarsi in oro,  bisogna lasciarsi battere
    dalle karkeba," ride, "sono di una logica inesorabile".
    "Ah!  Un'ultima cosa: ignoro che cosa gli ghnaua ti hanno detto di  se
    stessi  ma  non  bisogna  prendere  per oro colato tutte le storie che
    raccontano,  specialmente quelle relative alle loro origini.  Il fatto
    che le loro pratiche sono appena tollerate,  e questo da secoli, li ha
    resi  diffidenti.  Per  di  pi,  il  segreto    uno  degli  elementi
    costitutivi  di  tutte le confraternite iniziatiche.  Allora,  bisogna
    saper leggere tra  le  righe  dei  loro  racconti:  sono  maestri  nel
    confondere  le  tracce".  Ride  ancora.  "E'  il momento che tu vada a
    riposare, a domani".


    D'BIGHA.

    "Bilal!" Juliette  al capezzale del polacco.  Lei sveglia le  persone
    con pi dolcezza di Laiachi. "Non aspettiamo che te per il sacrificio,
    il  d'bigha,  come  si  dice  in  Marocco.  Laiachi voleva chiamarti
    all'alba ma glielo ho impedito, la tua giornata e la tua notte saranno
    cariche. Ti aspetto nel cortile, sbrigati".
    Bilal si lava in fretta,  salta nei jeans e raggiunge il gruppetto che
     affaccendato attorno al caprone bianco dal pelo lungo.  Poche parole
    vengono scambiate.  Gli ghnaua  hanno  tutti  infilato  delle  tonache
    rosse,  pure Juliette.  E' seduta lievemente in disparte, un poi tesa.
    Una giovane donna italiana sta contro il muro  affianco  alla  vecchia
    signora.  Fa infilare a Bilal una tonaca,  gli poggia un foulard rosso
    sulla testa e dopo aver chiesto conferma a Laiachi con lo sguardo,  lo
    fa sedere alla destra di Juliette.
    Gli  strumenti  musicali,  alcuni fagotti di tessuti multicolori e tre
    bastoni  ricoperti  di  stoffa  e  decorati  con  dei  cauri   vengono
    consacrati con l'incensiere,  il latte e i datteri che il servitore di
    Juliette distribuir in seguito a tutti i presenti.
    Ahmed attacca  un  brano  e  Laiachi  ripete  pi  o  meno  le  stesse
    operazioni  fatte  ai  polli  dell'altro  ieri:  lava accuratamente le
    zampe,  la bocca e il didietro del caprone,  lo consacra con  il  fumo
    dell'incenso,  passa  la  lama  del suo coltellaccio sopra il fornello
    d'argilla poi,  nel momento preciso in  cui  Ahmed  cambia  pezzo,  lo
    sgozza con un colpo netto.  Il caprone agonizzante fa il giro completo
    della corte e se ne viene a spirare ai piedi di  Bilal.  La  testa  di
    Juliette dondola, la giovane donna la sostiene da sotto gli avambracci
    e  la  guida  verso  il  g'mbri  davanti a cui il vecchio nero sta gi
    danzando,  il coltello insanguinato in mano.  Bilal non percepisce che
    molto  confusamente i movimenti dei danzatori,   troppo assorbito dal
    calore che si  improvvisamente sprigionato in lui e che  lo  folgora.
    La  sua  attenzione    interamente catturata da questo calore e dalle
    direzioni che prende nel  suo  corpo,  l'embrione  di  una  danza  che
    riconosce  subito come la sua danza.  Nello stesso istante capisce che
    d'ora in poi dovr seguirla con molta delicatezza, sia essa violenta o
    dolce,  trasparente o oscura,  lieve o furiosa.  E' la sua amante,  la
    loro  unione  sar presto consumata,  non lo lascer pi,  lo ama,  ha
    molti nomi che i musicisti ripetono,  lui li scoprir ad uno  ad  uno,
    lui  l'ama  da  sempre  e  la musica del g'mbri  l che la guida,  la
    precede,  la segue,  la lascia per ritrovarla e fondersi con  lei.  Le
    onde  di  questo  calore  vanno al ritmo delle karkeba che girano,  si
    allontanano,  si avvicinano,  si interrompono  di  colpo  nel  momento
    preciso in cui il calore se ne va.
    Il d'bigha  finito,  Bilal restituisce la sua tonaca e il suo foulard
    alla giovane donna italiana e contempla il lavoro di Milud  che  fa  a
    pezzi  il  corpo  scuoiato  del  caprone  che qualcuno ha appeso a una
    scala.  In apparenza molto provata,  Madame viene  accompagnata  dalla
    giovane al piano superiore dell'edificio.
    In  un angolo della corte riparato da un magnifico pino marittimo,  il
    servitore di Juliette fa gi cuocere alla griglia  degli  spiedini  di
    fegato, il cuore e i testicoli del caprone. Laiachi cosparge di spezie
    la  carne  arrostita  e la ficca in uno dei piccoli pani preparati con
    Bilal.  Si avvicina al bianco con un'aria compiaciuta,  gli  tende  il
    panino:  "Koul!  Mangia!" Poi gli d una leggera pacca sulla schiena e
    si siede vicino a  lui.  Bilal  prende  la  grossa  mano  callosa  del
    sacerdote e sprofonda il viso nella sua spalla.
    "Bilal!"  Il polacco si ritrae dal grembo di Laiachi che gli mostra il
    pollice levato in cenno di apprezzamento: "M'zien, molto buono". Bilal
    capisce che questa approvazione pu essere indirizzata tanto a lui  in
    particolare  quanto alla maniera in cui si  svolto il sacrificio o al
    fatto che Laiachi ci aveva visto giusto a portarlo da Madame Juliette.
    Il cuore di Bilal  colmo di riconoscenza per questo vecchio uomo  che
    conosce cos bene "les diables marocains". Quasi quasi ne piangerebbe,
    piange.  Abd'nbi che l'osserva dall'altro lato della corte e che ha un
    cuore tenero si unirebbe volentieri a lui.  Peccato che non ci sia  un
    poi di birra per stimolare le sue ghiandole lacrimali!


    LA CERIMONIA.

    Notte.   Le  karkeba  di  Abd'nbi,  Abd'el  Hak  e  Milud  avanzano  e
    indietreggiano in riga davanti ad Ahmed.
    Cinque o sei europei che  Juliette  ha  sbrigativamente  presentato  a
    Bilal  sono  arrivati  nel  pomeriggio.  Compongono  con  alcuni degli
    abitanti del villaggio africano che si sono spostati  per  l'occasione
    un  pubblico caloroso ma un po' ridotto per le dimensioni del cortile.
    I tre musicisti suonano i loro strumenti  tenendoli  a  braccia  tese.
    Portano  il ritmo al suo parossismo,  si fermano di colpo.  I presenti
    manifestano la  loro  soddisfazione  con  il  dono  di  banconote  che
    infilano  sotto i berretti degli ghnaua.  Dall'inizio delle danze,  la
    signora bianca si  ritirata  in  una  stanzetta  che  affaccia  sulla
    corte.  Le  sue offerte ai musicisti le porta per lei la giovane donna
    italiana presente al sacrificio del mattino.
    Dopo  una  munifica  distribuzione  di  benedizioni  i   tre   compari
    riprendono  la loro danza,  questa volta in tondo.  Si affrontano l'un
    l'altro in sequenze di movimenti  fluidi  e  rapidi  o  girando  molto
    veloci  su  se stessi,  alternandosi al centro del cerchio.  Alla fine
    della danza vorticosa,  Abd'nbi e Abd'el Hak  inventano,  a  giudicare
    dalle  reazioni  del pubblico,  dei commenti spassosi sui tipi che gli
    fanno le offerte.
    Naturalmente Bilal non ci capisce un granch,  ma le  canzonature  dei
    danzatori  non sono affatto superflue.  Il sacrificio della mattina ha
    innescato in Bilal una reazione la cui  vibrazione  non  si  attenuer
    fino a che il ciclo della lila non sia concluso, ne  convinto. Bench
    Juliette  non gli abbia detto niente capisce perch la vecchia signora
    si  isolata dalla fine del sacrificio  e  ha  evitato  al  massimo  i
    contatti  con  gli  ospiti.  Prova  anche lui un bisogno fisico di non
    parlare,  come se fosse gravido dell'embrione di danza che si sviluppa
    in  lui  e  ogni parola pronunziata potesse strangolare l'embrione con
    una morsa fredda, mortale.  Gli ghnaua lo sanno e lo chiamano di tanto
    in  tanto durante la loro danza,  gli battono le loro karkeba sotto il
    naso apostrofandolo: "Bilal!  Ghnaui!" E' un po' di calore aggiunto  a
    quello  che  crea  il vortice della musica.  Milud,  quanto a lui,  lo
    gratifica dei suoi immancabili sorrisi materni. E' fatto cos.
    Per tutto questo  tempo,  Laiachi  si    istallato  molto  vicino  ai
    musicisti  e  prepara il t come sua abitudine,  con la differenza che
    oggi il servizio da t di "Madame" con la sua  zuccheriera  e  la  sua
    scatola  d'argento  per  la  menta fresca elevano il tono del rituale.
    Circolano dei bicchieri con il bordo dorato.
    La prima parte della cerimonia  al termine. Su invito di Laiachi, gli
    ospiti si dispongono in piccoli cerchi mentre il domestico di Juliette
    e Mohammed portano il pranzo servito in grandi piatti  dove  attingono
    cinque o sei persone alla volta,  alla maniera araba. Bilal  invitato
    alla "tavola" degli ghnaua.  Laiachi se la prende con  lui:  "Koul  le
    ham!"  e spinge davanti al polacco un grosso pezzo di carne.  Bilal si
    brucia le dita, decide di aspettare che la carne si raffreddi.  Questo
    non  piace  a  Laiachi  che  l'incita  di nuovo: "Koul!  Koul le ham!"
    Abd'nbi insiste e traduce: "Su,  Bilal!  Mangiare la  carne!  Dpche-
    toi!"  Bilal  sbuffa,  obbedisce,  si  brucia  di  nuovo,  si strozza,
    tossisce sotto l'occhio furibondo del vecchio.  A questa  velocit  il
    pranzo  ben presto concluso.
    Bilal  si  avvicina  ai musicisti su invito di Ahmed che gli offre una
    sigaretta. L'atteggiamento degli ghnaua, e soprattutto quello di Ahmed
    che aveva sempre mantenuto una certa distanza nei  suoi  confronti,  
    molto  cambiato.   Sembrano  quasi  pi  vicini  a  lui  che  ai  loro
    connazionali,  lo circondano di piccole attenzioni che dimostrano  una
    benevola  fratellanza,   si  assicurano  che  sia  sistemato  in  modo
    confortevole.
    Un'ultima sigaretta e i musicisti si  alzano.  Milud  ha  portato  due
    grandi tamburi.  Abd'nbi va a posare il g'mbri alla porta della stanza
    in cui si  rifugiata Juliette.  Una mano bianca si impadronisce dello
    strumento.  Laiachi  invita tutti gli uomini a uscire dalla corte.  Si
    raggruppano davanti alla porta del castello.  Ad un cenno di  Laiachi,
    Ahmed e Abd'el Hak fanno risuonare i loro tamburi,  Milud e Abd'nbi li
    accompagnano con le karkeba. Cantano: "Lafoh! Allah moulana!"
    La signora bianca esce dalla casa, accompagnata da tre donne. Juliette
    e la giovane italiana portano su  due  vassoi  i  datteri,  il  latte,
    l'incenso,  un aspersorio e il fornello d'argilla.  Le altre due hanno
    una candela in ciascuna mano.
    Dopo nuove offerte e preghiere per i presenti e i loro familiari dette
    da Laiachi e inframmezzate  dai  sonori  "Amin!"  dei  musicisti,  una
    processione  danzante  preceduta  dalle  donne  che vanno a ritroso si
    forma per rientrare nella casa al ritmo dei tamburi.  Bilal si incolla
    al  tamburo  di Ahmed i cui suoni gravi gli massaggiano il plesso e lo
    lavano di tutto quello che  potrebbe  ancora  essere  d'ostacolo  alla
    trasparenza  a cui tutto il suo essere aspira.  La forma delle danze e
    dei canti che  si  susseguono  al  centro  della  corte  gli    quasi
    indifferente,  non  li  vede da spettatore,   la loro dinamica che lo
    tocca, la loro affinit con la sua, il senso profondo che celano e che
    lui ha la fortuna di poter afferrare direttamente,  senza  mediazione.
    Una  vampata  di esultanza e di gratitudine,  una specie d'orgasmo del
    cuore lo coglie nello stesso tempo che le gambe l'abbandonano. Laiachi
     gi dietro di lui  e  l'aiuta  ad  addossarsi  al  muro.  Del  tutto
    dolcemente, Bilal si lascia scivolare, si siede. I tamburi tacciono.


    IL PASSAGGIO.

    La giovane donna italiana restituisce il g'mbri ad Ahmed che l'accorda
    e chiama i suoi confratelli che stanno facendo una breve pausa.
    Milud  poggia  l'incensiere  ripieno  di  carboni  ardenti  davanti al
    maallem, fa sedere il polacco al suo fianco,  all'estremit della fila
    dei  musicisti.  Bilal  si  ritrova  cos  incastrato tra Laiachi e le
    karkeba di Milud che risuonano  forte  nelle  sue  orecchie.  Il  fumo
    d'incenso  si  diffonde  di  nuovo  nell'aria,  strumenti e fagotti di
    tessuti vi sono consacrati.  All'altro capo della  riga,  Mohammed  si
    tende.  Appena  la  seconda  canzone comincia,  si precipita a quattro
    zampe davanti al g'mbri.  L'emozione che montava in Bilal  si  allenta
    all'improvviso: il vecchio  anche lui di fronte al g'mbri,  in piedi.
    Si piega verso terra e incrocia le mani davanti all'incensiere.  Danza
    lentamente Laiachi, il volto irrigidito in un sorriso sardonico. Tutto
    il  suo corpo  disteso ma emana un'impressione di potenza inaspettata
    in un vecchio di tanta et.  Percuote fortemente il suolo con i  piedi
    mentre  la sua danza si accelera.  Mohammed batte la terra con tutte e
    due le  mani  davanti  ad  Ahmed.  I  suoi  movimenti  sono  a  tratti
    frenetici,  ma  restano  contenuti anche quando comincia a colpirsi il
    petto lanciando delle piccole grida.
    Non  una serata di gala per Bilal, ripiega le ginocchia e vi nasconde
    il viso,  tenta invano di resistere alla tensione che sale in  lui  al
    ritmo della musica. Milud lascia un secondo le karkeba, rovista in uno
    dei  fagotti  di tessuti e ne tira fuori un grande foulard bianco.  Lo
    posa sulla testa del polacco, gli fa inalare l'incenso. Nascosto sotto
    il tessuto, Bilal distende le gambe.  La danza del vecchio si accelera
    ancora, mentre i suoi passi fanno tremare la terra e lui incita con la
    voce  e  con  il  gesto  i musicisti a suonare e a cantare con maggior
    convinzione.  Al suo fianco,  Mohammed che si  finalmente  alzato  in
    piedi  acquista pi leggerezza man mano che la musica avanza.  Laiachi
    si interrompe,  incrocia le mani dietro le  spalle.  La  musica  si  
    fermata contemporaneamente a lui per riprendere subito.  Milud si alza
    e,  situatosi con la schiena contro quella del sacerdote,  gli  depone
    nelle mani incrociate il coltellaccio utilizzato qualche ora prima per
    sgozzare il caprone.
    Il  vecchio  si  avvicina ai musicisti che suonano e cantano pi forte
    accelerando gradatamente  il  ritmo.  Il  sorriso  di  Laiachi    pi
    sardonico  che mai,  si taglia la gola poi la lingua,  le braccia e le
    gambe,  senza ferirsi.  La danza del coltello non sembra impressionare
    oltre  misura  gli  astanti,  neppure  quando  il  vecchio agguanta il
    braccio di Mohammed e lo taglia con vigore.  Un giovane del  villaggio
    africano  si    avvicinato  a  Bilal e gli bisbiglia: "E' il coltello
    vero,  sai.  Non fa imbrogli.  Al Marocco ce ne sono che bevono  acqua
    bollente cos.  E' vero,  l'ho visto". Malgrado tutto quello che Bilal
    ha vissuto dal mattino,  le parole del giovane lo lasciano  perplesso.
    Anche  se  ha  dimenticato  il  suo  nome,   la  sua  educazione  allo
    scetticismo non  sparita: "Deve esserci un trucco, andiamo!"
    Forse,  ma in quel momento preciso il vecchio si dirige verso di lui e
    lo  tira  davanti al g'mbri per manovrare con il filo del coltello sul
    suo avambraccio,  senza che una  goccia  di  sangue  sia  versata.  Il
    vecchio  riprende  da  solo  la  sua danza mentre Bilal,  imbarazzato,
    ritorna al suo posto.  Laiachi ferma alla fine i musicisti posando  la
    punta del coltello a terra. Ahmed inizia un altro canto.
    Bilal,  a  disagio  per  il  suo  ruolo  involontario  nell'esibizione
    precedente,  tenta di rispondere ai  sorrisi  di  connivenza  del  suo
    vicino  quando  un  grido lo fa sussultare: la signora bianca  uscita
    dalla stanzetta per precipitarsi davanti al maallem.  Bilal fa  appena
    in  tempo a riconoscerla sotto i veli multicolori che la coprono dalla
    testa ai piedi che il viso gli  si  contrae  dolorosamente.  Geme,  si
    dirige a occhi chiusi verso il g'mbri, piegato in due. Le gambe non lo
    reggono  pi,  si accartoccia sul pavimento.  Una mano nera sparge una
    generosa presa di incenso sul braciere.  Bilal si tira  su  mentre  il
    fumo si dissipa.
    Intorno  a  lui  delle  donne,  molte  donne dell'altro continente che
    danzano nella corte di un gran palazzo di terra rossa mezzo  rovinato.
    Hanno  il  corpo e la testa coperti da abiti e foulard fatti con pezzi
    di stoffe di vari colori. Una giovane premurosa aiuta Bilal a infilare
    una lunga tonaca simile a quella degli altri  mentre  lui  comincia  a
    danzare.
    I  musicisti che sono ora pi numerosi portano magnifiche djellabah di
    satin dalle tinte accese. Ahmed ha una veste bianca di satin ricamato,
    un turbante dorato gli conferisce  la  bellezza  di  un  principe  del
    deserto.  La partecipazione  numerosa,  soprattutto di donne di tutte
    le et.
    In maggioranza sono meticce di neri e berberi.  Le pi  vecchie  hanno
    tatuaggi  blu  tracciati  sulla fronte e sul mento dei loro visi dalle
    rughe profonde e dalla bocca spesso sdentata, segnati dalla povert di
    una vita dura vicina agli elementi. Alcune sono guerce. I loro sguardi
    e i loro corpi hanno tuttavia la serenit e  la  vivacit  di  chi  ha
    vissuto  da  sempre  in  seno  ad  una  di quelle rare comunit in cui
    ciascuno ha il suo posto e il suo ruolo  all'interno  di  una  visione
    stabile  del  mondo  e  dei  suoi  misteri.  Le pi giovani esibiscono
    qualche  dente  dorato.  Indossano  abiti  e  foulard  sgargianti  che
    nascondono   folti   capelli  tinti  all'henn.   Un  trucco  discreto
    sottolinea la bellezza di alcune raffinate. Qualche bambino dormicchia
    al seno o sulla schiena della madre.
    Gli occhi socchiusi,  Bilal e le danzatrici battono i piedi di  fronte
    ai  musicisti  che intonano un canto gioioso per il genio multicolore:
    "Bu Derballah!" Uno di essi,  un vegliardo sdentato dal sorriso  beato
    che batte con vigore le sue karkeba, sembra seguire pi in particolare
    Bilal. Una donna di corporatura alta, imponente tanto per le sue curve
    che per l'autorit che si sprigiona dalla sua danza, porta due cinture
    incrociate a bandoliera sul petto. Le strisce di stoffa sono ornate di
    disegni geometrici composti da perline colorate e cauri bianchi,  come
    quelli che Bilal aveva "comprato" subito dopo il suo incidente.  Sulla
    spalla  della  donna,  un  lungo  bastone  ricoperto di un tessuto con
    l'ordito di fili argentati da cui pende una  borsa  in  patchwork.  Il
    velo  che  nasconde la sua faccia lascia per un momento intravedere un
    sorriso contratto dallo sguardo assente. Ahmed che l'osserva di sbieco
    non perde di vista neppure per un istante la sua  danza.  I  movimenti
    della donna sembrano guidati dal bastone in una corrente fluida, quasi
    aerea,  di  tripudio.  La  donna  pesca  nella borsa e distribuisce in
    circolo pezzetti di un dolce all'anice.
    Buona parte dei presenti le d in cambio monete che  lei  depone  alla
    fine  della  sua  distribuzione  davanti ad Ahmed.  Sparisce dal campo
    visivo di Bilal, la musica si ferma.
    Un altro canto inizia.  Bilal rimane diritto,  immobile in mezzo  alle
    danzatrici che hanno subito ripreso il ritmo.  Altre,  cadute a terra,
    vengono portate via semincoscienti.  Se ne occupano le donne che  sono
    sedute  lungo i muri della corte: danno loro da inspirare dell'incenso
    o le fanno bere da un aspersorio con il becco lungo.  Poco a poco,  si
    riprendono  nelle braccia delle loro compagne.  Bilal,  trasformato in
    una statua di sale,   scaraventato di lato da una giovane ben tornita
    che  dopo  un  volo si ritrova stesa a terra davanti ai musicisti.  Un
    brivido rianima il polacco e mentre la donna    presa  da  una  danza
    frenetica  e  fluida  che  la  fa  allontanare  e avvicinare al g'mbri
    inalberando un'aria guerriera,  Laiachi si avvicina a lui e lo  prende
    per  mano.  Danzano  un  momento insieme,  mano nella mano,  poi Bilal
    abbassa la testa e afferra i lembi del foulard  che  gli    scivolato
    sulle spalle.  Aggrappato alla stoffa, sostenuto dal ritmo denso delle
    karkeba, segue le variazioni vertiginose del g'mbri che dalla terra al
    cielo conduce la sua danza fino alla fine del brano.
    La florida giovane frenetica stende le braccia in avanti e  subito  le
    karkeba  tacciono.  Bilal  e gli altri danzatori seguono ora il g'mbri
    che suona da solo.  La vibrazione della mano di ferro infilata in cima
    al  manico  dello  strumento  risuona  nel  grande spazio della corte.
    L'assemblea  silenziosa,  tesa verso il gioco complesso che si svolge
    tra la giovane e il g'mbri. La posseduta geme. Il soffio dei danzatori
    si  distingue  netto  tra  le  note.  La donna comincia a girare su se
    stessa,  due assistenti accorrono ma lei  riprende  la  sua  danza  di
    fronte  al  maallem.  Gira di nuovo.  Il filo che la teneva sospesa si
    disfa con le ultime note che il musicista sgrana. Crolla nelle braccia
    delle assistenti con un grido breve: "Allah!" Nel medesimo istante, le
    gambe di Bilal lo mollano,  ma mentre viene trasportata la posseduta e
    alcune altre danzatrici che sono cadute a terra, Laiachi fa cenno alle
    assistenti  di  lasciar  stare  il  polacco.  Queste  si danno da fare
    attorno alle donne che sono rimaste in piedi sull'area riservata  alla
    danza.  Sostituiscono  i  veli  multicolori  con veli neri.  Una delle
    possedute ha le guance bagnate di lacrime.  Il  suo  volto    tirato,
    patetico.  Guarda  con  un'espressione  di  sofferenza condivisa Bilal
    disteso ai suoi piedi.  Ma il  polacco  sembra  sereno:  ammira  forse
    l'immenso cielo stellato della notte africana.
    I  musicisti attaccano un nuovo pezzo.  La donna che aveva distribuito
    il dolce d'anice esce da una stanza angusta il cui interno   nascosto
    agli sguardi estranei da una tenda di tessuto verde rammendato. Adesso
     interamente abbigliata di nero. Bilal si tira su con l'intenzione di
    andare a sedersi ma i suoi piedi sono inchiodati al suolo,   incapace
    di muoversi. Anche se non comprende ci che gli sta succedendo, rimane
    stranamente calmo,  come se si trattasse della cosa pi  naturale  del
    mondo. Percepisce distintamente tutto quello che avviene intorno a lui
    bench  abbia  l'espressione  distante,  lo sguardo abbassato a terra,
    come una fanciulla timida a cui stanno presentando l'uomo che  ama  in
    segreto da anni. La sacerdotessa danza di nuovo di fronte ai musicisti
    che invocano il genio che porta la luce,  Sidi Mimun. Laiachi le tende
    due torce fatte con diverse candele che lei si  passa  a  lungo  sulla
    faccia e sulle braccia,  totalmente abbandonata.  La danza si conclude
    con una nuova questua e con il dono delle candele a due donne  che  le
    reclamano  con  insistenza.  Terminate  le  offerte,  la  sacerdotessa
    sostenuta dalle assistenti se ne ritorna nella stanzetta  da  cui  era
    uscita all'inizio del canto.
    La  musica  cambia  ancora  e Bilal,  spinto da Laiachi che  in piena
    forma, si rimette in movimento. I due uomini danzeranno tutta la notte
    fianco a fianco mentre i  foulard  e  le  vesti  cambiano  di  colore:
    azzurro,  rosso,  di nuovo bianco, verde e nero. Le donne si succedono
    sull'area  della  danza.   Ogni  nuovo  colore     introdotto   dalla
    sacerdotessa che ogni volta si cambia completamente. Far la danza con
    i coltelli,  poi di nuovo con il fuoco delle due fiaccole. A parecchie
    riprese Bilal  coinvolto in figure collettive:  vestito  di  azzurro,
    gira cos in cerchio intorno a una ciotola d'acqua che la sacerdotessa
    si  poggia  in  seguito  sulla testa.  La scodella non cade a terra ma
    l'acqua che ne trabocca  le  bagna  abbondantemente  il  viso  gi  in
    lacrime.  I  movimenti delle donne nel corso di questa danza ricordano
    l'azione del remare poi quella di un nuotatore.
    Quando i musicisti chiamano  di  nuovo  il  colore  nero,  la  giovane
    premurosa  poggia  a  terra  un  vassoio  di vimini che contiene della
    farina scura.  Laiachi trascina Bilal in una danza in tondo attorno al
    vassoio  dopo  che  uno  dei  musicisti ha mimato,  di concerto con la
    sacerdotessa, una lotta animale per appropriarsi della farina.  Al suo
    turno dopo gli altri danzatori,  Bilal si abbassa verso il vassoio per
    prendervi con la bocca un poi di farina.
    Il viso macchiato di polvere, si dirige in fretta verso il g'mbri.  La
    sua danza diviene molto pi intensa.  Con un gesto cos rapido che gli
    ghnaua non hanno il tempo di reagire,  pesca in una delle scatole  del
    vassoio  posto  davanti ad Ahmed la polvere dell'incenso specifico del
    colore  nero  e  la  sparge  sul  braciere.  Narici  dilatate,  annusa
    avidamente  il  fumo  dai  sentori di terra di bosco bagnata.  Bilal 
    nella sua foresta, un temporale vi si  scatenato,  ringhia,  ha occhi
    di  fuoco,  lo  stordimento e la debolezza iniziali sono scomparsi per
    lasciare spazio a una visione larga dove si contempla e  stupisce  lui
    stesso della forza animale dell'alleato che lo abita. Non si ferma pi
    perch i brani si succedono senza la minima pausa. Laiachi si  seduto
    e  ride  di  soddisfazione  allo  spettacolo  del bianco che si lascia
    trasportare dalla musica degli schiavi.  Gli ululati  delle  donne  si
    alzano,  la  musica  accelera  un'ultima  volta e lascia infine cadere
    Bilal che la giovane premurosa,  aiutata da un tipo tutto dinoccolato,
    trasporta  nella zona degli uomini dove alcuni sconosciuti lo prendono
    tra le braccia, abbandonato e fiducioso. Bilal si assopisce.
    L'alba sorge nella  corte  del  palazzo.  Una  giovane  donna  ridente
    vestita di satin giallo fa il giro dei presenti distribuendo caramelle
    e  pezzi  di  zucchero.  Ne  depone  due nella mano di Bilal che dorme
    ancora, lo scuote gentilmente, gli tende la mano,  reclama qualcosa in
    cambio delle caramelle.  Mezzo addormentato, lui fruga nelle tasche ma
    non ci trova che la manciata di cauri comprati da Bilal  il  nero.  La
    giovane scoppia a ridere e afferra svelta le conchiglie. Bilal allunga
    le mani per protestare, si ravvede subito: ha riconosciuto la giovane.
    Appartiene  senza  ombra  di  dubbio  alla stessa famiglia di Bilal il
    nero,  un'antica famiglia africana i cui membri si  trasmettono  delle
    conchiglie  bianche  attraverso gli schiavi che danzano...  La ragazza
    continua a ridere dall'altro lato della corte,  gli strizza  l'occhio.
    Lo  sguardo  di  Bilal    trasparente,  si  riaddormenta serenamente.
    Intorno a lui,  tutti si alzano per una gioiosa  danza  collettiva.  I
    visi  sono luminosi,  lavati dalla lunga notte africana.  Al di l dei
    muri merlati  e  delle  palme,  si  scorgono  lontane  delle  montagne
    innevate. La cerimonia  terminata. Silenzio.


    RITORNO.

    E'  sorta  l'alba nella corte del castello.  La giovane donna italiana
    sveglia Bilal che si  assopito a ridosso  di  un  muro  del  cortile.
    Nessuna traccia degli avvenimenti della notte.
    La  giovane risponde allo sguardo interrogativo di Bilal: "Juliette ti
    prega di scusarla ma  dovuta partire in gran fretta. Anche gli ghnaua
    perch la raccolta dei  pomodori    finita  e  il  loro  permesso  di
    soggiorno scade oggi... Io aspettavo che ti svegliassi per chiudere il
    castello".
    Bilal  si avvia verso il cancello,  ancora un poi stordito.  Nella sua
    mano,  le caramelle fanno un lieve rumore  di  carta  spiegazzata.  Le
    osserva meravigliato.
    Di  fronte  al  cancello,  una cabina telefonica nuova di zecca sembra
    aspettarlo.
    "Bilal!"
    L'italiana raggiunge il  polacco,  gli  porge  un  foglio  piegato  in
    quattro.
    "Juliette mi ha incaricato di darti questo indirizzo.  E poi...  mi ha
    anche pregata di chiederti il tuo nome".
    "Il mio nome?... Stanislaw, perch?"
    La giovane gli sorride.
    "Vedi, Laiachi conosce bene i diavoli marocchini".
    E di punto in bianco gli si butta al collo.
    "Allora, arrivederci, Stanislaw".
    Lui le restituisce l'abbraccio caloroso e scopre di colpo qualcosa che
    non aveva ancora notato:  proprio una bella ragazza.
    Gradevolmente turbato,  Stanislaw attraversa la  strada,  entra  nella
    cabina telefonica.
    Al villaggio africano, oggi, non ci sar mercato degli schiavi.


    EPILOGO.

    Una  stretta  strada  marocchina  bordata  di eucalipti attraversa una
    pianura immensa.  In lontananza si  scorgono  montagne  innevate.  Una
    corriera sgangherata che fila: dentro, c' festa. Una buona ventina di
    ragazze sovraeccitate suonano piccoli tamburi di terracotta, cantano a
    squarciagola  battendo  le  mani.  Un  adolescente vestito all'europea
    balla nel  corridoio  centrale.  Tenta  invano  di  invitare  uno  dei
    passeggeri  che  batte anch'egli le mani a danzare con lui.  E' Bilal,
    raggiante. Una ragazza si volge verso di lui trattenendo una risata:
    "Non vi piace ballare,  misieur?  Venite per la festa?   Sapete,  qui,
    tutti vengono per ballare".
    Questo eccita ancora di pi le sue compagne:
    "S!  S!  a lei gli piace molto ballare con gli ghnaua!  Cos!" E una
    impertinente mima la danza di possessione  dell'altra,  occhi  chiusi,
    testa  dondolante  tra  le mani.  L'altra si arrabbia tutta rossa e la
    prende a gomitate. Met dell'autobus si sbellica dal ridere.
    La vettura arriva in un villaggio di terra  rossa,  capolinea.  Alcuni
    operai  stanno  montando  delle  attrazioni  da  fiera  su  un  grande
    terrapieno  polveroso.   Un  altoparlante  scassato  urla  una  musica
    berbera. La giovinetta dell'autobus a cui "piace molto ballare con gli
    ghnaua"  chiama un ragazzino,  gli spiega qualche cosa.  Tenendo Bilal
    per mano,  il ragazzino l'accompagna fino a una  stradina  terrosa  in
    pendenza  bordata da case di argilla.  Sulla soglia della porta di una
    delle  case  che  affacciano  sul  vicolo,     accoccolato   Laiachi,
    sfaccendato.  Scorge Bilal, lo riconosce, si tira su. La sua faccia si
    illumina.
    Spalanca le braccia,  un po' teatrale.  I due uomini si abbracciano  a
    lungo.
    Gli  occhi  umidi,  Laiachi  parla  dolcemente a Bilal che tira su col
    naso: "Kolshi kein, tutti i ghnaua", ed enumera sulle dita, piegandole
    una dopo l'altra.
    "Ahmed kein,  Abd'el Hak kein,  Abd'nbi  kein,  Milud  kein...  Madame
    Juliette kein, kolshi... Drough Bilal kein..."
    Ci ripensa, chiede maliziosamente al polacco:
    "No Bilal... Asmou? Come chiami?"
    Bilal  ride  di  gusto,   l'abbraccia  e  gli  sussurra  all'orecchio:
    "Stanislaw, Stascek".
    Laiachi prende amorevolmente Stanislaw sotto il braccio, lo fa entrare
    nella casa.  Il ragazzino resta solo,  addossato al muro che chiude il
    vicolo.  Guarda  verso  la  cima  della stradina,  ascolta.  Non molto
    lontano, dei tamburi rimbombano. Arrivano ondate di suoni,  portate da
    un  vento  che  solleva  mulinelli  di  polvere:  ululati di donne che
    salutano  l'arrivo  di  Bilal,  voci  d'uomini  commossi  che  ridono:
    "Bilal!",  grida  dei  galli,  brandelli  di musica.  Una donna chiama
    dall'interno della casa, gioiosa: "Bouj'maa!" Il ragazzino rientra.

    Il vicolo  deserto, silenzioso. Il vento leggero che passa. La pace.


    BENVENUTI.
    (note dell'Autore).

    Tutto  iniziato nella foresta polacca dove frequentavo un vecchio che
    si era interessato  fin  dalla  sua  pi  giovane  et  alle  pratiche
    spirituali  di  mezzo  mondo,  e pi in particolare a quelle di alcune
    tradizioni africane.  Cercava da anni un punto  di  passaggio  tra  la
    nostra  tradizione  europea  e  ci  che  aveva  osservato  sui cinque
    continenti con un'acutezza e uno spirito di sintesi  unici.  A  questo
    scopo radunava regolarmente attorno a s dei piccoli gruppi di giovani
    spesso  spericolati  ma fermamente decisi ad andare fino in fondo alle
    avventure che egli proponeva.  Feci parte di  uno  di  questi  gruppi.
    Notando  il  mio legame quasi maniacale con il tamburo,  mi indic una
    strada per scoprirvi alcuni segreti.  Seguendo  i  suoi  consigli,  mi
    esercitai di comune accordo con due compagni a ripetere per pi di sei
    mesi  lo  stesso  ritmo,  a  volte per otto ore al giorno.  Il vecchio
    polacco ci aveva garantito che questa tortura ci avrebbe  permesso  di
    sentire  i  nostri  strumenti  cantare per fino all'ultimo giorno del
    nostro soggiorno nella foresta  non  avevamo  ancora  sentito  nessuna
    delle voci promesse.
    Il momento di separarci era arrivato, decidemmo di suonare assieme per
    l'ultima  volta  nel  fienile che avevamo ripulito per farne la nostra
    sala di musica. Quella notte i tamburi cantarono talmente forte che il
    fienile e la casa adiacente tremarono: il vecchio si era  meritato  la
    nostra fiducia.
    Alcuni mesi dopo,  capitai da un'amica ad Avignone,  dopo una notte di
    viaggio e di libagioni esagerate. Febbricitante, mi misi a frugare tra
    i suoi dischi e trovai un album intitolato: "I  posseduti  di  Allah".
    Posai il disco sul piatto e scoprii con meraviglia che quell'album dal
    titolo spregevole conteneva un tesoro: un pezzo breve e mal registrato
    di una musica dell'altra parte del Mediterraneo che, secondo le scarse
    spiegazioni  della  copertina,  si  suonava  soltanto  di  notte ed in
    circostanze particolari. La funzione della musica era,  sempre secondo
    la copertina, sia curativa che mistica.
    Immediatamente  intuii che dovevo conoscere la gente che faceva questa
    musica perch da loro avrei capito molto di pi sui segreti di cui  il
    vecchio polacco mi aveva parlato. Presi nota dell'indirizzo della casa
    discografica  e  del nome della persona che aveva registrato il disco.
    Tornato  alcuni  mesi  dopo   a   Parigi,   telefonai   alla   societ
    discografica.  Una segretaria sgarbata mi rispose che la societ aveva
    pi volte cambiato sede da  quando  quel  disco  era  stato  messo  in
    commercio  e  che  non poteva aiutarmi in alcun modo a reperire l'uomo
    che cercavo.
    C'era come un fragore  di  ineluttabilit  negli  avvenimenti  che  si
    stavano succedendo. A me apparve fin dall'inizio tutto naturale, anche
    se stranamente luminoso ma non faccio testo, sono uno schiavo.
    Per  fortuna,  il tipo che cercavo aveva un cognome molto inconsueto e
    nell'elenco telefonico di Parigi  si  trovava  un  solo  abbonato  con
    questo  nome.   Composi  il  numero.  Una  donna  mi  rispose  un  po'
    imbarazzata che la persona che cercavo si era trasferita  in  un'altra
    casa  di cui mi diede il numero telefonico.  Era la sua ex-moglie e si
    erano appena separati. Chiamai Daniel,  questo il nome dell'uomo,  che
    accett  volentieri di ricevermi.  Mi disse che non si occupava pi di
    queste cose, che quella musica l'aveva incisa una decina di anni prima
    su un registratore malandato.  Il nastro era diventato disco per  puro
    caso.  Dopo  avermi  studiato  per un po' si decise finalmente a darmi
    l'indirizzo  ed  il  telefono  della  vecchia  signora  che  lo  aveva
    introdotto a questa musica della notte, la musica degli schiavi.
    Il  giorno  successivo,  la signora mi ricevette ben volentieri a casa
    sua,  un appartamento in una delle zone pi "chic" di  Parigi,  quella
    della  Porte  d'Auteuil.  Parlammo  parecchio,  tentai di spiegarle il
    lavoro che avevo cominciato nella foresta polacca,  ma il  riserbo  al
    quale ero tenuto per rispetto nei confronti del vecchio e il fatto che
    ero  soltanto  all'inizio  di  un'esperienza  che proseguo ancora oggi
    rendevano il mio discorso alquanto astruso.
    Da parte sua,  la signora mi raccont una storia dal senso fin  troppo
    chiaro. Era arrivata una trentina di anni prima nella citt rossa dove
    operano  i  musicisti  della  confraternita degli schiavi di cui avevo
    sentito la musica.  All'epoca c'era solo un albergo in  citt,  quello
    della "Compagnie des Transports Nationaux".  Vi rimase un mese o due e
    fece il giro di tutti i  musicisti  e  sacerdoti  della  confraternita
    finch arriv a casa di Payuch,  un vecchio prete col quale simpatizz
    subito.  Una lunga amicizia cominci tra loro,  un rapporto  che  dur
    fino alla morte di Payuch.
    La signora voleva sapere molte cose sul sistema segreto che sorreggeva
    le   cerimonie   e   le   manifestazioni   rituali  dei  membri  della
    confraternita, gli ghnaua. Dopo il primo viaggio, torn numerose volte
    e venne il momento in cui il vecchio non pot pi confidarsi  con  lei
    senza  infrangere  le  regole  di  segretezza della confraternita.  Le
    chiese allora di tornare il giorno seguente con due polli, rossi.
    Lei non fece ulteriori domande,  compr due polli al mercato e si rec
    nel  pomeriggio  a  casa  del vecchio.  Aveva capito che Payuch voleva
    consultare gli spiriti sull'opportunit o meno di continuare a parlare
    con lei.
    Mentre Payuch preparava i polli  con  il  lavaggio  e  le  fumigazioni
    d'incenso  rituali,  la  signora  per  poter  scattare alcune foto del
    cortile interno della casa pos il suo taccuino  sopra  un  ceppo  che
    serviva a tagliare la carne. Nel frattempo, il vecchio aveva terminato
    la preparazione dei polli e stava sgozzando il primo. Bisogna dire che
    il  vecchio  era  sempre  molto  attento al modo nel quale gli animali
    sacrificati morivano, e a quel che facevano prima di spirare.
    Il pollo sgozzato,  la testa mezza  staccata,  attravers  volando  il
    cortile,  entr nella casa, o meglio, nell'unica stanza della famiglia
    e passando sopra una tenda che  nascondeva  agli  occhi  estranei  gli
    altari  della  moglie  di  Payuch,  anch'essa sacerdotessa e veggente,
    entr nel luogo riparato per poi uscirne e dirigersi verso  il  ceppo,
    far cadere il taccuino per finalmente morire sotto il taccuino che gli
    era caduto sopra.
    Da  quel  giorno  Payuch  non  smise  pi  di  rispondere alle domande
    inquisitorie della signora.
    Tre settimane dopo il mio incontro con la  signora  bianca,  assistevo
    alla  mia  prima  cerimonia  nella  citt rossa,  da solo.  La vecchia
    "madame" non aveva potuto o voluto venirvi.  Mi  ricordo  dell'entrata
    dei  tamburi  nella  casa  del quartiere dei macellai e del denso fumo
    d'incenso che accompagnava i musicisti e un  coro  di  vergini  mentre
    attraversavano,  camminando  all'indietro,  il budello che separava il
    cortile interno dalla strada.
    Mi ricordo,  poi,  di un giovane militare  in  uniforme  che  sembrava
    sbarcato  l  per caso.  Lo vedevo bene,  perch ero seduto accanto ai
    musicisti,  e come loro avevo una visuale ampia del cortile e di tutti
    i  partecipanti  alla  seduta.  Il  soldato si teneva dritto sulla sua
    sedia, di fronte a noi,  e maneggiava nervosamente il suo berretto.  I
    musicisti  cambiarono  improvvisamente  ritmo  e melodia.  Altrettanto
    improvvisamente,  il giovane soldato cadde in avanti dalla sua  sedia,
    rotol  due volte su se stesso per finire a faccia in gi davanti allo
    strumento del maestro.  Il tutto avvenne con  grande  dolcezza.  Piano
    piano,  con l'andamento vigoroso della musica, si rialz. La sua danza
    crebbe fino a  raggiungere  la  leggerezza  del  volo  per  finalmente
    lasciarlo disteso,  abbandonato nelle braccia delle solerti assistenti
    che si occupavano dei posseduti.  Lo riportarono al suo posto.  Rimase
    un  attimo  immobile,  piegato  in  due,  la  faccia  nascosta  tra le
    ginocchia.  Poi si raddrizz,  frug nelle sue tasche,  vi  prese  una
    banconota,  si diresse verso il maestro, fece col biglietto due cerchi
    sopra la testa del musicista e glielo infil nel turbante  dorato.  Si
    allontan verso la porta e,  rimessosi il berretto in testa, salut il
    figlio della padrona  di  casa  che  stava  ballando,  visitata  dagli
    spiriti, e se ne and.
    Pi  avanti  nella notte,  una giovane ragazza nera,  florida,  arriv
    ballando vicinissimo a me.  Le avevano coperto il  capo  con  un  velo
    azzurro.  La  qualit dei suoi movimenti e l'abbandono del suo viso mi
    fecero riconoscere una fratellanza, mi fecero riconoscere la mia casa.
    Tranquillamente mi misi, come lei,  a piangere,  un po' a disagio: non
    conoscevo  nessuno.  Il  musicista  seduto  accanto  a me mi chiese se
    volevo anche io un velo per coprirmi la faccia.  Gli feci cenno di no.
    Caddi testa in avanti. Il mio cuore batteva forte, la mia respirazione
    era  attenta,  calma,  l'aria  pi luminosa,  trasparente e densa allo
    stesso tempo.  Era da tempo che li cercavo,  li avevo  trovati.  E  mi
    piacevano.

    Numerosi viaggi seguirono quel mio primo incontro con gli ghnaua.  Uno
    dei frutti di questa frequentazione  una raccolta di  fotografie,  un
    altro, "La Storia di Bilal". Tanti altri frutti non sono racchiudibili
    in un libro,  sono nel mio tamburo, nelle mie mani, nel mio corpo, nel
    tessuto caldo di amicizie che ho trovato l,  nel fatto che vivo ormai
    a  cavallo  di due mondi,  quello della confraternita e quello nostro,
    europeo.

    Allora, benvenuti, cari amici lettori, benvenuti e saluti agli spiriti
    dell'alchimia ghnaui: Mulay Abdallah Ben Hussein, Mulay Brahim,  Mulay
    Abd  El  Kader  El  Jilani,  El  Rumami,  Sidi Mussa,  Sidi Mimun,  Bu
    Derballah,  Sidi Hammu,  Lala Mira.  A tutti i colori di tutti i punti
    cardinali,  a  tutti  i  santi morti: benvenuti e saluti.  E un grande
    inchino-saluto a Sidn Bilal,  santo patrono degli  schiavi  come  me.
    Benvenuti.

