"STORIE FIORENTINE"
"DAL 1378 AL 1509"
(Francesco Guicciardini)

Parte prima.


I
SOMMARIO DELLA STORIA FIORENTINA
DAL TUMULTO DEI CIOMPI
ALLA MORTE Dl COSIMO IL VECCHIO (ANNI 1378-1464).

Nel 1378 sendo gonfaloniere di giustizia Luigi di messer Piero Guicciardini
successe la novit de' Ciompi, di che furno autori gli otto della guerra, e'
quali per essere stati raffermati pi volte in magistrato, s'avevano recata
adosso grande invidia e grande contradizione da' cittadini potenti, e per
questo si erano rivolti a' favori della moltitudine; e per procurorono questo
tumulto, non perch e' Ciompi avessino a essere signori della citt ma acci
che col mezzo di quegli, sbattuti e' potenti ed inimici sua loro rimanessino
padroni del governo. Il che fu per non riuscire perch e' Ciompi, preso lo
stato e creato e' magistrati a loro modo e non a arbitrio degli otto, volevano
potere tumultuare ogni d la citt, e non arebbono gli otto potuto ritenergli;
se non che Michele di Lando' uno de' Ciompi ed allora gonfaloniere di
giustizia, vedendo che questi modi partorivano una inevitabile ruina della
citt, accordatosi cogli otto e cogli aderenti loro, fu cagione di trre lo
stato a' Ciompi; e cos el bene e la salute della citt nacque di luogo che
nessuno l'arebbe mai stimato. Rimase el governo pi tosto in uomini plebei e
nella moltitudine che in nobili, e fecionsene capi messer Giorgio Scali e
messer Tommaso Strozzi e' quali con questo favore popolare governorono tre
anni la citt, e feciono in quel tempo molte cose brutte e massime quando
senza alcuna colpa, ma solo per levarsi dinanzi gli avversari loro, tagliorono
el capo a Piero di Filippo degli Albizzi che soleva essere el pi riputato
cittadino di Firenze, a messer Donato Barbadori ed a molti altri innocenti; ed
in ultimo, come  usanza, non potendo essere pi soportati, ed abandonati dal
popolo, a messer Giorgio fu tagliato el capo; messer Tommaso camp la vita col
fuggirsi ed ebbe bando in perpetuo lui e suoi discendenti e messer Benedetto
degli Alberti, che era uno de' primi aderenti loro, fu confinato,
Ebbe la citt in quegli tempi pi volte molti tumulti, e finalmente con uno
parlamento si ferm lo stato nel 93, sendo gonfaloniere di giustizia messer
Maso degli Albizzi, el quale in vendetta di Piero suo zio, cacci di Firenze
quasi tutti gli Alberti, e rimase el governo in mano di uomini da bene e savi,
e con grandissima unione e sicurt si continu insino presso al 1420; e non fa
maraviglia, perch gli uomini erano tanti stracchi delle turbulenzie passate,
che abattendosi a uno vivere ordinato, tutti volentieri si riposorono. E
veramente in quegli tempi si dimostr quanta fussi la potenzia della citt
nostra quando era unita, perch soportorono dodici anni la guerra di Giovan
Galeazzo con spesa infinita e di eserciti italiani ed esterni, che feciono
passare in Italia in diverse volte uno duca di Baviera, uno conte di
Ormignacca con quindicimila cavalli, uno imperadore Ruberto; ed a pena sendo
usciti di questa guerra, credendosi che la citt fussi esausta e per carestia
di danari per riposarsi qualche tempo, feciono la impresa di Pisa, nella
quale, e nella compera e nella espugnazione, spesono una somma infinita di
danari. Ebbono di poi la guerra con Ladislao re di Napoli e difesonsi
francamente anzi ne acquistorono Cortona, in ricompenso per di buona somma di
danari; comperorono Castrocaro, e finalmente ebbono tanti successi, e nella
citt che si conserv libera, unita e governata da uomini da bene e buoni e
valenti, e fuora, che si difesono da inimici potentissimi ed ampliorono assai
lo imperio, che meritamente si dice che quello  stato el pi savio, el pi
glorioso, el pi felice governo che mai per alcuno tempo abbi avuto la citt
nostra.
Dal 1420 poi al 1434 venne la guerra del duca Filippo, e la divisione della
citt in due parte, d'una di quale era a capo Niccol da Uzzano, uomo riputato
molto savio ed amatore della libert, dell'altra Giovanni di Bicci de' Medici
e di poi Cosimo suo figliuolo e finalmente doppo molte contese ed agitazione,
partorirono nel 1433 che sendo gonfaloniere di giustizia, di settembre,
Bernardo Guadagni, la parte di Niccol da Uzzano, el quale era gi morto,
avendo una signoria a suo proposito, fece sostenere in palagio Cosimo de'
Medici e di poi lo confin insieme con Lorenzo suo fratello ed Averardo suo
cugino, a Vinegia; ed in capo di pochi mesi eziandio fu preso messer Agnolo
Acciaiuoli, ebbe della fune e fu confinato in Grecia.
Cacciato Cosimo, rimasono capi del governo messer Rinaldo degli Albizzi,
Niccol Barbadori, Peruzzi, Bischeri, Guadagni, Castellani, Strozzi ed altri
simili, ma poco lo seppono tenere, perch el settembre seguente che fu in capo
dello anno la signoria che ne fu gonfaloniere Niccol Cocchi, non per sanza
grande tumulto e pericolo rispetto a quella parte che prese le arme, fece
parlamento e rimesse Cosimo e cacci e' capi della parte avversa. E perch
l'una e l'altra rivoluzione, cio del 33 e del 34, fu fatta dalla signoria che
entra di settembre e che si era tratta el d di san Giovanni dicollato, per
fu ordinato che per lo avenire la signoria non si traessi pi in tal d, ma el
d dinanzi, e cos si  sempre osservato, eccetto pochi anni a tempo di fra
Girolamo. Furono potissima cagione di questa ritornata di Cosimo, Neri di Gino
Capponi, Piero di messer Luigi Guicciardini, Luca di messer Maso degli Albizzi
ed Alamanno di messer Iacopo Salviati, ma massime vi si operorono Neri e
Piero.
Tornato Cosimo e fatto capo del governo e fatta fare una Bala di cittadini,
per sicurt dello stato cacci di Firenze in grandissimo numero tutti gli
avversari sua, che furono molte famiglie nobilissime e ricchissime, ed in
luogo di quelle cominci a tirare su di molti uomini bassi e di vile
condizione, e dicesi che sendo Cosimo ammunito da qualcuno che e' non faceva
bene a spegnere tanta nobilt, e che mancando gli uomini da bene, Firenze
rimaneva guasta, rispose che parecchi panni di San Martino riempierebbono
Firenze di uomini da bene; volendo inferire che cogli onori e colle ricchezze
gli uomini vili diventavano nobili.
Erano allora nella citt molte casa nobile che si chiamavano di famiglia, le
quali pe' tempi adrieto, sendo grande e soprafaccendo gli uomini di manco
forze, erano state per opera di Giano della Bella private de' magistrati della
citt, massime del priorato e de' collegi, e fatto contra loro molti
ordinamenti e legge forte che reprimevano la loro potenzia, e nondimeno era
stato riservato loro alcuno uficio, ne' quali per legge avevono a avere una
certa parte, ed oltra ci nelle legazione e ne' dieci della Bala avevono
buono corso. Con costoro non aveva Cosimo inimicizia particulare, perch loro
sendo alienati dello stato, non l'avevono offeso nelle sue avversit, e
nondimeno rispetto alla loro maggioranza e superbia non gli amava, n si
sarebbe confidato di loro, e per per trre loro quella parte de' magistrati
riservata loro dalla legge, e nondimeno in modo che vi avessino a concorrere,
fece una provisione, e si disse con consiglio di Puccio Pucci, che quelle tali
famiglie che vulgarmente si chiamavano de' grandi, fussino fatte di popolo; e
cos lev loro le legge che gli opprimevano ed abilitogli a tutti gli onori
come gli altri cittadini. Di che nel principio acquist con loro grado grande,
e nondimeno lo effetto fu che non vincevano gli squittini e non erano eletti
a' magistrati; in modo che non solo non acquistorono di quegli ufici a' quali
prima erono inabili, ma vennono anche a perdere quegli che la legge dava loro
di necessit.
Leg Cosimo lo stato col fare dare a un numero di cittadini bala per anni
cinque, e fece squittini nuovi di tutti e' magistrati della citt drento e di
fuori; e nondimeno, per la autorit aveva la bala, e' signori quasi sempre a
suo tempo non si trassono a sorte, ma si eleggevano dagli accopiatori a modo
suo;( )e quando era a tempo de' cinque anni che durava la bala, faceva
prorogare quelle autorit per altri cinque anni
Ebbe sopratutto cura che nessuno di quegli cittadini che erano stati sue
fautori non si facessi s grande che lui avessi da temerne, e per questo
rispetto teneva sempre le mani in sulla signoria ed in sulle gravezze per
potere esaltare e deprimere chi gli paressi; nelle altre cose e cittadini
avevono pi autorit e disponevano pi a loro modo che non feciono poi a tempo
di Lorenzo, e lui dava volentieri loro ogni larghezza pure che fussi bene
sicuro dello stato. E parendogli che Neri di Gino avessi pi riputazione e
forse pi cervello che alcuno altro cittadino di Firenze, dubitando non
pigliassi tanto credito che avessi da temerne lo adoperava pi che alcuno
altro in tutte le cose importanti della citt drento e fuori, e nondimeno
cominci a dare credito a Luca Pitti, el quale non era valente uomo, ma vivo
liberale animoso e pi servente e per gli amici che alcuno altro che fussi a
Firenze, e cos uomo da fargli fare ogni cosa sanza rispetto, e non di tal
cervello che gli paressi avere da temerne. Cominci costui molte volte nelle
pratiche, massime quando le cose non erano di molta importanza, quando Neri
aveva parlato, a dire tutto el contrario di quello che aveva consigliato Neri,
e quivi per ordine di Cosimo erano molti che riprovavano el parere di Neri ed
approvavano quello di Luca; di che accorgendosi Neri e vedendo lo stato di
Cosimo in modo da non potere alterarlo e che volendo rompere con lui sarebbe
come dare del capo nel muro, sendo savissimo, mostrava non vedere ed aveva
pazienzia aspettando tempo ed occasione.
Era in quello tempo Baldaccio d'Anghiari capitano di fanterie, uomo di grande
animo e valente nel mestiero suo e di grande credito apresso a' soldati e
molto stretto ed intrinseco amico di Neri; di che temendo Cosimo, e volendo
levare a Neri questo instrumento attissimo a fare novit aspettando che Neri
fussi fuora di Firenze o imbasciadore o commessario, fece che messer
Bartolomeo Orlandini gonfaloniere di giustizia mand per lui in palagio, ed
avutolo in camera lo fece subito da gente ordinate quivi per quello, gittare a
terra dalle finestre.
Nel tempo che torn Cosimo era la citt collegata co' viniziani ed i n guerra
contro al duca Filippo, la quale si continu per dodici o quattordici anni,
tirandosi eziandio adosso qualche volta la guerra con papa Eugenio e col re
Alfonso, delle quali cose perch sono notissime non ne dir altro; e cos de'
successi del conte Francesco, e come con favore della citt acquistassi el
ducato di Milano. Solo dir questo, che quando e' viniziani presono la difesa
dello stato di Milano contro al conte Francesco, venuto a Firenze in consulta
quello si avessi a fare perch ed el conte ed e' viniziani erano stati amici e
collegati della citt, la pi parte si accordava che si dovessi conservare la
amicizia de' viniziani e favorirgli contro al conte. A Cosimo parve
altrimenti, e mostr con ragione che era meglio favorire el conte: e cos si
segui. Di che lui ne acquist Milano e nacquene la salute di Italia; perch se
cos non si faceva e' viniziani si facevano sanza dubio signori di quello
stato e successivamente in breve di tutta Italia; s che in questo caso la
libert di Firenze e di tutta Italia s'ha a ricognoscere da Cosimo de' Medici.
Sendo di poi el conte diventato duca di Milano e non avendo fatto pace co'
viniziani, fu el disegno loro tenergli questo cocomero in corpo, giudicando
che essendo entrato in uno stato nuovo e spogliato e sanza danari e
bisognandogli stare armato, si consumerebbe da se medesimo; di che
accorgendosi el duca si risolv essergli necessario, poi che non poteva avere
pace ragionevole da' viniziani, accozzare tante forze che potessi rompere loro
guerra, e cos per forza recuperare quello avevono occupato doppo la morte del
duca Filippo, e ridurgli a' loro termini. Ed a questo effetto si trovava gente
assai, ma gli mancava danari a poterle mettere in ordine, e vedendo non potere
sperare nel re Alfonso che gli era inimico, n nel papa che voleva stare
neutrale, cercava per fare questi effetti avere sussidio di danari da'
fiorentini.
A Cosimo ed a' pi savi pareva da farlo, per ovviare a tanta grandezza de'
viniziani, ma bisognando gran somma di danari e vedendo el popolo che si stava
in pace e non gustava e' pericoli futuri, alieno in tutto dallo spendere, non
si ardivano mettere innanzi questa pratica, e per scrivevano al duca che chi
governava era bene disposto, ma che avessi pazienzia perch non era tempo a
parlare di simile materia. E certo se e' viniziani si fussino portati
prudentemente, ed atteso a tenere bene disposta con umanit e buone parole la
citt, n ricercala di alcuno aiuto, ma contentatisi si stessino a vedere, era
facile cosa conducessino a fine e' loro disegni, dove pel contrario la loro
arroganzia e durezza aperse la via a' favori del duca Francesco. Perch avendo
fatta lega col re Alfonso, richiesono la citt, a chi riservorono el luogo, ci
volessi entrare drento, il che sendo loro negato, e risposto che la Italia era
in pace e per non bisognava fare nuove leghe, insuperbiti grandemente
cacciorono di tutto el loro dominio e' mercatanti fiorentini, fatte loro prima
molte stranezze, ed operorono che el re Alfonso fece el medesimo. Il che
inteso a Firenze deputorono messer Otto Niccolini imbasciadore a Vinegia; e
chiedendo salvocondotto per lui, lo negorono, credendo con questi modi che la
citt o per paura o per volunt di potere usare el dominio loro conscendessi a
ogni cosa. Ma fu tutto el contrario: perch el popolo se ne sdegn tanto che
fu poca fatica a chi governava persuadere loro che fussi bene pensare a
difendersi ed a offendere e' viniziani, e per mandorono al duca Dietisalvi di
Nerone, e feciono con lui lega a difesa degli stati servendolo di gran
quantit di danari, di che el duca roppe guerra a' viniziani ed el re Alfonso
a noi, con quegli effetti che per essere celebrati in su tutte le istorie non
si raccontono.
Questi modi de' vinizani non so se nacquono da loro, o pure se chi desiderava
favorire el duca in Firenze persuase loro per qualche modo destro che la via
d'avere aiuto dalla citt era questa, per ridurre con tali inconvenienti el
popolo a infiammarsi contra loro; e certo se el disegno fussi nato cos, non
potette uscire se non da uomo di gran prudenzia. Quel che si sia, tal cosa pu
dare esemplo che chi non pu assolutamente comandare a' popoli e sforzargli,
gli conduce a ci che vuole pi tosto colle carezze e modi dolci che colle
asprezze; bench altrimenti  in chi pu comandare loro e domargli; e questa
qualit se  in popolo nessuno,  nel nostro che, come si dimostra ogni d per
mille esempli, quando teme potere essere sforzato di presente si condurrebbe
coll'aspro in ogni luogo, ma quando  fuora di questa paura, non si conduce
col mostrargli timore minacci o sospetto, ma solo col dolce e colle speranze.
Fatta di poi la pace in Lodi fra 'l duca e fiorentini da una parte, ed e'
viniziani dall'altra, e di poi a Napoli pace e lega universale di tutta
Italia, eccetto e' genovesi e Sigismondo Malatesta signore di Rimino, la citt
stette molti anni sanza guerra, nondimeno con sospetti di fuora e con
movimento drento; le quale cose secondo la mia notizia narrer pi
particularmente, perch da quello tempo in qua non ci  ancora chi abbi
scritto istorie.
Doppo la pace fatta, e' viniziani dettono subito licenzia al conte Iacopo
Piccinino loro soldato; e la cagione in verit fu, prima per levarsi da dosso
la spesa della condotta sue che era ducati centomila secondo, perch avevano
capitoli con Bartolomeo Coglione da Bergamo loro condottiere, che la condotta
sua fussi ducati centomila mentre el conte Iacopo era a' soldi loro, e partito
lui si riducessi a ducati sessantamila; terzo, per alleggerire e' sudditi loro
che dove stanziavano le genti del conte Iacopo pativano disagi e danni
innumerabili.
A Milano ed a Firenze dispiacque assai questa cosa, dubitando che el conte
Iacopo, per essere soldato di riputazione ed a chi facilmente tutti e' cassi e
sviati farebbono capo, non suscitassi qualche movimento in Italia, e forse per
ordine occulto de' viniziani, e cos si raccendessi la guerra passata, e
massime che in quegli d mor papa Niccola che era stato autore della quiete
universale e fu in suo luogo creato Calisto. E per el duca e la citt feciono
grande instanzia per imbasciadori, che e' viniziani lo sopratenessino almeno
tanto tempo che le cose di Italia fussino un poco pi assodate. Non vollono e'
viniziani farne nulla; e per partitosi de' terreni loro, stando Italia
sospesa di quello avessi a fare, roppe guerra a' sanesi sotto pretesto di
conti vecchi avevano col padre Niccol Piccinino; ma risentendosene e' signori
della lega e massime el papa ed el duca Francesco che mandorono gran numero di
gente in soccorso de' sanesi, fu tanto stretto che per non avere luogo dove
ridursi era necessario si spacciassi; se non che el re Alfonso, mandatogli
alcune galee, lo ridusse salvo con le sue gente nel reame, di che si vedde che
quel che aveva fatto era stato di consentimento del re, el quale era
inquietissimo e non poteva vivere in pace. Seguit poi che el re roppe guerra
a' genovesi e mand, credo, el conte Iacopo in Romagna a' danni de' Malatesti
che a sua contemplazione erano fuori della lega universale.
Ne' quali tempi trovandosi ancora e' sanesi in molta disunione e faccendosi
ogni d fuorusciti, la citt stava in gran sospetto e paura del re, che ancora
teneva le mani ne' casi di Piombino, dubitando che se acquistava la oportunit
di alcuno di quegli luoghi, sendo naturalmente tanto ambizioso ed inquieto,
questa vicinit non mettessi la citt in qualche grave pericolo. Aggiugnevasi
che nella citt era disunione grande e molti malcontenti e cupidi di cose
nuove; di che el governo presente non era gagliardo come soleva, anzi pareva
indebolito, e per e' cittadini dello stato si risolvevano, per ovviare a'
pericoli e sicurare lo stato, che come avessino uno gonfaloniere di giustizia
a loro proposito, fussi da purgare la citt di umori cattivi. A Cosimo non
pareva, ed ancora Neri, che poco poi mor, era di medesima opinione,
giudicando forse che rispetto agli andamenti del re ed e' sospetti di fuora,
non fussi bene accrescere travagli alla citt. E stando le cose in questi
termini, nel 1457 el re, che era tutto vlto alla espugnazione di Genova, si
mor, lasciato el regno a don Ferrando suo unico figliuolo non legittimo, di
che posati e' tumulti e pericoli di fuora, Cosimo si risent e volse lo animo
a assicurare lo stato; e per sendo nel 58 gonfaloniere di giustizia Luca
Pitti, sonorono a parlamento, e ristretta la autorit ed el governo della
citt a loro proposito e riformato el reggimento, confinorono ed ammunirono un
numero grande di cittadini, in modo che Cosimo e gli aderenti sua rimasono al
tutto e sicuramente padroni del governo; e Luca Pitti, che fu poi fatto
cavaliere dal popolo, ne acquist tale riputazione e credito, che doppo Cosimo
era assolutamente el primo cittadino di Firenze.
Mor nel medesimo anno 1458 papa Calisto, e fu eletto in suo luogo papa Pio,
chiamato prima Enea de' Piccuolomini da Siena, el quale conferm nel regno di
Napoli don Ferrando e fece parentado con lui, conciosiach el re per ottenere
le bolle del reame dette una sua figliuola non legittima per moglie a uno
nipote del papa, e per dote el ducato di Malfi. Ma poco poi Giovanni d'Angi
chiamato duca di Calavria, e figliuolo del re Rinieri, pretendendo per le
antiche differenzie fra gli angioini e ragonesi el reame spettare a lui,
partitosi da Genova dove era a governo pel re di Francia, con una grossa
armata venne nel reame, dove aveva intelligenzia col duca di Sessa cognato del
re Ferrando, col principe di Taranto e con molti altri signori e baroni del
regno, di che seguit molte ribellioni contro al re, e poco di poi el conte
Iacopo che era per lui in Romagna, avendo cattivi pagamenti, s'accord co'
franzesi con grandi partiti e vantaggi, e pass nel reame a' favori loro. Di
che el re vedendosi oppresso, ricorse a dimandare aiuto a' potentati di
Italia, pretendendo che per la lega fatta a Napoli e' fussino obligati; da
altra parte e' franzesi facevono grande instanzia che el duca Giovanni fussi
favorito; el papa ed el duca Francesco dettono aiuto al re Ferrando; e'
viniziani stettono neutrali. Cos parve a Cosimo ed a' pi savi che la citt
dovessi starsi a vedere, e tenere e' panni a chi voleva annegarsi, e non
mettere pe' casi di altri lo stato suo a pericolo; e massime che per avere el
re Alfonso dato nel 54 aiuto al conte Iacopo quando fece impresa contro a'
sanesi, si poteva largamente dire avessi contrafatto alla lega, e cos essere
finiti li oblighi avevono gli altri per vigore della lega seco.
Lo effetto di questa guerra fu che avendo avuto el re Ferrando una gran rotta
al Sarno colla morte di Simonetto suo primo condottiere, si fece giudicio
avessi in brieve a perdere lo stato, e cos era sanza riparo, se dalla parte
del duca Giovanni si fussi con prestezza usata la vittoria. Ma e' principi del
reame che erano seco o per fraude per mantenere pi la guerra, o per la buona
sorte dei re don Ferrando, che non gli lasci cognoscere le occasione, furono
tanto lenti che ebbe tempo a ripigliare le forze e, sopravenendo aiuti da Roma
e da Milano, farsi di nuovo forte alla campagna. E finalmente feciono una
altra volta fatti d'arme, dove el duca di Calavria fu rotto, ed el re seguit
in modo la vittoria che fu constretto lasciare el reame ed e' principi amici
suoi in preda, e' quali in breve tempo si accordorono col re el meglio
potettono, ed el conte Iacopo si patteggi uscire del reame per mezzo del duca
di Milano, ed andonne a Milano a consumare el matrimonio con madonna Drusiana
sua donna, che era figliuola bastarda del duca Francesco.
Mor circa a detto tempo, cio nell'anno 146[4], Cosimo de' Medici, che era
stato molti anni in casa amalato di gotte e nondimeno non aveva mai intermesso
el governare la citt. Lasci alla morte non gli fussino fatte esequie
suntuose, e cos si segu, ma furongli dati tutti quegli onori che pu una
citt libera dare a uno suo cittadino, ed intra gli altri fu per publico
decreto chiamato padre della patria. Fu tenuto uomo prudentissimo, fu
ricchissimo pi che alcuno privato, di chi s'avessi notizia in quella et, fu
liberalissimo, massime nello edificare non da cittadino, ma da re. Edific la
casa loro di Firenze, San Lorenzo, la Badia di Fiesole, el convento di San
Marco, Careggio, fuori della patria sua in molti luoghi, eziandio in
Ierusalem, ed erano gli edifici sua non solo ricchissimi e di grande spesa, ma
fatti ancora con somma intelligenzia; e per lo stato grande, ch fu circa a
trenta anni capo della citt, per la prudenzia, per la ricchezza e per la
magnificenzia ebbe tanta riputazione, che forse dalla declinazione di Roma
insino a' tempi sua nessuno cittadino privato n'aveva avuta mai tanta. E in
tutte queste cose viveva in casa come privato e civilmente, tenendo conto
ancora delle possessione, che n'aveva infinite, e delle mercatante, nelle
quali ebbe tanto successo, che non fu uomo che si impacciassi seco, o come
compagno o come governatore, che non ne arricchissi.


II

GOVERNO DI PIERO DI COSIMO (1464-1469).

Morto Cosimo, rimase capo dello stato Piero' suo figliuolo, el quale non ebbe
quella prudenzia e laudabili parte aveva avuto el padre; nondimeno fu di buona
natura e clementissimo, ed ebbono apresso a lui buono essere e' cittadini
dello stato, perch oltre alla buona natura, sendo lui molto impedito e quasi
perduto di gotte, si lasciava quasi governare; di che alcuni usurporono tanta
autorit, che furono per trgli lo stato, come di sotto si dir.
Mor (etiam )in quel tempo, nel 1464, papa Pio, e fu eletto in luogo suo
Pagolo, di nazione veneto, di casa Barbo, che si dimostr nel principio molto
favorevole ed affezionato alle cose della citt. La quale buona disposizione
fu per interrompersi, perch, sendo morto in levante contro a' turchi el
cardinale camarlingo e patriarca di Aquileia, el quale era ricchissimo ed
aveva in Firenze grandissima somma di gioie, danari ed altro mobile, ed avendo
lasciato per testamento queste sua facult a certi degli Scarampi, de' quali
era uno genero di Luigi Pitti fratello di messer Luca, e volendo el papa
questo tesoro come cosa ecclesiastica, la potenzia di messer Luca era tale che
per beneficio di questo suo parente non lasciava farne quella risoluzione si
conveniva; di che adirandosi el papa molto forte, pure finalmente si deliber
se gli dessino queste robe, e cos si fece con sua grande satisfazione.
In questo tempo el conte Iacopo Piccinino per opera del duca Francesco suo
suocero si riconcili col re Ferrando e ricondussesi a' soldi sua, ed avendo
da lui danari, deliber da Milano, dove era transferirsi nel reame a visitare
el re e fargli capace volere essere suo buono servidore, come e lui ed el
padre erano stati di suo padre. Venne adunche a Napoli e fu ricevuto dal re
con tanto onore e tanta dimostrazione di benivolenzia che non si sarebbe pi
potuto esprimere, ed ogni d stava seco qualche ora a segreto parlamento;
nondimeno quando volle partire, avendo preso buona licenzia dal re, fu
ritenuto ed incarcerato insieme con el conte Broccardo suo cancelliere, e
pochi d poi fu morto in prigione. Mostr el duca Francesco tal cosa
dispiacergli assai dolendosi che el conte fussi stato tradito quasi sotto la
sua fede e sue braccia; ed essendo madonna Ipolita sua figliuola a Siena, che
n'andava a Napoli a marito a Alfonso duca di Calavria primogenito del re, ed
in sua compagnia don Federigo figliuolo del re, gli comand si fermassi quivi
insino a tanto avessi altra risoluzione da lui; ed in effetto fece cenni di
avere voglia che el parentado non andassi innanzi. La qual cosa dispiacque
assai alla citt, perch desideravano si conservassi questa unione fra 'l re e
duca per commune beneficio; e per s'affaticorono molto e publicamente ed in
privato alcuni cittadini suoi familiari in persuadergli non volessi dividere
tale amicizia, che portava tanta sicurt ed a s ed agli amici sua; e cos si
fece in effetto. Molti credono che el duca, parendogli che el conte Iacopo
fussi di troppa riputazione nelle arme, ed inoltre, per la memoria di Niccol
Piccinino suo padre, molto amato dal popolo di Milano, acconsentissi farlo
male capitare per le mani del re; nondimeno a me non  manifesta la verit, e
chi fa questo giudicio, lo fa per conietture e non per certezza, perch se una
tale cosa fu,  da credere si trattassi segretissimamente e nelle conietture 
molto facile lo ingannarsi; e massime che chi io crede non si muove per altro,
se non perch questa morte, per le cagione sopradette, fu riputata utile al
duca; pure pu essere stato vero, ed io per me non ne fo giudicio in parte
alcuna.
Cominciorono in questi tempi medesimi a scoprirsi nuove divisione nella citt,
che furono massime causate dalla ambizione di messer Dietisalvi di Nerone; el
quale, sendo uomo astutissimo ricchissimo e di grande credito, non contento
allo stato e riputazione grande aveva, si congiunse con messer Agnolo
Acciaiuoli, uomo anche egli di grande autorit, disegnando volere trre lo
stato a Piero di Cosimo. E parendo loro che messer Luca Pitti, pel seguito
aveva, fussi buono instrumento, entratigli sotto, gli persuasono farlo capo
della citt, disposti per fra loro, secondo si dice, sbattuto che avessino
Piero, trre anche lo stato a messer Luca; il che giudicavano facile per non
essere lui uomo che valessi. E per dare principio a questi disegni, messono
innanzi che le borse si serrassino, cio che la signoria ed e' magistrati si
traessino a sorte e non per elezione, il che fu consentito da Piero, perch la
cosa piaceva tanto al popolo, che come era proposta, chi non l'avessi
consentita s'arebbe tirato addosso troppo carico. Sendo di poi tratto
gonfaloniere di giustizia Niccol Soderini che era de' loro seguaci, tentorono
levare via el consiglio del Cento, che disponeva di tutte le cose importante
della citt. A che Piero e gli amici sua che ne erano massime capi messer
Tommaso Soderini, messer Luigi ed Iacopo Guicciardini messer Antonio Ridolfi
messer Otto Niccolini ed altri simili, si opposono alla scoperta e finalmente
la impedirono. Tentoronsi ancora per questo gonfaloniere molte altre cose
contro allo stato di Piero, e stette la citt, mentre che dur quello
magistrato, molto alterata, ma sendo uscito, parve le cose quietassino un
poco.
Successe a fine di detto anno 1465 la morte del duca Francesco, e successe
nello stato Galeazzo suo primogenito, el quale, sendo in Francia a' favori del
re Luigi che guerreggiava co' baroni, udita la morte del padre, ne venne
scognosciuto in poste. Questo caso dispiacque assai alla citt per la amicizia
tenuta seco, e perch dubitava che, sendo gli Sforzeschi nuovi in quello
stato, non si facessi qualche alterazione, ed inoltre che e' viniziani, che
sempre avevano temuta la virt e riputazione di quello duca morto ora lui, non
rompessino guerra a' figliuoli. E si consult fussi bene fare ogni cosa per
conservare quello stato, donde molti anni si era tratta la sicurt della
citt; e per subito furno mandati imbasciadori a Milano messer Bernardo
Giugni e messer Luigi Guicciardini che, oltre al condolersi e le cerimonie
offerissino tutte le forze della citt a' bisogni loro, vegghiassino tutti e'
casi occorrenti e dessino aviso acci che si potessi provedere. Giunti a
Milano, trovorono e' sudditi avere tutti data la ubidienzia, ma lo stato in
gran disordine di danari, e qualche sospetto di guerra da' viniziani; e per
furono richiesti scrivessino a Firenze, pregando fussino serviti in prestanza
di qualche somma di danari, pigliandone assegnamento in sulle pi vive entrate
avessino.
A Firenze si messe in pratica questa dimanda e si concluse si servissino; e
cos si rispose agli imbasciadori offerissino ducati quarantamila, e che
subito si provederebbe a fargli. E di poi trattandosi de' modi messer Luca,
messer Agnolo e messer Dietisalvi, parendo loro modo da fare perdere la
riputazione grande aveva Piero con lo stato di Milano, la cominciorono a
impedire, in modo che non si potette mai fare conclusione di pagargli, con
grandissimo carico e vituperio della citt. Di qui sendo gli animi ogni d pi
gonfiati, e bisognando che questa quistione si terminassi con vittoria delle
parte, con tutto fussino ite atorno molte pratiche e simulazione di concordia
e giuramenti e obligazione di cittadini, sendo ito Piero a Careggi,
disegnorono gli avversari sue nel tornare di amazzarlo, e messono gente armata
in Santo Antonio del Vescovo, donde Piero soleva tornare; del quale luogo loro
si valevano per essere arcivescovo di Firenze uno fratello di messer
Dietisalvi. Volle la buona fortune di Piero e di quella casa che nel tornare
non fece la via soleva, ma prese altra via; in modo si condusse salvo a
Firenze. Dove, crescendo ogni d queste divisione e sendo la citt tutto di
piena di gente armate, ed apparati grandi per l'una parte e l'altra di
soccorsi esterni, finalmente, sendo tratto gonfaloniere di giustizia Ruberto
Lioni partigiano di Piero ed una signoria a suo proposito, sendo impauriti gli
avversari, messer Luca, persuaso cos astutamente, si riconcili con Piero; in
modo che si fece parlamento e furono confinati di Firenze messer Agnolo
Acciaiuoli ed e' figliuoli, messer Dietisalvi co' figliuoli e fratelli, e
Niccol Soderini; e rassettossi in tutto lo stato a modo di Piero, el quale,
non seguitando lo stile di Cosimo suo padre, fu clementissimo in questo
movimento, n pat si punissino altro che quegli e' quali sanza pericolo
grande non potevano rimanere impuniti. Messer Luca rimase in Firenze, ma
spennecchiato e senza stato e credito, e cos pat pena conveniente della
stultizia sua, ch, avendo pi bello stato assai che non meritava, per cercare
farne un pi bello capit male.
La mutazione dello stato di Firenze partor gran novit per Italia, perch
fece speranza a' viniziani che sendo la citt alterata, non s'avessi opporre
alle imprese loro, sendo massime persuasi e sollecitati dagli usciti nostri,
messer Dietisalvi e Niccol Soderini, e' quali transferitisi a Vinegia
dimostravano quanto fussi facile voltare lo stato di Firenze e rimettergli in
casa, e che sendo poi questa citt a' loro propositi, nessuna impresa era
difficile. Di che nacque una pratica fra 'l papa, e' viniziani e Borso duca di
Ferrara che era amico degli usciti, che Bartolomeo Coglione capitano de'
viniziani, finita la condotta sua che durava pochi mesi, come capitano di
venture si volgessi a' danni o del duca Galeazzo o nostri. Il che
presentendosi a Firenze, furno mandati imbasciadori a Vinegia messer Tommaso
Soderini ed Iacopo Guicciardini, per ritrarre, se era possibile, la mente loro
circa alla quiete universale, e di poi andarne a Milano a conferire con quello
signore e pensare, se accadeva, a rimedi oportuni per la salute commune.
Vennono a Vinegia, e ricevuti molto onorevolmente, e cos per tutto el loro
dominio, ritrassono parole ottime in generali, ma in particulare non potettono
avere cosa alcuna per la quale si potessino assicurare della mente loro;
andoronne a Milano, e quivi consultato quello fussi da fare, in capo di pochi
giorni se ne vennono a Firenze E perch questi pericoli si disegnavano communi
cos al re Ferrando come al duca e noi, si contrasse una lega particulare fra
queste tre potenzie a difesa degli stati, e si disegnorono gli apparati che
s'avevano a fare per la salute di tutti. Ma riscaldandosi ogni d pi questa
mossa di Bartolomeo da Bergamo, parendo alla citt che e' signori collegati
procedessino a' provvedimenti molto lentamente, fu mandato messer Antonio
Ridolfi a Napoli e messer Luigi Guicciardini a Milano a sollecitare si dessi
colore a' disegni fatti, e si fece capitano di questa lega Federigo duca di
Urbino, che subito colle gente nostre, di che era capitano el signore Ruberto
da Sanseverino, si ridusse in Romagna. Dove fra pochi d el signore Astore di
Faenza soldato dalle lega, dtte la volta ed accordossi co' viniziani; Bologna
ed Imola erano per la lega, Pesero pe' viniziani, Rimino pi tosto neutrale
che in altro modo
Part Bartolomeo de' terreni de' viniziani circa allo aprile e prese la volta
di Romagna per passare di quivi in Toscana e fare pruova voltare lo stato di
Firenze; ed in sua compagnia era messer Agnolo Acciaiuoli, messer Dietisalvi e
Niccol Soderini. E come fu inteso l'avviarsi delle sue gente, el duca
Galeazzo prese anche egli con buone gente la volta di Romagna per congiugnersi
col duca di Urbino; fra' quali era duemila cavalli a' soldi nostri, perch di
principio abondando al duca gente, ma mancandogli danari da metterle tutte in
ordine, e la citt non avendo gente abastanza si sold duemila cavalli di
quegli di Milano e cos si soppl a' bisogni l'uno dell'altro. Venne ancora in
Romagna don Alfonso di Davoles condottiere del re, e si congiunse col duca di
Urbino, in modo che el campo nostro stava in campagna a petto di Bartolomeo
Coglione; e finalmente, sendo venuto el duca Galeazzo in Firenze, ed
alloggiato in casa Piero di Cosimo, si fece un bello fatto di arme alla
Mulinella, e bench non vi fussi vittoria notabile, pure el vantaggio fu della
lega. E pochi d poi, ingrossando el campo nostro per gente sopravenute del
reame, era la vittoria nelle mani; se non che el duca Galeazzo
fanciullescamente, credo per non avere danari da Firenze a suo modo, si part
di campo con buona parte delle sue gente ed andossene a Milano. Di che sendo
la cosa pareggiata, ognuno si volt a' pensieri della quiete, e fatta tregua a
disdetta, pochi d poi si ferm questo tumulto; e Bartolomeo se ne torn in
quello de' viniziani, con effetto della impresa non conveniente alla sua
riputazione ed espettazione e' ebbe nel principio di lui.
Tornato Bartolomeo in Lombardia, la citt si pos circa uno anno; di poi nel
1469 pretendendo papa Paulo che Rimino, che era nelle mani di Ruberto
Malatesta figliuolo bastardo del signore Gismondo, fussi devoluto alla sedia
apostolica ed infestando Ruberto con editti e censure e preparandosi alle
arme, la lega, dubitando che lui disperato non si gittassi nelle mani de'
viniziani, co' quali era in pratica, lo tolse a soldo e preselo in protezione
contro a qualunque lo volessi offendere. Di che el papa forte sdegnato, ed
avendo da' viniziani promesse di favore, ed anche credendo che la lega non
avessi a essere unite alla difesa, mand el campo a Rimino. Fecesi gran
consulta fra' signori collegati circa al modo della difesa; e finalmente, non
sendo in molta unione, conchiusono per allora mandare aiuti a Ruberto di
qualit che non lasciassino gli inimici espugnare la citt, e mandare
imbasciadori a Roma a giustificarsi col papa di avere preso Rimino in
protezione, non per fare contro alla Chiesa, ma perch non venissi in mano de'
viniziani, usati a occupare le cose ecclesiastiche; avere fatta la lega e
presa la protezione per conservare la pace di Italia, ed a questo effetto
pregarlo fussi contento levare el campo da Arimino, promettendogli si
troverrebbe modo a comporre poi queste differenzie e che Ruberto non
mancherebbe delle debite reverenzie verso quella sedia, e quando non volessi
farlo, protestargli che per conservare la pace di Italia e la fede data a
Ruberto, lo difenderebbono in tutti quegli modi fusse possibile, offendendo
(etiam )in qualunque luogo chi offendeva lui. Mand la citt a questo effetto,
insieme cogli oratori ducali, a Roma messer Otto Niccolini ed Iacopo
Guicciardini, ed in questo mezzo strignendosi lo assedio, el re fece passare
el Tronto al duca di Calavria. acci che don Alonso suo condottiere si potessi
sicuramente congiugnere col conte di Urbino, a chi questo soccorso era molto a
cuore perch temeva la potenzia della Chiesa, e cos vi si spinse per la citt
el signore Ruberto e qualche gente pel duca, ma poche, ch andava freddo a
questa impresa, ed accostandosi l'uno esercito all'altro, si fece finalmente
fatto di arme, dove el conte di Urbino roppe el campo della chiesa.
Mostr el papa in pricipio buono animo, di poi mancandogli sotto le promesse e
favori de' viniziani, cominci pure a volgersi alla pace; e perch nella lega
non era unione per convenirsi in quello s'aveva a fare, si fece una dieta a
Firenze, dove furono imbasciadori pel re e pel duca, e finalmente, non si
faccendo alcuna buona conclusione e sendo disparere fra el duca e re, si
ridusse la pratica della pace a Napoli dove per la citt and messer Otto
Niccolini. Furonvi e' trattati vari, e fu opinione che el re s'avessi a
collegare co' viniziani; ma finalmente doppo molte pratiche l'anno 1470 si
rinnov la lega fra re, duca e noi, con certi capitoli risguardanti alla pace
e lega generale di tutta Italia, come di sotto si dir.
Innanzi si conchiudessi la pace e nell'anno 1469 di dicembre, mor in Firenze
Piero di Cosimo de' Medici; la morte del quale dolse assai alla citt rispetto
alla sua facile e clemente natura e tutta volta al bene, come massime mostr
la novit del 66, nella quale non pun pi oltre che si patissi la necessit e
pi ancora che non era la volunt sua, costretto da molti cittadini dello
stato. Lasci due figliuoli, Lorenzo e Giuliano, de' quali Lorenzo, che era el
maggiore, era di et di anni venti o ventuno, e bench molti stimassino cos
nella citt come fuora, che la sua morte avessi a partorire rivoluzione,
nondimeno la sera mor, o vero la sera seguente, si ristrinsono in Santo
Antonio pi di seicento cittadini, el fiore della citt, e feciono conclusione
di mantenere e la unione e lo stato presente e conservare grandi e' figliuoli
di Piero; e cos concorse tutta la citt, affaticandosene massime messer
Tommaso Soderini che aveva allora pi riputazione che altro cittadino e forse
era el pi savio. El quale per si persuase che per essere Lorenzo giovane ed
avere quasi a ricognoscere in tutto da lui, l'avessi a governare; il che di
poi non gli riusc. E per dare riputazione allo stato e mostrare la unione
della citt, richiedendolo anche e' tempi che correvano rispetto al non essere
conclusa la pace, si ordin e vinse prestamente in tutti e' consigli una
provisione di trecentomila ducati. e cos in effetto si continu lo stato per
successione in Lorenzo de' Medici, el quale lo govern insino alla morte sua
con quelle virt e successi che di sotto si diranno.


III

PRIMI ANNI DEL GOVERNO Dl LORENZO DE' MEDICI
(1474-1476).

Conclusesi, come di sopra, nel 1470, la lega fra 'l re, duca e fiorentini con
uno capitolo che ciascuna di queste tre potenzie avessi insieme a mandare
imbasciadori al sommo pontefice a supplicarlo la benedissi e vi entrassi
drento, e cos facessi una lega generale di tutta Italia, con quelle
condizioni si era fatta a tempo di papa Niccola nel 55; riservando per la
lega particulare contratta a Napoli, alla quale per questa generale non
s'avessi a pregiudicare in alcuno modo.
La cagione di questo capitolo fu, perch avendo el Gran turco tolto Negroponte
e molti altri luoghi a' viniziani e continuando tuttavia con loro la guerra,
pareva al re Ferrando che lo stato suo fussi in gravissimo pericolo per avere
molti luoghi e marine, ne' quali el turco poteva facilmente fargli danno, e
per questo rispetto desiderava assai congiugnersi e collegarsi co' viniziani,
acci che insieme potessino pensare e provedere a' pericoli communi; ed
arebbelo fatto da se medesimo, ma gli pareva che non concorrendo el duca e'
fiorentini in questa coniunzione, n e' viniziani n lui rimanessino in modo
sicuri delle cose d'ltalia, che potessino attendere espeditamente alle cose
del turco. Inoltre pens che ristringendosi col duca e' fiorentini e poi
faccendo lega generale co' viniziani, non solo trarrebbe de' viniziani quello
frutto disegnava, ma eziandio sarebbe facile cosa in tanto suo pericolo trarre
qualche sussidio da tutta Italia contro al turco, e per saviamente condusse
questa lega particulare, inserendovi nondimeno el predetto capitulo della
generale. E per dargli esecuzione mandorono communemente imbasciadori a Roma
per praticare questa materia, dove per la citt fu deputato messer Otto
Niccolini e Pierfrancesco de' Medici, ma pochi d poi, morendo messer Otto, vi
fu mandato in suo luogo Iacopo Guicciardini.
La conclusione di questa pratica ebbe in s molte difficult, e pass con pi
lunghezza di tempo non si stimava, perch la lega voleva a ogni modo si
riservassi la sua particulare ed el papa non lo negava, ma diceva volere si
facessi in modo vi fussi drento la conservazione dello onore suo, ed in ogni
modo gli era proposto, faceva difficult; ed era la cagione vera che questa
conclusione non gli piaceva, perch gli pareva sendo quietata Italia essere
necessitato fare impresa contro al turco, il che faceva male volentieri per
non spendere; dove non si conchiudendo questa lega, gli pareva avere scusa con
dire fussi di bisogno prima pacificare Italia.
Dalla parte della lega era ancora difficult nel duca di Milano, che male
volentieri ci si conduceva; pure finalmente fu tanta la volont del re che si
facessi questa conclusione, e cos de' viniziani, che el duca, per non rompere
col re, ed el papa per non rimanere solo in Italia, vi condescesono. E cos si
concluse una lega generale di tutta Italia, con riservazione della lega
particulare del re Ferrando, duca Galeazzo e fiorentini; e cominciossi a
praticare di uno sussidio universale contra el turco, faccendone massime
grandissima instanzia el re Ferrando, alla quale pratica, per essere
Pierfrancesco tornato a Firenze, rimase solo Iacopo Guicciardini.
Ma come avviene che quelle cose che si fanno a male in corpo per ogni piccola
difficult si impediscono, cos intervenne che, nata differenzia nel
distendere le scritture per certe parole che volevono si aggiugnessino gli
oratori ducali, non per di molta importanza, ed el papa non le consentiva, lo
effetto fu che el duca non ratific a questa lega; e bench la ratificazione
de' fiorentini fussi venuta, pure lo oratore loro non soscrisse le scritture e
cos el cancelliere suo che ne era rogato; perch cos fu la intenzione di chi
governava a Firenze, per non si spiccare dal duca, non per con determinazione
publica, per non dare tanto carico a chi aveva lo stato; e cos in effetto le
cose rimasono pendente.
In questo tempo ed anno 1470, Lorenzo de' Medici cominci in Firenze a
pigliare piede perch faccendosi gli accopiatori, che avevano a creare la
signoria, pel consiglio del Cento, lo stato usava fare qualche intelligenzia
particulare in compagnie di notte, e qui disegnare chi avessi a essere fatto,
e di poi con questo ordine, in questo e negli altri magistrati, andare nel
consiglio del Cento, el quale era solito a eseguire el disegno. Ma cominciando
qualche volta nel Cento a variare le elezione de' disegni dati, Lorenzo e gli
amici suoi cominciorono a dubitare che non variassi un tratto negli
accopiatori, di che sarebbe facilmente seguita la alterazione dello stato. Di
che fatto prima molti consigli in privato, si risolverono che si dessi
autorit per cinque anni alla signoria che sedessi di luglio e agosto, che,
insieme cogli accopiatori che sedevano, facessino gli accopiatori nuovi; e
deliberato questo, subito la signoria, che ne era gonfaloniere messer Agnolo
della Stufa, sonato a collegio e a Cento e ragunatogli, la mattina innanzi
uscissino dette perfezione a questa provisione. Di che lo stato si assicur, e
Lorenzo ne acquist grandissima riputazione e forze; in modo che cominciando a
pigliare pi, dette principio a volere essere arbitro della citt lui ed a non
si lasciare governare da altri, ma pi tosto avere cura non si facessino
troppo grandi messer Tommaso e gli altri che avevono riputazione e seguito di
parentado. E bench non mancassi loro, e nelle legazione ed in tutti gli onori
e primi magistrati della citt, nondimeno gli riteneva indrieto, non gli
lasciando qualche volta tirare le imprese facevano, e dando favore a quegli
uomini de' quali non gli pareva potere temere, per essere spogliati di parenti
e credito, come fu in quel tempo uno messer Bernardo Buongirolami, uno Antonio
di Puccio, e di poi qualche anno uno messer Agnolo Niccolini, uno Bernardo del
Nero, uno Pierfilippo Pandolfini e simili; usando (etiam )di dire che se suo
padre avessi fatto cos, e sforzati un poco messer Luca, messer Dietisalvi,
messer Agnolo Acciaiuoli e simili, non sarebbe nel 66 ito a pericolo di
perdere lo stato.
Sendosi le cose di Italia un poco quietate, seguit la morte di papa Paolo, in
luogo di chi fu eletto Francesco cardinale di San Pietro in Vincula di nazione
saonese, e che era uno de' frati minori e di poi generale di quello ordine, e
fu ordinato tosto, el quale sendo eletto di poco, nacque nova alterazione nel
dominio nostro. E questo  che sendo in quello di Volterra le allumiere che
erano del commune di Volterra, o desiderando Lorenzo di ottenerle per s, e
rinculando e' volterrani, Lorenzo, parendogli che se la impresa non riusciva,
intaccare la sua riputazione, e per deliberato di averne onore, cominci a
strignergli in modo che, bench io non sappia bene a punto el particulare
loro, si sdegnarono e nato ombra e sospetto, e loro non essendo ubbidienti in
tutto alla signoria, finalmente lo effetto fu che nel 1472 e' volterrani,
prese le arme e cominciato a non ubbidire a' rettori nostri, si ribellorono.
A Firenze fu dubio assai che o e' viniziani o el re Ferrando, all'uno e
l'altro di chi ed (etiam )quasi a tutta Italia, eccetto che al duca Galeazzo,
e' volterrani avevano mandati imbasciadori a darsi, non tenessino acceso
questo fuoco; e fecesi risoluzione vedere di spegnerlo con ogni forza e
prestezza. E per si dette intorno a questa guerra la bala a venti cittadini,
e' primi della citt; e' quali, sopravenendo poi massime avisi che non solo el
duca, ma (etiam )el re ed el papa erano vlti a dare ogni favore perch questo
incendio si quietassi, mandorono per commessario generale Iacopo Guicciardini,
che, unita la gente nostra, attendessi a recuperare el contado, tanto che ne
venissi el duca di Urbino eletto capitano per questa impresa, per chi avevano
mandato a Urbino messer Bongianni Gianfigliazzi.
Riebbesi el contado in uno subito e sanza colpo di spada, e poco di poi
sopravenne el duca, ed a messer Bongianni fu comandato restassi in campo
commessario insieme con Iacopo; e sanza dilazione di tempo si messe campo alla
citt, mettendo el duca di Urbino ogni industria e adoperando ogni virt
militare per espugnarla. Di che e' volterrani vedendosi stretti e sanza
speranza di soccorso di fuora ed in effetto sanza alcuno rimedio, si
arrenderono, salvo l'avere e le persone. Ma nello pigliare la possessione
della terra nacque tanto tumulto per opera, come si crede, del duca di Urbino,
che sanza riparo alcuno la citt and a sacco, bench e' commessari usassino
ogni possibile diligenzia che questo non seguissi, e molto dispiacessi alla
citt nostra, la quale desiderava riavere quella terra intera e ricca come era
innanzi alla ribellione. Fu bene opinione di molti e massime de' volterrani
che questo fussi stato per ordine publico; nondimeno  falso e non potette la
citt perturbarsi pi di tale accidente.
Seguit l'anno 1474 nel quale si fece nuove congiunzione e intelligenzie in
Italia; perch essendo papa Sisto molto amico del re Ferrando, ed eziandio el
conte di Urbino sendosi dato in anima e corpo al re, e lui con questi mezzi e
favori volessi essere arbitro di Italia, sdegnandosene el duca di Milano e gli
altri potentati, si contrasse una lega a difesa degli stati fra 'l duca
viniziani e fiorentini; dove di poi entr, non come aderente e nominato, ma
come principale, Ercole duca di Ferrara. E cominci el duca a ristrignersi ed
intendersi molto con viniziani e fare segni grandissimi di amore e
benivolenzia, faccendo onori supremi agli imbasciadori loro, cedendo loro la
precedenzia, di che a Roma ed in tutti e' luoghi di Italia avevano gli oratori
loro avuto infinite volte questione, dando loro sussidi nella guerra avevano
contro al turco; e cos ebbono dalla citt l'anno 1475 ducati quindicimila in
dono per armarne galee.
Al papa ed al re dispiacque assai questa lega; e per lui ed el duca di Urbino
vennono personalmente a Roma, solo per pensare modi da interrompere questa
unione; e feciono risoluzione che el vero modo fussi che el papa praticassi
una lega generale di tutta Italia ne' modi si era fatto a tempo di Niccola e
poi di Paolo, mostrando farlo per volere pensare alla difesa della religione
contro al turco. E fu la opinione loro che e' viniziani l'avessino a accettare
facilmente per trarre sussidi contro a' turchi, da' quali erano molto
oppressati, e stando questo, se el duca ed e' fiorentini non ci volessino
concorrere, sarebbe rotta la unione loro; concorrendoci col fare questa lega
generale sarebbe dissolute la particulare.
Fu cognosciuta da' signori collegati questa arte; e per, mandando
imbasciadori unitamente a Roma con ordine non si separassino mai l'uno
dall'altro, ma che intervenissino a ogni pratica ed audienzia o col papa o
alcuno cardinale, communemente si rispondessi essere contenti di fare la lega
generale con riservo nondimeno della particulare. La quale risposta non
piacendo al papa e re, si roppe questa pratica e pochi mesi poi si rappicc,
tendendo el papa e re pure al fine di rompere la particulare. El quale disegno
diventava loro ogni d pi facile, per avere e' viniziani uno ardentissimo
desiderio che e' principi cristiani concorressino alla impresa contro al
turco, e d'altra parte sendo el duca di Milano molto alieno, perch gli
pareva, stando e' viniziani in guerra, avere da non temere di loro, dove,
quando fussino in pace, non gli pareva essere cos sicuro del suo stato. Di
che fra e' viniziani ed el duca cominci a nascere qualche ombra, in modo che
el duca fu talvolta in disposizione, ed (etiam )ne tenne pratica, di riunirsi
e collegarsi col re; la qual cosa non messe per a effetto, forse presentendo
che la citt non vi sarebbe concorsa, per dispiacergli volubilit e mutazione
tanto spesse.
Seguit di poi per principio di cose e movimenti grandissimi la morte del duca
Galeazzo, el quale nel 1476 a d 26 di dicembre, el d di santo Stefano, fu
morto in Milano da Giovanni Andrea da Lampognano; e perch era rimasto di lui
uno piccolo figliuolo chiamato Giovan Galeazzo, si dubit assai che e' popoli
sudditi non facessino qualche movimento, il che sarebbe dispiaciuto assai alla
citt, rispetto alla amicizia e congiunzione tenuta tanto tempo con quella
casa, e per la sicurt e riputazione ne traeva lo stato nostro in ogni
occorrenzia. Furono adunche subito deputati imbasciadori a Milano messer
Tommaso Soderini e messer Luigi Guicciardini, e' quali, andati con somma
prestezza, trovorono le cose in buona disposizione e si adoperorono assai a
confermarle ed assicurarle per la via buona. E lo effetto fu che lo stato
rimase a madonna Bona, state moglie del duca Galeazzo, che lo conservassi e
guardassi pel figliuolo; e volsesi el governo di tutto alle mani di messer
Cecco Simonetta, el quale sendo di Calavria, di vile condizione, era stato
cancelliere e secretario del duca Francesco, in gran conto, e di poi in somma
riputazione apresso el duca Galeazzo, ed ultimamente gli dette la fortune,
sotto madonna Bona, libera ed assoluta potest ed amministrazione di tutto
quello dominio. Fecesi alcuno appuntamento tra madonna e monsignor Ascanio
cardinale e Lodovico Sforza duca di Bari, fratelli del duca Galeazzo; ed
assettate queste cose, parendo fussi superfluo tenervi due oratori, fu messer
Lulgi rivocato a Firenze, e messer Tommaso rimase in quella legazione,
onorevolissima per la coniunzione era tra l'uno e l'altro stato, e
(consequenter )per la fede potenzia ed autorit vi aveva uno imbasciadore
fiorentino, e massime qualificato come lui.
Seguit poi tumulto in quello stato, perch el signor Lodovico e monsignore
Ascanio cercavano cose nuove per applicarsi quello governo, e con loro si
intendeva el signore Ruberto da Sanseverino; di che venuti in sospetto lo
effetto fu che el signore Lodovico fu confinato a Pisa, Ascanio a Roma, ed el
signore Ruberto cacciato dal territorio. Il che si fece con consenso e
participazione della citt e stato nostro che non cercava altro che la
conservazione di quello dominio ne' figliuoli del duca Galeazzo e favoriva el
governo in madonna Bona e l'autorit in messer Cecco. E se la citt nostra si
fussi mantenuta in pace e quiete, sanza dubio si conservava ma e' movimenti
della citt nostra de' quali ora si dir, furono cagione di molte alterazioni,
dissensioni e movimenti in tutta Italia.
In questo tempo essendo morto uno marchese Spinetta, signore di Fivizzano e di
molte altre castella, sanza eredi, quegli uomini si dettono a' fiorentini, e
vi furono mandati a pigliarne la possessione ed ordinare quello stato, che era
di importanza perch assicurava le cose nostre da quella banda messer Antonio
Ridolfi ed Iacopo Guicciardini.



IV

LA CONGIURA DEI PAZZI (1478).

La citt di Firenze, come di sopra si  detto, era governata per le mani di
Lorenzo de' Medici, e lui era capo dello stato; el quale, bench apresso di s
avessi un numero di cittadini nobili e prudenti ne' quali si distribuivano gli
onori della citt e si trattavano le cose di importanza, nondimeno in molte
cose seguitava solo el suo consiglio e parere contro alla volunt degli altri
e teneva precipua cura che nella citt non si facessi alcuno s potente che
lui avessi cagione da temerne.
Era allora in Firenze la famiglia de' Pazzi ricchissima pi che alcuna altra
della citt, ed aveva trafichi in molti luoghi del mondo e di qui era in
grande riputazione in molte parte di Italia e fuori di Italia; era nobile
nella citt e con parentado grande ed uomini molto magnifichi e liberali, e
nondimeno non avevano mai in alcuno tempo avuto molto stato, per essere tenuti
troppo superbi ed altieri, la quale cosa gli uomini in una citt libera non
possono comportare; pure la nobilit, el parentado, le ricchezze ed el
distribuirle largamente, faceva loro credito ed amici assai. Capo di questa
casa era messer Iacopo uomo d'assai riputato e tutto da bene, se si gli fussi
levato el vizio di giucare e bestemmiare; era sanza figliuoli, e per questo
rispetto tanto pi tutta la casa concorreva a lui per valersene ed in vita e
doppo la morte. Aveva molti nipoti, fra' quali uno, figliuolo di messer Piero
suo fratello, si chiamava Renato, tenuto uomo savio e di pi cervello che
alcuno che fussi in casa, e, fuora del solito della famiglia, benvoluto dal
popolo. Un altro chiamato Guglielmo, figliuolo di Antonio, aveva per donna una
figliuola di Piero di Cosimo, e cos veniva a essere cognato di Lorenzo; un
altro vi era, chiamato Francesco, pure figliuolo di Antonio, quale era sanza
donna, uomo molto inquieto animoso ed ambizioso, stavasi a Roma el pi del
tempo e teneva amicizia grandissima con quegli prelati e massime col conte
Girolamo, nipote di papa Sisto ed a chi el papa aveva dato Imola e Furl.
Pareva a Lorenzo de' Medici che questa casa fussi troppo grande e che, ogni
favore che si gli dessi, crescerebbe tanto che sarebbe pericolosa allo stato
suo; e per negli onori e magistrati della citt gli teneva adrieto n dava
loro quello grado si sarebbe convenuto. Cominciorono di qui a gonfiare gli
animi, a scoprirsi gli odi e le emulazione, a crescere e' sospetti, e tanto
pi quanto, sendo Lorenzo malvoluto da papa Sisto e dal conte Girolamo, gli
vedeva essere favoriti dall'uno e l'altro. Il che era nato, perch quando
Sisto fu fatto papa, avendosi a vendere Imola, Lorenzo, desideroso che la
citt comperassi Imola e considerando che per essere el papa nuovo nello
stato, non aveva danari da comperarla se non ne fussi servito o da s che era
suo depositario, o da' Pazzi che erano sua tesorieri, gli preg non lo
servissino di danari, acci che non la potendo comperare el papa, Imola
venissi nelle mani nostre. Loro lo promessono, e poco di poi servirono el papa
per questa compera di ducati trentamila e rivelorono a lui ed al conte
Girolamo la richiesta fatta loro da Lorenzo; di che el papa sdegnato, gli
tolse la depositeria che gli era di grande utilit, e Lorenzo si dolse assai
de' Pazzi, e caricgli, avendo presa onesta, che per opera loro la citt non
avessi avuto Imola. Ed in effetto augmentandosi ogni di pi questo umore
maligno, e Lorenzo pensando continuamente che non crescessi in loro ricchezza
o grandezza, fece nel 76 fare una legge disponente delle eredit (ab
intestato), per vigore della quale e' furono privati di una eredit d'una
donna de' Borromei che, secondo la interpretazione di una legge antiqua,
aparteneva loro.
Concepronne di questo e' Pazzi grandissimo sdegno; in modo che Francesco,
quale per essere di statura piccola si chiamava volgarmente Franceschino, che
quasi del continuo stava a Roma, cominci a tenere pratica col conte Girolamo
di trre lo stato a Lorenzo, persuadendo el conte che, sendo Lorenzo suo
inimicissimo, come fussi morto papa Sisto, lo perseguiterebbe tanto gli
trrebbe lo stato di Romagna. Aggiunsesi a questo trattato messer Francesco
Salviati arcivescovo di Pisa, el quale, quando era (in minoribus) sendo vacato
lo arcivescovado fiorentino l'arebbe ottenuto con favore del pontefice, se non
che Lorenzo colla autorit publica si gli oppose e fu cagione fussi dato a
messer Rinaldo Orsini cognato suo, e di poi vacando quello di Pisa ed avendolo
impetrato dal papa, e dispiacendo a Lorenzo, pen tempo assai innanzi ne
potessi conseguire la possessione, e per questa offesa era inimicissimo a
Lorenzo.
Costoro praticando insieme e' modi a fare tale effetto, si risolverono che el
muovere guerra alla citt non fussi a proposito per essere cosa lunga
pericolosa ed incerta, ed inoltre perch non mancherebbe alla citt lo aiuto
di qualche potentato di Italia; ma che era una via sola, di amazzare Lorenzo,
il che pareva facile, perch lui andava solo disarmato e sanza sospetto alcuno
di simile insulto; e massime sperando che, morto Lorenzo, non mancherebbe loro
favori, perch oltre al parentado e potenzia loro, credevano che el popolo,
pel desiderio e speranza della antica libert, gli avessi a seguitare. Faceva
in questa conclusione difficult Giuliano fratello di Lorenzo perch a
amazzarlo insieme con Lorenzo era tanto pi difficile, e rimanendo lui non era
fatto nulla, perch gli era bene voluto dal popolo, ed inoltre perch avendo
e' cittadini dello stato un capo a chi ricorrere, si pensava piglierebbono le
arme e seguirebbenlo. Conchiusono adunche aspettare tanto che uno di loro
fussi fuora della citt, e tanto pi quanto credettono avessi a essere presto
perch era voce che Giuliano toglieva per donna una figliuola del signore di
Piombino, e pareva ragionevole che, togliendola, dovessi andare a Piombino a
vederla. Di poi, non succedendo questo parentado, stettono in espettazione che
Lorenzo, come aveva dato intenzione, dovessi andare a Roma, con disegno mentre
era in Roma di amazzare Giuliano, e che Lorenzo fussi ritenuto. Risolvendosi
anche di poi questa speranza, e dubitando che per essere la pratica in bocca
di molti non venissi a luce, conchiusono essere necessario non aspettare pi e
amazzargli tutt'a dua col modo ed ordine che di sotto si dir.
Concorreva in questo trattato non solo el conte, ma eziandio la santit del
papa ne era conscia e lo desiderava, bench per rispetto dello onore suo
faceva menare el trattato al conte Girolamo. Concorrevaci eziandio el re
Ferrando, quale, sendo confidatissimo ed in grande intelligenzia col
pontefice, si era sdegnato che lo stato di Firenze si fussi aderito e
collegato con Vinegia e Milano, e si persuadeva, mettendo uno stato nuovo in
Firenze aversi a valere di quella citt a modo suo, e di poi rispetto alla
potenzia ed autorit sua, a quello si poteva promettere del papa, alla
oportunit di questa republica, avere a essere quasi arbitro di tutta Italia,
vedendo massime morto el duca Galeazzo, quale se fussi stato vivo, non sarebbe
al re entrato in questi farnetichi. Concorrevaci Federigo duca di Urbino, per
essersi molti anni innanzi interamente dato e dedicato al re, aggiugnevasi la
oportunit di Citt di Castello, di che sotto governo della Chiesa era capo
messer Lorenzo Iustini da Castello, conscio e fautore di questa pratica ed
inimico di Lorenzo, per avere lui sempre favorito messer Nicol Vitelli da
Castello suo avversario.
Questi tanti favori non solo accesono l'arcivescovo e Franceschino, uomini
animosi ed inquieti, ma eziandio lo persuasono a messer Iacopo, el quale ci
era stato un pezzo freddo e renitente, non perch non avessi odio grande verso
Lorenzo, ma perch pi maturamente considerava quanto la cosa fussi pericolosa
e difficile e quanto bello stato e ricchezza e' mettessi in sul tavoliere.
Risolvendosi adunche mettere a effetto el loro pensiero, ed essendosene lo
arcivescovo, secondo lo ordine, ito a Pisa, Franceschino a Firenze, Giovan
Francesco da Tollentino se ne and in Romagna nello stato del conte, e messer
Lorenzo ne and a Castello, ciascuno di loro due con ordine di venirne el d
deputato con cavalli e fanterie verso Firenze.
Fatti questi preparamenti secondo e' disegni loro, part da Pisa d'aprile 1478
el cardinale di San Giorgio, fratello o vero nipote del conte Girolamo, che vi
era a studio, non conscio per la et di questo trattato, e sotto nome di
andare a Roma, venne a alloggiare a Montughi al luogo di messer Iacopo de'
Pazzi, di poi, innanzi che entrassi in Firenze, sendo convitato da Lorenzo,
and a Fiesole a desinare al luogo suo, e fu el consiglio de' congiurati dare
quivi effetto a tanta opera, ma non eseguirno, rispetto che Giuliano,
sentendosi indisposto, non vi venne. Differirono adunche per [farla] a
Firenze, dove entrato el cardinale, ed avendo la domenica mattina a d... a
desinare con Lorenzo, parve loro non fussi tempo farla in casa di Lorenzo,
dubitando che Giuliano non vi mangierebbe, e presono partito per la mattina
alla messa, in Santa Liperata, che si ordinava cantare solenne, e dove non
facevono dubio s'aveva a trovare Lorenzo e Giuliano.
Venne adunche el cardinale alla messa, accompagnato dall'arcivescovo Salviato,
da Giovanni Batista da Montesecco condottiere del conte e che era quivi per
quella opera, e da molti perugini, tutti venuti a quello effetto, e come el
prete che cantava la messa si communic, subito, come era dato lo ordine ed el
segno, Franceschino de' Pazzi che andava per chiesa a braccia con Giuliano,
l'assalt ed amazzollo. Da altro canto un ser Stefano cancelliere di messer
Iacopo con alcuni altri furno adosso a Lorenzo e non bastando loro interamente
l'animo lo ferirono in sulla spalla, lui si cominci a discostare e, tratto
fuori un pugnale, a difendersi, e concorrendovi brigata, cominci a ridursi in
salvo, ed in quello furore fu morto Francesco Nori che era seco; finalmente
Lorenzo, con aiuto di chi era a torno e de' preti, fu condotto vivo in
sagrestia e, chiusa la porta, guardato non potessi essere morto.
Mentre che queste cose si facevano in chiesa, l'arcivescovo, che poco innanzi
si era partito accompagnato da molti parenti ed amici de' quali la pi parte
non sapeva nulla, ed alcuni sui fidati e perugini, era ito in palagio per
occuparlo, sotto colore di volere visitare la signoria; messer Iacopo era in
casa a ordine per montare a cavallo e, correndo per la citt, gridare
libert per sollevare el popolo. Non successe in palagio el disegno allo
arcivescovo; anzi, volendo fare violenzia, fu ributtato e rinchiusesi in certe
stanze che vi sono, da se medesimo, di che la signoria, veduto questo tumulto,
fece serrare le porte del palagio, con animo di guardarlo e difenderlo da
ciascuno. Sopravenne intanto messer Iacopo, e vedendo la porta chiusa volle
sforzare el palagio; ma fu ributtato da' sassi che erano gittati da e'
ballatoi.
Era in questo mezzo corso el romore per la citt, e bench in quel principio
ognuno fussi spaventato, pure intendendosi Lorenzo essere vivo ed el palagio
essere assaltato e difendersi, gli amici dello stato ripresono vigore e prese
le arme parte ne and a soccorso del palagio, parte in Santa Liperata a
cavarne Lorenzo e conducerlo vivo a casa. El popolo ancora parendogli lo
amazzare Giuliano, che aveva benivolenzia, stato uno atto molto brutto e
contra ogni civilt, massime in chiesa in d solenne; e vedendo el palagio per
quella parte, e la vittoria aviarsi di l, e parendo che el volere occupare el
palagio fussi un volere occupare la libert, cominciorno a correre per la
terra, gridando palle palle, ch tal segno ha l'arme de' Medici; in modo che
sendo el concorso universale per Lorenzo, messer Iacopo si fugg fuora di
Firenze e gli amici di Lorenzo insignoriti dello stato cominciorno a usare la
vittoria.
Fu preso lo arcivescovo, che, come dissi, era rinchiuso in palagio, e subito
fu impiccato alle finestre del bargello; fu impiccato con lui Iacopo suo
fratello, consapevole di ogni cosa, fu impiccato un altro Iacopo Salviati, el
quale era stato pi anni inimico dello arcivescovo, e di poi riconciliatosi,
non sapendo nulla, per la sua mala sorte l'aveva la mattina accompagnato in
palagio; furono impiccati tutti quegli perugini ed armati erano seco ed in
tanta confusione e furore alcuni (etiam )innocenti. Fu preso Franceschino, che
sendosi per la furia ferito da se medesimo in uno calcagno e per non avendo
potuto fuggirsi, si era ridotto in casa, donde sendo cavato e condotto in
palagio, fu subito al luogo degli altri impiccato, fu preso el cardinale in
Santa Liperata, e per la furia e rabbia del popolo a pena vi fu condutto
salvo; fu preso Giovan Batista da Montesecco; furono impiccati el d pi di
cinquanta, n credo mai Firenze vedessi un d di tanto travaglio. El d
sequente messer Iacopo, che si era fuggito, non sendo ancora fuora del
territorio nostro fu preso ed esaminato fu impiccato. Confess che poi si era
fatta la legge sopra le eredit, aveva sempre avuto in animo farne simile
vendetta; dicono ancora disse che oltre agli altri favori e fondamenti in su'
quali aveva preso animo ed appoggiatosi, era stata la buona sorte di
Franceschino, in che molto si confidava, e gli fu risposto per messer
Bongianni Gianfigliazzi, che era degli esaminatori, che doveva pi sbigottirsi
per la sorte ottima di Lorenzo. Renato fu (etiam )impiccato el d medesimo.
Costui prevedendo molto innanzi quale fussi la intenzione di messer Iacopo e
degli altri contro a Lorenzo, gli aveva confortati avessino pazienzia e
lasciassino fare al tempo, perch Lorenzo nelle mercatantie era in tanto
disordine che in pochi anni bisognava fallissi, e perduto le ricchezze ed el
credito era perduto lo stato, dicendo: diangli a cambio e' danari vuole,
perch questi, bench con qualche nostra perdita, lo aiuteranno fallire pi
presto. Finalmente non giovando le sue parole, e presentendo per conietture,
perch da lui si guardavano, quello ordinassino di fare, era, per non vi si
trovare, itosene in villa, fu preso quivi e impiccato. Nocegli lo essere
tenuto savio ed avere credito e benivolenzia nel popolo, perch per parve
utile a chi aveva lo stato levarselo dinanzi.
Giovan Batista da Montesecco fu tenuto parecchi giorni preso; esaminato
diligentemente, confess essere venuto a Firenze per comandamento del conte
suo padrone ed avere preso el carico di amazzare Lorenzo; e nondimeno quando
si prese lo ordine per in Santa Liperata, essergli venuto orrore rispetto al
luogo, e ricusato farlo di che nacque la salute di Lorenzo, perch se lui
pigliava la cura, sendo uomo valente animoso ed esercitato lo amazzava, fugli
tagliato el capo. Fu el cardinale sostenuto molti d per avere una sicurt in
mano, acci che el papa non facessi villania a' mercatanti nostri erano in
Roma; finalmente assicurata questa parte, fu licenziato e accompagnato
onorevolmente. Fuggirono ser Stefano e Bernardo Bandini, che tutt'a dua
avevono assaltato Lorenzo, e per pi sicurt Bernardo ne and in Turchia,
donde l'anno seguente lo cav Lorenzo, e condotto a Firenze fu impiccato. Fu
preso Guglielmo e rispetto al parentado e prieghi della moglie sorella di
Lorenzo, fu liberato e mandato a' confini. Furono presi Giovanni fratello di
Guglielmo, Andrea, Niccol e Galeotto fratelli di Renato, tutti innocenti, e
furono confinati in perpetuo nelle carcere di Volterra. Fu confiscata la roba
di tutti, levate le arme per la citt, ordinato che alcuni rimasono di quella
famiglia mutassino, massime nelle cose del palagio, el nome, fatto decreto che
le figliuole e sorelle de' morti e confinati non si potessino per alcuno tempo
maritare. El quale decreto fu parecchi anni poi levato via, e quegli
incarcerati a Volterra furono confinati in perpetuo del territorio e cavati di
carcere.
Questo tumulto fu di pericolo assai a Lorenzo di perdere e lo stato e la vita,
ma gli dette tanta riputazione ed utilit, che quello d si pu chiamare per
lui felicissimo: morgli Giuliano suo fratello, col quale arebbe avuta a
dividere la roba e lo stato messo in contesa; furongli levati via
gloriosamente e coi braccio publico gli inimici sua e quanta ombra e sospetto
aveva nella citt; el popolo prese le arme per lui e, dubitando della vita,
corse a casa gridando volere vederlo, e lui si fece alle finestre con grande
gaudio di tutti, e finalmente in quello giorno lo ricognobbe padrone della
citt; fugli dato per privilegio dal publico potessi per sicurt della sua
vita menare quanti famigli armati voleva drieto, ed in effetto si insignor in
modo dello stato, che (in futurum )rimase liberamente ed interamente arbitro e
quasi signore della citt, e quella potenzia che insino a quello d era stata
in lui grande ma sospettosa, divent grandissima e sicura. E questo  el fine
delle divisione e discordie civile: lo esterminio di una parte, el capo
dell'altra diventa signore della citt, e' fautori ed aderenti sua, di
compagni quasi sudditi, el popolo e lo universale ne rimane schiavo, vanne lo
stato per eredit e spesse volte di uno savio viene in uno pazzo, che poi d
l'ultimo tuffo alla citt.



V

GUERRA DI SISTO IV E DI FERDINANDO D'ARAGONA
CONTRO FIRENZE (1479).

Di questa novit di Firenze e pericolo dello stato nacque alla citt una
guerra gravissima, perch el re Ferrando e papa Sisto, considerando quanta
offesa avessino fatta a chi aveva el governo della citt, e che mai pi vi
potrebbe essere fede o amicizia, deliberorono apertamente e colla forza di
fuora fare pruova di quello che aveano tentato occultamente e colle arme
civile, e per dare qualche principio iuridico alla impresa loro, el papa
escomunic Lorenzo ed interdisse la citt per avere impiccato lo arcivescovo
di Pisa e sostenuto el cardinale di San Giorgio. Fu per parte della citt
risposto gagliardamente a questa ingiuria, mandando in publico lettere a tutti
e' principi cristiani in giustificazione loro e carico del papa, facendo
(etiam )consigliare a tutti e' primi dottori di Italia che (de iure )questo
interdetto era nullo e non valeva. Finalmente venendosi dalle censure e guerra
spirituale alle arme e guerra temporale, el papa e re, condotto per capitano,
a spesa commune, Federigo duca di Urbino, e fatto intelligenzia co' sanesi',
mandorono le gente loro per la via di Siena a' danni nostri. Fu in questo
esercito ancora Alfonso duca di Calavria, primogenito del re ed apresso a lui
ed el duca Federigo era la cura del tutto. Dall'altra banda e' viniziani e lo
stato di Milano, secondo gli oblighi della lega, mandorno gente di arme e
fanterie in favore de' fiorentini, ma non quello numero sarebbe suto
necessario, in modo che trovandosi superiore di forze lo esercito inimico, el
nostro non potendogli stare a petto alla campagna, si ridusse in sul Poggio
Imperiale, sendo commessari generali messer Luigi ed Iacopo Guicciardini. E
non andavano le cose bene, perch mancando un capitano generale che fussi
condotto da tutta la lega, le gente de' collegati non erano in quella
ubidienzia che bisognava; di che lo esercito inimico, oltre allo essere
superiore di forze, andava sanza rispetto campeggiando e' luoghi gli pareva.
Presono adunche Radda, Rencine, Brolio, Cacchiano e la Castellina, dove
stettono a campo ventinove d.
Era venuto in questo mezzo in campo, capitano di tutta la lega Ercole duca di
Ferrara, el quale per, per non essere pari agli inimici di gente, non scese
del Poggio, ma molestava e' sanesi con prede e scorrerie, tenendo sempre fermo
gli alloggiamenti in sul Poggio, per essere quello sito fortissimo, ed un
freno agli inimici, che, poi che ebbono espugnati e' primi luoghi in sulle
frontiere, non ardissino distendersi pi verso e' luoghi vicini alla citt. Di
che gli inimici, per non perdere tempo, volsono alla fine dello anno lo
esercito verso la Valdichiana ed accamporonsi al Monte a San Sovino. Dette
questa cosa alterazione grande alla citt, per essere el Monte luogo di
importanza per la qualit del castello e per la oportunit alle altre terre
del paese; e per si fece risoluzione si soccorressi in ogni modo, e subito fu
mandato in quella parte commessario messer Bongianni Gianfigliazzi, acci che
insieme col conte di Pitigliano disegnassino e' modi necessari e gli
alloggiamenti oportuni a questo soccorso. Ed in questo mezzo si scrisse nel
campo nostro (el quale, rimasto per la partita degli inimici superiore da
quella banda, aveva fatte grande prede in sul sanese e presi alcuni luoghi di
non molta importanza) che el capitano insieme con Iacopo Guicciardini,
lasciate le gente bastavano per guardia del paese, si transferissino alla
volta del Monte ed agli alloggiamenti che si disegnassino pel conte di
Pitigliano e per messer Bongianni. Volsonsi a quella volta e doppo molte
dispute e dispareri alloggiorono presso al campo inimico; dove sendo, si fece
tregua per alcuni giorni. La quale fu accettata da' nostri, perch sendo nello
autunno pareva loro utile ogni tempo si togliessi agli inimici, sendosi allo
stremo dello anno; fu accettata da loro, perch, sendo la natura del duca di
Urbino fare le cose sue pi sicuramente poteva, si volle fortificare da una
banda donde dubitava potere essere offeso, e la quale per non era stata
prevista da' nostri. Finalmente, spirata la triegua, gli uomini del Monte si
dettono loro spontaneamente, bench da par loro si fussino potuti tenere
alcuni d, ed inoltre avessino la speranza propinqua del soccorso ed el tempo
di natura da credere che el campo fussi necessitato a levarsene presto.
Questa perdita del Monte sbigott ed alter assai l'universale della citt,
perch fu contro la opinione commune, riputandosi che quel luogo fussi forte
ed eziandio molto fedele ed ebbonne el capitano e commessari e le gente nostre
gran biasimo, ed imputatine di vilt, come se non fussi bastato loro lo animo
a soccorrerlo e di qui gli uomini del Monte, privati di speranza del soccorso,
si fussino dati. Nondimeno pe' pi savi si ritrasse essere stata malignit di
parecchi capi della terra, e' quali a poco a poco avevano persuaso la
moltitudine, che da s naturalmente era inclinata alla divozione nostra e cos
che le gente nostre meritavano scusa, perch non potevano avere a fare con gli
inimici, se non con gran disavantaggio.
Nel medesimo tempo fu in Firenze un poco di disordine causato dagli otto della
bala. Quello magistrato ne' tempi passati era stato creato con grandissima
autorit nelle cose criminali, sottoposta pure nel giudicare, bench non nel
procedere, alle leggi e statuti della citt, e con potest libera ed assoluta
e fuora di ogni legge, ne' peccati concernenti lo stato; e fu invenzione di
chi si trovava nelle mani el reggimento, per avere un bastone a loro posta,
col quale potessino stiacciare el capo a chi volessi malignare ed alterare el
governo. E bench la origine sua nascessi da violenzia e tirannide, riusc
nondimeno un ordine molto salutifero; perch come sa chi  pratico nella
terra, se el timore di questo magistrato, che nasce dalla prontezza del
trovare e' delitti e giudicargli, non raffrenassi gli animi cattivi a Firenze
non si potrebbe vivere; e cos come detto ufficio fu pienissimo circa alle
cose criminali, gli fu proibito per espresso non potessi impacciarsi nel
civile. El quale ordine non si osserv interamente, perch a poco a poco per
spezialit di chi era nell'ufficio e pe' mezzi e favori degli uomini che vi
venivano vi si cominci a introdurre molti casi civili, chamandogli, per
qualche ragione indiretta, criminali, la qual cosa sendo molto trascorsa,
parve a Lorenzo di correggerla, e per si fece una riforma che dichiar e
distinse molti casi, ne' quali gli otto non potessino cognoscere. E perch la
fu ordinata da Gismondo dalla Stufa che allora si trovava degli otto fu
chiamata la gismondina; e sendosi osservata per qualche uficio, gli otto che
si trovorono in questo tempo, non piacendo loro, un d subito sanza conferirne
o con magistrati o con chi governava la citt, la stracciorono ed arsono. La
qual cosa parendo fussi un toccare lo stato avendolo fatto di loro propria
autorit, e massime ne' tempi che correvano, dispiacque a chi reggeva, e
subito furono cassi dello uficio e fatti altri in loro scambio. N fu fatta
loro altra punizione, perch si ritrasse non era stata malignit contro al
governo, ma pi tosto leggerezza; ed essere stati messi su da' cancellieri
dello uficio, a' quali piaceva vi si cognoscessi di ogni caso, perch si
valevano pi; e si riconferm la gismondina, bench oggi non si osservi, e
quietossi la cosa.
Gli inimici, preso el Monte, se ne andorno alle stanze; ed in Firenze,
pensandosi all'anno sequente, si attese a pensare e' preparamenti per tempo
nuovo, ed a questo effetto ristrignersi co' collegati, mostrando loro e'
nostri pericoli e strignendogli a' soccorsi. Fu per mandato a Vinegia oratore
messer Tommaso Soderini ed a Milano si trovava Girolamo Morelli; e' quali
molte volte discorsono e mostrorno come gli eserciti che noi avevamo avuti fra
nostri e loro la state passata, non erano bastanti stare in campagna ed a
petto agli inimici, e per non si faccendo maggiore sforzo, che loro
continuamente si insignorirebbono de' luoghi nostri ed indebolirebbonci in
modo che noi saremo constretti pigliare con gran disavantaggio nostro e di
tutta la lega qualche partito con loro, bench la intenzione nostra fussi
prima morire che abandonare la lega e mancare della fede nostra, essere
necessario, se ci volevano conservare lo stato secondo gli oblighi mandare
aiuti pi gagliardi e fare altri disegni che l'anno passato. Soggiunsono di
poi che, quando bene ci mandassino l'esercito che fussi per resistere agli
inimici ad essere loro mai nondimeno non bastare per la salute nostra, perch
e' danni che si facevano cos da' soldati nostri come dagli inimici a' nostri
cittadini e sudditi erano tanto grandi e s innumerabili che continuandosi pi
tempo era impossibile a reggerli, avendo massime tanto peso d'avere colle
borse private a sostenere tutte le spese ed incarichi della guerra; consumarsi
a poco a poco questo corpo ed in modo diminuirsi, che, non si rilevando,
cadrebbe da se medesimo, la vera ed unica medicina di questo male essere che
fra noi ed e' nostri collegati si facessi tanta forza che si potessi cacciare
gli inimici di su' nostri terreni e perseguitargli in ogni luogo e fare la
guerra potentemente a casa loro.
Questi discorsi e ragione introdussono in pratica molti modi da fare questo
effetto, e disegnossi due modi: uno di fare armata per mare e con essa
infestare le marine del re Ferrando, e cos divertire la guerra in Toscana,
l'altra chiamare in Italia angioini e voltargli alla impresa di Napoli.
Finalmente dolendo la spesa a' collegati, non se ne fece la conclusione si
doveva, ma si deliber per difesa nostra in questa forma: condussesi a' soldi
nostri per capitano nostro Ruberto Malatesta signore di Rimino, e si disegn
con lui fare uno campo in quello di Perugia per levare quella citt dalla
divozione della Chiesa e di poi potere ferire negli altri luoghi nello stato
del papa; e per fare questa impresa pi riuscibile, si disegn per questo
campo el conte Carlo del Montone, sperando che la riputazione la benivolenzia
e parte aveva in Perugia, l'avessi facilmente a fare ribellare, dalla parte di
Siena e verso el campo inimico fu disegnato el duca di Ferrara capitano
generale di tutta la lega, ed el marchese di Mantova capitano dello stato di
Milano. Furono (etiam )in qualche speranza d'avere aiuti dal re di Francia, al
quale sendosi mandati imbasciadori da tutta la lega, che vi and per la nostra
citt messer Guidantonio Vespucci a fare querela del pontefice e tentarlo
volessi insieme cogli altri principi chiamare il papa a concilio e cos
richiederlo di aiuti per la difesa nostra, aveva quel re pi volte promesso
mandare buono numero di gente d'arme in Italia, ed in effetto ogni cosa fu
vana se non che con lettere e con ambasciadori al pontefice, con minacci e
protesti favor assai la causa nostra.
Disegnati l'anno 1479 questi apparati, e venendone el tempo nuovo da
esercitargli, el signore Ruberto da Sanseverino fuoruscito dello stato di
Milano, con gente e favori del re scorse di quello di Genova insino in sulle
porte di Pisa; la quale citt, per non aspettare la guerra, era improvista di
tutte le cose necessarie. Ma subito vi furono mandati commessari messer
Bongianni Gianfigliazzi ed Iacopo Guicciardini, e di poi presto vi si volse el
duca di Ferrara, ed in modo si raffrenorno gli impeti degli inimici, ed
eziandio si scopr in Pisa uno trattato, che el signore Ruberto vedendosi
inferiore di gente e dubitando ancora, venendo aiuto da Milano, non essere
rinchiuso, si ritir e partissi d'in sul nostro.
Cessato questo pericolo, el duca e messer Bongianni se ne andorono verso el
Poggio, ed Iacopo ne venne in quello di Arezzo, dove pochi d poi giunse el
nostro capitano magnifico Ruberto Malatesta, ed aspettavasi el conte Carlo del
Montone el quale, sendo amalato, si ferm in Cortona e quivi pochi d poi si
mor, tagliando una grande speranza si era conceputa per la venuta sua,
rispetto al credito ed alla parte aveva in Perugia, nondimeno colle gente vi
erano si seguit la impresa e presesi alcune castella del perugino. E perch
lo esercito del papa e re, colla persona de' due duchi Calavria ed Urbino
campeggiava dalla banda di Siena e per non attendeva alla difesa del
perugino, fu mandato dagli inimici in quella parte un altro esercito sotto la
cura del prefetto, nipote del papa, e di messer Matteo da Capua; e' quali
arrivati si affrontorono co' nostri e, doppo un bello fatto di arme in che
molto appar la prudenzia ed ordine grande del capitano magnifico Ruberto, e'
nostri ebbono una gloriosa vittoria, pigliando gran numero di uomini e cavalli
degli inimici e spogliandogli insieme degli alloggiamenti.
Dalla parte di Siena non si era fatto ancora cosa notabile, perch e' nostri
stavano in sul Poggio, donde operavano pi in difesa de' paesi nostri che in
offesa degli inimici, e gli avversari, temendo dello esercito nostro, non
potevano sforzare le nostre terre e non ardivano volere fare fazione co'
nostri rispetto al disavantaggio arebbono avuto per la fortezza del Poggio. Ma
avendo le nuove della rotta di Perugia e dubitando di quello stato, si volsono
a gran giornate in l; il che presentendosi pe' nostri che gi erano accampati
a alcune castella in sul lago di Perugia, perch erano di numero molto
inferiori agli inimici, si ritrassono a salvamento a pi di Cortona ma el
campo del Poggio, rimanendo per la partita del campo opposito sanza riscontro,
scese del Poggio ed and a campo a Casoli, castello grosso de' sanesi che
confina con noi dalla parte di Volterra; e piantatovi le artiglierie, lo prese
per forza e saccheggiollo. Di che nel saccheggiare e dividere la preda nacque
gran quistione e contesa fra quegli del duca di Ferrara e quegli del marchese
di Mantova, e vennono alle mani, e con gran difficult furono divisi da'
commessari nostri messer Bongianni e Girolamo degli Albizzi.
Furono, e per la rotta del perugino e per la avuta di Casoli, e' successi
nostri tanto felici, che indubitatamente eravamo al disopra della guerra, e si
faceva giudicio che la vittoria dovessi essere dal nostro; ma mutossi la
fortuna e rec quella gloria e felicit agli avversari, che ragionevolmente
doveva essere nostra; perch la quistione nata nel sacco di Casoli fra e'
ferraresi e mantovani fu di tanta efficacia, sendo massime fra quegli dua
principi qualche sdegno ed inimicizia antica, che per fuggire maggiore
scandolo, fu necessario pigliare partito di separargli. E per fu mandato el
marchese di Mantova nel perugino a congiugnersi col magnifico Ruberto ed el
duca di Ferrara insieme col signor Gostanzo di Pesero rimase a fare la guerra
nella parte di Siena.
Sendo adunche le gente nostre divise in due parte quasi pari, ed in modo che,
se bene unite insieme sarebbono stati superiori agli inimici, nondimeno cos
separate ciascuna di loro era molto inferiore gli inimici, esaminando e' casi
loro, si risolverono tenere lo esercito unito in mezzo quello di Siena e la
Valdichiana, acci che, come el campo del Poggio facessi movimento, potessino
in tre o quattro d essere loro adosso; e cos con questo terrore ritenergli
che non ardissino campeggiare con artiglierie, e cos che non rimanessi loro
da fare fazione, se non prede e scorrerie e cose di poco momento; e cos
medesimamente raffrenare, quando si movessi, lo esercito di verso Perugia. E
parve loro con questi modi che el campo loro, pi grosso che alcuno degli
inimici, potessi facilmente avere occasione di opprimerne uno, e quando pure
questo non fussi, stimavano assai consumare questo anno e tenerci colla guerra
addosso, e fu parola del duca di Urbino, che e' fiorentini el primo anno della
guerra erano vivi e gagliardi, el secondo mediocri, el terzo spacciati; e che
ci aspettava al terzo anno.
Questi loro ordini cos disegnati riuscirono in buona parte, perch come el
campo nostro di Perugia si moveva, subito gli inimici andavano alla volta
loro, in modo che vedendogli superiori erano constretti a ritirarsi a luoghi
salvi; e per questo rispetto non si accampavano a terra alcuna con
artiglierie, riputandosi vergogna l'aversi di poi a levare, ed erano
constretti infestare e' perugini con scorrerie solo, e se pure andavano a un
castello, non potevano combatterlo con altro che con battaglia di mano. El
medesimo interveniva a' nostri di verso Siena, in modo che gli inimici con
questa astuzia tenevano impedite molte pi gente che loro non erano, e
consultandosi del rimedio a questo male, pareva necessario unire insieme
questi due eserciti, co' quali per essere in pi numero si sarieno sanza dubio
urtati gli inimici, ma non si poteva, per la quistione stata tra e' ferraresi
e mantovani, e cos perch el magnifico Ruberto Malatesta ed el signore
Gostanzo di Pesero, nostro soldato, erano inimici ed incompatibili in uno
campo medesimo. Restava ingrossare tanto l'uno e l'altro campo che separati
potessino stare a petto agli inimici; il che non ebbe effetto, percn gli
aiuti de' viniziani erano freddi e deboli, e cos dello stato di Milano;
massime che in quello tempo el signore Lodovico, monsignore Ascanio ed el
signore Ruberto da Sanseverino con spalle e favore del re presono Tortona ed
alcune terre di quello stato; e lo effetto fu che madonna Bona, mossa da paura
e da persuasioni come donna, gli richiam al governo del figliuolo, e loro
subito entrati incarcerorno messer Cecco e poi gli feciono tagliare el capo.
Fu necessario, intendendosi questi movimenti di Milano, che el marchese di
Mantova loro soldato ed el duca Ercole, capitano di tutta la lega, andassino a
Milano bench Ercole lasciassi in sul Poggio le sue gente a governo di messer
Gismondo da Esti suo fratello. Indebolito in questo modo e' nostri campi, e
continuando gli inimici la astuzia loro, si consum tutta la state; pure
finalmente e' perugini, non volendo pi soportare la guerra ed avendo cos
protestato al papa, erano alle strette di pigliare accordo colla lega; quando
gli inimici intendendo farsi in sul Poggio Imperiale mala guardia ed essere
disordinato molto quel campo, di che era a governo messer Gismondo e
commessario Girolamo degli Albizzi, ed avendo certa intelligenzia in una
basta vi era, partitisi dal ponte a Chiusi a grandissime giornate, assalirono
improvisamente e' nostri in sul Poggio, e' quali per questo assalto s subito
sbigottiti, n si rifidando al sito fortissimo, sanza fare alcuna difesa
vilissimamente si fuggirono e furono rotti.
Fu questa rotta una percossa nel cuore alla citt, la quale impaurita e
pensando solamente alla difesa della libert, attese a riordinare el pi
poteva le gente rotte, richiese instantissimamente di aiuto e' collegati e
subito revoc le gente del perugino, in modo che le pratiche dello accordo non
ebbono conclusione. Mandossi in quello di Arezzo el signore Gostanzo per
guardia del paese; e perch non poteva essere in uno luogo medesimo col
magnifico Ruberto, ridussesi el campo nostro a San Casciano, e gli inimici
doppo una tanta vittoria ne vennono a campo a Colle, dove stettono circa a
sessanta d; e finalmente non sendo soccorso, l'ebbono a patti, del mese di...


VI

VIAGGIO A NAPOLI Dl LORENZO DE' MEDICI (1479).
PACE CON FERDINANDO D'ARAGONA (1480).
NUOVI ORDINAMENTI A FIRENZE.

La citt in questo mezzo, bench doppo la rotta dal Poggio avessi avuto
qualche soccorso da Vinegia, nondimeno veduto Colle in modo stretto che era da
credere si potessi poco tenere, e bench el tempo dello ire alle stanze si
appressassi, pure considerando in quanti pericoli avessino a essere lo anno
futuro, e massime perch si dubitava lo stato di Milano non seguitassi la
parte del re o (saltem) si stessi neutrale, e vedendo bisognare pigliare modo
alla salute sua o coll'avere altri soccorsi da' collegati che pel passato o
col pigliare la pace con pi tollerabili condizioni si potessi, mandorono
imbasciadore a Vinegia messer Luigi Guicciardini a fare intendere a quella
signoria, come (etiam )si era fatto l'anno passato mediante messer Tommaso
Soderini, in che condizione si trovava lo stato nostro, e che ci era uno unico
rimedio, di transferire la guerra in su' terreni degli inimici, el quale,
rispetto alla debolezza nostra e la mutazione del governo di Milano, era
fondato in gran parte in quella signoria. Le quali cose sendo mostre per lo
oratore, non feciono quello frutto che meritamente dovevono fare. Di che sendo
a Firenze per lettere di messer Luigi certificati, e come da loro non si
poteva sperare pi che pel passato, Lorenzo de' Medici, considerando in che
pericolo si trovava lo stato suo e dubitando che questa guerra lunga e
pericolosa non straccassi in modo la citt, che e' cittadini, per levarsi
questa febre da dosso, non gli togliessino lo stato, voltosi tutto a' pensieri
della pace, n gli parendo altro modo che di placare lo animo del re, massime
disperandosi del pontefice, e conferito questo suo pensiero con pochi o con
nessuno, fatto una sera a d 6 di dicembre chiamare da' dieci una pratica di
circa quaranta cittadini de' principali, disse avergli fatto chiamare per
conferire loro una sua deliberazione, nella quale non ricercava lo
consigliassino, ma solo lo sapessino; avere considerato quanto la citt avessi
bisogno di pace, non potendo difendersi per se medesima da s potenti inimici,
n volendo e' collegati fare el debito loro; e perch gli avversari
pretendevano lo odio essere pi tosto seco che colla citt, ed el re in
particulare aveva detto non essere inimico della citt, ma amarla e desiderare
la amicizia sua e cercare di ottenerla colle battiture sua, poi che altro modo
non gli era giovato, per essere disposto transferirsi personalmente a Napoli;
la quale andata gli pareva utilissima, perch, se gli inimici desideravano lui
solo, l'arebbono nelle mani e per saziarsi di lui non bisognerebbe
perseguitassino pi la citt; se e' desideravano non lui, ma la amicizia
publica, questo essere modo a intendergli presto ed a potere ancora migliorare
le condizioni della pace; se e' volevano altro, questa andata lo
dimostrerebbe, e intendendosi quello che e' volessino, e' cittadini si
sforzerebbono con qualche modo pi vivo difendere la libert e lo imperio;
cognoscere in quanto pericolo si mettessi ma essere disposto preporre la
salute publica al bene privato e pel debito universale di tutti e' cittadini
verso la patria e pel particulare suo, rispetto a avere avuti dalla citt pi
benefci e pi condizione che alcuno altro; sperare che quegli cittadini che
erano presenti non mancherebbono in conservare lo stato e l'essere suo, e cos
raccomandare loro s, la sua casa e famiglia; e sopratutto sperare che Dio,
risguardando alla iustizia publica ed alla sua buona intenzione privata,
aiuterebbe questo pensiero; e quella guerra che si era principiata col sangue
del suo fratello e suo, si poserebbe e quieterebbe per le sue mani.
Dette questo parlare ammirazione a tutti quegli che non avevano prima notizia,
ed e' pareri furono in s vari come si fa nelle cose grande; nondimeno, perch
gli aveva detto non ci ricercare drento consiglio, nessuno la contradisse. E
cos lui, raccomandata la citt ed el governo agli amici dello stato, si part
la notte medesima; ed el d sequente giunto a San Miniato al Tedesco, scrisse
una lettera alla signoria, scusandosi non gli avere prima communicato questo
suo disegno, perch gli pareva che el tempo ricercassi pi tosto fatti che
parole, ed allegando le cagione della andata sua, quasi in quel medesimo modo
aveva (viva voce )fatto co' dieci e colla pratica. Giunto di poi a Livorno e
trovatovi due o tre galee mandate dal re Ferrando per levarlo, come ebbe avuto
da Firenze el mandato di potere conchiudere quanto voleva el popolo
fiorentino, se ne and per acqua alla volta di Napoli. Aveva el re Ferrando,
avisato di tale deliberazione, credo dagli oratori milanesi che praticavano a
Napoli la pace, mandato a sua richiesta le galee in Porto Pisano, e per dare
uno saggio di pace innanzi che Lorenzo partissi, fatto che el duca di Calavria
aveva richiesta la citt di levare le offese a disdetta di dieci d, e cos si
era consentito.
Questa andata di Lorenzo alter assai e' viniziani per essere fatta sanza
saputa loro, e feciono concetto la pace essere conchiusa, e Lorenzo essere ito
a cosa fatta, e loro essere lasciati a discrezione; e nondimeno per impedirla
se la non fussi pure conchiusa, veramente sendo conchiusa, per accertarsene,
ed in ogni evento per trovarsi forti ed armati, subito feciono tornare in
Romagna le gente loro che erano in Toscana in aiuto de' fiorentini; richiesono
lo stato di Milano e fiorentini di rinnovare la lega, allegando che per
qualche accidente si era divulgato a Roma ed in pi luoghi che la era rotta
per non si essere osservata secondo e' capitoli, e per essere bene per trre
ogni ombra potessi nascere, rinnovarla, e concorrendovi lo stato di Milano, la
citt, per non perturbare le pratiche di Napoli, la neg. Tolsono per loro
capitano el magnifico Ruberto Malatesta; e perch gli era capitano de'
fiorentini, e durava la condotta sua qualche anno, e non voleva obligarsi a'
viniziani se non in caso avessi licenzia da' fiorentini, feciono tanta
instanzia si dessi questa lincenza, che la citt, per non alienarsegli in
tutto se pure seguissi guerra, lo fece, bench molto male volentieri. Levate
le offese, messer Lodovico e messer Agostino da Campofregoso ci tolsono
furtivamente Serezzana, e querelandosene la citt al duca di Calavria e di
Urbino che fussi stata tolta sotto la fede loro dagli uomini loro, dimostrorno
averlo per male e fare ogni instanzia con lettere ed imbasciadori ci fussi
restituita; il che non ebbe effetto, o per la ostinazione de' Fregosi, o
perch egli operassino in fatto el contrario.
La citt in quel tempo si trovava molto inferma, e diminuita assai la virt,
s per la lunga guerra, s (etiam )perch assai avevano preso animo di
sparlare del governo, e cercare novit e gridare che gli era bene che gli
onori e le gravezze non si distribuissino a arbitrio di pochi, ma de'
consigli. Nasceva questa audacia, perch molti facevano giudicio che el re
avessi a tenere Lorenzo, dicendo che lui, disperato potere sostenere questo,
si era gittato nelle braccia di quel re suo inimico temerariamente e sanza
avere da lui fede o sicurt alcuna; e se pure l'aveva avuta, che el re non la
osserverebbe, sendo uomo sanza fede, come aveva mostro la esperienza passata
nel conte Iacopo ed in altri. E multiplicando ogni d questo omore nella
citt, non si poteva pensare a fare provedimenti alla guerra; e massime che
molti delle casa dello stato, o perch dispiacessi loro el governo presente, o
per credere che Lorenzo non avessi a tornare, cercavano cose nuove e volgevano
credito a Girolamo Morelli; el quale, sendo di riputazione grandissima e forse
cos savio come altri che fussi nella citt, avendo forse la medesima opinione
di Lorenzo, era in qualche sospetto collo stato, nata forse non meno della
autorit che egli aveva, che da alcuno suo sinistro portamento. Gli amici del
reggimento pareva loro assai conservare lo stato sanza mutazione, tanto che
Lorenzo tornassi, ed ingegnavansi creare signorie di qualit da potersene
fidare.
Lorenzo, giunto a Napoli, fu ricevuto dal re con onore grandissimo e sforzossi
persuadergli che se gli dava la pace e conservavalo nello stato, si varrebbe
molto pi della citt a suo proposito che se lo spacciassi; perch se si
mutassi a Firenze governo, potrebbe venire in mano di tali, che el re non ne
disporrebbe come di lui solo. Stette el re molti d dubio, sendo da un canto
molto stimolato dal papa di spacciarlo, da altro parendogli vere le sua
ragione, ed aspettava vedere se questa suspensione facessi in Firenze novit
alcuna. Finalmente non si alterando nulla a Firenze, si risolv alla pace ed a
conservare Lorenzo, el quale vedendosi menare in lunga si ritrovava in gran
paura; e nondimeno si soprased molti d la conclusione, perch el re voleva
farlo con meno alterazione del papa fussi possibile, e non venendo da Roma la
licenzia, fu contento che Lorenzo si partissi, avendolo certificato di quello
voleva fare in ogni modo. Di che Lorenzo torn per acqua e subito ritornato a
Firenze, dove fu ricevuto con grandissimi segni di letizia e benivolenzia,
venne la nuova della pace cosa molto desiderata e che gli rec grandissima
riputazione, in modo che quanto la sua deliberazione fu pericolosa e forse
troppo animosa, tanto gli fu lieto e glorioso il fine.
La pace dal canto nostro ebbe quelle condizione in qualche parte che sogliono
avere e' vinti; perch non vi furono inclusi e' signori di Romagna che erano
sotto la protezione della nostra lega, ma ne fu fatto compromesso nel re, el
quale aveva a parole dato speranza di salvargli; non ci fu problema la
restituzione delle terre perdute, ma rimesse in arbitrio del re, el quale di
poi nello 1481, alla fine di marzo, restitu Vico, Certaldo, Poggibonzi, Colle
ed el Monte a San Sovino; la Castellina e le altre rimasono a' sanesi secondo
le convenzione avevano col re; pagossi certa somma di danari, e nondimeno fu
pace con meno disavantaggio non ricercavano le condizioni nostre. Aggiunsesi
una lega universale di Italia, non riservando la particulare e si dispose che
perch e' viniziani avessino cagione di acconsentirla, avessino tutti e'
principi di Italia a mandare loro imbasciadori, come altra volta si era fatto
nel 54, al re Alfonso. Fu ratificato ogni cosa dal re, Milano, Ferrara e noi;
el papa ratific la pace; e' viniziani, non piacendo loro nuova lega, non
ratificorono, anzi feciono, fuora della opinione di tutti, una nuova lega col
pontefice. A Firenze si elesse imbasciadori al papa e re ed a rallegrarsi
messer Antonio Ridolfi e Piero di Lutozzo Nasi, di poi si deput undici
imbasciadori a Roma a chiedere la assoluzione dalle censure messer Francesco
Soderini vescovo di Volterra, messer Luigi Guicciardini, messer Bongianni
Gianfigliazzi, messer Piero Minerbetti, messer Guidantonio Vespucci, Gino
Capponi Domenico Pandolfini, Antonio de' Medici, Iacopo Lanfredini Piero
Mellini... e' quali usate molte cerimonie e supplicazione la ottennono.
Quietate le cose della citt di fuori, parendo agli uomini del reggimento le
cose drento essere disordinate, attesono a restrignere lo stato e dettono
pegli oportuni consigli bala a trenta cittadini per pi mesi, e di poi a
dugentodieci, e' quali feciono squittino nuovo, ordinorono nuova gravezza,
dettono a que' trenta arroti quaranta, e' quali per cinque anni avessino molte
autorit, e di creare la signoria ed altro e circa le provisioni della citt,
che si chiamorono el consiglio de' settanta, el quale si continu poi di tempo
in tempo in modo che fu un consiglio a vita. E perch el magistrato de' dieci
vacava, finita la guerra, ordinorono si eleggessi di sei mesi in sei mesi, del
numero de' settanta, otto cittadini chiamati otto di pratica, e' quali
avessino a vegghiare le cose importante dello stato di fuora ed a tenerne
quella cura nella pace, che tenevano e' dieci nella guerra; e cos rilegorono
e riformorono lo stato con pi grandezza e stabilit di Lorenzo.



VII

GUERRA TRA VENEZIA E FERRARA (1482).
PACE Dl BAGNOLO. IMPRESA Dl PIETRASANTA.

Fatta questa pace, stette Italia in quiete insino all'armo 1482, nel qual
tempo sendo nate alcune discordie tra e' viniziani ed Ercole duca di Ferrara
rispetto a' confini ed antique convenzione loro, e non potendo e' viniziani
sopportarle s per la loro superbia naturale, s (etiam )per essere usi a
disporre molto di quello stato; e da altra parte Ercole faccendo pi
renitenzia che pel passato, per confidarsi in essere genero del re Ferrando e
nella lega aveva con lui, con Milano e Firenze; ed ultimamente sendo el
vicedomine che stava in Ferrara per la signoria di Vinegia scomunicato dal
vicario dello vescovo, lo effetto fu che e' viniziani deliberorono rompergli
guerra con consiglio e consenso ancora di papa Sisto. E parendo loro che la
vittoria consistessi nella prestezza, disegnorono una armata grossa in Po e
due campi per terra, uno dalla banda di Ferrara sotto el signore Ruberto da
Sanseverino, l'altro in Romagna sotto el magnifico Ruberto Malatesta e
cominciorono potentemente a infestare lo stato di Ferrara. Da altra banda e'
signori collegati risentendosi non tanto per gli oblighi della lega, quanto
pel pericolo commune a tutta Italia se e' viniziani si insignorivano di quello
stato mandorono gente e commessari a Ferrara, non in quello numero bisognava,
e per capitano Federigo duca di Urbino, sperando che la presenzia ed autorit
sua avessi a fare frutto.
Partissi del reame el duca di Calavria per soccorrere el suo cognato ma
sendogli dinegato el passo dal papa che favoriva e' viniziani, congiuntosi con
Savelli e Colonnesi, cominciorono a infestare le terre della Chiesa; e sendo
el papa, il conte Girolamo e signore Verginio Orsino occupati alla difesa, e'
fiorentini levorono Citt di Castello da obidienzia della Chiesa, rimettendovi
a governo messer Niccol Vitelli che ne era stato, cacciato da messer Lorenzo
Iustino capo della parte avversa. E perch el papa potessi difendersi dal duca
di Calavria, e' viniziani gli mandorono el magnifico Ruberto; e cos la guerra
dello stato di Ferrara si allegger dalla parte di Romagna. Ma di verso
Ferrara e' viniziani non avendo riscontro, presono Rovigo con tutto el
Pulesine e vennono a campo a Ficheruolo, strignendolo per terra e per acqua;
ma difendendosi ferocemente, per esservi drento a guardia valenti uomini e
perch el duca Federigo, accampato in sull'altra riva di Po, gli dava tutti
quegli favori era possibile, non l'ebbono se non in spazio di quaranta o
cinquanta d. Nel qual tempo el duca Federigo, sendo amalato per la cattiva
aria di quegli paludi, mor con grandissimo danno di tutta la lega, rispetto
alla sua grandissima fede virt ed autorit, e ne' medesimi d el magnifico
Ruberto colle gente ecclesiastiche presso a Velletri a un luogo detto Campo
Morto, si appicc col duca di Calavria, dove doppo un lungo fiero e bellissimo
fatto di arme, el duca di Calavria fu rotto, presi assai di quegli baroni
romani erano con lui, e lui colla fuga scamp le mani degli inimici. Doppo la
quale gloriosa vittoria Ruberto, sendo amalato per la grandissima fatica
durata nel fatto dell'arme, portato a Roma pochi d poi mor in grandissima
fama, e fu sepulto in San Pietro con uno epitafio vulgare:

Ruberto sono che venni vidi e vinsi
lo invitto duca e Roma liberai
e lui di fama e me di vita 'stinsi.

Mor in quegli giorni medesimi e, come dicono alcuni, in quello d medesimo
che mor a Ferrara el duca di Urbino.
Furono questi successi tanto in favore de' viniziani, sendo rotto el duca di
Calavria, espugnato Ficheruolo, morto Federigo duca di Urbino, che, non avendo
ostaculo, el signore Ruberto coll'esercito pass Po, fatti ne' luoghi oportuni
molti ponti e bastioni, massime uno al Lagoscuro di grandissima importanza
alla infermit di quello paese, e venne insino alle porte di Ferrara, sendo
molto impaurito el duca e deliberato abandonare Ferrara ed andarsene a Modona,
se da messer Bongianni Gianfigliazzi, che vi era commessario de' fiorentini,
non fussi stato con gagliarde parole e conforti ritenuto. E certo la vittoria
pareva in mano de' viniziani, avendo stretto el collo a Ferrara con uno
esercito potentissimo, con una grossa armata per Po, e sendovi gli aiuti de'
collegati molto deboli, e sperandovisene pochi altri, perch el re, poich era
rotto, non pareva sufficiente a sforzare el papa di dargli el passo; lo stato
di Milano aveva guerra co' Rossi di Parmigiana, e' quali sotto la speranza de'
viniziani si erano ribellati, e tutto lo sforzo di quello stato era vlto a
espugnare San Secondo, luogo fortissimo, ed e' fiorentini soli non potevano n
volevano difendere questa piena, e come accade nelle cose che s'hanno a fare
per pi, comunemente la freddezza dell'uno intepidiva gli altri.
Ma perch lo imperio di Italia non era ancora disegnato a' viniziani, si volse
nuovo vento, in modo che mutate la condizione delle cose, non solo si salv
Ferrara, ma furono e' viniziani in grandissimo pericolo perdere tutto lo stato
avevano in Italia in terraferma; perch el papa e conte Girolamo che avevano
insino a quel d dato loro favore, si rivolsono e collegoronsi colla lega alla
difesa di Ferrara. La cagione pu essere varia, o perch fussino sdegnati co'
viniziani d'avere loro mancato forse in qualche convenzione avevano insieme, o
perch fussino allettati da qualche promessa de' collegati, o perch fussino
impauriti, considerando che se e' vinizani ottenevano, verrebbono in tanta
grandezza, che e gli amici e gli inimici arebbono a stare a loro discrezione.
Comand dunche el papa a' viniziani che levassino le offese da Ferrara e
restituissino le cose occupate a quello stato; e non ubbidendo loro
successivamente, bench con qualche intervallo di tempo, gli dichiar
scomunicati ed interdetti; e per pigliare el modo della difesa, si fece una
dieta a Cremona, dove oltra gli oratori di tutti gli altri stati di Italia,
eccetto e' genovesi, vi intervenne personalmente el duca di Calavria, el
signore Lodovico Sforza, Lorenzo de' Medici, el marchese di Mantova, messer
Giovanni Bentivogli, e credo el conte Girolamo, oltre a Francesco da Gonzaga,
cardinale mantovano, legato del papa. E finita la dieta, el legato e duca di
Calavria si transferirono a Ferrara; dove attendendo alla difesa ed
ingrossando continuamente di gente, el signore Lodovico espugn San Secondo e
spacci tutto lo stato de' Rossi, in modo che potendosi valere di tutte le
gente sforzesche, si conchiuse, per pi difesa di Ferrara, rompere a'
viniziani dalla banda di Milano in sul bresciano. La qual cosa si acceler,
perch el signore Ruberto sperando avere parte in Milano e potervi fare
movimento, partito del ferrarese e fatto un ponte in sull'Adda, ne venne
insino in sulle porte di Milano, dove non si vedendo novit, si ritorn
adrieto, non avendo fatto alcuno acquisto; e perch gli era molto tardi al
campeggiare, le fazioni dell'arme si riposorono.
Nella medesima state la citt recuper le terre tenevano e' sanesi di nostro,
acquistate nella guerra del 78, perch avendo e' sanesi fatto novit e
cacciati molti cittadini, e loro ridottosi in su' confini, dove si stimava
avessino favore o dal papa o dal re, entr gran sospetto a quegli reggevano,
in modo che per loro sicurt e appoggio feciono lega colla citt e
restituirono la Castellina e gli altri luoghi. E di poi andorono a campo a
Serezzana la quale non s'ebbe, per avere in Lunigiana poche gente e quelle non
potendo tardare, perch avevono a essere in Lombardia.
L'anno sequente lo esercito della lega, sendo potentissimo e molto superiore
a' viniziani, prese Asola e molti luoghi del bresciano e bergamasco; e
continuando tuttavia la vittoria, avendo el duca di Calavria notizia che el
bastione del Lagoscuro non era tanto guardato che giugnendolo alla improvista
non si espugnassi e cos si levassi tutta la guerra da Ferrara, cavalc con le
gente subitamente verso Ferrara. Ma fu in que' giorni tanta tempesta in Po,
che le barche ordinate da lui non furono a ostia a tempo potessi passare; in
modo che, soprastandovi a aspettarle, el signore Ruberto che egli era
cavalcato drieto collo esercito, lo raggiunse e fu al bastione innanzi a lui.
Nel medesimo anno Giovan Francesco conte di Caiazzo e messer Galeazzo,
figliuoli del signor Ruberto, tennono stretta pratica col signore Lodovico
venire a' soldi sua e dettono speranza a principio del signore Ruberto loro
padre; di poi vedendo che lui non lo farebbe, con alcuni loro fidati fuggirono
occultamente del campo de' viniziani e vennono in quello della lega. Il che si
stim assai, perch fu opinione che e' viniziani avessino a insospettire del
signore Ruberto e volersene assicurare o veramente non lo adoperare; ma lui
prudentissimamente, come intese el caso, se ne and a un castello de'
viniziani, e quivi fatto chiamare el castellano, gli comand per l'autorit
aveva dalla signoria per conto del capitanato, lo ritenessi a stanza della
signoria; il che lui non volle fare. E con questi ed altri modi in modo
assicur e' viniziani, che loro gli mandorono imbasciadori a confortarlo, ed a
mostrargli avere in lui pi fede che mai.
Avevano e' viniziani tenute astutamente molte pratiche di pace, massime col
papa, non tanto per farla, quanto per ingegnarsi di mettere qualche ombra tra
e' signori della lega, a fine che questa unione si dissolvessi, o almeno che
la speranza della pace gli raffreddassi ne' provedimenti s'avevono a fare, le
quale arte sendo cognosciute, non solo si pensava alla pace, ma nella fine di
quello anno si consultorono in una dieta a Milano gli ordini del continuare
l'anno sequente potentemente la guerra; in modo che in quella vernata furono
e' viniziani in grande angustie di pensare e provedere gente e danari per
difendersi. E sopravenendo la state, usc alla campagna el duca di Calavria
collo esercito della lega tanto potente che non potendo el signore Ruberto
stare alla campagna a petto agli inimici, sforzavano tutti e' luoghi dove si
accampavano. Di qui e' viniziani, diminuendo ogni d la riputazione,
sbigottiti e con poca speranza, mancavano ne' provedimenti necessari ed ogni
d diventavano pi deboli, bench l'armata loro avessi nel reame preso
Galipoli; in modo che gli era manifesto che non avevano riparo che gli inimici
non pigliassino o Brescia o Bergamo, e di poi con maggiore forza e
riputazione, e favoriti da popoli di conto, togliessino loro lo imperio di
terraferma di Italia.
Ma quella fortuna che gli ha pi volte conservati per riputazione difesa ed
ornamento di Italia fuori di Italia, per peste e calamit di Italia in Italia,
in tanto pericolo non abbandon. Perch sendo lo esercito della lega a
Bagnuolo, el signore Lodovico dubitando da un canto che, spacciati e'
viniziani, el duca di Calavria seguitato da' collegati non lo levassi dal
governo dello stato di Milano, quale lui governava in nome di Giovan Galeazzo
suo nipote e genero del duca di Calavria, da altro sendogli occultamente
promesso da' viniziani favorirlo in continuarlo nel governo e forse in farlo
duca di quello stato, e correndovi anche forse sotto mano qualche somma di
danari, tenuto pratica di pace col signore Ruberto da Sanseverino, finalmente
la conchiuse con condizione disonorevole alla lega: restituissi la lega tutte
le terre e luoghi tolti in questa guerra a' viniziani, ed (e converso )e'
viniziani restituissino al re, al duca di Ferrara tutti e' luoghi occupati,
eccetto Rovigo con tutto el Polesine e ritenessino in Ferrara e nel ferrarese
l'antique immunit privilegi e preeminenzie, ritenessi lo stato di Milano e'
luoghi tolti a' Rossi; delle differenzie de' fiorentini e Fregosi circa allo
stato di Serezzana non si parl, e cos dello includere nella lega el presente
stato di Siena; rimanessi el signor Ruberto soldato de' viniziani ed avessi
titolo di capitano generale di tutta Italia.
Dispiacque questa pace universalmente a tutti e' collegati, parendo loro
perduta una grandissima occasione di assicurare Italia per qualche tempo da'
viniziani, e dolendosi delle condizioni vituperose; dispiacque particularmente
al duca di Ferrara, e per tornare nelle antique servit e per vedersi sanza el
Pulesine, luogo importantissimo allo stato suo ed e' viniziani presso alle
porte di Ferrara a quattro miglia, dispiacque a' fiorentini per non si essere
tenuto conto delle particularit loro di Serezzana e di Siena, la qual cosa
desideravano, dolendosi che avendo fatto per difesa di Ferrara e per commune
beneficio pi che non toccava loro, fussino stati lasciati adrieto; e
nondimeno perch la guerra non si poteva sanza lo stato di Milano seguitare,
fu ratificata da tutti la pace.
Fatta la pace, subito mor papa Sisto, quale era stato uomo valentissimo ed
inquieto e tanto inimico della pace, che a suo tempo Italia stette sempre in
guerra; e per essergli naturale questo appetito e perch era noto che della
pace ultima aveva avuto dispiacere ed alterazione grandissima, nacque una voce
che era morto per dolore della pace, donde vulgarmente se ne celebr uno
distico:

(Nulla vis saevam potuit extinguere Xistum;
Audito tantum nomine pacis obit
)
Fu eletto in suo luogo... cardinale di Malfetta, di nazione genovese, e
chiamato Innocenzio ottavo.
Nel quale tempo e' fiorentini, desiderosi recuperare Serezzana con favore del
re e dello stato di Milano, ordinorono mandarvi el campo e provistosi di gente
e forze necessarie, e mandato commessario Iacopo Guicciardini, e di gi sendo
quasi all'intorno di Serezzana, accadde che Paolo dal Borgo loro connestabole
passando da Pietrasanta, che era de' genovesi, per scorta di alcuni muli
carichi di vettovaglie che andavano in campo, fu assaltato e svaligiato, e
presi e' muli da quegli della terra; in modo che el campo di Serezzana ne
venne subito alla volta di Pietrasanta, e quivi si accamporono, fondandosi in
su uno capitolo della pace: che qualunque andassi a recuperare le cose sue e
fussi impedito da alcuna altra terra, potessi voltarsi a quella. E fu questa
occasione procurata artificiosamente dalla citt, stimando molto pi
Pietrasanta per la qualit del luogo e per la commodit ed importanza, se mai
s'avessi a fare impresa di Lucca.
Sendo le gente nostre accampate a Pietrasanta, venne per soccorrerla dalle
riviere di Genova parecchi migliaia di fanti, e' quali non ebbono resistenzia,
perch el campo nostro aveva carestia di fanterie, ed in quegli luoghi aspri
non si poteva adoperare cavalli; in modo che el campo nostro venne in tanto
pericolo che fu constretto levarsi da campo e ritirarsi. Ma non volendo la
citt a nessuno modo soportare questa vergogna, fu ingrossato el campo di
fanterie e di altre cose necessarie, e per pi riputiazione della impresa e
per portare ordine di danari, furono mandati in campo commessari, in compagnia
di Iacopo Guicciardini, messer Bongianni Gianfigliazzi ed Antonio Pucci; e
ristrinsesi in modo la terra, che non era possibile vi entrassi soccorso
alcuno. Difendevansi quegli di drento francamente, e per la cattiva aria nel
campo nostro amal molti, e tutt'a tre e' commesari ne furono portati a Pisa
infermi, dove pochi d poi morirono messer Bongianni ed Antonio di Puccio.
Finalmente sendo quegli di drento disperati di soccorso, dettono la terra,
salvo l'avere e le persone; e cos fu loro osservato. Fu questo buono acquisto
perch, oltre alla qualit della terra era una scala a fare pi facile la
impresa di Serezzana, era una briglia in bocca a' lucchesi, di natura che
erano forzati stare sempre in continuo sospetto, ed uno instrumento potente
alle altre terre e luoghi di Lunigiana quivi propinqui.


VIII

CONGIURA DEI BARONI (1484).
POLITICA Dl LORENZO.

Creato Innocenzio ottavo si suscitorono in Italia nuove guerre e tumulti; e la
cagione fu che l'anno 1484 molti baroni e principi del regno di Napoli, sendo
male contenti del re Ferrando, e con loro gli aquilani, si ribellorono da lui
e furono presi in difesa da Innocenzio el quale entrato in speranza potere per
questo mezzo disfare el re e valersi di quello reame e disporne a arbitrio
suo, tolse a soldo el signore Ruberto da Sanseverino per mandarlo contro al
re. Questa impresa dispiacque assai a Milano e Firenze, e presentendo questo
appetito del papa, gi innanzi avevano disposto, per ovviare all'ambizione de
preti la quale sarebbe state infinita, e per gli oblighi della lega, favorire
con ogni sforzo el re Ferrando, ed ingegnatisi persuadere al papa non ci
mettessi le mani, mostrando che quando facessi altrimenti erano obligati a
risentirsene. Cos el signore Lodovico, avendo mostro a' viniziani quanto
questo movimento fussi pernizioso a tutta Italia, gli aveva pregati che per
conservare la quiete commune non volessino dare licenzia al signore Ruberto
che andassi a' soldi del papa, perch toltogli questo instrumento di mano, gli
rimaneva poche arme da perturbare Italia. Loro avevano promesso farlo, di poi
gli dettono pure licenzia, o per non si recare el papa inimico, perch
avessino caro le guerre di altri, standosi neutrali per guadagnarne, secondo
la loro consuetudine.
Erano le cose del regno per le molte ribellione in grande disfavore del re e
riducevansi in peggiore condizione per questa passata del signore Ruberto, ed
in modo tale che sanza soccorso de' collegati non aveva redenzione alcuna; ed
in ogni forma se la guerra s'avessi avuta a fare tutta nel reame, si trovava
in modo condizionato che e' rimedi sarebbono stati difficili. Parve adunque,
per divertire l'omore i transferire la guerra in quello di Roma; e per si
tolsono a soldo ei signore Virginio, el conte Niccola da Pitigliano e gli
altri signori Orsini, ed el duca di Calavria con parte delle gente della lega
venne in terra di Roma, dove aspettando ingrossassi lo esercito per
congiugnersi co' signori Orsini che erano a Bracciano, el signore Ruberto
spugn el ponte Nomentano dove a Fracasso suo figliolo fu guasta la bocca di
una artiglieria, e alcune altre terre degli Orsini, in modo che Battista
Orsino cardinale ed el signore Iulio e signore Organtino, contro alla volunt
de li altri di casa, si accordorno con molte terre col papa. Di che mancando
alla lega la oportunit di quegli luoghi, e vedendosi lo stato del re in
pericolo manifesto, ed essere impossibile che sanza pi potente sforzo
l'esercito della lega si congiugnessi a Bracciano col signore Virginio e col
conte, e cos loro e quello stato restando quasi a discrezione, el duca di
Calavria per consultare questi inconvenienti ne venne alla volta di Firenze e
fermosi a Montepulciano, chiese gli fussi mandati due degli Otto della pratica
per potere conferire con loro. Mandossi Giovanni Serristori e Pierfilippo
Pandolfini, e' quali raportorono a Firenze come al duca pareva che per
divertire la guerra del reame, si rompessi guerra a Perugia. Consultossi
questo parere a Firenze ed a Milano, e finalmente si conchiuse non essere la
salute vera di questo male, perch la impresa di Perugia era difficile, come
aveva mostro la esperienzia dell'anno 1479, di poi perch bisognava dare al
papa, nel capo e nel vivo, cio in terra di Roma; e per si risolverono
ingrossare tanto lo esercito, che el duca si potessi congiugnere con gli
Orsini; la quale cosa fatta, pareva la guerra essere vinta.
Mandossi adunche le gente disegnate, e bench e' milanesi fussino pi tardi,
perch el signore Lodovico sborsava adagio e male volentieri, pure finalmente
importunato assai dai fiorentini che a questo effetto vi avevano nel principio
della guerra mandato imbasciadore Iacopo Guicciardini, fece el debito suo.
Venne el duca con questo esercito a Pitigliano. e perch el signore Ruberto, e
colle genti sue e col vantaggio de' luoghi che erano in mezzo, gli impediva el
passare, consum quivi molti d, e di poi in sulla collina di Campagnano
apiccorno quasi a sera uno fatto di arme, dove gli inimici ebbono
disavantaggio e perderono tuttavia di terreno, ed e' nostri in modo gli
urtorono, che se la notte non fussi sopravenuta, gli arebbono sanza dubio
rotti. Alla fine sendo e' nostri superiori di gente, passorono e vennono a
Bracciano, e non potendo gli inimici stare alla campagna, recuperorono le
terre perdute degli Orsini; le accordate con el cardinale si rivolsono, ed
acquistoronne delle altre.
Aveva el papa gi innanzi, intendendo la lega farsi viva, tenuto, per mezzo
del cardinale San Pietro in Vincola, pratica col duca del Loreno che aveva nel
reame le ragioni della casa di Angi, che e' passassi in Italia, promettendo
favorirlo alla impresa del regno, la quale cosa appiccandosi, el duca si
metteva in ordine venirne in Italia con qualche favore del re di Francia e de'
genovesi, ed aveva mandato imbasciadori a Firenze a pregare desistessino da'
favori del re Ferrando e di fare contro alla Chiesa, e lo aiutassino a questa
impresa, ricordando le ingiurie ricevute dal re Ferrando, e' benefci avuti
dalla casa di Francia e la devozione antiqua e debita verso la Chiesa. Fu
risposto loro mostrando quanto naturalmente la citt era desiderosa di pace e
che per conservarla si erano pi anni innanzi collegati con Napoli e Milano, e
che di poi, avendo el papa contro allo officio suo suscitato nuova guerra,
erano stati constretti per osservare la fede ed (etiam )per ovviare a chi
voleva occupare quello di altri, pigliar insieme con Milano la difesa del re
Ferrando; el papa non avere insino a quello d fatto menzione del duca del
Loreno, anzi avere trattato la guerra come causa sua propria; ora questa
essere una arte non per beneficare el duca, ma per valersi di quello nome e
riputazione, e per la citt non potere deliberare altro, infino non si
chiarissi se cos era da vero la intenzione del pontefice; e quando cos
fussi, che consulterebbe co' collegati, ed in quello potessi l'onest, si
ricorderebbe delle obligazioni aveva con la casa di Francia.
Fu dato nella risposta loro questo appicco per non gli fare sdegnare, perch
erano non solo oratori del duca ma (etiam )del re, con chi bisognava procedere
destramente, rispetto a' mercatanti; e per a Milano, che poteva procedere pi
audacemente, fu data loro quando esposono nel medesimo effetto, risposta pi
gagliarda. E nondimeno questa venuta del duca del Loreno, la quale ogni d pi
rinfrescava dava terrore assai, ed in modo che Lorenzo de' Medici,
considerando quanto fussi accetta e grata alla citt universalmente la casa di
Francia ed (e converso) quando fussi esoso al popolo el re Ferrando, entrato
in paura non si recare troppo peso in sulle spalle, massime che questa impresa
in beneficio del re era dispiaciuta a molti cittadini de' principali, arebbe
forse mutato proposito, se gi e' viniziani, per non volere oltramontani in
Italia, non si fussino accostati col re, quando una subita pace assicur ogni
cosa. Perch Innocenzio, veduto che e' baroni erano nel regno in declinazione,
e gi alcuni erano ritornati alla divozione del re, e la lega in modo al
disopra di quello di Roma, che non vi stava drento sanza pericolo, subito per
mezzo di messer Gian Iacopo da Triulzi e di Ioanni Ioviano Pontano secretario
del duca di Calavria, conchiuse pace colla lega: nella quale assettate le cose
di Roma, furono e' baroni e l'Aquila lasciata a discrezione del re; fu
provisto che el signore Ruberto non fussi pi suo soldato e si partissi de'
terreni sua; di Serezzana ed altri desideri particulari de' fiorentini non si
parl, con poca satisfazione della citt.
Fatta la pace, el signore Ruberto licenziato prese la volta di Romagna per
ridursi colle gente nelle terre de' viniziani; la quale cosa sendogli negata,
per non si tirare la guerra adosso, fu constretto lasciare le gente in mano
degli inimici, andarsene con pochi cavalli a Ravenna e di quivi a Vinegia. El
re, avute le nuove della pace, innanzi la publicassi fece subito pigliare el
conte di Sarni, el Coppola, secretario, messer Emp, messer Anello ed alcuni
altri che gli avevono occultamente trattato contro, e presone la debita
punizione, trov in loro di mobile el valsente di pi che trecentomila ducati;
e di poi voltose a rassettare le cose sue, non avendo quasi ostaculo dagli
inimici perch erano abandonati, gli spacci tutti; e si fece cos intero ed
assoluto signore di quel regno, come ne fussi stato alcuno altro gran tempo
innanzi; in modo che gli fu imputato a felicit l'avere avuta questa guerra,
per avergli data occasione di assicurarsi de' baroni.
El papa non gli sendo riuscita la prima impresa, si volse tutto a' pensieri
della pace e si congiunse assai colla citt nostra, dando a Franceschetto, suo
figliuolo bastardo, per moglie Maddalena figliuola di Lorenzo de' Medici, e
faccendo cardinale messer Giovanni de' Medici suo figliuolo fanciullo, e
intrinsicandosi tanto con Lorenzo, che Lorenzo mentre visse ne dispose sempre
in ogni cosa a suo modo con sua grandissima riputazione. E perch nella
conclusione non si era tenuto delle particularit della citt quello conto che
ricercavano e' meriti sua rispetto alle spese soportate nella guerra, e la
citt se ne era gravemente doluta col re e col signore Lodovico, e loro mossi
dal giusto avevano promesso favorirla nella impresa di Serezzana, e si vedeva
che la citt desiderosa di recuperare le cose sue era per attendervi presto,
e' genovesi l'anno 1487 vennono a campo a Serezzanello per vendicarsi della
ingiuria ricevuta in Pietrasanta e perch el luogo era fortissimo e pareva
inespugnabile co' modi ordinari cominciorono, per disegno d'uno ingegnere
loro, una buca sotto terra per entrare sotto le mura del castello e messovi
polvere da bombarde darvi fuoco, sperando che la potenzia di quella polvere
avessi a aprire e rovinare el castello.
A Firenze inteso el subito assalto si avviorono le gente avevamo a
Pietrasanta, e dettesi ordine condurre quante fanterie si poteva e furno
mandati commessari Iacopo Guicciardini e Piero Vettori, e' quali colle gente
avevano se ne vennono presso a Serezzanello per tenere forti quegli di drento
colla speranza del soccorso, e con animo non si affrontare insino a tanto non
si ingrossassi el campo di gente si conducevano e di aiuti dovevano venire da
Milano, quando e' genovesi seguitando la cava e di gi sendo entrati sotto el
rivellino. del castello e seguitando pi innanzi, trovorono un masso molto
duro, el quale era impossibile rompere sanza lunghezza di tempo, ed el tempo
non si poteva aspettare per paura del campo inimico che tutto d ingrossava.
Dettono adunque fuoco, per l'impeto del quale el rivellino furiosamente si
aperse e rovin con morte di dodici o sedici uomini vi erano drento; el
castello tutto trem ma non si aperse, perch la cava non era ita tanto
innanzi vi fussi sotto, ma si vedde che el disegno era vero e da riuscire; di
che gli uomini di drento, impauriti di tanta furia cominciorono a fare cenni
di soccorso e di non si potere pi tenere, parve per questo anticipare el
tempo e non aspettare pi, dubitando che se indugiavano, di non essere tardi.
E la mattina sequente, che fu el d di pasqua di resurrezione, assaltorono el
campo inimico, appiccossi una zuffa belle e gagliarda, e finalmente e' nostri
furono vincitori con gran rotta e sbaraglio degli inimici, de' quali rimase
prigioni assai, e fra gli altri messer Gian Luigi dal Fiesco. Avuta questa
vittoria, e' commessari colle gente nostre si avviorno alla volta di
Serezzana, dove, sendo ingrossato el campo di gente aragonese e sforzesche, si
accamporono; e continuando e' felici successi, avendo preso per forza San
Francesco e battagliata assai e bombardata la terra, ed ordinandosi dare una
altra forte battaglia, quegli della terra si dettono, salve la robe e le
persone.
Questo fine ebbono le imprese di Pietrasanta e Serezzana e cos si terminorono
con grande gloria della citt e dello stato, e come parve allora, con gran
sicurt di Pisa e degli altri luoghi nostri da quella banda, e con grande
ignominia de' genovesi. E' quali, risentitisi di queste perdite, con molte
galee e legni l'anno seguente vennono a campo a Livorno, e per potere
bombardare le nostre torre di mare, fondorono con grandissima difficult in
mare una travata di legni, in su' quali condussono e piantorono le
artiglierie. Trovavasi nella torre del Fanale commessario Piero Vettori, ed a
Pisa, per el soccorso di Livorno, commessari Iacopo Guicciardini, Pierfilippo
Pandolfini e Piero Capponi; e' quali, bench fussino in dubio grande di
perdere Livorno, pure, sendosi opposti e' venti a' genovesi, ingrossarono
tanto che vi messono soccorso, ed e' genovesi, veduto non potere fare pi
nulla, si partirono.
L'anno sequente andandone a marito madonna Isabella figliuola di Alfonso duca
di Calavria e moglie di Giovan Galeazzo duca di Milano, ed avendo a toccare
Livorno per passo, si disegn, rispetto al padre ed al marito ed alla
congiunzione avevano colla citt, fargli grande onore e furono mandati
commessari a Livorno a onorarla, Iacopo Guicciardini, Pierfilippo Pandolfini e
Paolantonio Soderini, e' quali, secondo la commessione della citt, la
riceverono ed onorarono grandissimamente.
In questo medesimo tempo, sendo Nero Cambi gonfaloniere di giustizia ed
avendosi a trarre la nuova signoria (la quale tratta non si pu fare se non vi
intervengono e' due terzi de' signori e de' collegi), accadde che si trovorono
fuori di Firenze tanti collegi, che non vi sendo el numero sufficiente, la
tratta non si potette fare all'ora deputata, e sendosi spacciati cavallari per
loro nelle ville, non vi fu el numero innanzi alla sera, ed allora si fece la
tratta. Di che sendo sdegnato el gonfaloniere che sedeva, propose a' compagni
di ammunire tre o quattro de' collegi che si erano partiti di Firenze senza
licenzia, e perch non vi sarebbono concorsi se non avessino inteso pi l,
disse loro che cos era la volont di chi reggeva. Dispiacque assai questa
cosa a Lorenzo de' Medici ed a' cittadini dello stato, parendo loro che se si
introducessi in consuetudine che una signoria avessi ardire ammunire e'
cittadini sanza conferirne con chi governava, che lo stato loro fussi a
cavallo in su uno baleno e che sei fave gli caccierebbono un d da Firenze; e
per come el gonfaloniere fu uscito, fattasi pratica di questo caso, furono
restituiti e' collegi ammuniti, ed el Nero Cambi fu ammunito in perpetuo.
Ne' medesimi tempi stando Italia tutta in pace e le cose della citt in sommo
ozio e felicit, si prese forma riordinare molte cose di drento; e levata a'
settanta la autorit di creare la signoria, perch le cose andassino pi
strette, si elessono accopiatori che la facessino; e di poi perch pareva
dovere nella citt riordinarsi molte cose, e circa al creare e' magistrati e
circa alle gravezze e circa al Monte e circa alle gabelle, per fuggire la
difficult ed el tedio delle provisioni e de' consigli, fu data per gli
oportuni consigli autorit e bala a diciassette cittadini. che potessino
disporre di tutte le cose della citt tanto quanto poteva tutto el popolo di
Firenze; e furono creati detti diciassette cittadini, e' quali furono questi:
Lorenzo de' Medici, Iacopo Guicciardini, Bernardo del Nero, Niccol Ridolfi,
Pierfilippo Pandolfini, Giovanni Serristori, messer Agnolo Niccolini, messer
Piero Alamanni,...
.............................
Antonio di Bernardo. E perch Iacopo Guicciardini mor durante l'ufficio, fu
eletto in suo luogo Piero suo figliuolo. Costoro riformorono molte cose della
citt, ed infra l'altre ordinorono di nuovo che le gabelle si pagassino di
monete bianche che valevano el quarto pi delle altre, e cos e' sudditi le
loro gravezze ed estimi, in modo che multiplicorono assai le entrate della
citt, ma con gran grido dell'universale e della plebe, alla quale doleva
essere per questo ordine rincarate tutte le grascie e cose necessarie al
vitto.
Nel medesimo anno sendo amalato gravemente papa Innocenzio e gi disperandosi
la salute, furono eletti due imbasciadori per Roma che subito dovessino
cavalcare, messer Guidantonio Vespucci e Piero Guicciardini; e la cagione fu
perch operassino con ogni instanzia in nome della citt che fussi ammesso in
conclave come cardinale messer Giovanni figliuolo di Lorenzo de' Medici, che
era stato eletto cardinale da Innocenzio, ma per la et non ancora publicato
n ricevuto el cappello; ma di poi, sopravenendo (ex insperato )la guarigione
del papa, non andorono.
L'anno sequente 1491 sendo Lorenzo tutto vlto per la quiete publica alle arti
della pace, e tra le altre cose, come dicono alcuni, in riformare lo stato e
crearsi gonfaloniere a vita, volse lo animo a rassettare Pisa, la quale era in
povert grandissima e molta vta di abitanti e di esercizi; e parendogli da
dare questa cura a' consoli di mare, mutato el modo di eleggergli, che erano
per squittino, ed el numero che erano cinque e l'autorit che era ordinaria,
ne face fare a mano ne' settanta, tre con autorit amplissima, che furono
Lorenzo Morelli, Filippo della Antella e Piero Guicciardini; e' quali avessino
a ordinare la riforma di Pisa, attendere a fortificare Livorno, armare legni
grossi per potere navigare, come si soleva fare innanzi alle guerre co'
genovesi. Le quali cose sendo abozzate si interruppono per lo accidente di che
d sotto si dir. Fortificossi in quello tempo medesimo Serezzana,
faccendosene un luogo quasi inespugnabile, giudicando avessi a essere uno
passo che tenessi ogni grosso esercito volessi passare di Lombardia; muravasi
ancora con uno disegno bellissimo e fortissimo el Poggio Imperiale e tutto el
paese; e le cose nostre si ornavano di legge e di munizione.



IX

MORTE Dl LORENZO DE' MEDICI (1492).
SUO RITRATTO. CONFRONTO CON COSIMO.

Era in somma pace la citt, uniti e stretti e' cittadini dello stato e quello
reggimento in tanta potenzia che nessuno si ardiva contradirlo; dilettavasi el
popolo ogni d di spettaculi, di feste e cose nuove; nutrivasi coll'essere la
citt abundante di vettovaglie e tutti gli esercizi in fiore ed essere;
pascevansi gli uomini ingegnosi e virtuosi collo essere dato ricapito e
condizione a tutte le lettere, a tutte le arte, a tutte le virt; e finalmente
la citt sendo drento universalmente in somma tranquillit e quiete, di fuori
in somma gloria e riputazione per avere un governo ed un capo di grandissima
autorit, per avere frescamente ampliato lo imperio, per essere stata in gran
parte causa della salute di Ferrara e poi del re Ferrando, per disporre di
Innocenzio interamente, per essere collegata con Napoli e con Milano, per
esser quasi una bilancia di tutta Italia, nacque uno accidente che rivolt
ogni cosa in contrario, con scompiglio non solo della citt, ma di tutta
Italia. E questo  che nel detto anno 1491 avendo Lorenzo de' Medici avuto un
male lungo e giudicato nel principio da' medici di non molta importanza, n
forse curato con la diligenzia si conveniva, e per occultamente avendo sempre
preso forze, finalmente a d... di aprile 1492 pass della presente vita.
Fu denotata questa morte come di momento grandissimo da molti presagi: era
apparita poco innanzi la cometa; erasi uditi urlare lupi; una donna in Santa
Maria Novella infuriata aveva gridato che uno bue colle corna di fuoco ardeva
tutta la citt, eransi azzuffati insieme alcuni lioni ed uno bellissimo era
stato morto dagli altri, ed ultimamente un d o dua innanzi alla morte sua, di
notte una saetta aveva dato nella lanterna della cupola di Santa Liperata e
fattone cadere alcune pietre grandissime, le quali caddono verso la casa de'
Medici, ed alcuni (etiam )riputorono portento che maestro Piero Lione da
Spuleto, per fama primo medico di Italia, avendolo curato, si gitt come
disperato in un pozzo e vi anneg, bench alcuni dissono vi era stato gittato
drento.
Era Lorenzo de' Medici di et di anni quarantatr quando mor, ed era stato al
governo della citt ventitr anni, perch quando mor Piero suo padre nel 69,
era di anni venti; e bench rimanessi tanto giovane e quasi in cura di messer
Tommaso Soderini ed altri vecchi dello stato, nondimeno in brieve tempo prese
tanto piede e tanta riputazione, che governava a suo modo la citt. La quale
autorit ogni d multiplicandogli e di poi diventata grandissima pella novit
del 78 e di poi per la ritornata da Napoli, visse insino alla morte
governandosi e disponendosi la citt tanto interamente a arbitrio suo, quanto
se ne fussi stato signore a bacchetta. E perch la grandezza di questo uomo fu
grandissima, che mai Firenze ebbe un cittadino pari a lui, e la fama sua molto
amplissima e doppo la morte e mentre visse, non mi parr fuori di proposito,
anzi utilissimo descrivere particularmente e' modi e qualit sua, per quanto
n'abbi ritratto non da esperienzia, perch quando mor io ero piccolo
fanciollo, ma da persone e luoghi autentichi e degni di fede, e di natura che,
se io non mi inganno, ci che io ne scriverr sar la pura verit.
Furono in Lorenzo molte e preclarissime virt; furono ancora in lui alcuni
vizi, parte naturali, parte necessari. Fu in lui tanta autorit, che si pu
dire la citt non fussi a suo tempo libera, bench abondantissima di tutte
quelle glorie e felicit che possono essere in una citt, libera in nome, in
fatto ed in verit tiranneggiata da uno suo cittadino; le cose fatte da lui,
bench in qualche parte si possino biasimare, furono nondimeno grandissime, e
tanto grande che recano pi ammirazione assai a considerarle che a udirle,
perch mancano, non per difetto suo ma della et e consuetudine de' tempi, di
quegli strepiti di arme e di quella arte e disciplina militare che recono
tanta fama negli antichi. Non si legger in lui una difesa bella di una citt,
non una espugnazione notabile di uno luogo forte, non uno stratagema in uno
conflitto ed una vittoria degli inimici; e per non risplendono le cose sue di
quegli fulgori delle arme; ma bene si troverr in lui tutti quegli segni ed
indizi di virt, che si possono considerare ed apparire in una vita civile.
Nessuno eziandio degli avversari e di quegli che l'hanno obtrettato, negano
che in lui non fussi uno ingegno grandissimo e singulare; e ne fa tanto fede
l'avere ventitr anni governata la citt e sempre con augumento della potenzia
e gloria sua, che sarebbe pazzo chi lo negassi, massime sendo questa una citt
liberissima nel parlare, piena di ingegni sottilissimi ed inquietissimi, ed
uno imperio piccolo da non potere cogli utili pascere tutti e' cittadini, ma
sendo necessario che, contentatane una piccola parte, gli altri ne fussino
esclusi. Fanne fede la amicizia ed el credito grande che ebbe con molti
principi in Italia e fuori di Italia; con Innocenzio, col re Ferrando, col
duca Galeazzo, col re Luigi di Francia, infino al Gran turco, al Soldano, dal
quale negli ultimi anni della sua vita fu presentato di una giraffa, di uno
lione e di castroni; che non nasceva da altro che da sapere lui con gran
destrezza ed ingegno trattenersi questi principi. Fanne fede, apresso a chi lo
ud, e' parlari sue publichi e privati, tutti pieni di acume ed arguzia
grande, co' quali in molti luoghi e tempi, e massime nella dieta di Cremona,
si fece acquisto grandissimo. Fanne fede le lettere dettate da lui, piene di
tanto ingegno che pi non si pu desiderarne; le quale cose tanto parvono pi
belle, quanto furono accompagnate da una eloquenzia grande e da uno dire
elegantissimo.
Ebbe buono giudicio e di uomo savio, e nondimeno non di qualit da potersi
paragonare collo ingegno; e furono notate in lui pi cose temerarie: la guerra
di Volterra, che per volere sgarare e' volterrani in quegli allumi, gli
constrinse a ribellarsi ed accese un fuoco da mettere sottosopra tutta Italia,
bench el fine fussi buono; doppo la novit del 78, se si portava dolcemente
col papa e col re, non arebbono forse rottogli guerra, ma el volere procedere
come ingiuriato e non volere dissimulare la ingiuria ricevuta, potettono
essere cagione della guerra con grandissimo danno e pericolo della citt e
suo; l'andata a Napoli fu tenuta deliberazione troppo animosa e troppo corsa,
sendosi messo nelle mani di uno re inquietissimo infedelissimo ed inimicissimo
suo, e se bene la necessit della pace, in che era la citt e lui, lo scusi,
nondimeno fu opinione l'arebbe potuta fare standosi in Firenze, con pi sua
sicurt e non con meno vantaggio.
Appet la gloria e la eccellenzia pi che alcuno altro, in che si pu
riprendere avere avuto troppo questo appetito nelle cose eziandio minime, pel
quale non voleva eziandio ne' versi, ne' giuochi, negli esercizi essere
pareggiato o imitato da alcuno cittadino, sdegnandosi contro a chi facessi
altrimenti; fu troppo eziandio nelle grande, conciosiach volessi pareggiarsi
e gareggiare in ogni cosa con tutti e' principi di Italia, il che dispiacque
assai al signore Lodovico. Nondimeno (in universum )tale appetito fu laudabile
e fu cagione fare celebrare in ogni luogo, eziandio fuori di Italia, la gloria
ed el nome suo, perch si ingegn che a' tempi sua fussino tutte le arte e le
virt pi eccellente in Firenze che in altra citt di Italia. Principalmente
alle lettere ordin di nuovo a Pisa uno Studio di ragione e di arte, e
sendogli mostro per molte ragione che non vi poteva concorrere numero di
studianti come a Padova e Pavia, disse gli bastava che el collegio de' Lettori
avanzassi gli altri. E per sempre vi lesse a' tempi sua, con salari
grandissimi, tutti e' pi eccellenti e pi famosi uomini di Italia non
perdonandosi n a spesa n a fatica per avergli, cos fiorirono in Firenze gli
studi di umanit sotto messer Agnolo Poliziano, e' greci sotto messer Demetrio
e poi el Lascari, gli studi di filosofia e di arte sotto Marsilio Ficino,
maestro Giorgio Benigno, el conte della Mirandola ed altri uomini eccellenti.
Dtte el medesimo favore a' versi vulgari, alla musica, alla architettura,
alla pittura, alla scultura, a tutte le arte di ingegno e di industria, in
modo che la citt era copiosissima di tutte queste gentilezze; le quali tanto
pi emergevano quanto lui, sendo universalissimo, ne dava iudicio e
distingueva gli uomini, in forma che tutti per pi piacergli facevano a gara
l'uno dell'altro. Aiutavalo la sua liberalit infinita, colla quale abondava
a' valenti uomini le provisione e gli soppeditava tutti gli instrumenti
necessari alle arte loro come quando per fare una libreria greca mand el
Lascari, uomo dottissimo e che leggeva greco in Firenze, e cercare insino in
Grecia libri antiqui e buoni.
Questa medesima liberalit gli conservava el nome e le amicizie co' principi e
fuora di Italia, non pretermettendo lui alcuna spezie di magnificenzia, con
sua gandissima spesa e danno, colla quale potessi trattenersi gli uomini
grandi; in forma che moltiplicando a Lione, a Milano, a Bruggia e ne' luoghi
dove erano e' traffichi e ragione sua, le spese per le magnificenzie e
donativi, e diminuendosigli e' guadagni per non essere governate da uomini
sufficienti, come Lionetto de' Rossi, Tommaso Portinari e simili, ed inoltre
non gli sendo renduti e' conti bene, perch lui non si intendeva della
mercatura e non vi badava, si condusse pi volte in tanto disordine, che fu
per fallire e gli fu necessario aiutarsi e co' danari degli amici e co' danari
publici. E per nel 78 accatt da' figliuoli di Pierfrancesco de' Medici
ducati sessantamila, e' quali non potendo loro rendere, gli pag di quivi a
qualche anno assegnando loro Cafaggiuolo colle possessione aveva in Mugello;
ordin che in quella guerra e' soldati si pagassino al banco de' Bartolini,
dove lui participava; e per suo ordine era ritenuta ne' pagamenti tanta
quantit che portava circa a otto per cento, che tornava danno al comune;
perch e' condottieri tenevano tanto manco gente che si salvavano, ed el
commune bisognava facessi tante pi condotte. Cos di poi in altro tempo si
valse del publico per soccorrere a' bisogni e necessit sua, che furono pi
volte s grandi, che nello 84 per non fallire, fu constretto accattare dal
signore Lodovico ducati quattromila e vendere un a casa aveva in Milano per
altri quattromila, che era stata donata dal duca Francesco a Cosimo suo avolo;
che  da credere rispetto alla sua natura tanto liberale e magnifica, lo
facessi colle lagrime in su gli occhi. Di che vedutosi abandonato dagli
aviamenti de' trafichi, si volse a fare una entrata di possessione di
quindicimila o ventimila ducati; e si distese in modo oltra alle antiche sue
in quello di Pisa che doveva essere a diecimila.
Fu di natura molto superbo, ed in modo che, oltre al non volere che gli uomini
si gli opponessino, voleva ancora intendessino per discrezione, usando nelle
cose importante poche parole e dubie; nello ordinario del conversare molto
faceto e piacevole; nel vivere in casa pi tosto civile che suntuoso, eccetto
che ne' conviti co' quali onorava molto magnificamente assai forestieri nobili
che venivano a Firenze, fu libidinoso e tutto venereo e constante negli amori
sua, che duravano parecchi anni; la quale cosa, a giudicio di molti, gli
indebol tanto el corpo che lo fece morire, si pu dire, giovane. L'ultimo
amore suo, e che dur molti anni, fu in Bartolomea de' Nasi, moglie di Donato
Benci nella quale, bench non fussi formosa, ma maniera e gentile era in modo
impaniato, che una vernata che lei stette in villa, partiva di Firenze a
cinque o sei ore di notte in sulle poste con pi compagni e la andava a
trovare, partendosene nondimeno a tale ora, che la mattina innanzi d fusse in
Firenze. Della quale cosa dolendosi molto Luigi dalla Stufa ed el Butta de'
Medici che vi andavono in sua compagnia, lei accortasene gli messe tanto in
disgrazia di Lorenzo, che per contentarla mand Luigi imbasciadore al Soldano,
ed el Butta al Gran turco. Cosa pazza a considerare che uno di tanta grandezza
riputazione e prudenzia, di et di anni quaranta, fussi s preso di una donna
non bella e gi piena di anni, che si conducessi a fare cose che sarebbono
state disoneste a ogni fanciullo.
Fu tenuto da qualcuno di natura crudele e vendicativo per la durezza us nel
caso de' Pazzi, imprigionando e' giovani innocenti e non volendo si
maritassino le fanciulle, doppo tante uccisione si erano fatte in quegli
giorni. Nondimeno quello accidente fu tanto acerbo, che non fu maraviglia si
risentissi estraordinariamente, e si vede pure poi che mitigato dal tempo,
dette licenzia che le fanciulle si maritassino e fu contento che e' Pazzi
uscissino di prigione e andassino a stare fuori del territorio; vedesi ancora
negli altri suoi processi non avere usato crudelt, n essere stato uomo
sanguinoso. Ma quello che fu in lui pi grave e molesto che altra cosa, fu el
sospetto, causato forse non tanto da natura, quanto dal cognoscersi avere a
tenere sotto una citt libera, e nella quale era necessario che le cose
s'avevano a fare, si facessino da' magistrati e secondo gli ordini della citt
e sotto spezie e forma di libert; e per ne' principi suoi, come prima
cominci a pigliare piede, attese a tenere sotto quanto poteva tutti quegli
cittadini, e' quali cognosceva o per nobilit o per ricchezza o per potenzia o
per riputazione dovere essere stimati per lo ordinario. E bench a questi
tali, se erano di casa e stirpe confidente allo stato, fussino concessi
largamente e' magistrati della citt, le imbascierie commessene e simili
onori, nondimeno non si fidando di loro, faceva signori degli squittini, delle
gravezze, e conferiva gli intrinsechi segreti sua a uomini, a chi e' dava
riputazione, che fussino di qualit che sanza lo appoggio suo non avessino
seguito. Di questi fu un messer Bernardo Buongirolami, Antonio di Puccio,
Giovanni Lanfredini, Girolamo Morelli (bench questo divent poi s grande che
nel 79 gli fece paura), messer Agnolo Niccolini, Bernardo del Nero, messer
Pietro Alamanni, Pierfilippo Pandolfini, Giovanni Bonsi, Cosimo Bartoli ed
altri simili, bench in tempi diversi, urtando qualche volta messer Tommaso
Soderini, messer Luigi ed Iacopo Guicciardini, messer Antonio Ridolfi, messer
Bongianni Gianfigliazzi, messer Giovanni Canigiani, e poi Francesco Valori,
Bernardo Rucellai, Piero Vettori, Girolamo degli Albizzi, Piero Capponi,
Pagolantonio Soderini ed altri simili. D qui nacque el tirare su Antonio di
Bernardo, el quale, sendo artefice, fu proposto alla cura del Monte con tanta
autorit che si pu dire governassi e' due terzi della citt ser Giovanni
notaio alle riformagione, el quale, figliuolo di uno notaio da Pratovecchio,
ebbe tanto favore, che avendo avuto tutti gli altri magistrati e sendo molto
compiaciuto da lui, sarebbe stato gonfaloniere di giustizia; messer Bartolomeo
Scala, quale, figliuolo di uno mugnaio da Colle, sendo cancelliere maggiore
della signoria, fu fatto gonfaloniere di giustizia con grandissimo scoppio e
sdegno di tutti gli uomini da bene, ed insomma, bench gli uomini della
qualit di quegli di sopra intervenissino alle cose, nondimeno nel consiglio
del Cento, negli squittini, nelle gravezze, vi mescolava tanti uomini mezzani,
de' quali aveva fatto intelligenzie, che loro erano signori del giuoco.
Questo medesimo sospetto gli fece tenere cura che molti uomini potenti da per
loro non si imparentassino insieme, e si ingegnava apaiargli in modo non gli
dessino ombra, strignendo qualche volta, per fuggire queste coniunzioni, de'
giovani di qualit a trre per donna alcune che non arebbono tolte, ed insomma
era la cosa ridotta in modo che non si faceva parentado alcuno pi che
mediocre sanza participazione e licenzia sua. Questo medesimo sospetto fu
causa, acci che gli imbasciadori che andavano fuora non uscissino della
voglia sua, di ordinare che a Roma, a Napoli, a Milano stessi fermo un
cancelliere salariato dal publico, che stessi a' servigi dello imbasciadore vi
risedeva, co' quali lui teneva conto da parte ed era avisato delle cose
occorrente. Non voglio mettere fra' sospetti el menarsi drieto un numero
grande di staffieri colle arme, e' quali lui favoriva assai dando a alcuni
spedali e luoghi pii, perch la novit de' Pazzi ne fu cagione; nondimeno non
era spezie di una citt libera e di uno cittadino privato, ma di uno tiranno e
di una citt che servissi. Ed insomma bisogna conchiudere che sotto lui la
citt non fussi in libert, nondimeno che sarebbe impossibile avessi avuto un
tiranno migliore e pi piacevole; dal quale uscirono per inclinazione e bont
naturale infiniti beni, per necessit della tirannide alcuni mali ma moderati
e limitati tanto quanto la necessit sforzava, pochissimi inconvenienti per
volont ed arbitrio libero, e bench quegli che erano tenuti sotto si
rallegrassino della sua morte, nondimeno agli uomini dello stato ed ancora a
quegli che qualche volta erano urtati, dispiacque assai, non sapendo dove per
la mutazione delle cose avessino a capitare. Dolse ancora molto allo
universale della citt ed al popolo minuto el quale del continuo era tenuto da
lui in abondanzia, in piaceri, dilettazioni e feste assai; dette grandissimo
affanno a tutti gli uomini di Italia che avevano eccellenzia in lettere in
pittura, scultura o in simili arte, perch o erano condotti da lui con grandi
emolumenti, o erano tenuti in pi riputazione dagli altri principi, e' quali
dubitavano, non gli vezzeggiando, non se ne andassino da Lorenzo.
Lasci tre figliuoli maschi: Piero, el primo, di et d'anni circa ventuno;
messer Giovanni cardinale, el secondo, el quale poche settimane innanzi alla
sua morte aveva ricevuto el cappe]lo ed era stabilito nella dignit del
cardinalato, Giuliano, el terzo, ancora fanciullo. Fu di statura mediocre, el
viso brutto e di colore nero, pure con aria grave; la pronunzia e boce roca e
poco grata perch pareva parlassi col naso.
Sono molti che ricercano chi fussi pi eccellente o Cosimo o lui; perch
Piero, bench di piet e clemenzia avanzassi l'uno e l'altro, fu sanza dubio
inferiore di loro nelle altre virt. Nella quale quistione pare da conchiudere
che Cosimo avessi pi saldezza e pi giudicio, perch lui fece lo stato, e da
poi che l'ebbe fatto, se lo god trent'anni sicuramente, si pu dire, e sanza
contradizione, comportando bene uno pari di Neri, e gli altri di chi aveva
qualche sospetto, sanza venire a rottura con loro e nondimeno in modo ne fussi
sicuro. Ed in tante occupazioni dello stato non lasci le cura della
mercatantia e delle cose sue private, anzi le govern con tanta diligenzia e
con tanto cervello, che si trov sempre le ricchezze maggiore dello stato, el
quale era grandissimo, e non fu constretto per bisogno avere a maneggiare
l'entrate publiche, n a usurpare quello de' privati. In Lorenzo non fu tanto
giudicio, bench avessi una briga sola di conservare lo stato, perch lo trov
fatto; nondimeno lo conserv con molti pericoli, come fu la novit de' Pazzi e
la gita di Napoli; nelle mercatantie e cose private non ebbe intelligenzia, in
modo che andandogli male, fu forzato valersi del publico e forse in qualche
cosa del privato, con grandissima infamia e carico suo, ma abondorono in lui
eloquenzia destrezza ingegno universale in delettarsi di tutte le cose
virtuose e favorirle; in che Cosmo al tutto manc, el quale si dice, massime
da giovane, essere stato nel parlare pi tosto inetto che altrimenti.
La magnificenzia dell'uno e dell'altro fu grandissima, ma in spezie diverse:
Cosimo in edificare palazzi, chiese nella patria e fuori della patria, e cose
che avessino a essere perpetue ed a mostrare sempre presente fama di lui,
Lorenzo cominci al Poggio a Caiano una muraglia suntuosissima e non la fin
prevenuto dalla morte; e con tutto fussi in s cosa grande, nondimeno rispetto
alle tante e tali muraglie di Cosimo, si pu dire murassi nulla; ma fu
grandissimo donatore e co' doni e liberalit sua si fece grandissime amicizie
di principi e di uomini erano apresso a loro. Per le quali cose si pu in
effetto a mio giudicio conchiudere che, pesato insieme ogni cosa, Cosimo fussi
pi valente uomo, e nondimeno per la virt e per la fortuna l'uno e l'altro fu
s grandissimo, che forse dalla declinazione di Roma in qua non ha avuto
Italia uno cittadino privato simile a loro.
Intesasi in Firenze la morte di Lorenzo, perch mor a Careggi al luogo suo,
vi concorse subito moltissimi cittadini a visitare Piero suo figliuolo, al
quale, per essere el maggiore, si aparteneva per successione lo stato; e di
poi si feciono in Firenze le esequie sanza pompa e suntuosit, ma con concorso
di tutti e' cittadini della citt, tutti con qualche segno di bruno, e con
dimostrazione di essere morto uno publico padre e padrone della citt; la
quale s come in vita sua, raccolto insieme ogni cosa, era state felice, cos
doppo la morte sua cadde in tante calamit ed infortuni, che multiplicorono
infinitamente el desiderio di lui e la riputazione sua.


X

PRIMI TEMPI DELLA SUCCESSIONE Dl PIERO DE' MEDICI.
ELEZIONE Dl PAPA ALESSANDRO VI BORGIA.
PIERO Sl ALIENA LO STATO Dl MILANO

Morto Lorenzo, e' cittadini dello stato ristrettisi insieme si risolverono che
lo stato continuassi in Piero, e lo abilitorono pe' consigli agli onori, gradi
e prerogative aveva el suo padre Lorenzo, ed in effetto transferirono in lui
tutta quella autorit e grandezza. El papa, Napoli, Milano e gli altri
principi e potentati di Italia mostrorono dolersi assai della morte di Lorenzo
e mandorono imbasciadori a Firenze a condolersi, ed inoltre a raccomandare e'
figliuoli e confortare che per buono stato della citt conservassino a Piero
el grado del padre, faccendo in effetto tutti a gara di guadagnarsi Piero e
farselo benivolo. Ed infra gli altri furono le dimostrazione del signore
Lodovico grandissime, mandando per imbasciadore messer Antonio Maria da
Sanseverino, figliuolo del signore Ruberto, uomo riputato assai e caro al
signore Lodovico, ed accumulando tutti quegli segni di affezione e
benivolenzia erano possibili. Furono questi princpi di Piero s grandi,
avendo s gagliardamente in beneficio suo la unione della citt ed el favore
de' principi, che se a tanta fortuna e stato fussi pure mediocremente
corrisposto la prudenzia, era in modo confitto in quella autorit, che era
quasi impossibile ne cadessi; ma el suo poco cervello e la mala sorte della
citt feciono facilissimo quello che pareva non potessi essere. Nella quale
cosa io mi ingegner di mostrare non solo gli effetti e le cagione in genere,
ma ancora, quanto pi particularmente potr le origine e le fonte di tutti e'
mali.
Transferita, anzi perpetuata in Piero questa grandezza del padre, e parendo
che nel principio si consigliassi cogli amici del padre e dello stato, come si
diceva avergli ricordato Lorenzo alla morte, accadde che Bernardo Rucellai che
aveva avuto per donna una sorella di Lorenzo, e Paolantonio Soderini che era
cugino carnale di Lorenzo e nato di una sorella della madre sua, ed e' quali
erano stati a tempo di Lorenzo adoperati assai, pure con quegli riguardi che
erano gli altri che sanza el caldo di Lorenzo parevano atti a avere per lo
ordinario riputazione nella citt ristrettisi insieme credo con desiderio di
mantenere pure lo stato a Piero, ma che e' limitassi e moderassi alcuna di
quelle cose che a tempo di Lorenzo erano state grave a' cittadini e le quali,
insino vivo Lorenzo, Bernardo Rucellai aveva qualche volta biasimate, gli
cominciorono a persuadere che e' volessi usare moderatamente la autorit sua
e, quanto pativa la conservazione dello stato suo, accostarsi pi tosto a una
vita civile, che continuare in quelle cose che davano ombra di tiranno, per le
quale molti cittadini avevano voluto male a Lorenzo; mostrandogli che in
effetto questo sarebbe un fortificare lo stato suo per la grazia e
benivolenzia ne acquisterebbe colla citt.
Non era naturalmente el cervello di Piero inclinato a essere capace di questi
ricordi, perch, come tutto d mostrorono e' processi sua, la sua natura era
tirannesca ed altiera, ma vi si aggiunse che, come fu intesa questa cosa,
subito ser Piero da Bibbiena suo cancelliere ed alcuni cittadini, fra' quali
si dice essere stato vivamente Francesco Valori, gli dissono che questo non
era el bene suo, e che chi lo consigliava cos, gli voleva fare perdere lo
stato; in modo che non solo non seguit el parere di Bernardo e Pagolantonio,
ma insospettito tacitamente di loro, gli cominci pi tosto a ributtare che
no. Di che loro accorgendosi, non procederono saviamente come dovevano, anzi
poco poi si contrasse, sanza participazione di Pero se non doppo el fatto,
parentado fra loro e gli Strozzi, perch Bernardo dette una sua figliuola
piccola per donna a Lorenzo figliuolo gi di Filippo Strozzi, ancora
fanciullo, e Paolantonio dette per moglie a Tommaso suo primo figliuolo una
figliuola di Filippo Strozzi con dota grande.
Non potette questo parentado dispiacere pi a Piero, parendogli che el
congiugnersi dua uomini di tale autorit insieme con una casa che, bench non
avessi stato, era di momento per essere nobile, ricca, di numero grande
d'uomini e malcontenta del reggimento, fussi uno principio di volergli far
testa contro e trgli el governo; interpretando massime essendo questo secondo
segno loro, che quegli primi ricordi loro fussino stati a cattiva fine.
Insospettito adunche di loro e sdegnato, ed incitatone da ser Piero ed altri
che, per essere in pi riputazione con lui, gli augumentavano questi sospetti,
roppe con loro e gli alien in tutto da ogni cura dello stato, mostrando
apertamente riputargli inimici sua; di che loro vedendosi ribattuti se ne
governorono diversamente: Paolantonio, mostrando dolersi di quello che aveva
fatto, con pazienzia e con favore di Niccol Ridolfi suo cognato, e
rificcandosi sotto, ingegnava di rapiccarsi; Bernardo, di natura pi tosto da
rompersi che piegarsi accresceva ogni d questa mala disposizione di Piero
inverso di lui facendo segni manifesti che el presente governo gli
dispiacessi.
Questa disunione di costoro con Piero non solo lo fece insospettire di loro,
ma quasi cominciando a credere che tutti gli uomini di qualit, o la maggiore
parte, fussino dello animo medesimo, dette occasione a ser Piero, a messer
Agnolo Niccolini ed alcuni altri maligni, di persuadergli non si confidassi
degli amici del padre; in modo che, bench non si gli alienassi apertamente,
anzi, eccetto Bernardo e Paolantonio, gli conservassi negli onori e degnit,
pure non se ne fidando interamente, si governava pi per consiglio suo e di
messer Agnolo e ser Piero che di loro; in forma che loro governavano quasi
ogni cosa e si vendicorno autorit grandissima, come avevano da principio
malignamente disegnato e di poi cerco, con grandissimo danno di Piero; perch
chi considerer bene far giudicio che el disporre Piero a non prestare fede
a' cittadini savi ed amici dello stato, fussi el principio della ruina sua.
Ne l'anno medesimo e del mese di..., mor papa Innocenzio ed in suo luogo fu
eletto Roderigo Borgia valenziano, vicecancelliere, nipote di papa Calisto, el
quale sal in questo grado con favore del signore Lodovico e di monsignore
Ascanio, che in remunerazione fu creato vicecancelliere; ma principalmente per
simonia, perch con danari, con ufici, con benefci, con promesse e con tutte
le forze e facult sua si pattu e comper le voce de' cardinali e del
collegio; cosa bruttissima e abominabile, e principio convenientissimo a' suoi
futuri tristi processi e portamenti. Furono creati subito per la citt a
dargli la obedienzia, secondo el commune costume de' cristiani, oratori messer
Gentile vescovo aretino, el quale di nazione di quello di Urbino, sendo suto
maestro di Lorenzo e sendo uomo dotto e virtuoso, era stato per suo favore
sublimato a quello grado; messer Puccio di Antonio Pucci dottore di legge;
Tommaso Minerbetti, che vi and per essere, come fu, fatto cavaliere dal papa;
Francesco Valori, Pierfilippo Pandolfini e Piero de' Medici. E' quali
ordinandosi per andare, fu introdotto dal signore Lodovico che, sendo
collegati Napoli, Milano e Firenze, sarebbe bene per riputazione della lega
che gli imbasciadori di tutti si convenissino in qualche luogo presso a Roma e
di poi entrassino insieme ed esponessino communemente in nome di tutti a tre
la imbasciata. Fu consentito a Firenze ed a Napoli; di poi messer Gentile,
desideroso di fare la orazione, la quale sarebbe tocca allo oratore del re',
persuase a Piero essere bene che ognuno entrassi ed esponessi separatamente.
Scrissesi a Napoli al re che vi disponessi el signore Lodovico; el quale lo
fece, manifestandogli per farlo per compiacere a' fiorentini; alterossene el
signore Lodovico, non gli piacendo questa variazione e dubitando che Piero non
fussi per intendersi molto seco. E sendosi seguito in questo secondo modo, si
aggiunse una altra alterazione, perch sendo eletti per Milano oratori messer
Ermes fratello del duca, ed alcun'altri de' primi, e sendosi magnificamente
ordinati, furono tanto grandi e suntuosi gli apparati di Piero, che superorono
di gran lunga quegli; di che si commosse assai el signore Lodovico, parendogli
che Piero avessi voluto gareggiare seco e non solo si volessi agguagliare a s
e gli altri principi di Italia, ma eziandio avanzargli. Queste cose cos
minime, bench non lo alienassino da Piero nondimeno preparorono la via che le
maggiore potessino pi facilmente indurre alterazione, delle quali avessi
finalmente a seguitare la ruina commune.
Aveva el signore Francesco Cibo, figliuolo di papa Innocenzio e cognato di
Piero de' Medici, tenuto, vivente el padre, alcune terre in quello di Roma che
si apartenevano alla Chiesa, e dubitando per la creazione del nuovo pontefice
non le avere a perdere, le vend per mezzo di Piero al signore Virginio Orsino
parente di Piero, el quale era nato di madre Orsina ed aveva per donna una
degli Orsini. E fu trattata questa cosa con ordine del re Ferrando, del quale
Virginio era soldato, perch vedendo el re, el papa esser creato con favore di
Milano, volle che queste terre fussino uno osso in gola al papa, col quale gli
Orsini potessino strignerlo a suo proposito, ed al medesimo fine dava favore a
Giuliano cardinale di San Piero in Vincula, el quale teneva Ostia e non la
voleva rendere al papa. E'bbene el papa dispiacere assai, e non minore el
signore Lodovico, parendogli fussi a suo beneficio, per la amicizia aveva col
papa, mantenerlo grande ed in riputazione, e cos avendo per male che el re
pigliassi pi forze e pi autorit s'avessi, perch dubitava che quando
potessi lo caccierebbe del governo di Milano, perch quello stato fussi nelle
mani del duca. Ed oltre a' rispetti el papa e re, gli dispiacque che Piero si
fussi gittato in collo al re; e persuadendosi che el re per mezzo degli Orsini
ne avessi sempre a disporre, e lui a non se ne potere valere nulla,
infiammatovi drento, deliber non soportare questa ingiuria. Ed avendo pi
volte fatto intendere a messer Antonio di Giennaro oratore del re, ed a messer
Agnolo Niccolini e di poi a Piero Guicciardini, che successivamente furono
imbasciadori a Milano per la citt quanto gli dispiacessi l'essere el papa
bistrattato, e che se Virginio non restituiva le terre, lui non era per avere
pazienzia; e vedendo la cosa andare in lungo ed essere menato di parole,
finalmente nel principio dell'anno 1493 conchiuse una lega col papa e co'
viniziani, nella quale oltre agli oblighi generali delle mutue difese degli
stati, e' viniziani e lui si obligorono a pagare uno certo numero di gente
d'arme al papa, quale lui potessi recuperare le terre teneva Virginio. E poco
poi parendogli che e' viniziani procedessino lenti a favorire el papa e
muovere le arme, e vedendosi al tutto inimicato col re e co' fiorentini
sdegnato, e volendosi a un tratto assicurare e vendicare, cominci a tenere
pratica con Carlo re di Francia, che e' passassi in Italia allo acquisto del
reame di Napoli, quale pretendeva apartenersigli per essere erede degli
Angioini, promettendogli aiuto di danari. E perch el re era giovane e
volenteroso e naturalmente inclinato a questa impresa, trov gli orecchi della
corte pi facili a questa pratica che non si stimava; la quale riscaldandosi e
divulgandosi per Italia, e come el re era disposto al tutto passare, e
publicamente lui e la corte lo diceva, vi fu mandati imbasciadori per la
citt, non con animo di fare conclusione messer Gentile vescovo di Arezzo e
Piero Soderini, al quale Piero aveva cominciato a dare riputazione per fare
dispetto a Paolantonio suo fratello maggiore.
Questi furono e' princpi e le origine della ruina di Italia, e
particularmente di Piero de' Medici; el quale, oltre a trovarsi qualche
disunione nella citt, si alien totalmente nello stato di Milano dal quale,
poich era stato in mano degli Sforzeschi, sempre la citt e particularmente
la casa sua, aveva tratto riputazione e sicurt grandissima. Publicandosi e
certificandosi pi ogni d che el re voleva passare in Italia, el re Ferrando
fece accordare Virginio col papa non per restituendogli le terre, ma
ricomperandole e pigliandole in feudo dalla Chiesa con certa somma di danari.
Ma sendo gi gonfiati gli animi tra Napoli e Milano, e pieni di diffidenzia ed
odio grandissimo el signore Lodovico seguitava la pratica co' Franzesi, e'
quali non dicevano pi volere passare, ma si mettevano in ordine di farlo di
prossimo E ricercando loro la citt di fare composizione e dichiararsi con
loro, per mettere tempo in mezzo e dare parole, licenziati e' primi
imbasciadori, vi furono mandati nuovi oratori messer Guidantonio Vespucci e
Piero Capponi.
Nella fine dell'anno mor el re Ferrando, e venne lo stato in Alfonso duca di
Calavria suo primogenito el quale scrisse una lettera di mano propria al
signore Lodovico, s amorevole e s piena di buone parole e promesse di volere
essere suo, che lo commosse grandemente e lo inanim a volere pensare di
pacificare le cose di Italia e divertire questo umore de' Franzesi. Ma sendo
poi per non so che piccolo accidente, di nuovo rialterati gli animi,
riscaldando tutto d le cose di Francia, el papa dubitando forse che troppa
piena non venissi in Italia si accord col re Alfonso e co' fiorentini per le
quali cose pi riscaldato el signore Lodovico, ed al tutto inimico del re e di
Piero de' Medici, e persuadendosi, se loro non ruinavano, non potere essere
salvo, non restava a fare nulla per condursi al disegno suo.



XI

CONDOTTA POLITICA Dl PIERO DE' MEDICI.
DISCESA Dl CARLO VIII.
FUGA DI PIERO DA FIRENZE (1494).

1494 Erano in Firenze Lorenzo e Giovanni figliuoli di Pierfrancesco de'
Medici, giovani ricchissimi e di gran benivolenzia col popolo per non avere
maneggiato cose che dispiacessino; e' quali non sendo bene contenti di Piero,
massime Giovanni che era di natura inquietissimo e sollevava Lorenzo uomo
bonario, cominciorono a tenere qualche pratica col signore Lodovico per mezzo
di Cosimo figliuolo di Bernardo Rucellai, el quale, inimico di Piero, si era
partito di Firenze. E sendo in su' princpi, e non avendo ancora trattato cosa
di importanza, venuta la cosa a luce, di aprile nel 94 furono tutt'a due
sostenuti; e poi che ebbono aperto quello che avevano, bench Piero fussi
malissimo disposto con loro, nondimeno non concorrendo a insanguinarsi e'
cittadini dello stato furono liberati e confinati fuori di Firenze alle loro
possessioni a Castello, e Cosimo Rucellai assente ebbe bando di rubello.
Ed in quegli medesimi d entrorono in Firenze quattro imbasciadori franzesi,
e' quali andavano a Roma, ed esposono per transito la deliberazione del re e
gli apparati faceva per passare in Italia, richiedendo la citt lo favorissi o
almeno gli concedessi per le sue gente passo e vettovaglia. Fu per volunt di
Piero, che per intercessione degli Orsini si era tutto dato al re di Napoli,
contro al parere di tutti e' savi cittadini, negato l'uno e l'altro,
pretendendo non poterlo fare per la lega vegghiava ancora col re Alfonso, e
ribollendo ogni d le cose, furono mandati dalla citt imbasciadori a Vinegia
Giovan Batista Ridolfi e Paolantonio Soderini, per intendere la intenzione
loro circa a questi movimenti e persuadere loro non volessino lasciare andare
innanzi la ruina di Italia. E cos ogni d pi la citt si scopriva per Napoli
contro a Francia, con dispiacere universale del popolo, inimico naturalmente
della casa di Ragona ed amico di Francia, contro alla voglia ancora de'
cittadini dello stato, e' quali vedendo Piero tanto ostinato a questa via non
si ardivano contradirgli; e massime che messer Agnolo Niccolini e quegli pi
suoi intrinsechi, parlavano sempre nella pratica sanza rispetto per questa
parte.
Aveva Piero fatto una pratica stretta di cittadini, co' quali si consultavano
queste cose dello stato: messer Piero Alamanni, messer Tommaso Minerbetti,
messer Agnolo Niccolini, messer Antonio Malegonnelle, messer Puccio Pucci,
Bernardo del Nero, Giovanni Serristori, Pierfilippo Pandolfini, Francesco
Valori, Niccol Ridolfi, Piero Guicciardini, Piero de' Medici ed Antonio di
Bernardo; a' quali tutti, da pochi in fuora, dispiaceva questa risoluzione,
nondimeno sendo favorita da' pi intrinsechi, non si opponevano, eccetto
qualche volta e non molto Francesco Valori e Piero Guicciardini. Ma perch
Piero in spirito intendeva quanto la sodisfacessi, non conferiva loro tutte le
lettere e gli avisi, ma solo quelle cose che diminuivano ed erano in disfavore
del re di Francia, el quale tutto d si metteva in ordine, ed a Genova per
conto suo si armavano legni e se ne faceva scala della guerra.
Per la qual cosa el re Alfonso, considerando di quanto momento sarebbe el
levargli la oportunit di Genova, avendo spalle da alcuni fuorusciti genovesi,
fece impresa mutare lo stato di Genova e mand a Pisa don Federigo suo
fratello con una grossa armata; el quale di poi andato a porto Spezie e messo
gente in terra, furono quegli che scesono ributtati e rotti; di che don
Federigo, non riuscendo la impresa, si ritorn a Pisa. E parendo al re ed a
Piero che el tenere bene guardata Serezzana, rispetto allo essere el passo
fortissimo, impedissi al re Carlo potere passare da quelle parte, per trgli
ancora el passo di Romagna, mandorono Ferrando duca di Calavria, primogenito
del re, in Romagna con uno esercito grosso, acci che colle spalle di Cesena,
terra della Chiesa, e di Faenza, che era nella nostra raccomandigia, si
opponessi a' franzesi. Nel qual tempo el re Carlo, desideroso passare pe'
terreni nostri pacificamente, mand di nuovo uno oratore a Firenze a
richiedere del passo, promettendo largamente amicizia e tutti e' favori e
commodit potessi fare alla citt; la quale cosa sendo pure rifiutata, cacci
del regno suo tutti e' mercatanti nostri. N per questo si raffreddava la
ostinazione di Piero; anzi parte mosso dalla amicizia teneva col re Alfonso e
cogli Orsini, parte insospettito dal signore Lodovico, con favore di chi el re
Carlo passava, e perch Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco erano partitisi
da' confini e rifuggitisi a lui, ogni d perseverava nella ruina sua, ed
attendendo a fortificarsi e fare capo grosso a Pisa per rispetto di Serezzana
e di quella banda, vi furono mandati commessari generali per conto di tutta la
guerra, Pierfilippo Pandolfini e Piero Guicciardini.
Era una parte dello esercito del re Carlo poco innanzi passate l'Alpe, e da
poi lui personalmente col resto dello esercito venutone in Italia; nel quale
era grandissimo numero di uomini d'arme, fanterie ed artiglierie, ma quanto
non so el particulare. Ed era entrata in Italia una fiamma ed una peste che
non solo mut gli stati, ma e' modi ancora del governargli ed e' modi delle
guerre, perch dove prima, sendo divisa Italia principalmente in cinque stati,
papa, Napoli, Vinegia, Milano e Firenze, erano gli studi di ciascuno per
conservazione delle cose proprie, vlti a riguardare che nessuno occupasse di
quello d'altri ed accrescessi tanto che tutti avessino a tmerne, e per questo
tenendo conto di ogni piccolo movimento che si faceva e faccendo romore
eziandio della alterazione di ogni minimo castelluzzo, e quando pure si veniva
a guerra erano tanto bilanciati gli aiuti e lenti e' modi della milizia e
tarde le artiglierie, che nella espugnazione di uno castello si consumava
quasi tutta una state, tanto che le guerre erano lunghissime ed e' fatti
d'arme si terminavano con piccolissima e quasi nessuna uccisione Ora per
questa passata de, franciosi, come per una subita tempesta rivoltatasi
sottosopra ogni cosa, si roppe e squarci la unione dl Italia ed el pensiero e
cura che ciascuno aveva alle cose communi in modo che vedendo assaltare e
tumultuare le citt, e' ducati ed e' regni, ciascuno stando sospeso cominci
attendere le sue cose proprie n si muovere per dubitare che uno incendio
vicino, una ruina di uno luogo prossimo avessi a ardere e ruinare lo stato
suo. Nacquono le guerre subite e violentissime, spacciando ed acquistando in
meno tempo uno regno che prima non si faceva una villa; le espugnazione delle
citt velocissime e condotte a fine non in mesi ma in d ed ore, e' fatti
d'arme fierissimi e sanguinosissimi. Ed in effetto gli stati si cominciorono a
conservare, a rovinare, a dare ed a trre non co' disegni e nello scrittoio
come pel passato, ma alla campagna e colle arme in mano.
Sceso el re in Italia e venendone a Milano, el signore Lodovico, bench fussi
passato per introdotto suo e fussi in amicizia seco, nondimeno considerando la
infidelit de' principi e massime de' franzesi, e' quali per gli utili e
commodi loro tengono poco conto della fede e dell'onore, cominci a dubitare
che el re sotto ombra di volere che lo stato fussi liberamente in mano del
duca Giovan Galeazzo suo nipote, non lo levassi di quello governo a qualche
suo proposito; per trgli ogni occasione di nuocere, gli dette el veleno. Del
quale sendo morto lo innocentissimo giovane, fatti subito ragunare e'
cittadini di Milano, sendovi alcuni che per suo ordine lo proposono, fu eletto
duca, bench del signore morto rimanessi uno piccolo e bellissimo fanciullo.
Entrato di poi el re Carlo in Milano e quivi ricevuto onoratissimamente, se ne
venne per la via di Pontriemoli con una parte dello esercito alla volta di
Lunigiana, avendone mandate una altra in Romagna a rincontro del duca di
Calavria; e perch el castello di Serezzana era fortissimo e bene fornito di
artiglierie e di tutte le cose necessarie da difesa, per non vi perdere tempo
voltosi verso Fivizzano lo prese e saccheggi con uno grandissimo terrore di
tutta quella provincia.
A Firenze erano le cose condizionate e disposte male, e lo stato di Piero
molto indebolito; ed el popolo vedendosi tirata adosso una guerra potentissima
e da non potere reggere, sanza bisogno e necessit alcuna, anzi per favorire
e' ragonesi che erano universalmente in odio, contro a' franzesi amati assa
nella citt, sparlava publicamente di Piero, massime sapendo essere state
deliberazione sua contro la volont de' primi cittadini dello stato.
Aggiugnevasi in genere tutte quelle cagione che fanno e' popoli inimici de'
grandi, el desiderio naturale di mutare le cose, la invidia ed el carico di
chi aveva maneggiato, inoltre tutti coloro che erano inimici e tenuti sotto
dallo stato, risentitisi e venuti in speranza che la citt tornassi alla
libert antica, e loro avessino a essere nel grado giudicavano meritare,
facevano pi pericolosa questa male disposizione. Concorrevaci che e' governi
di Piero in s, e la natura sua era di qualit, che non solo era in odio agli
inimici, ma ancora dispiaceva agli amici, e quasi non la potevano sopportare;
lui uomo altiero e bestiale e di natura da volere pi tosto essere temuto che
amato, fiero e crudele, che a' suoi d aveva di notte dato delle ferite e
trovatosi alla morte di qualche uomo; sanza quella gravit che si richiedeva a
chi fussi in tale governo, conciosiach in tanti pericoli della citt e suoi
propri stava tutto d nelle vie publicamente a giocare alla palla grossa; di
natura caparbio, e che non si intendendo delle cose, o voleva governarle
secondo el cervello suo, credendo solo a se medesimo, o se prestava fede e si
consigliava intrinsecamente con persona, non erano quegli cittadini che
avevano esperienzia delle cose della citt, e governatola lungo tempo, ed
erano tenuti savi, ed avevano interesse nel bene e nel male publico, e
naturalmente erano amici di lui, del padre e della casa sua, ma con ser Piero
da Bibbiena, con messer Agnolo Niccolini e simili uomini ambiziosi e cattivi,
e che lo consigliavano in tutte le cose secondo che ciecamente erano
traportati dalla ambizione e le altre cupidit, e per compiacerlo ed essergli
pi cari, lo indirizzavano el pi delle volte per quella via per la quale lo
vedevano inclinato e vlto.
E per, trovandosi Piero in gran pericolo per el disordine di fuori e la male
disposizione di drento, si risolv essergli necessario accordarsi con Francia,
giudicando quello che era vero che posata bene questa parte, ognuno nella
citt per timore o altro si rassetterebbe, e seguitando adunche, bench in
diversi termini e poco a proposito, l'esemplo del padre Lorenzo quando and a
Napoli, una sera furiosamente accompagnato da Iacopo Gianfigliazzi, Giannozzo
Pucci ed altri amici suoi, se ne and a Serezzana a trovare el re, dove era
venuto da Milano el duca Lodovico. Quivi doppo molte pratiche e ragionamenti
si conchiuse di dare in mano del re per sua sicurt le fortezze di Pisa, di
Serezzana, di Pietrasanta e di Livorno; e di subito gli furono sanza altra
licenzia della citt e sanza e' contrasegni, consegnate quelle di Serezzana e
Pietrasanta da Piero di Lionardo Tornabuoni e Piero di Giuliano Salviati.
A Firenze in sulla partita di Piero avendo ognuno preso animo e licentia, non
solo si continuava ed accrescevasi nello sparlare publicamente, ma ancora si
cominciorono in palagio a risentire e' cittadini fra' quali messer Luca
Corsini (che era de' signori e stato fatto da Piero, come confidato e
sfegatato dello stato, per rispetto di Piero Corsini suo fratello) ed Iacopo
di Tanai de' Nerli e Gualterotto Gualterotti che erano gonfalonieri di
compagnia, messi su, come si crede, da Piero Capponi che era inimicissimo del
governo, cominciorono nelle pratiche a dire male di Piero, e che la citt
sotto la cura sua rovinava, e che sarebbe bene levarla di mano sua e della
tirannide e restituirla a uno vivere libero e popolare. E di poi sentendosi le
convenzione di dare quelle terre in mano del re, e di gi essere data
Serezzana, si cominci a gridare per la citt che le si dessino in nome del
publico e non del tiranno, e per si elesse imbasciadori, che subito
cavalcorono al re, fra Ieronimo Savonarola da Ferrara, che predicava in
Firenze e di chi di sotto si dir, Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai, Pier
Capponi e Giovanni Cavalcanti.
Era gonfaloniere di giustizia Francesco dello Scarfa, ed e' signori, uomini
tutti stati scelti per amici grandi ed affezionati del reggimento; e nondimeno
messer Luca si era apertamente scoperto inimico, e con lui concorreva Chimenti
Cerpellone, ed el gonfaloniere pareva uomo da lasciare correre. Da altra parte
Antonio Lorini, Francesco d'Antonio di Taddeo e Francesco Niccolini favorivano
vivamente la causa di Piero; in modo che, sendo una sera venuti a parole,
messer Luca corse furiosamente a sonare la campana grossa a martello, e sendo
ritenuto da chi gli corse drieto, non pot sonare pi che due o tre tocchi, e'
quali sendo uditi per la terra, che era circa a tre ore di notte, el popolo
tutto corse in piazza, e di poi non sentendo pi sonare n suscitare in
palagio o fuori movimento alcuno, ognuno non bene sapendo quello fussi stato,
si ritorn a casa. E cos stando la citt sospesa ed alterata, Piero avendo
aviso dagli amici sua come le cose in Firenze transcorrevano troppo, e che
ognuno per la assenzia sua aveva preso animo e baldanza, presa licenzia dal
re, se ne torn a Firenze a d 8 di novembre. Tornata molto dissimile da
quella di Lorenzo suo padre quando torn da Napoli, che gli and incontro
tutto il popolo della citt e fu ricevuto con somma letizia, recandone seco la
pace e la conservazione dello stato della citt, a Piero non and incontro se
non pochi amici sua, e fui ricevuto con poca allegrezza, tornando massime
sanza conclusione ferma, se non di avere diminuito e smembrato Pisa e Livorno,
occhi principali dello stato nostro, e Pietrasanta e Serezzana acquistate da
suo padre con grandissima spesa e gloria.
Tomato, and subito a visitare la signoria, e riferito generalmente quello
aveva fatto, gli inimici sua e quegli si erano scopertigli contro, entrati in
grandissimo timore, si risolverono che bisognava giucare del disperato. In
modo che el giorno sequente, a d di novembre 1494, che era el d di san
Salvadore, sendosi inteso che el signore Paolo Orsino, nostro soldato, con
cinquecento cavalli era venuto alle porte per essere a' favori di Piero, ed
essendo la maggiore parte della signoria volta contro a Piero, Iacopo de'
Nerli con alcuni altri collegi che lo seguitavano, armato era ito in palagio,
e fattolo serrare, si stava a guardia della porta, quando Piero per riscaldare
gli amici aveva in palagio, e credendo nessuno avessi animo di vietargli lo
entrare, cogli staffieri sua e gran numero di armati, armato ancora egli,
bench sotto el mantello, ne venne al palagio; e quivi sendogli risposto che
se voleva entrare entrassi lui solo e per lo sportello, sbigottito vedendosi
perduto lo stato, si ritorn a casa. Dove come fu giunto, intendendo che e'
signori inimici sua chiamavano el popolo, e come el popolo si cominciava a
levare gridando: viva popolo e libert, e di poi sendogli per uno corriere
de' signori notificato come e' signori l'avevano fatto rubello al quale
partito concorsono gli amici sua per paura e quasi sforzati per conforto di
chi gli era apresso, montato a cavallo prese la via di Bologna. Uditosi Piero
essere stato ributtato dal palagio, si mosse solo in suo favore el cardinale e
Pierantonio Carnesecchi e' quali con armati ne vennero verso piazza; ma di poi
intendendo che el popolo multiplicava contro a Piero e che lui era stato fatto
rubello e si partiva, ognuno si ritir a casa, ed el cardinale in abito di
frate si usc sconosciuto di Firenze; cos si fugg Giuliano loro fratello ser
Piero da Bibbiena e Bernardo suo fratello, e' quali erano in odio grandissimo
del popolo.
Giunse in questo tumulto in Firenze Francesco Valori, el quale tornava dal re,
dove di nuovo era stato mandato con pi altri cittadini imbasciadore, e perch
gli era in somma benivolenzia del popolo sendo sempre stato uomo netto ed
amatore del bene, ed avendo fama di essersi opposto a Piero, fu ricevuto con
grandissimo gaudio di tutto el popolo, e portatone in palagio quasi di peso in
sulle spalle de' cittadini. Corse di poi el popolo furiosamente a casa Piero e
la mand a sacco e di poi voltosi a casa Antonio di Bernardo e ser Giovanni da
Pratovecchio notaio delle riformagioni, le saccheggi ed arse; e loro, bench
si fussino nascosti per le chiese e pe' conventi, pure ritrovati alla fine ne
furono menati presi al bargello. Corsono di poi a casa messer Agnolo
Niccolini, e gi avendo messo fuoco alla porta, l'arebbono arsa, se non che
messer Francesco Gualterotti ed alcuni uomini da bene dubitando che questa
licenzia non troscorressi troppo, crsivi raffrenorono la moltitudine e la
ridussono in piazza che con grandissime voce gridava: viva el popolo e la
libert; e quivi per commessione della signoria messer Francesco Gualterotti,
salito in sulla ringhiera, notific essere state levate via le monete bianche.
Veduto spacciato lo stato di Piero vennono in piazza a cavallo con compagnia
di armati, Bernardo del Nero e Niccol Ridolfi, gridando: popolo e libert;
ma ributtati e cacciati come sospetti e con pericolo di essere morti se ne
ritornorono a casa, e la sera per pi loro sicurt accompagnati bene per
commessione della signoria ne vennono in palagio, e cos Pierfilippo
Pandolfini, el quale la sera era tornato da Pisa partitosi sanza licenzia, o
perch dubitassi delle cose di Pisa, o perch, avendo inteso a Firenze
sparlarsi assai di lui, volessi provedere el meglio poteva a' fatti suoi.
Messer Agnolo Niccolini, uno ancora egli degli imbasciadori al re parendogli
Piero fussi spacciato, e dubitando di Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco, de'
quali era stato inimicissimo e concitatore di Piero contro a loro, partitosi
da Pisa e presa la volta per la montagna di Pistoia, ne and in Lombardia. E
cos cacciato Piero e quietato un poco el tumulto, bench el d e la notte el
popolo stessi armato a guardia della citt, si deliber dalla signoria, che si
sospendessi l'uficio degli otto della pratica e de' settanta, e non si
potessino ragunare insino a tanto si deliberassi altro.
El medesimo d di san Salvadore, a d 9 di novembre, el re Carlo avendo
ricevute le fortezze di Livorno, Pietrasanta e Serezzana, entr in Pisa e gli
furono consegnate le cittadelle; le quali, secondo le convenzione, avessino a
stare in mano del re per sua sicurt, e nondimeno e' corpi di Pisa e delle
altre terre s'avessino come prima a tenere e governare da' fiorentini. Ma la
sera medesima ristrettisi insieme e' pisani, andorono a chiedere al re
rendessi loro la libert; la quale sendo conceduta gridando libert andorono
per fare villania agli uficiali fiorentini, e' quali, udito el tumulto, si
erano raccolti insieme e fuggiti nel banco de' Capponi Tanai de' Nerli, Piero
Capponi, Piero Corsini e Piero Guicciardini ed alcuni altri; e quivi avendo
avuta una guardia del re, si salvorono dalla malignit e perfidia de' pisani.
E vedendo la citt al tutto ribellata e, partendosi el re, non vi potere stare
sicuri, el d seguente con lui si partirono e lasciatolo per la via, ne
vennono a Firenze. Cos el medesimo giorno di san Salvadore ebbe dua
grandissimi accidenti: la mutazione dello stato nostro e la ribellione di
Pisa, le pi principali cose si potessino alterare nello essere nostro.
Fu certo cosa mirabile che lo stato de' Medici che con tanta autorit aveva
governato sessanta anni e che si reputava appoggiato dal favore di quasi tutti
e' primi cittadini, s subitamente si alterassi per le mani di messer Luca
Corsini ed Iacopo de' Nerli, uomini giovani, sanza credito, sanza autorit,
sanza consiglio e leggierissimi. La quale cosa non nacque peraltro se non che
e' modi ed e' portamenti di Piero e la insolenzia di chi gli era apresso,
avevano tanto male disposto gli animi di tutti; e sopra tutto l'aversi recato
adosso pazzamente una guerra potentissima e che non si poteva sostenere, e
l'avere messo a scotto ed in preda sanza bisogno di cagione alcuna tutto lo
stato nostro, che chi si gli scoperse da prima contro trov la materia
disposta in forma che, come gli fu dato principio di muoverla, fece da se
medesima. Questo fine ebbe e cos perd lo stato la casa de' Medici, casa
nobilissima richissima e riputatissima per tutta Italia, e per l'adrieto assai
amata nella citt, e' capi della quale, massime Cosimo e Lorenzo, avevano con
grandissime difficolt, con grandissime virt, con tempo ed occasione, fatto
conservato ed augumentato lo stato, accrescendo non solo lo stato loro
privato, ma eziandio lo imperio publico della citt, come fu el Borgo a San
Sepolcro, Pietrasanta e Serezzana, Fivizzano e quella parte di Lunigiana, el
Casentino, lo stato di Pietramala e Val di Bagno, tutte cose pervenute nella
citt sotto el governo di quella casa. La quale a ultimo rovin in brevissimo
tempo sotto el governo di un giovane temerario, el quale si trov in tanti
fondamenti di potenzia ed autorit, e s bene favorito ed appoggiato, che se
non si fussi sforzato ed avessi fatto a gara di perdergli, era impossibile non
si conservassi; dove la sua pazzia non solo rovin s, ma eziandio la citt,
spogliandola in otto giorni di Pisa, Livorno, Serezzana e Pietrasanta luoghi
donde come poi hanno meglio mostro gli effetti, si traeva la potenzia, la
sicurt, la autorit e gli ornamenti nostri. In modo che si pu dire che uno
di solo cancellassi, anzi lungamente contrapesassi ed avanzassi a tutti e'
benefci che la citt nostra aveva mai in tempo alcuno ricevuti da quella
casa; perch la perdita massime di Pisa fu s grande e di s inestimabile
danno alla citt, che molti hanno dubitato quale fussi maggiore nel d di san
Salvadore, o l'acquisto della recuperata libert o la perdita di Pisa; in che,
pretermettendo molti discorsi si potrebbono fare, voglio conchiudere aversi
tanto pi da stimare l'una cosa che l'altra, quanto egli  pi naturale agli
uomini cercare prima avere libert in se proprio, che imperio in altri;
massime che, parlando veramente, non si pu dire avere imperio in altri chi
non ha libert in s.
Cacciato Piero, furono per partito della signoria rimessi tutti e' cittadini
stati confinati e cacciati per conto di stato dal insino a d 34 di novembre
1494; le quale cose bench rallegrassino ognuno, erano nondimeno s pericolosi
gli accidenti che andavano atorno, che gli animi non potevono gustare questi
piaceri. E certo io credo che gi un grandissimo tempo la citt non fussi
stata in maggiori travagli: drento, cacciata una casa potentissima e che
sessant'anni aveva avuto el governo, e rimesso tutti gli inimici di quella;
per la quale mutazione rimanevano alterati tutti e' modi del governo, stavano
in sommo timore tutti quegli che avevano avuto autorit a tempo di Lorenzo o
di Piero, tutti quegli e' quali, o e' maggiori loro, avevano in tempo alcuno
offesi gli usciti o e' sua antecessori, tutti quegli che o per compere o per
vie di pagamento o di rapine possedevano de' beni di chi era stato rubello; di
fuori, smembrato tanto stato e quasi la pi parte del nostro dominio, donde si
vedeva la citt avere a restare indebolita con meno entrate e forze e con una
guerra difficilissima e pericolosissima non solo co' pisani, ma con molti ci
impedirebbono la recuperazione. Aggiugnevasi in su e' nostri terreni un re di
Francia con tanto esercito, inimico ed ingiuriato da noi, pieno di cupidit e
crudelt, el quale dava timore non solo di guastarci el paese nostro, di fare;
ribellare el resto delle terre suddite, ma (etiam )di saccheggiare la citt,
di rimettere Piero de' Medici e forse insignorirsi di Firenze el quale se si
partissi, el meno male si potessi temere era avergli a dare una somma
grandissima di danari ed a votare la citt delle sustanzie e sangue suo.


XII

INGRESSO DI CARLO VIII A FIRENZE.
GEROLAMO SAVONAROLA.
RIFORME DELLA COSTITUZIONE FIORENTINA (1494-1495).

El re Carlo partito da Pisa come di sopra  detto, e presa la volta di Firenze
con animo pessimo, e, come fu opinione, con disegno di saccheggiare la citt,
avendo inteso la mutazione dello stato e come tutto el popolo in sulla
cacciata di Piero aveva prese le arme ed ancora non le posava e presentendo
essere uno popolo grandissimo, non solo cominci a credere di non potere
sforzare e saccheggiare la citt, ma ancora a dubitare che entrando in
Firenze, el popolo che era in sull'arme non gli facessi viilania; e per
questo, fermo per la via, mand a fare intendere che el desiderio suo era
entrare pacificamente nella citt, ma che avendo nello esercito suo gente
assai e di varie lingue e nazione, ed avendo inteso el popolo nostro essere in
sulle arme, dubitava non nascessi qualche disordine, e per soprasederebbe
tanto el popolo si disarmassi, per potere amichevolmente e sanza tumulto
venire in Firenze. La quale cosa sendogli detto si farebbe, se ne venne a
Signa, e quivi alloggiato in casa Batista Pandolfini, stette molti d
aspettando la terra si posassi bene, e cos ordinando drappi e veste per
cavalli ed uomini sua, per fare una ricca e magnifica entrata nella citt; e
nondimeno avendo quasi levato el disegno del sacheggiare la citt, e vlto
l'animo a trarne pi somma di danari potessi, mand per Piero de' Medici,
stimando che lui per rientrare nella citt avessi a fargli partiti
grandissimi, o almeno essere un bastone da fare alzare e' cittadini per
schifarlo. Era Piero, quando usc di Firenze, fuggito a Bologna, e di quivi
andato a Vinegia, dove avendo avuto questa richiesta del re, desideroso da un
canto di andare, da altro dubitando che el re per danari non lo rivendessi a'
fiorentini, ne prese consiglio con viniziani, e' quali gli augumentorono
questo sospetto e lo persuasono non andassi, mossi non per credere che cos
fussi lo utile di Piero, ma perch dubitorno che questo non avessi a essere
instrumento al re Carlo di disporre di Firenze a suo modo e di farsene
signore; la qual cosa, nonostante lo odio ci portano, sarebbe loro
dispiaciuta, perch el re non pigliassi tante forze in Italia, che loro e gli
altri avessino a stare seco. Sendo soprastato el re a Signa molti d, dove
continuamente e per tutta la via prima aveva la citt mandato molti
imbasciadori a onorarlo, entr in Firenze in domenica a d... di [nov]embre.
La quale entrata fu s magnifica ed onorevole e bella cosa, come alcuna altra
sia stata in Firenze  gi gran tempo. Non mancorono dal canto della citt
tutti quegli onori si potevano fare a un tanto principe: andorono a
incontrarlo a cavallo moltissimi giovani vestiti riccamente con livree; andvi
tutti gli uomini di qualit: la signoria, secondo la consuetudine, a pi
insino alla porta a San Friano; in Santa Liperata, dove prima aveva a
smontare, tutti gli apparati si potevano farvi, ma la magnificenzia e
suntuosit grande fu dal canto del re. Entr in Firenze con tutto lo esercito
armato: prima le fanterie a fila coll'arme in asta, balestre e scoppietti de'
quali gran parte e quasi tutti erano svizzeri, di poi e' cavalli e gli uomini
di arme tutti armati, cosa bellissima a vedere pel numero, per la presenzia
degli uomini e per la bellezza delle arme e de' cavalli, con ricchissime
sopraveste di drappi e di broccati d'oro; in ultimo el re tutto armato sotto
el baldachino, come vincitore e triunfatore della citt, cosa in s bellissima
ma poco gustata, per essere gli uomini pieni di spavento e di terrore. Us un
segno di umanit, ch volendo la signoria, secondo si costuma quando entra
nella citt papa, imperadori o re, pigliargli la briglia del cavallo, non
volle in modo alcuno acconsentire. Venne con questa pompa dalla porta a San
Friano nel Fondaccio e Borgo San Iacopo, e quivi passato el ponte Vecchio, per
porta Santa Maria ne and in piazza, e di poi a Santa Liperata ed a casa Piero
de' Medici, dove gli era parato lo alloggiamento. Cos tutti e' soldati sua a
cavallo ed a pi furono alloggiati per la citt e compartiti per le casa de'
cittadini, cosa insolita a loro che gli solevano mandare e distribuire a casa
altri, non tenergli nelle loro.
Stette el re in Firenze... giorni, e ristrignendosi la pratica dello accordo,
dimandava el dominio della citt, dicendo fra l'altre ragione apartenersegli
secondo gli ordini di Francia, per essere entrato armato nella citt;
dimandava la ritornata di Piero. Nelle quali cose sendo ostinatissimi e'
cittadini, mandorono in sulle poste a Milano Bernardo Rucellai, perch el duca
intendessi queste cose pensando, come era vero, gli avessi a dispiacere che el
re pigliassi piede in Firenze; e per el duca commisse a el conte di Gaiazzo
ed a messer Galeazzo da Sanseverino, che erano per conto suo drieto al re, che
si ingegnassino levarlo da queste dimande, e favorissino con ogni sforzo la
causa della citt.
Stettono le cose pi d in questi dibattiti, e la citt si trovava in gran
timore per non essere e' cittadini assueti alle arme e vedersi in corpo uno
esercito potentissimo;( )da altra parte e' franzesi vedendo el popolo essere
grande, ed intendendo come nella cacciata di Piero tutto el popolo al suono
della campana grossa aveva preso le arme, e che el contado farebbe quel
medesimo, temevano assai faccendo guardie ed usando diligenzia grande non si
usassi campane,( )in modo la paura era divisa; e bench due o tre volte si
levassi romori per la terra, ed e' franzesi corressino alle arme, nondimeno,
perch erano nati per paura, non si proced mai pi oltre.
Erano Francesco Valori, Piero Capponi, Braccio Martelli e parecchi altri
cittadini deputati a praticare col re e sendo in sul formare le composizioni,(
)portorono al re una bozza de' capitoli, ne' quali la citt sarebbe convenuta;
e non gli piacendo, lui dette loro un'altra bozza, secondo la quale voleva
farsi lo accordo; dove sendo cose molto disoneste, Piero Capponi presala,
animosissimamente la stracci in presenzia del re, soggiugnendo che poi che e'
non voleva accordarsi, le cose si terminerebbono altrimenti, e che lui
sonerebbe le trombe, e noi le campane; parole certo d'uomo grande ed animoso,
sendo in casa d'un re di Francia barbaro ed altiero, e dove era pericolo che
e' fatti bestiali non seguitassino le parole stizzose. Di che el re e gli
uomini sua impauriti, vedendo tanto animo e dubitando gi innanzi del numero
del popolo e della campana grossa, al suono della quale avevono inteso fra la
citt ed e' luoghi vicini armarsi pi che trentamila uomini si commossono
forte, in modo che  opinione, per quelle minaccie lasciate le dimande
disoneste, venissi alle condizioni dell'accordo pi ragionevoli.
Finalmente doppo molti dibattiti, si fece conclusione con lui a d... di
dicembre 1494; la quale si stipul in Santa Liperata, presente el re e la
signoria e tutto el popolo, giurando lui personalmente in sulla pietra sacrata
dello altare maggiore la osservanzia di detti capitoli. Contrassesi amicizia
pace, confederazione e lega fra 'l re di Francia e noi, secondo la forma
generale delle altre leghe, amici per amici ed inimici per inimici (- )con
condizione che la citt pagassi per e' danni ed interessi al re Carlo ducati
centoventimila d'oro, de' quali avessi a avere di presente cinquantamila
innanzi partissi della citt, gli altri settantamila in due paghe, in termini
diversi bench corti; el re avessi a tenere per sua sicurt, durante la guerra
e la impresa del reame di Napoli, le fortezze di Pisa, di Livorno, di
Pietrasanta e di Serezzana, lasciando nondimeno el dominio ed el governo de'
corpi delle terre, come era innanzi alla passata sua, a' fiorentini; finita la
impresa di Napoli, fussi obligato restituirle liberamente e sanza eccezione
alcuna.
Fatto l'accordo e numerati ducati cinquantamila, el re fra due d part di
Firenze ed andonne alla volta di Roma per seguitare la impresa sua; e come fu
partito, sendo la citt disordinata, si volsono gli animi a riformare lo
stato, e sendosi fatta una bozza da' primi del governo, de' quali massime
erano capi Tanai de' Nerli, Piero Capponi, Francesco Valori, Lorenzo di
Pierfrancesco, Bernardo Rucellai, fattasene conclusione, si son a parlamento,
nel quale furono con concorso grande approvati e' modi ordinati, che furono in
effetto:( )che e' si cassassino gli otto della pratica ed e' settanta;
facessisi uno squittino della signoria, di tutti e' magistrati ed offici
drento e di fuori, el quale finito, ogni cosa si traessi a sorte. e per fare
tale effetto e' presenti signori e collegi avessino subito a eleggere venti
accopiatori, che avessino a fare detto squittino in termine di uno anno, e
tanto durassi lo uficio loro, ed in detto tempo loro avessino a eleggere la
signoria a mano; dovessino detti accopiatori essere di et di anni quaranta,
da uno in fuora,( )el quale potessi essere eletto eziandio di minore et, che
fu fatto perch Lorenzo di Pierfrancesco ne potessi essere, e cos si levassi
el divieto a Francesco dello Scarfa gonfaloniere di giustizia, di potere
essere accopiatore; non si pagassino pi le gabelle di monete bianche;
creassinsi e' dieci di bala per potere attendere alla guerra di Pisa, con la
consueta autorit secondo gli ordini della citt, l'uficio de' quali durassi
mesi sei. Fatto el parlamento sanza tumulto, furono l'altro d eletti e' venti
uomini che furono questi: messer Domenico Bonsi, Ridolfo di Pagnozzo Ridolfi,
Tanai de' Nerli, Piero Capponi ed Antonio di Sasso, Bardo Corsi, Bartolomeo
Giugni, Niccol di Andreuolo Sacchetti, Giuliano Salviati ed Iacopo del
Zaccheria Francesco dello Scarfa, messer Guidantonio Vespucci, Piero
Popoleschi, Bernardo Rucellai e..., Francesco Valori, Guglielmo de' Pazzi,
Braccio Martelli, Lorenzo di Pierfrancesco e... Maravigliossi la brigata che
in questa elezione fussi rimasto adrieto Paolantonio Soderini, sendo uomo di
grande autorit e stato urtato da Piero de' Medici, e fu attribuito fussi
stato Piero Capponi, el quale poteva assai ed era inimico suo, in modo che si
disse poi publicamente che per questo sdegno Paolantonio, per mutare lo stato,
persuase a fra Girolamo, e lo adoper per instrumento a predicare, si facessi
el governo del popolo. Furono di poi creati e' dieci, Piero Vettori, Piero
Corsini, Paolantonio Soderini, Piero Guicciardini e Piero Pieri, Lorenzo
Morelli, Lorenzo Lenzi, Francesco degli Albizzi, Iacopo Pandolfini e Lorenzo
Benintendi. Crearonsi ancora gli otto di bala nuovi, Guido Mannelli Andrea
Strozzi ed altri; e' quali dell'entrate dell'uficio spesono tanto in conviti
che per questo furono di poi publicamente chiamati gli otto godenti.
Creati questi magistrati, fu impiccato, per satisfare al popolo, alle finestre
del Bargello, Antonio di Bernardo, el quale era savio uomo e delle cose del
Monte ed altre entrate della citt intendeva tanto quanto si poteva intendere,
ed ancora rispetto al potere ed autorit che aveva era stato netto uomo; ma
l'avere lungo tempo maneggiato uno uficio in s odioso, aggiunto allo essere
non di casa nobile, che gli dava tanto pi invidia, ed alla sua natura rozza,
che era da chi aveva a fare seco, imputato a superbia e crudelt de' poveri,
lo avevano tanto messo in odio della moltitudine, che non si poteva sfamare
del sangue suo. Cos si disegnava fare di ser Giovanni delle riformagione el
quale era in odio grandissimo, ed anche non molto d'assai uomo ma fra Girolamo
lo scamp, gridando in pergamo che non era pi tempo da giustizia ma da
misericordia; e fugli perdonato la vita e condotto nelle carcere di Volterra
in perpetuo, donde parecchi anni poi fu cavato ed assoluto interamente.
Erano nella citt molti che arebbono voluto percuotere Bernardo del Nero,
Niccol Ridolfi, Pierfilippo, messer Agnolo, Lorenzo Tornabuoni, Iacopo
Salviati e gli altri cittadini dello stato vecchio; alla quale cosa si
opponevano molti uomini da bene, massime Piero Capponi e Francesco Valori,
parte mossi dal bene publico perch in verit si sarebbe guasta la citt,
parte dal privato loro. Perch sendo loro naturalmente ed e' maggiori loro
amici della casa de' Medici, e che nel 34 avevano rimesso Cosimo, dubitavano
che spacciati gli altri dello stato vecchio, e' quali vulgarmente si
chiamavano bigi, loro non restassino a discrezione degli offesi nel 34, che
naturalmente erano anche inimici loro; e per questa cagione nella elezione de'
dieci e de' venti vi avevano mescolato ancora di quegli che non erano stati
mai urtati da Piero, come Giuliano Salviati, Lorenzo Morelli, Piero
Guicciardini e simili, che erano in meno carico col popolo che gli altri. E
nondimeno, bench e' favorissino una cosa giusta e ragionevole, e la autorit
loro fussi allotta grandissima, sarebbe stato quasi impossibile avessino
tenuta questa piena, sendo cosa procurata da tanti inimici dello stato vecchio
e grata al popolo, a chi piacciono tutte le novit e travagli, quando venne
uno aiuto non pensato, da fra Girolamo; del quale perch fu uomo valentissimo
ed instrumento di cose e moti grandi nella citt nostra, ne racconter quelle
cose che paiono dovere fare lume a quello in che necessariamente s'ha a
ricordare.
Fu fra Girolamo da Ferrara, di famiglia Savonarola, famiglia popolana e
mediocre, el quale studiando in arte, si fece de' frati di San Domenico
Osservanti; e doppo qualche tempo avendo fatto profitto grandissimo in
filosofia, ma maggiore nella Scrittura sacra, ne venne a Firenze, dove insino
a tempo di Lorenzo cominci a predicare publicamente, accennando, con
destrezza per, avere a venire grandissimi flagelli e tribulazione. Non
piaceva questo predicare molto a Lorenzo; nondimeno parte perch non lo
toccava nel vivo, parte perch d'avere altra volta cacciato da Firenze fra
Bernardino da Feltre, uomo riputato santissimo, aveva ricevuto carico nel
popolo; e forse avendo qualche riverenzia a fra Ieronimo, quale intendeva
essere di buona vita, non gli proibiva el predicare, bench qualche volta lo
facessi confortare da messer Agnolo Niccolini e da Pierfilippo ed altri, come
da loro, che parlassi (de futuris.) Ed avendo gi fra Ieronimo acquistato nel
popolo credito di dottrina e santit, mor Lorenzo e lui seguit a tempo di
Piero, tuttavia, allargandosi pi nel predicare, e predicendo la rinnovazione
della Chiesa, un flagello presto a Italia, nella quale verrebbono nazione
barbare, che piglierebbono le fortezze colle meluzze ed espugnerebbono ogni
cosa. Ottenne ancora da Alessandro papa uno breve, bench con grandissima
difficult, che la congregazione de' frati predicatori di Firenze e di altri
conventi di Toscana si separassi da quella di Lombardia e si reggessi da s;
la quale cosa lo ferm a Firenze e gli tolse l'aversi a mutare, come el pi
delle volte di anno in anno fanno e' frati. E riscaldando tuttavia nel
predire, con grandissimo concorso e nome di santit e di essere profeta, ed
andando a udirlo d'ogni sorte d'uomini tra' quali Giovanni Pico conte della
Mirandola (cos dotto uomo come avessi la et nostra, e che, se non che mor
di corto, fu di opinione si sarebbe fatto frate), entr in tanto credito, che
quando Piero and a Serezzana, fu mandato, come di sopra  detto, imbasciadore
al re Carlo, sperandosi che la santit sua avessi a fare qualche gran frutto e
fu udito dal re sempre gratamente e con dimostrazione di averlo in riverenzia,
in modo che allora giov alla citt, e poi quando el re fu in Firenze, sempre
affaticandosi in beneficio della citt.
In sulla cacciata di Piero, parlando apertamente e dicendo avere da Dio quelle
cose future che e' prediceva, ed avendo una audienzia ed una fede grandissima,
voltosi alla conservazione de' cittadini ed a fare usare la clemenzia, e fatto
perdonare a ser Giovanni che anche era amico suo, cominci a predicare per
parte di Dio, che Dio, non gli uomini, era quello che aveva liberato la citt
dalla tirannide e che Dio voleva si mantenessi libera e si riducessi a uno
governo populare alla viniziana, el quale era pi naturale a questa terra che
alcuno altro. E con tanta efficacia, o per virt divina o per sua arte, ci si
riscald su, che bench dispiacessi assai a Bernardo Rucellai, a Francesco
Valori a Piero Capponi, a Lorenzo di Pierfrancesco, a' Nerli ed agli altri
primi del governo, pure non opponendosi scopertamente, e sendo questa opera
favorita dalla signoria, si cominci a tenerne pratica, e finalmente
apiccandosi, fu commesso a' gonfalonieri, a' dodici, a' venti, a' dieci, agli
otto, che ognuno ordinassi un modo di vivere popolare. La quale cosa sendo
fatta, e piacendo pi quello de' dieci, fu mandato per fra Girolamo, al quale,
presente la signoria, fu letto questo modo, e lui avendolo approvato con
parole savie e con mostrare che allora era assai fermare un modo che fussi
buono in universale, perch e' disordini che fussino ne' casi particulari col
tempo si conoscerebbono meglio, e pi maturamente si limerebbono e
correggerebbono, ed in effetto, chiamati el consiglio del popolo e del comune,
si vinse ed approv. Lo effetto fu che si facessi uno consiglio nel quale
intervenissino tutti e' cittadini netti di specchio e che fussino di et
d'anni ventinove finiti, e che loro o padri, avoli o bisavoli, fussino stati
de' tre maggiori; eleggessinsi in quello consiglio tutti gli ufici e
magistrati della citt e di fuori, eccetto la signoria, la quale s'avessi a
eleggere da' venti per quello anno, e finito l'uficio loro, pel consiglio
grande. El modo dello eleggere fussi che, a ogni uficio, si traessi di una
borsa generale certo numero di elezionari, e' quali nominassino uno per uno,
non potendo per nominare alcuno di casa sua; e quegli cos nominati andessino
a partito, e quello che aveva pi fave nere che gli altri e vinceva el partito
per la met delle fave ed una pi, si intendessi eletto a tale uficio; eccetto
certi ufici di fuora, da un certo salario in gi, ne' quali non andassi a
partito chi era nominato, ma chi era tratto dalla borsa generale, vincendo
per el partito, e rimanendo quello aveva pi fave; e perch gli elezionari
avessino causa di fare buone nominazioni, fu ordinato che ognuno che nominava
uno el quale fussi eletto, guadagnassi uno tanto, secondo la qualit dello
uficio. Facessi detto consiglio grande uno consiglio di ottanta uomini, di et
di anni quaranta, scambiandosi di sei mesi in sei mesi, potendo per essere
raffermi, l'uficio de' quali fussi consigliare la signoria, eleggere
ambasciadori e commessari, tutte le provisioni di qualunque sorte, quando
fussino vinte fra' signori e collegi, avessino a passare per le mani loro,
avendo per avere la finale perfezione nel consiglio grande, el quale non
aveva autorit nessuna se non vi si trovava almeno uno numero di mille uomini,
e perch in palagio non era luogo capace di tanto popolo, si ordin si facessi
a detto effetto una sala grande sopra la dogana, la quale insino a tanto fussi
fatta, tutti gli abili al consiglio non erano del consiglio, ma solo mille
uomini per volta, che si traevano a sorte della borsa generale per tempo di
quattro ovvero sei mesi.
Vinta la provisione ed ordinato el consiglio, seguitando nel predicare e
mostrando che Dio aveva fatto misericordia alla citt e cavatola delle mani di
uno re potentissimo, e che cos si voleva fare in verso a' cittadini dello
stato vecchio per usare clemenzia e per mantenere la citt in quiete confort
si facessi una provisione, che si perdonassino tutte le cose apartenente allo
stato, fatte innanzi alla cacciata di Piero, e si facessi pace ed unione de'
cittadini; ed inoltre perch ognuno pi sicuramente si potessi godere el suo
ed allora ed (in futurum), e non fussi in potest di sei signori perturbare a
sua posta la citt e cacciare ed amazzare e' cittadini a arbitrio loro, come
si era fatto in molti tempi passati, e con questo mezzo fare Grandi, si
levassi tanta autorit alle sei fave, e si disponessi che ogni volta che uno
cittadino fussi per conto di stato condennato in qualunque pena o dalla
signoria da altri magistrati, potessi appellare al consiglio grande; e che
quello magistrato che non ammetteva tale appellazione, fussi incorso in quella
medesima pena che era colui che appellava. Ebbono queste provisione da molti
uomini di autorit repugnanzia grande, e finalmente, doppo contradichione di
pi d, si messono a partito in consiglio e largamente si ottennono, parendo
che ogni cosa introdotta da lui avessi maggiore forza che umana.
Assettate cos per allora le cose della citt, e' dieci, fatte condotte e cos
posto uno balzello, avviorono la gente nostre in quello de' pisani, e' quali
ostinatamente stavano rebelli; sendo condottieri nostri di pi autorit messer
Francesco Secco, el conte Rinuccio da Marciano e messer Ercole Bentivogli, e
commessario Piero Capponi, e' quali presono Palaia, Peccioli, Marti, Buti e
alcune castella di poco momento, non sforzando Vico, Cascina, Librafatta e la
Verrucola l'altre cose erano in preda, e quando si pigliavano e quando di
nuovo si ribellavano. Mandossi ancora a Milano due imbasciadori a
congratularsi col nuovo duca, messer Luca Corsini e Giovanni Cavalcanti
principio debolissimo e che apresso a quello signore tolse riputazione assai
alla citt, parendogli fussi governata dalla moltitudine la quale non avessi
elezione da uomo a uomo. E cos passandosi le cose, soprovenne uno accidente
nuovo, perch e' montepulcianesi si ribellorono e dettonsi a' sanesi; per la
quale cosa sendosi rotta guerra fra noi e' sanesi, s'ebbe a volgere parte
delle gente verso Montepulciano, e per fare pruova, bench invano, di
recuperarlo, e per guardare el Ponte a Valiano e le altre cose nostre.
Perdessi ancora Fivizzano e gli altri luoghi nostri di Lunigiana, che ne
andorono in mano di quegli marchesi Malespini, lasciossi la raccomandigia di
Faenza, non sendo noi atti a difendere noi medesimi.


XIII

LA IMPRESA DI NAPOLI.
LEGA ITALICA CONTRO CARLO VIII.
CONDIZIONI DELLO STATO FIORENTINO (1495).

1495. E cos sendo in preda lo stato nostro, venne a Firenze el cardinale di
San Mal, primo uomo che avessi el re di Francia, ed avuti quarantamila ducati
and a Pisa, data intenzione di rendercela, almeno el corpo della terra; e
statovi pochi d sanza fare conclusione in beneficio nostro, se ne torn al re
Carlo. El quale vittoriosamente aveva finito con mirabile celerit la impresa
di Napoli; perch partitosi da Firenze ed entrato in quello di Roma, papa
Alessandro non si potendo difendere, si era accordato seco con condizione di
dargli per sua sicurt alcune terre e per statico un suo figliuolo, e datogli
el fratello del Gran turco che era preso a Roma (el quale poco poi mor, e fu
opinione avessi avuto dal papa veleno a tempo) entr in Roma per la settimana
santa; ed avendo fatto creare cardinale el vescovo di San Mal, si dirizz
alla volta del reame. Le quali cose sendo intese dal re Alfonso, disperato
potersi difendere, lasciato lo stato in mano di Ferrando duca di Calavria suo
primogenito, e fattolo creare re lui non pi re chiamato, ma don Alonso, se ne
and in Sicilia in uno convento di frati, dove in termine di non molti mesi
mor. Ma poco pi soprastette a fuggirsi el re nuovo Ferrando, perch non
avendo el re Carlo ostaculo alcuno alla campagna, ed acquistando ogni d per
universale rebellione de' popoli, tanto terreno quanto e' cavalcava in
pochissimi giorni si insignor di tutto el regno di Napoli, cosa troppo
stupenda a considerarla. El re se ne fugg alla volta di Spagna, el signore
Virginio Orsino ed el conte Niccola di Pitigliano di casa Orsina furono presi
in Nola; rimasono solo le fortezze di Napoli in mano de' Ragonesi, le quali
presto si dettono.
A Firenze si son a gloria, e facesi dimostrazione grande di allegrezza per
questa nuova, bench in fatto dispiacessi insino al cuore pure la dependenzia
avamo da lui, e lo essere le fortezze nostre in sua mani, necessitavano a fare
cos. Furongli mandati imbasciadori messer Guidantonio Vespucci, Lorenzo
Morelli, Bernardo Rucellai e Lorenzo di Pierfrancesco, s per congratularsi
seco di tanta vittoria, s per chiedergli le cose nostre, come era obligato
restituirci, finita la guerra di Napoli, massime sendosi dal canto nostro
sborsata quella somma di danari in che eravamo convenuti.
Questa vittoria di Napoli, tanto presta e pi che non era la opinione,
sbigott forte ognuno, parendo che avendo aggiunto allo stato di Francia uno
tanto regno, e trovandosi uno esercito vittoriosissimo e colle arme in mano,
tutta Italia restassi a sua discrezione. La quale cosa non solo dispiaceva a'
potentati italiani, ma eziandio a Massimiano re de' romani ed a Ferrando re di
Spagna, a' quali, per la vicinit e le antiche controversie, ogni augumento di
Francia era non meno sospetto che molesto; e per per sicurt degli stati
communi si contrasse una lega generale a difesa degli stati e contro a Francia
tra papa, imperadore, re di Spagna, viniziani e duca di Milano; e fattone
capitano Francesco da Gonzaga marchese di Mantova che era soldato de'
viniziani, si dava in Lombardia pel duca ed e' viniziani forte danari, e da
ogni banda si ragunava gente per opporsi al re Carlo, dal quale in sulla
conclusione della lega si era nascostamente fuggito el figliuolo del papa. Non
vollono e' fiorentini, bench richiestine, concorrervi n discostarsi dal re,
per aspettare la restituzione delle fortezze, secondo aveva promesso,
Attendevasi in quello tempo nella citt a fondare tuttavia e fortificare lo
stato del popolo; la qual cosa non sendo grata a' venti ed a molti cittadini
di autorit, e dubitandosi che loro, veduto appressarsi al fine dello uficio
ed avere a rimanere pari agli altri cittadini, non facessino una signoria a
loro modo, ed alterassino questo governo populare, cominci fra Girolamo a
predicare destramente contro a loro, mostrando che sarebbe bene si finissi
questo uficio. El nome e lo uficio loro era in s odiato dal popolo, s per
sospetto che non alterassino el consiglio, s per e' modi e portamenti loro,
e' quali erano stati brutti e sciocchi, e sanza unione alcuna. Avevano, la
prima volta feciono la signoria, creato gonfaloniere di giustizia Filippo
Corbizzi, el quale era uomo di pochissima qualit e di autorit e di virt, ma
era stato molto favorito da Tanai de' Nerli, alla quale creazione si era
opposto assai Francesco Valori, dando favore a Pagolo Falconieri, uomo pi
spicciolato ancora che Filippo (il che in quel tempo per piacere al popolo si
cercava) e di pi cervello e migliore qualit che lui, ed essendo nati
dispareri e non si potendo accordare, fu forza pigliassino quello aveva pi
fave, bench non vincessi el partito. Ferono di poi gonfaloniere Tanai de'
Nerli, uomo nobile, ricchissimo e potente pel numero de' figliuoli, e massime
per essersi tanto Iacopo adoperato nella cacciata di Piero, ma che nelle cose
dello stato valeva poco, il che dispiacque assai a ognuno, parendo cosa brutta
che uno accopiatore creassi se medesimo, e massime che sendo stato un'altra
volta gonfaloniere a tempo di Lorenzo pareva fussi stato mosso solo dalla
ambizione. Doppo lui feciono Bardo Corsi ancora del numero de' venti, la
creazione di chi in s non dispiaceva, perch era vecchio e stato tenuto
indrieto ed ammunito dalla casa de' Medici. Ma sendo in tutte queste elezione
di varie volunt, si erano in modo disuniti che non vi era n fede n
concordia fra loro; e bench molte volte tentassino di riunirsi, pure ogni
cosa era vana, ed essendosi sparta questa divisione, n'avevano carico apresso
a ognuno, e inoltre la potenzia loro era pi debole, in modo che
aggiugnendovisi la autorit ed el credito di fra Girolamo, si cominci pel
popolo a sparlarne e minacciargli, e loro a trovarsi in travagli grandissimi,
e' quali umori riscaldando, Giuliano Salviati, o impaurito o persuaso da fra
Ieronimo, spontaneamente rifiut lo uficio. Di che nacque che e' compagni
vedendosi, oltre alla disunione in tanto grido, e non parendo essere loro
sanza carico delle persone, messono in consiglio una provisione di rifiutare
tutti, la quale si vinse con grandissimo favore, e loro subito rinunziorono
del mese di maggio 1495, e la autorit di fare la signoria si transfer al
popolo, el quale cre primo gonfaloniere di giustizia Lorenzo Lenzi.
El re Carlo in questo tempo udita la lega fatta, deliber tornarsi in Francia,
e lasciato a guardia del reame una parte delle gente d'arme franzese sotto
alcuni de' suoi capitani, e qualche italiano sotto Camillo Vitelli, ne venne
col resto alla volta di Toscana. E perch gli aveva sempre agli oratori nostri
negata la restituzione delle cose nostre, ed inoltre loro avevono ritratto,
lui essere malissimo disposto contro a tutti gli italiani, ed in spezie che
alcuni de' primi suoi avevono molto in odio la citt nostra, entr tanto
sospetto universalmente ne' nostri cittadini, che tutti ammoniti dal pericolo
passato, si provederono di arme, empierono le casa di fanti del contado,
fortificando ancora la citt con tutti quegli instrumenti che fussino atti a
difendere, acci che se e' volessi come l'altra volta alloggiare in Firenze,
si gli potessi concedere la entrata securamente. Le quali cose sendogli venute
a notizia, parte per non s'avere a cimentare quivi, parte perch male poteva
soprastare; intendendosi che e' viniziani ed el duca di Milano avevano, per
opporsigli, congregato uno grossissimo esercito in Parmigiana, partitosi da
Siena, deliber sanza toccare la citt andarsene a Pisa, ed avendo a
Poggibonizi trovato fra Girolamo e parlato con lui, mostrandogli reverenzia,
sanza frutto per nelle cose nostre di Pisa, se ne and a Pisa per andarsene
alla volta di Lombardia; ed essendo quivi, o circa a quello tempo, ebbe nuove
come Lodovico duca di Orliens aveva per trattato preso Novara, terra del duca
di Milano. Di poi partitosi da Pisa, lasciando pure guardate per s le nostre
fortezze, ne and per Lunigiana, e saccheggiato Pontriemoli, terra dello stato
di Milano, ne venne in Parmigiano, dove trov essere alloggiati in sul Taro
gli eserciti de' viniziani e del duca, tanto superiori a lui di numero, che
solo quegli de' viniziani lo avanzavano di gran lunga.
Sendo giunto quivi, con intenzione, se non era impedito andarsene alla volta
di Francia, fu disputa nel campo italiano quello fussi da fare. Pareva al
signore Ridolfo da Gonzaga, zio del marchese, ed a alcuni altri condottieri
de' pi vecchi, non si dovessi apiccare zuffa con loro, anzi andargli
costeggiando mentre che erano in sullo stato di Milano; e cos sarebbono al
sicuro che e' non dannificherebbono quello stato, ed anche potrebbe essere che
la carestia delle vettovaglie gli strignerebbe in modo che e' sarebbono
forzati o fare fatto d'arme con grandissimo disavantaggio, o veramente
pigliare quelle condizioni che fussino loro date dalla lega. Al marchese
desideroso di combattere parve altrimenti, e credo ancora messer Marchionne
Trivisano proveditore viniziano fussi del medesimo parere; e finalmente
apiccata la battaglia, si fece un fierissimo fatto di arme, el quale dur
molte ore, bench e' franzesi fussino assai minore numero, ma si aiutarono
assai colle artiglierie. Lo effetto fu che la sera si divise la zuffa ed
ognuno si torn a' sua alloggiamenti, in modo che non sendo fuggito nessuno,
non si pu dire alcuna parte fussi rotta. Ma el danno de' franzesi non fu
molto grande; quello degli italiani fu grandissimo, perch fu morti della
parte loro quattro o cinquemila persone, e molti uomini di capo, fra' quali el
signore Ridolfo da Gonzaga; e tutto questo danno fu da' marcheschi perch e'
ducheschi, che erano sotto el conte di Gaiazzo, per ordine del duca non si
mescolorono quasi punto nel fatto di arme. La cagione fu, perch el duca
vedendo e' viniziani avere pi gente di lui assai ed essere in su' terreni
sua, dubit se el re di Francia era rotto, di non rimanere a discrezione de'
viniziani naturalmente inimici suoi, e che per ambizione non tengono conto di
lega o di fede. Apresso pu essere che e' considerassi che mettendo e' sua a
pericolo della fortuna, se e' fussino rotti che lui portava pi pericolo che
e' viniziani, per essere e' franzesi in sul suo, e che e' sarebbe stato el
primo a perdere lo stato. Cos pu essere che e' pensassi, quando el re fussi
rotto, che questa sarebbe ingiuria di qualit da non ne fare mai pace con
Francia; la quale cosa aveva da stimare pi lui che altri, per essere loro
vicino, e che riputerebbono pi l'offesa da lui, per essere stato egli el
primo che gli avessi chiamati in Italia, e di poi, fattosi duca di Milano,
avessi vlto loro le punte. Queste cagione lo potettono muovere a avere pi
caro che, per ogni affetto che potessi nascere, e le genti sua e quelle del re
rimanessino salve.
Fatto el fatto di arme, e' franzesi non avendo pi chi si gli opponessi, sanza
contradizione alcuna se ne vennono in Asti, dove sendo giunti, feciono triegua
per poco tempo colla lega, cosa grata all'una parte e l'altra; ed el duca di
Milano con parte delle genti viniziane e con le sue accampato a Noara, la
recuper pi tosto per fame che per forza.
Nel quale tempo poco prima che fu circa a quegli giorni che el re giunse in
Asti, sendo molto male contenti e' popoli del reame della signoria de'
franzesi preso animo per la partita del re e per la nuova lega, e' napoletani
e molti altri popoli si ribellarono, ed el re Ferrando, chiamato Ferrandino,
ritorn in Napoli. E perch nel reame era gente grossa pel re di Francia e
molte citt si tenevano a sua divozione volendo ricuperare el regno
interamente e non avendo danari, accatt da' viniziani, per mezzo del re di
Spagna e del duca di Milano, certa somma di danari, dando per loro sicurt
nelle loro mani Otranto, Brandizio ed altri porti del reame; ed e' viniziani
all'incontro promessono a lui ed al re di Spagna rendere detti porti, ogni
volta che fussino rimborsati de' danari loro; e fatta questa convenzione, el
marchese di Mantova, come soldato de' viniziani, pass nel reame contro a'
franzesi. Dove, doppo non molti mesi, lo effetto fu che e' franzesi sendo
rotti, ed affamati di poi in Atella, ed essendo stato morto Camillo Vitelli e
loro ridotti a piccolo numero, n avendo altra speranza di soccorso dal re
Carlo che bruttamente gli lasci perire, bisogn che uscissino del reame; e
quegli pochi che rimasono, fatto accordo col re Ferrando e restituitogli tutto
lo stato suo, ne ritornorono per acqua in Francia.
In questo tempo ancora, cio quando el re torn in Asti, sendovi oratore
messer Guidantonio Vespucci e Neri Capponi, e forse ancora el Soderino vescovo
di Volterra, si fece convenzioni nuove col re, dandogli certa somma di danari,
e lui con grande efficacia promisse la restituzione delle cose nostre; la
quale cosa pareva verisimile, per lo essere lui fuori di Italia e non avere
pi a servirsene, e per avergli noi interamente osservato la fede e rimasti in
Italia soli amici sua. La quale pratica agitandosi, si mand el campo nostro a
Vicopisano del mese di agosto di detto anno 1495, e statovi molti d sanza
fare profitto alcuno, sendo feriti e guasti assai de' nostri, el campo con
vergogna si lev. Vennono di poi le commessioni di Francia a chi era nelle
fortezze nostre che ce le restituissino, ed e' contrasegni delle rcche; a'
quali effetti racozzate le gente nostre, e sendovi mandati commessari
Francesco Valori e Paolantonio Soderini, un d improvisamente assaltorono el
borgo di San Marco; el quale preso di subito e trovato la porta aperta, erano
gi cominciate a entrare le gente nostre sanza resistenzia ed e' pisani
impauriti a ritrarsi di l d'Arno, quando el castellano francioso della
cittadella nuova cominci a trarre le artiglierie contro a' nostri, il che
sentendo e' commessari, non sapendo el successo de' nostri ed el disordine de'
pisani, feciono subito ritirare adietro, e cos si perd una bellissima
occasione di recuperare Pisa. La quale, se si seguitava la vittoria, era el d
assolutamente nelle mani nostre, ed e' commessari n'ebbono nella plebe carico
grande bench a torto, perch la ragione voleva che, traendo la cittadella
facessino quello feciono, e se bene el fare altrimenti dava la vittoria,
s'aveva a imputare pi tosto al caso che alla ragione. Stati di poi alcuni d
nel borgo di San Marco, e veduto che el castellano, o perch in secreto avessi
cos ordine dal re, o per altra cagione non voleva dare la cittadella, el
campo nostro si part, non vi faccendo frutto alcuno; e cos furono vane tutte
le imprese di questa state, nelle quali si spese tanta somma di danari, che
vulgarmente e' dieci che sedevano si chiamorono e' dieci spendenti, che furono
e' primi dieci eletti dal popolo, uomini la maggior parte vecchi e tenuti
buoni, ma poco pratichi a governare lo stato. Furonne capi messer Francesco
Pepi e Filippo Buondelmonti.
Sopravenne poi di Francia monsignore di Lilla, mandato per questa
restituzione, ed essendo per la venuta sua la citt nostra in grande speranza,
volle la sorte nostra che egli ammal e mor in Firenze, dove fu sepulto,
fattogli dal publico onore grandissimo; e finalmente doppo molti messi e
lettere mandate di qua e di l, ci fu renduto solo Livorno nel quale era a
guardia monsignore di Beumonte. El castellano di Pisa, avuto certa somma di
danari da' pisani, che ne furono serviti dal duca di Milano, dette loro la
cittadella nuova che vi era stata edificata da' fiorentini, la quale subito
disfeciono, riserbatasi la vecchia che vi era anticamente. Pietrasanta venne
in mano de' lucchesi, avendola per a ricomperare dal re buona somma di
danari; Serezzana in mano de' genovesi; e cos si dissip lo stato nostro e si
divise ne' nostri vicini. Cosa miserabile a dire, che e' genovesi, e' sanesi,
e' lucchesi, e' quali poco innanzi tremavano ~ le arme nostre, ora sanza
rispetto alcuno lacerassino e si insignorissino del dominio nostro, non per
colle forze e riputazione loro, ma usando per instrumento un re di Francia, el
quale non tenuto conto de' capitoli fatti con noi in Firenze e giurati in
sull'altare s solennemente, non delle convenzioni fatte di poi in Asti, non
dell'avere osservato s pienamente la fede, s dandogli tanti danari, s
seguitando la parte sua soli in tutta Italia, perfidamente rivend noi e le
cose nostre agli inimici nostri.
E' pisani potendosi male difendere da noi, si raccomandorono alla lega, e
sendo accettati, vi entrorono in nome della lega gente del duca e de'
viniziani; e poco di poi el duca, o per inviluppare e' viniziani in pi
imprese e cos consumargli in sulla spesa grande, o per altra cagione, gli
richiese che soli rimanessino a Pisa. La quale cosa sendo consultata assai a
Vinegia, e contradetta da messer Filippo Trono e molti altri gentiluomini
vecchi a' quali non piaceva entrare in tanti viluppi, e da altra parte
confortata assai da messer Augustino Barbarigo doge e da' suoi sequaci, e'
quali erano assai e pi giovani, finalmente si deliber accettarla, e cos e'
viniziani, uscendosene el duca, rimasono soli in Pisa con titolo di guardarla
per la lega, in nome conservando a' pisani la libert, in fatto insignoritisi
delle fortezze e disponendone a arbitrio loro. Fumo di poi tentati
istantemente dalla lega, desiderando e' signori collegati unire Italia per
trre ogni pensiero al re Carlo di ritornarci; la quale cosa non fu
acconsentita perch non ci volevano rendere Pisa, e non riavendo Pisa, non era
a proposito della citt la unione di Italia; anzi la disunione ci era utile e
la passata del re Carlo ed ogni tumulto, e massime che el re Carlo tutto d
diceva agli oratori nostri (che vi era el vescovo de' Soderini e Giovacchino
Guasconi) volere ritornare in Italia e che cognosciuti tanti segni della fede
nostra, e cos e contra la perfidia de' viniziani e del duca, volerci
ristorare di tanti affanni e punire loro delle ingiurie gli avevano fatte.
Aggiugnevasi a questa disposizione le prediche di fra Ieronimo, el quale,
doppo la cacciata di Piero ed ordinazione del consiglio grande, continuando
nel predicare in Santa Liperata con maggiore audienzia che mai vi avessi
predicatore alcuno, e dicendo apertamente essere stato mandato da Dio a
annunziare le cose future, aveva molte volte affermate pi conclusione, cos
concernenti lo universale della religione cristiana, come el particulare della
citt nostra: aversi a rinnovare la Chiesa e riformarsi a migliore vita,
induttavi non con beni e felicit temporali, ma con flagelli e tribulazione
grandissime; avere prima a essere percossa e tribulata grandemente Italia di
carestia, di peste, di ferro, ed avervi a entrare pi barbieri esterni, e'
quali coll'arme la raderebbono insino alle ossa; aversi prima a mutare gli
stati di quella, non vi si potendo resistere con consiglio, con danari e con
forze; la citt nostra avere a patire tribulazione assai e ridursi a uno
pericolo estremissimo di perdere lo stato, nondimeno perch la era stata
eletta da Dio dove si avessi a predire tanta opera, e perch di quivi s'aveva
a spargere in tutto el mondo el lume della rinnovazione della Chiesa, per che
la non aveva a perire, anzi che quando bene si perdessi tutto el dominio
nostro, sempre la citt si salverebbe, ed in ultimo ricotta co' flagelli a una
vera vita e semplicit cristiana, recupererebbe Pisa e tutte le altre cose
perdute; non per con aiuti e mezzi umani, ma col braccio divino, ed in tempo
che nessuno vi spererebbe ed in modo che nessuno potrebbe negare non essere
immediate state opera di Dio; acquisterebbe ancora molte altre cose che non
furono mai sue, e diventerebbe molto pi florida, pi gloriosa e pi potente
che mai; lo stato populare e consiglio grande, introdotto in quella, essere
stato per opera di Dio, e per non s'avere a mutare, anzi qualunque lo
impugnassi, capiterebbe male; aggiugnendo che queste cose avevano a essere s
preste, che non era alle prediche sue nessuno uomo s vecchio, che vivendo
quanto poteva vivere secondo el corso naturale, non le potessi vedere. Disse
ancora molti altri particulari, e circa alle persecuzione aveva a patire cos
spirituale come temporale; le quali cose lascio indrieto, perch non fanno a
proposito della materia presente, e perch ci sono in pi e stampate le
prediche sue, che ne possono dare chiara notizia.
Questo modo di predicare cos l'aveva recato in odio al papa, perch nel
predire la rinnovazione della Chiesa detestava e mordeva molto scopertamente
e' governi e costumi de' prelati, avevonlo recato in odio a' viniziani ed al
duca di Milano, parendo loro che e' favorissi la parte di Francia e fussi
cagione con questi modi suoi che la citt non si accordassi colla lega,
avevano ancora fatto diversi umori nella citt, perch molti cittadini, o per
non prestare naturalmente fede a queste cose, o perch dispiaceva loro el
governo populare, quale vedevano caldamente essere favorito e mantenuto da
lui, molti ancora perch prestavano fede a' frati di San Francesco ed agli
altri religiosi, che tutti vedendo la riputazione de' frati di San Marco, si
gli erano opposti; molti ancora uomini viziosi, a' quali dispiaceva che lui,
detestando la soddomia e gli altri peccati ed e' giuochi, aveva molto
ristretto el modo del vivere: tutti insieme si gli erano levati fieramente
contro; perseguitandolo in publico ed opponendosi quanto potevano alle opere
sue Eranne capi Piero Capponi (bench lui, vedendo la potenzia dell'altra
parte, qualche volta balenassi, qualche volta simulassi), Tanai de' Nerli ed
e' figliuoli, massime Benedetto ed Iacopo; Lorenzo di Pierfrancesco, Braccio
Martelli, e' Pazzi, messer Guidantonio Vespucci, Bernardo Rucellai e Cosimo
suo figliuolo, e' quali avevano coda di Piero degli Alberti, Bartolomeo
Giugni, Giovanni Canacci, Piero Popoleschi, Bernardo da Diacceto e molti
simili.
Da altra parte erano molto favorite e commendate le opere sue da molti
cittadini: alcuni naturalmente inclinati al credere per bont di natura e
vlti alla religione, ed a chi pareva che le opere sue fussino buone e che le
cose predette da lui tutto d si verificassino; alcuni maligni e di cattiva
fama, per ricoprire le opere sue ed acquistare nome buono con questo mantello
di santit; alcuni uomini, secondo el mondo, costumati, vedendo el favore e la
potenzia aveva questa parte, per correre pi agli ufici ed acquistare stato e
riputazione pi col popolo. Eranne capi Francesco Valori, Giovan Batista
Ridolfi e Paolantonio Soderini, messer Domenico Bonsi, messer Francesco
Gualterotti, Giuliano Salviati, Bernardo Nasi ed Antonio Canigiani.
Contavacisi anche drento Pierfilippo Pandolfini e Piero Guicciardini, e' quali
per nelle controversie ne nascevano, si portavano moderatamente ed in forma
che non erano interamente annoverati fra loro; avevano coda da Lorenzo e Piero
Lenzi, Pierfrancesco e Tommaso Tosinghi, Luca d'Antonio degli Albizzi,
Domenico Mazzinghi, Matteo del Caccia, Michele Niccolini, Batista Serristori,
Alamanno ed Iacopo Salviati, Lanfredino Lanfredini , messer Antonio
Malegonnelle, el quale non era molto innanzi per conto dello stato vecchio,
bench Pierfilippo Pandolfini di gi fussi stato fatto de' dieci ed avessi
riavuto la riputazione; Francesco d'Antonio di Taddeo, Amerigo Corsini,
Alessandro Acciaiuoli, Carlo Strozzi, Luigi dalla Stufa, Giovacchino Guasconi,
Gino Ginori e molti simili. Aggiugnevasi lo universale del popolo, del quale
molti erano inclinati a queste cose, ed in modo che, sendo in odio ed in
cattivo nome e' persequitori sua, ed (e converso )e' fautori accetti e grati
assai, gli onori ed e' magistrati della citt si davano sanza comparazione
molto pi agli uomini di questa parte che agli altri; e per sendo in tanta
potenzia e' fautori sua, e parendo loro che secondo le sue predizione, e'
potentati di Italia avessino a capitare male, ed interpretando di nuovo el re
di Francia avere a essere vittorioso, oltre alle altre ragione che gli
movevano, erano causa che la citt non si accostassi colla lega. E cos sendo
nata una grandissima divisione ed odio capitale negli animi de' cittadini, ed
in forma che in molti fratelli, in molti padri e figliuoli era dissensione per
conto delle cose del frate, nasceva un altro disparere grandissimo: che tutti
quegli favorivano el frate, tenevano la parte di Francia, quegli lo
disfavorivano arebbono voluto accordarsi colla lega.
Nel fine di detto anno 1495 si mur e fin sopra la dogana la sala grande del
consiglio, e vi si ragun tutto el popolo a fare la nuova signoria. avendovi
prima predicato fra Ieronimo; e fu creato gonfaloniere di giustizia, che entr
in calendi di marzo, Domenico Mazzinghi e cos tutto d si augumentava e
cresceva el vivere popolare.


XIV

TUMULTO CONTRO IL GOVERNO POPOLARE.
DISCESA Dl MASSIMILIANO D'ASBURGO IN ITALIA (1496).

1496. Sopravenne l'anno 1496 turbulento e pericoloso drento e di fuori, nel
principio del quale anno alla fine del mese di aprile si scoperse una
intelligenzia nella citt di molti cittadini e' quali tutti erano oppositi al
frate ed uomini di non molta autorit. Lo intento loro era ristrignersi
insieme in consiglio e favorire negli ufici l'uno l'altro, e quando avessino
avuto successo in questo, arebbono tentato maggiore fine; e pigliando tutto d
forze, sendo venuto a luce, la mattina si ragunava el consiglio per eleggere
la nuova signoria in scambio di Domenico Mazzinghi, furono per comandamento
della signoria e degli otto sostenuti e menati al bargello Filippo Corbizzi,
Giovanni Benizzi e Giovanni da Tignano. Ed essendo di poi esaminati ed inteso
tutto lo ordine, parendo la cosa non stessi in termini di intelligenzia
semplice. ma pi tosto avessi natura di mutazione di stato, e nondimeno non in
modo meritassino perdere la vita, furono questi tre dalla signoria e dagli
otto ammuniti e confinati in perpetuo nelle Stinche, e Schiatta Bagnesi, uomo
di poca qualit, ed alcuni altri simili furono ammuniti a tempo; e cos si
estinse questo pericolo, al quale se non si fussi rimediato a buon'ora, arebbe
fatto danno assai. Questa alterazione fu cagione che aspettandosi gonfaloniere
di giustizia Francesco degli Albizzi, el consiglio lo fugg, veduto che questa
intelligenzia era in uomini inimici del frate ed inimici del consiglio, ed
essendo Francesco, bench sanza sospetto di questa intelligenzia, pure in
opinione che gli dispiacessi l'uno e l'altro, e volse le fave a Piero di
Lucantonio degli Albizzi consorte suo, uomo vecchio, bonario e da poco. Al
tempo del quale, secondo la legge fatta nel 94, e' confinati nelle Stinche
appellorono al consiglio grande: e perch loro erano nelle Stinche e non
potevano personalmente comparire, si lesse prima el loro processo, di poi
quello che gli scrissono in difensione loro; parl in ultimo Francesco
Rinuccini che era stato o de' signori o degli otto, giustificando quello si
era fatto ed in effetto sendosi cimentato non furono assoluti.
Fermato questo tumulto, sendo le gente nostre in quello di Pisa a ricuperare
el contado, ed essendovi commessario Piero Capponi, e dando la battaglia a
Soiana, castello di poca qualit, fu morto Piero Capponi di uno colpo di
archibuso, E questa fine ebbe Piero Capponi, uomo valentissimo, ed el quale fu
di grandissimo ingegno, discorso e lingua, ma un poco vario e non molto fermo
nelle deliberazioni sue; uomo di grandissimo animo ed ambizioso e di
grandissima riputazione, era insino a tempo di Lorenzo, bench non molto
adoperato, pure in riputazione grande di savio e valente uomo, ed ancora, per
le qualit e credito suo temuto da Lorenzo, a tempo di Piero fu gran cagione
della rivoluzione dello stato e di quivi venuto in grandissima grazia ed
autorit; ne' tempi che el re di Francia fu in Firenze si affatic assai in
beneficio della citt, e nel fare l'accordo, e nel trovare la somma de' danari
che s'ebbe a dare al re Carlo, e di poi creato de' venti, fu molto operatore
della salute de' cittadini dello stato vecchio, e per qualche mese pot nella
citt pi lui che alcuno altro; di poi fattosi inimico del frate, e venuto in
opinione che el consiglio non gli piacessi e che tenessi pratiche con principi
di mutarlo, venne in odio al popolo, e bench gli inimici del frate ed e' capi
degli inimici tutti facessino capo a lui, pure urtato dall'altra parte e
temuto non vinceva in consiglio nulla, ma pure sendo stimato assai per la
riputazione e seguito grande che aveva, fu la sua morte universalmente grata
ed accetta al popolo.
Standosi la citt in questi termini, drento tutta disunita e divisa, di fuori
attendendo alla impresa di Pisa nella quale si faceva poco profitto, non
avendo appoggio alcuno, ed essendo e' pisani difesi da' viniziani, in modo che
e' pisani tenevano fermo Vicopisano, Cascina, Librafatta, la Verrucola e la
foce del mare, l'altre castella si tenevano quando per l'uno, quando per
l'altro, perch quando erano in nostra mano, come avevano occasione si
ribellavano da noi, la citt si trovava in cattivi termini, ed ogni d si
diminuiva la speranza che el re Carlo dovessi passare in Italia, n si vedeva
via da doversi posare e reintegrare nello stato suo, sendo in mala condizione
apresso a' principi di Italia. Al papa non piaceva che noi recuperassimo le
cose nostre, perch, fermato questo punto, parevano doversi quietare le cose
di Italia che sarebbe stato contrario a' suoi disegni che erano pieni di
ambizione e vlti a fare stato, il che non gli aveva a riuscire, se si fussi
un tratto riunita Italia, non piaceva a' viniziani, perch, sendo in
possessione di Pisa, non ne volevano in alcuno modo uscire, avendo fatto
concetto che quella citt avessi a essere loro uno instrumento grande allo
imperio di tutta Italia; non piaceva al duca Lodovico, perch aveva disegnato
aversi a fare grande ne' movimenti di Italia, ed inoltre se pure s'avessi
avuto a riunire colla citt, arebbe voluto introdurvi uno stato di uno o di
pochi, sperando potere pi confidarsi di loro e pi valersene che di uno
governo di molti, co' quali non si pu pigliare fede o amicizia, n trattare
segretamente cosa alcuna, e per sempre nel parlare co' suoi ed in presenzia
di messer Francesco Gualterotti, imbasciadore nostro, detestava questo vivere,
dileggiando ora e' modi della citt nel creare e' magistrati, ora gli uomini
vili che intervenivano nel consiglio. Alle quali cose messer Francesco,
secondo la natura sua sempre rispondeva prontamente e con degnit del publico.
Sendo adunche chiara la citt, che per le mani di questi principi non avevamo
a essere restituiti nel dominio nostro, sempre dineg volere entrare nella
lega e lasciare el re Carlo, con tutto che ne fussi richiesta instantemente e
con molti minacci; anzi, sempre mostrando volere seguitare la parte di
Francesco instigava di continuo el re a dovere passare. Per la qual cosa e'
signori della lega, per levare al re questo stimolo di passare in Italia e
trgli ogni disegno potessi fare de' fatti nostri, feciono alla fine di
settembre venire in Italia Massimiano re de' romani, promettendogli favore di
gente e di danari a conseguire la corona dello imperio, ed in tal numero che
e' ci potessi sforzare a entrare nella lega. Sendo adunque a' confini di
Italia, mand imbasciadori a Firenze, e' quali oltre a chiedere passo e
vettovaglia, confortassino la citt a volere essere buoni italiani; fu loro
risposto che si manderebbe imbasciadori alla maest sua che gli
satisferebbono; e poco poi intendendo che era gi nello stato di Milano, vi fu
mandato oratori messer Cosimo de' Pazzi vescovo di Arezzo, e messer Francesco
Pepi, avendo prima rifiutato Piero Guicciardini e di poi Pierfilippo
Pandolfini.
Costoro, giunti in Lombardia, trovorono era gi ito a Genova per imbarcarsi
quivi per alla volta di Pisa, e seguitatolo l, gli esposono la commessione,
dimostrando quanto la citt era desiderosa di compiacergli, e quanto frutto
lui potrebbe cavare dalla amicizia di quella, se la richiedessi delle cose che
aspettassino solo alla propriet sua, ma che la richiesta dello entrare in
lega non era onesta, sendo contro alla fede loro, e non volendo, chi gli aveva
ingiustamente spogliati, restituirgli; la quale cosa eziandio toccava alla
maest sua vedendo continuamente crescere quegli che naturalmente gli erano
inimicissimi. Cognosceva lo imperadore essergli detto il vero, nondimeno non
poteva rispondere se non quanto gli commetteva la lega; e per, el d che si
imbarc per a Pisa, disse agli oratori che per le molte occupazioni non aveva
potuto rispondere loro risolutamente, ma che el legato del papa che era in
Genova, risponderebbe lui. Andorono al legato, dal quale ebbono che la
risposta sarebbe loro fatta dal duca di Milano. Partirono adunche da Genova, e
venuti a Milano, richiesono la audienzia dal duca, el quale la dette loro in
presenzia del legato del papa e di tutti gli oratori de' collegati; ed
aspettando che e' nostri dimandassino la risposta, loro dissono che avendo
commessione di ritornarsi a Firenze e faccendo quella via per la quale erano
venuti, avevano voluto secondo el debito visitare quel signore ed offerirgli e
raccomandargli la citt. Parve al duca essere uccellato, e dimandatogli se
volevano la risposta, dissono che non avevano commessione intorno a ci; e
replicando lui che lo imperadore gli aveva rimessi a s, e per che egli gli
narrassino quello avevano esposto allo imperadore, acci che potessi loro
rispondere, dissono che era superfluo e che non avevano questa commessione, e
sobiungendo lui che non sapeva se questi modi procedevano da troppa prudenzia
o da poca bont, replic el Gualterotto, che era oratore residente a Milano,
che procedevano da poca bont, ma di altri; e cos rimanendo uccellati el duca
e gli oratori de' collegati, presa licenzia se ne ritornorono a Firenze.
Massimiano, avendo tocchi in nome della lega danari da Genova, ed imbarcatosi
alla volta di Pisa, stette molti d in mare impedito da' venti e da' cattivi
tempi, in modo che quando venne a Livorno aveva consumato e' danari sua, ed
era venuto el tempo della altra paga: in modo che, stato pochi d a Livorno e
non gli sendo mandati e' danari da' viniziani, ne venne a Pisa, lasciati
alcuni legni a campo a Livorno; dove alla fine di ottobre, sendo sopravenute
certe galee di Francia in favore nostro, e' legni dello imperadore, avendo
contrari non meno e' legni franzesi e destituito di ogni speranza, data la
volta adrieto, vituperosamente se ne ritorn nella Magna.
La cagione perch e' viniziani non gli mandorono danari fu perch essendo lo
imperadore molto pi del duca che loro, erano cominciati a insospettire che el
duca non fussi male contento che Pisa fussi in loro mano, e per non si
fidando di lui, non vollono a sue spese favorire uno instrumento che avessi a
operare tanto quanto paressi al duca. E fu questa rottura tanto a proposito ed
utile della citt, quanto dire si potessi; perch e' cittadini, vedendosi
sanza soccorso e contro tutta Italia, si giudicavano sanza rimedio, in forma
che da molti fu imputato pi tosto a miraculo la salute nostra che modo umano;
parendo che l'essere soprastato lo imperadore in mare per e' tempi cattivi, e
la disunione venuta s a tempo, e di poi e' venti essersi operati nella
vittoria nostra, fussi stato mistero divino e massime che fra Ieronimo aveva
in quegli giorni predicato e confortato gagliardamente fussino sanza paura,
che Dio gli libererebbe.
Partito lo imperadore, fu di poi creato per calendi di gennaio gonfaloniere di
giustizia Francesco Valori bench forse dua mesi innanzi non avessi vinto lo
uficio de' dieci e fussi stato scavalcato non solo da Pierfilippo Pandolfini
ma ancora da Taddeo Gaddi; esemplo manifesto delle mutazioni del popolo, che,
avendolo cos ributtato, lo prepose poco di poi in tanto magistrato, sendo
andato a partito ancora Pierfilippo Pandolfini. Fucci tirato con favore della
parte del frate, della quale fu assolutamente fatto capo, e per attese in
questo magistrato favorirlo quanto pi poteva, insino a cacciare di Firenze
molti predicatori dell'ordine di San Francesco e' quali apertamente gli
contradicevano. E perch le cose de' Medici erano in modo transcorse, che
fuori se ne parlava con grandissima licenzia, e cos molti preti e cortigiani
fiorentini erano iti a stare a Roma col cardinale de' Medici, ordin legge
asprissime, revocandogli e proibendo e' commerzi con loro nel vincere delle
quali ebbe tanta difficult, con tutto vi adoperassi driento tutto lo sforzo
ed autorit sua, che qualche volta volentieri arebbe voluto esserne stato
digiuno, il che nasceva non tanto dall'avere e' Medici favore in Firenze,
quanto dagli inimici del frate e malcontenti di questo governo. Attese ancora
a fortificare el consiglio, faccendo una legge che chi era a specchio non vi
potessi venire; e perch el numero rimaneva molto scarso, vi messe e' giovani
che avessino finito ventiquattro anni, che prima non vi poteva venire chi non
avessi trenta. Cavonne ancora molti che ragionevolmente non vi potevano venire
ma in quella confusione da principio, sotto vari nomi di casa ed altri falsi
colori vi erano entrati. Per queste cose e per essere tenuto netto e buono
cittadino, sendo in reputazione grandissima gli inimici del frate non avendo
un capo di tanta autorit da opporgli poi che era morto Piero Capponi,
voltorono el favore a Bernardo del Nero, el quale bench fussi dello stato
vecchio, era gi stato fatto de' dieci e ritornato in riputazione, ed era
vecchio con credito grandissimo di essere savio e di tanta pratica ed
autorit, che in Firenze non pareva altro uomo da opporre a Francesco Valori,
e lo creorono in scambio di Francesco, gonfaloniere di giustizia, e cos sendo
gi battezzato capo della altra parte, nacque fra Francesco e lui emulazione
ed odio grandissimo.


XV

INUTILE TENTATIVO Dl TORNARE A FIRENZE
Dl PIERO DE' MEDICI. SCOMUNICA
DEL SAVONAROLA (1497).

1497. Seguit l'anno 1497, anno di grandissimi movimenti ed alterazione; nel
principio del quale anno negli ultimi d di aprile, sendo ancora gonfaloniere
Bernardo del Nero, Piero de' Medici con Bartolommeo d'Alviano e con molti
soldati venne a Siena per opera de' viniziani e' quali, per avere Pisa
sicuramente, gli davano favore a voltare lo stato. La quale cosa a lui pareva
facile, intendendo che el popolo minuto stava malcontento per essere in
carestia grandissima, ch valeva el grano cinque lire lo staio, ed inoltre
sapendo che nella citt erano molti uomini da bene male contenti, e molti
amici sua, alcuni ancora con chi, come di sotto si dir, teneva pratica, e
Bernardo del Nero gonfaloniere di giustizia, e de' signori Batista Serristori
e Francesco di Lorenzo Davanzati, uomini che solevano essere sfegatati dello
stato suo. E cos con queste persuasioni partitosi da Siena a d 27 di aprile,
venne la sera alle Tavernelle, con intenzione di essere la mattina sequente in
sul fare del d alle porte di Firenze; la quale cosa non gli riusc perch la
notte piovve tanta acqua, che non pot cavalcare all'ora disegnata.
A Firenze, sendosi inteso la venuta di Piero in Siena, e di poi la partita,
bench non si credessi dovessi venire tanto oltre si era condotto Pagolo
Vitelli, el quale in quegli d era venuto da Mantova dove era stato prigione,
preso nel reame di Napoli, dove si trovava con Camillo suo fratello. Di poi la
mattina a d 28, intendendosi che Piero veniva verso la citt, si trasse a
buon'ora la signoria nuova che ne fu gonfaloniere Piero degli Alberti, e
furono uomini tutti confidati allo stato ed inimici de' Medici, di poi
rinfrescando tuttavia la venuta di Piero, furono mandati Paolantonio Soderini
e Piero Guicciardini a fare cavalcare Paolo ed essere in sua compagnia,
scelti, massime Piero, pi per la amicizia tenevano con lui, che per essere
inimici de' Medici. Cavalc con costoro alla porta a San Piero Gattolini, ed
avendo notizia che Piero era vicino a uno o due miglia si ferm quivi, e fece
serrare la porta; e dubitandosi che Piero non avessi drento intelligenzia,
furono sostenuti in palagio circa a dugento cittadini che erano pi a sospetto
per conto dello stato vecchio, e nondimeno nella citt non prese persona le
arme, se non quando si intese che si partiva, eccetti pochi inimici sua
capitali, e quegli non molto a buon'ora, come e' Nerli, e' Capponi, e' Pazzi,
Lorenzo di Pierfrancesco, gli Strozzi e simili. Stette Piero pi ore alla
porta, e veduto non farsi movimento alcuno nella citt, e che la stanza sua
quivi era con pericolo, dette la volta adrieto, e per la medesima via, sanza
essergli fatta offensione alcuna, se ne ritorn a Siena.
Partito Piero ed entrata la signoria nuova, fu gran disputa per le cose del
frate, perch el gonfaloniere Giovanni Canacci e Benedetto de' Nerli, che
erano de' signori ed inimici suoi capitali, lo volevano spacciare; da altra
parte messer Antonio Canigiani e messer Baldo Inghirlani lo difendevano,
mantenendo quattro fave, bench con grande difficult, in suo favore. Nella
quale controversia sendo riscaldati gli animi de' cittadini e tutti divisi,
furono deputati d'ogni parte a posare le cose e pacificare la citt, Bernardo
del Nero, Tanai de' Nerli, Niccol Ridolfi, Paolantonio Soderini, Piero
Guicciardini, messer Agnolo Niccolini, messer Guidantonio Vespucci, Bernardo
Rucellai, Francesco Valori, Pierfilippo Pandolfini e Lorenzo di Pierfrancesco.
E non faccendo effetto alcuno, gli umori tutti d ribollivano in modo, che
sendo publica opinione s'avessi a fare qualche scandolo, predicando el frate
la mattina della Ascensione in Santa Liperata, si lev un romore grandissimo,
del quale non si trov causa alcuna, se non sospetto; ed essendo le grida
grandissime, si vedde in lui gran segno di paura, ed alla fine non potendo
seguitare la predica, si ritorn a San Marco, accompagnato da molti cittadini
coll'arme, fra' quali fu Giovan Batista Ridolfi con una arme in asta in sulla
spalla.
N per questo cessorono le contenzione de' cittadini, anzi tutto d
crescevano, insino a tanto che del mese di giugno papa Alessandro lo fece
publicare in Firenze scomunicato, allegando avere predicato publicamente
dottrina eretica e di poi, citato da lui, non essere voluto comparire. Credesi
el papa lo facessi volentieri da s, nondimeno lo fece pi volentieri, sendo
stimolato di Firenze dagli avversari suoi; e per per dimostrare la innocenzia
sua, si fece in San Marco una soscrizione di cittadini, e' quali tutti
affermorono lui essere vero e buono cattolico. Soscrissonsi circa a
cinquecento, non ne rimanendo indrieto quasi niuno, punto nominato, di quella
parte: e cos astenendosi per conto della scomunica el frate dal predicare, e
sendo contenti e' suoi inimici, parve si quietassino un poco le discordie.
Notossi che la mattina che fra Ieronimo fu publicato, venne in Firenze la
nuova come el duca di Candia, figliuolo del papa, ed a chi el papa voleva
tutto el suo bene, era stato morto in Roma per opera, secondo si disse poi,
del cardinale di Valenza figliuolo del papa, el quale aveva per male che el
fratello fussi in pi favore col papa; il che parve segno a quegli del frate,
che Dio avessi voluto dimostrare al papa lo errore suo d'avere scomunicato fra
Ieronimo. Seguit poi di agosto uno accidente grandissimo, sendo gonfaloniere
di giustizia Domenico Bartoli, el quale acci che si intenda meglio,
ripiglier la origine sua pi da capo.
El governo della citt di drento era molto disordinato, creandosi e'
magistrati tutti nel consiglio grande el quale nel principio dava pi favore
agli uomini popolari e buoni e che non si impacciassino dello stato, che a
quegli che avevano pi autorit e pi esperienzia, di poi a poco a poco
accorgendosi che e' governi volevano essere trattati dagli uomini savi e
pratichi, e cos sendo purgata la invidia di una gran parte di coloro che
avevano pel passato potuto nella citt, si cominciorono le elezione de'
magistrati di pi importanza, massime del gonfaloniere di giustizia e de'
dieci, a fare pi ragionevolmente. Di qui nacque, che dove prima uno Antonio
Manetti e simili avevano al gonfaloniere di giustizia scavallato uno
Paolantonio Soderini e simili e dove prima uno Piero del Benino, uno Pandolfo
Rucellai, uno Andrea Giugni avevano nello uficio de' dieci avuto pi favore
che e' pi valenti uomini della citt, rimandosi tuttavia el giudicio del
consiglio, furono successivamente fatti gonfalonieri di giustizia Francesco
Valori, Bernardo del Nero; e cos nell'uficio de' dieci erano sempre eletti
loro, messer Guidantonio Vespucci, Pierfilippo Pandolfini, Paolantonio
Soderini, Bernardo Rucellai e simili.
Da questo era nato che eziandio negli ufici pi importanti di fuora, come
Arezzo, Pistoia, Volterra, Cortona e simili, si facevano elezione assai
ragionevole; in modo che in questa parte el consiglio era forte migliorato, e
si vedeva che seguitandosi le elezione per le pi fave, gli ufici e lo stato
non uscirebbe di molti uomini e de' migliori. Nondimeno avendovi pi favore e'
frateschi che gli inimici suoi, il che procedeva parte pel credito del frate,
parte perch in verit, da Bernardo del Nero, messer Guidantonio, Bernardo
Rucellai e pochi simili in fuora, erano altri uomini, tutti gli avversari del
frate appetivano mutare modo di vivere, ed era la intenzione di molti, massime
di Bernardo del Nero, non di richiamare Piero de' Medici in Firenze, ma fare
uno stato stretto di uomini da bene, e farne capo Lorenzo e Giovanni di
Pierfrancesco, ed avendo in questa cosa secretamente la volunt del duca di
Milano, Giovanni con ordine suo ne era ito a Imola e quivi aveva copertamente
tolto per donna madonna di Imola e [Furl] (figliuola bastarda del duca
Galeazzo e cos nipote del duca Lodovico, e che era stata moglie del conte
Girolamo e governava quello stato per e' figliuoli di detto conte) con
intenzione forse di valersi di gente, quando s'avessi a mutare el governo di
Firenze.
E parendo agli inimici del consiglio che el migliorare ogni d nelle elezione
avessi a essere cagione che molti uomini da bene si assetterebbono volentieri
a questo vivere e cos si fortificherebbe tutto giorno, pensorono che e'
sarebbe bene introdurre e' partiti pi larghi e levare questo modo delle pi
fave, immaginandosi che quanto pi le elezione andassino larghe, tanto pi si
disordinerebbe el consiglio e verrebbe a noia agli uomini da bene, a' quali
dispiacerebbe vedere gli ufici in uomini che o per ignobilit di casa o per
loro vizi o per altro conto non lo meritassino. E per fare questo effetto,
poich non avevano tanta potenzia lo potessino condurre per lo ordinario,
cominciorono, quando si faceva uno uficio di fuora, o dare le fave bianche a
tutti quegli andavano a partito, acci che, non si vincendo nessuno,
bisognassi pigliarvi qualche forma; ed a questo avevano concorso da molti, e'
quali non intendendo a che fine e' si movessino, vi concorrevano non per
levare via el consiglio, ma per trre questi partiti stretti delle pi fave.
E cos sendosi stati molti mesi e fattone molte pratiche, si era finalmente da
chi non voleva disordine introdotto un modo che e' si facessi una provisione,
che quando uno uficio fusse ito a partito tre volte in consiglio e non avessi
vinto nessuno, si dessi a chi avessi avuto pi fave degli uomini squittinati
in quelle tre volte, bench non avessi vinto el partito; e cos chi non
vinceva persona per fare disordine, veduto che, bench nessuno non vincessi
gli ufici rimanevano fatti, si sarebbe levato da tappeto, ed accordandosi la
pratica a questa conclusione, Bernardo del Nero veduto che la ovviava a' loro
disegni, la contradisse s vivamente el in forma, che non se ne fece
conclusione. E per in ultimo per minore male fu necessario fare una
provisione, che si mutassi modo del creare gli ufici di fuora, e dove prima
n'andava a partito per nominazione un certo numero e si toglieva quello che
vinceva per le pi fave, ora andassino a partito per tratta, cio che si
traessi di una borsa generale, in quale erano imborsati tutti gli abili a
detto uficio, e di poi tutti quelli che avessino vinto el partito per la met
delle fave ed una pi, si imborsassino e quello ne fussi tratto a sorte,
avessi detto uficio. Di che nacque che le elezione cominciorono molto a
piggiorare ed a rallargarsi perch per le tratte non andavano a partito uomini
idonei come per le nominazioni; ed inoltre quegli squittinati, come avevano la
met delle fave ed una pi, bench l'uno avessi di gran lunga pi fave che
l'altro, avessino un medesimo ragguaglio della sorte. N solo stette questo
inconveniente negli ufici di fuora, ma ancora fu origine si facessi di poi,
come di sotto si dir, cos negli ufici di drento, e nondimeno quegli ne
furono autori, non ne conseguirono el disegno loro perch dove prima girando
la elezione degli ufici in pochi e strignendosi a un numero di dugento
cittadini o pochi pi, soli quegli sarebbono stati amici al consiglio, e gli
altri tutti inimici, che erano molto maggiore numero; ora sendo rallargate in
gran numero, quasi tutti quegli a chi sarebbe dispiaciuto el consiglio, piace
ora loro, in modo che egli ha avuti sanza numero molti pi amici che prima.
N si fermando qui e' pensieri loro, anzi tutto d opponendosi ed
intraversandosi nelle cose, era nata una licenzia perniziosa di sparlare
publicamente del consiglio de' cittadini di qualunque parte, e dimostrare che
noi stavamo meglio al governo de' Medici. Le quali cose non si punivano perch
cos  usanza delle citt divise, nelle quali e' cittadini non pongono mente a
ogni cosa, sendo occupati nel contendere, ed inoltre chi ha disfavore da una
parte, ha favore dall'altra e perch parendo a ognuno che questo stato e la
citt non fussi di uno n di pochi, ma di molti, non era nessuno che le brighe
ed inimicizie publiche volessi fare sue, di che multiplicando ogni d questa
licenzia, parve a Niccol Ridolfi Lorenzo Tornabuoni, Giannozzo di Antonio
Pucci ed altri che desideravano la tornata di Piero, che Piero avessi buona
parte della citt, e pigliandone coniettura dal sparlare publicamente che si
faceva e da vedere molti cittadini molto male contenti, cominciorono a tenere
pratica con lui. Di che avendo egli preso animo, ed avendo intenzione dalla
lega d'avere a essere favorito per spiccare dalla amicizia di Francia la
citt, mand a Firenze, per disporre meglio la materia. maestro Mariano da
Ghinazzano, generale dello ordine di Santo Agostino, el quale altre volte a
tempo di Lorenzo aveva predicato nella citt con grandissimo concorso. El
quale venuto a predicare sotto ombra di opporsi alle cose di fra Girolamo,
accennava in pergamo destramente che la citt si accordassi colla lega, e di
poi privatamente teneva pratica cogli amici di Piero. E bench questa venuta
sua, e di poi el praticare quegli cittadini con lui mentre stette in Firenze,
dessino quasi publicamente sospetto di quello che egli trattassi, nondimeno le
divisioni della citt non lasciavono farne esamina n punizione.
Per le quali cose ingagliardito Piero, richiedendo la lega di favore, gli
manc sotto el duca di Milano, e ne pot essere due cagioni: l'una, perch al
duca paressi che el rimettere ora Piero non fussi altro che stabilire in Pisa
e' viniziani; l'altra, perch sendo stato lui gran cagione della cacciata di
Piero, dubit, eziandio se gli facessi beneficio, non potersene mai pi
fidare; e per, privato Piero del soccorso suo, fu favorito da' viniziani
soli, non con quelle forze che aveva desiderato. Pure confidandosi negli amici
con chi aveva praticato, nell'avere una signoria di uomini beneficiati dalla
casa sua, ma sopra tutto in sapere quanto molti cittadini fussino male
contenti, e come la plebe ed e' contadini per essere affamati desideravano
mutazione; e sperando, come si appressassi alle porte, che la moltitudine
avessi a levare in capo e richiamarlo (disegni tutti in aria e fondati in
sulla speranza che communemente hanno gli usciti, che sempre si dnno ad
intendere avere amici e parte assai nella citt) ne venne, come di sopra 
detto, volonterosamente alle porte a tempo di Bernardo del Nero gonfaloniere;
e bench in su questa sua venuta fussi publica opinione che avessi pratica in
Firenze, nondimeno, perch non se n'aveva certezza alcuna e perch gli animi
erano inviluppati nelle quistione di fra Ieronimo, la cosa si sop insino allo
agosto sequente.
Nel quale tempo Lamberto della Antella che per avere scritto a Piero, aveva
pi anni innanzi avuto bando di rubello, sendo a Roma ed avendo astutamente
compreso le pratiche aveva tenute Piero in Firenze, o perch si tenessi male
contento di lui, o perch ne sperassi la restituzione nella patria e qualche
guadagno, secondo la maligna natura sua, scrisse a Firenze a qualche
particulare cittadino, e credo a messer Francesco Gualterotti, che se gli
fussi dato salvocondotto verrebbe a rivelare cose di importanza. La quale cosa
andando in lunga, venne ultimamente in sul nostro; di che avendosi notizia, fu
preso, ed avuto della fune, mostr qualche spiraglio donde si potessi trarre
notizia di tutta la pratica; e parendo cosa di grandissima importanza, la
signoria deput circa a venti cittadini, e' quali in citare, esaminare e
ritrovare questa cosa potessino usare tutta la autorit sua.
Ed essendosi dato principio, furono chiamati e sostenuti Bernardo del Nero,
Niccol Ridolfi, Lorenzo Tornabuoni, Giannozzo Pucci e Giovanni Cambi; molti
altri furono citati, e' quali sendo alle ville non comparirono, che furono
Pandolfo Corbinelli, Gino di Lodovico Capponi, Piero di messer Luca Pitti,
Francesco di Ruberto Martelli detto el Tinca, Galeazzo Sassetti, Iacopo di
messer Bongianni Gianfigliazzi; fu nominata ancora madonna Lucrezia moglie di
Iacopo Salviati e figliuola di Lorenzo de' Medici, la quale fu guardata in
casa Guglielmo de' Pazzi. E procedendosi nella esamina, furono detti cinque
esaminati colla fune: ed in effetto si ritrasse come Giannozzo e Lorenzo
Tornabuoni avevano avute e scritte molte lettere a Piero, datogli aviso delle
cose della citt e confortatolo a fare impresa di ritornare con favore della
lega; e nella venuta di fra Mariano essersi molto impacciato e parlato con
seco delle medesime cose Niccol Ridolfi ed averne conferito a Bernardo del
Nero gonfaloniere, el quale solo aveva avuta questa notizia, ma non aveva gi
scritto, n consigliato, n parlato, n operato nulla; avere avuto notizia ed
essersi operata in simili modi, madonna Lucrezia, sanza saputa di Iacopo suo
marito dal quale si era molto guardata; Giovanni Cambi e quegli erano fuggiti,
avere fatti in simili effetti diversi errori.
Le quali cose riscontre e ferme bene, deputata una pratica di circa a dugento
cittadini, si cominciorono a consultare queste cose. Erano innanzi negli
uomini diversi pareri ed opinione; quegli arebbono voluti e' Medici in
Firenze, desideravano la salute loro, e questi erano pochi e quasi tutti di
poca qualit, e se alcuni vi erano di conto non arebbono avuto ardire a
parlare; erano alcuni a chi el manomettere tanti uomini da bene pareva cosa di
molto momento, e che lo insanguinarsi avessi a essere principio grande di
guastare la citt: alcuni mossi da misericordia da particulare amicizia
tenevano con qualcuno di loro, arebbono voluto scampargli, fra' quali era
messer Guidantonio Vespucci ed e' Nerli, a chi doleva perdere Bernardo del
Nero capo della parte loro contro el frate. Da altro canto, tutti quegli che
si erano pe' tempi passati scoperti inimici de' Medici, eccetti e' Nerli,
avendo paura grande della intornata loro, tutti quegli a chi piaceva el vivere
populare ed el presente governo, uniti in grandissimo numero volevano trre
loro la vita. Di questi era fatto capo Francesco Valori el quale, o perch si
vedessi battezzato inimico a' Medici, o perch volessi mantenere el consiglio
nel quale gli pareva essere capo della citt, o come fu poi publica voce, per
levarsi dinanzi Bernardo del Nero, uomo che solo era atto a essergli riscontro
ed a impedire la sua grandezza, vivamente gli perseguitava. E bench avessi
dolore della morte di Lorenzo Tornabuoni e volentieri l'avessi voluto salvare,
nondimeno considerando che Lorenzo aveva errato quasi pi che niuno altro, e
che, salvando lui, bisognava salvare gli altri, pot tanto pi in lui questa
passione, che si era risoluto al tutto vederne la fine.
Ragunata adunque la pratica, parl molto fieramente pe' gonfalonieri di
compagnia messer Antonio Strozzi, mostrando che e' trattati contro alla
libert della citt erano di natura che secondo le legge aveva a perdere la
vita non solo chi gli operava, ma ancora chi gli sapeva e non ne dava notizia.
E doppo lui nella medesima sentenzia sendo parlato da Bernardo di Inghilese
Ridolfi in nome de' dodici, bench ne fussi Piero di Giuliano Ridolfi consorto
di Niccol; e cos quasi seguitando gli altri magistrati, messer Guido
destramente aiut la causa loro dimostrando che e' delitti loro erano vari, e
che chi aveva operato pi e chi meno ed in diversi modi, e chi solo aveva
saputo e non operato, e per che si voleva affrontare insieme le legge e gli
statuti della citt, e considerare bene che pena meritassino, e se una
medesima o diversa, ricordando che trattandosi d'una cosa di pregiudicio
irreparabile, come  la vita dell'uomo, non si dovessi fare carestia di tempo.
Lo effetto di questa pratica fu che quasi per tutti unitamente si conchiuse
che e' fussi tagliato loro el capo; e cos sendo, el d sequente giudicati per
partito della signoria, e per comandamento loro, dagli otto, fu dimandato da'
congiunti loro l'appello, secondo la legge fatta nel 94, ed osservato in
Filippo Corbizzi, Giovanni Benizzi e gli altri. Sopra la quale dimanda non si
accordando la signoria, e ragunata di nuovo la pratica, e consigliando alcuni
che si osservassi la legge, quasi tutti consigliorono el contrario, dicendo
che nello indugio sarebbe pericolo che el popolo non si levassi, e quando si
dubita di tumulto, che secondo la legge commune si sogliono trre via gli
appelli. Capi di questa risoluzione erano Francesco Valori, capo di tutti,
Guglielmo de' Pazzi, messer Francesco Gualterotti, messer Luca e Piero Corsini
Lorenzo Morelli, Pierfrancesco e Tommaso Tosinghi, Bernardo Nasi Antonio
Canigiani, Luca d'Antonio degli Albizzi, Carlo Strozzi.
E finalmente faccendo la pratica questa conclusione, ed essendo pi volte
proposta nella signoria da Luca Martini che era Proposto, vi erano solo
quattro fave nere, quella del gonfaloniere, di Luca di Tommaso, di Niccol
Giovanni e di Francesco Girolami, gli altri cinque che erano Piero
Guicciardini, Piero d'Antonio di Taddeo, Niccol Zati, Michele Berti e
Bernardo Neretti, apertamente la contradivano. Per la qual cosa non si
vincendo, poi che nella pratica furono dette, e sanza frutto alcuno, molte
parole perch la signoria vi concorressi in ultimo Francesco Valori levatosi
furiosamente da sedere, e dicendo che o morrebbe egli o morrebbero loro,
concit con la autorit sua tanto tumulto, che molti, inanimiti, cominciorono
a svillaneggiare e minacciare la signoria, fra' quali Carlo Strozzi prese
pella veste Piero Guicciardini e minacciollo di gittare a terra dalle
finestre, perch gli pareva che essendo Piero di pi autorit che alcuno de'
compagni, rimosso lui, la cosa fussi fatta. Veduto adunque tanto tumulto, di
nuovo si ciment el partito e si vinse con sei fave nere; perch Niccol Zati
ed uno degli artefici, o impauriti di loro propri, o dubitando non si facessi
qualche maggiore disordine, calorono. Piero Guicciardini, Piero d'Antonio di
Taddeo e l'altro artefice stettono tuttavia fermi e constanti; e cos vinto el
partito, la notte medesima di quivi a poche ore, fattigli prima confessare, fu
a tutti a cinque tagliato el capo.
Questo fine e tanto inopinato ebbono questi cinque cittadini de' quali alcuni
erano de' capi della citt nostra. Giovanni Cambi era di poca autorit, ed
amico de' Medici non per conto de' maggiori suoi o per dependenzia di stato,
ma per essere stato nella faccende di Pisa con loro, e di poi, essendo
impoverito per la rubellione di Pisa, era entrato in questo farnetico.
Giannozzo era giovane di grande ingegno, e molto d'assai, ed ancora di buone
facult, ma tutto di Piero per conto di Antonio di Puccio suo padre e degli
altri suoi maggiori, e per essere poi stato compagno di Piero; inoltre, perch
per rispetto di non essere la casa nobile, ed avere poca grazia nel popolo
rispetto a' cattivi portamenti del suo padre, vedeva non potere avere molto
corso a questo governo, desiderava la ritornata di Piero. Altri stimoli
avevano mosso Lorenzo Tornabuoni, al quale, sendo giovane pieno di nobilt e
di gentilezza, non mancava grazia e benivolenzia universale di tutto el
popolo, e pi che a alcuno della et sua; ma oltre al parentado che aveva con
Piero suo carnale cugino, e la potenzia si gli mostrava in quello governo lo
essere uomo magnifico ed avere speso assai, ed aviluppato e' fatti suoi nel
sindacato de' Medici, l'aveva messo in tanto disordine che sarebbe di corto
fallito, e per cercava travaglio per rassettarsi e riaversi; aggiugnevasi
che, parendogli che el consiglio non fussi per durare, dubit non diventassino
capi della citt Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco, a' quali era
inimicissimo e gli temeva; e per volle prevenire.
A Niccol non mancava facult; n anche, se si fussi voluto accommodare, come
Pierfilippo e degli altri, non gli sarebbono, secondo el corso di questo
vivere, mancati onori e riputazione; ma perch Piero suo figliuolo aveva per
moglie la Contessina sorella di Piero de' Medici, e per questo conto era suto
all'altro stato potentissimo, mosso da ambizione e non contento a quello
potessi avere di presente, cercando meglio, trov uno fine non conveniente
alla sua prudenzia e costumi, non alla nobilt della famiglia sua, non agli
onori, dignit, autorit e potenzia che aveva avuta, da compararsi a qualunque
altro cittadino de' tempi sua.
Bernardo del Nero era vecchissimo, sanza figliuoli e con buone facult, e per
queste qualit e per gli onori grandissimi che aveva avuti, e per la prudenzia
di che era e meritamente tenuto, era di tanta autorit che parve solo atto pi
che alcun altro a esser fatto capo di parte ed opposto a Francesco Valori; e
bench in questo vivere avessi tanta riputazione, nondimeno non gli piaceva el
consiglio, o perch avessi avuto quattrocento ducati di balzello, cosa
disonestissima, o perch fussi assueto allo stato vecchio, n si sapessi
recare a quella equalit e popularit che bisogna in uno simile governo, o
perch gli bisognassi satisfare alle volont di quegli che gli davano seguito.
Nondimeno lo intento suo era di fare capi e' figliuoli di Pierfrancesco, non
di rimettere Piero de' Medici; bench in ultimo avendo prestato orecchi alle
parole di Niccol, e parendogli che el suo primo disegno fussi molto
difficile, desiderassi, come cosa facile, pi la ritornata di Piero, che
vivere sempre in quello modo; nondimeno fu s piccolo lo errore suo, che a
ogni modo sarebbe campato, se non fussi suto lo odio in che si trovava con
Francesco Valori, ed el desiderio che Francesco aveva levarsi dinanzi questo
concorrente. Di qui nacque che Francesco s immoderatamente dissuase lo
apello, dubitando che la grazia sua e la fede soleva avere col popolo non
fussi tanta che, aggiunta allo errore piccolo, lo facessi assolvere.
La morte di costoro ne' quali era ricchezze, potenzia, autorit e tanto
parentado, con grazia grande a favore dello universale, pu essere esemplo a
tutti e' cittadini, che quando stanno bene ed hanno la parte ragionevole delle
cose, stieno contenti e non vogliano cercare el meglio, perch el pi delle
volte si percuote in terra, e se pure vogliono tentare cose nuove, ricordinsi
pigliare imprese di natura da riuscire, e che non sieno contro a uno popolo,
perch non si pu vincere avendo tanti inimici; ed abbino sempre a mente, che
el fine di queste imprese  o conseguire el suo disegno, o veramente perderne
la vita, ed almeno la patria e la citt; e pensino bene che quando sono
scoperti ed in pericolo, la grazia ed el favore universale  un sogno: el
popolo comincia a intendere tutte cose in loro carico, alcune vere e molte
false; loro se si vogliono giustificare, o non sono uditi o non sono creduti;
per la qual cosa la benivolenzia si converte in odio e ciascuno gli vuole
crucifiggere; e' parenti e gli amici tutti lo abbandonano e non si vogliono
mettere per lui a pericolo, anzi molte volte per giustificare s, si fanno
innanzi a perseguitarlo, la autorit e la potenzia passata gli  nociva,
perch ognuno dice: e' gli sta molto bene, che gli mancava egli? ch' egli
ito cercando? Cos intervenne a questi cinque, contro a' quali el popolo
tanto mormorava, che  verissimo che mai non arebbono vinto lo appello, bench
poi qualche mese, passata quella furia, allo universale dolessi la morte loro;
ma questo non basta a rendere loro la vita. E certo, se chi governava la citt
si fussi assicurato a lasciare loro usare el beneficio della legge, sarebbe
stato uno giudicio molto giustificato e di grande riputazione per la citt e
sanza carico suo; ma chi troppo desidera, sempre teme ed ha sospetto.
Morti questi cittadini, quegli che erano fuggiti furono confinati pel contado
alle loro possessioni, chi per dieci anni e chi per cinque secondo e' delitti
loro; e nondimeno la maggiore parte furono fra uno anno o due restituiti, e
dettono esemplo a chi ha errato, che pi tosto fugga che comparisca; perch se
fussino compariti erano morti ed (e converso )quegli altri se fussino fuggiti,
oltre al salvare la vita, non sarebbono anche stati dichiarati rubelli, n
perduto la robe. Madonna Lucrezia di Iacopo Salviati fu liberata, massime per
opera di Francesco Valori, el quale voleva bene a Iacopo, e gli pareva anche
cosa brutta toccare una donna. E cos, fatto questo giudicio e morto Bernardo
del Nero, Francesco Valori rimase assolutamente capo della citt insino alla
morte sua, avendo seguito massime da tutta la parte del frate in genere, e di
poi in particulare da un numero di cittadini, e' quali si volgevano a' cenni
sua: messer Francesco Gualterotti, Bernardo ed Alessandro Nasi, Antonio
Canigiani, Pierfrancesco e Tommaso Tosinghi, Alessandro Acciaiuoli e simili;
per la grandezza del quale sendo impaurito Pierfilippo Pandolfini suo inimico,
e molto pi sbigottito ed aghiadato per la morte di questi cinque, ammalato
pochi di poi doppo la morte loro, mor. Cos confermato per questo severo
giudicio el vivere populare, fu messo per sicurt dello stato alla piazza de'
Signori una guardia da fanterie, la quale vi stette di poi insino a' casi del
frate.
Nel medesimo anno 1497, e del mese di gennaio overo di febraio, sendo
gonfaloniere di giustizia Giuliano Salviati, fra Ieronimo che per conto della
scomunica da giugno insino a allora non aveva predicato, bench in San Marco
avessi sempre celebrato e dimostrato non temerla, veduta raffreddarsi la opera
sua, ed anche avendo una signoria ed uno gonfaloniere a suo proposito, e'
quali non l'avevano a impedire, cominci a predicare publicamente in Santa
Liperata, affermando con moltissime colorate ragioni non essere obligato a
osservare e temere questa scomunica. Per la quale cosa, sendo molto ridesti
gli umori e la divisione nata per conto suo, che, nel non predicare lui, era
un poco sopita, el papa udita la disubbidienzia sua e sdegnatone, sendo ancora
instigato per opera di molti preti e cittadini nostri, mand una raggravatoria
ed uno comandamento, che nessuno l'andassi a udire sotto pena della medesima
escomunicazione. Di che sendo molto diminuiti gli auditori, ed el capitolo di
Santa Liperata non volendo sopportare che e' predicassi quivi, si ridusse, per
fuggire scandolo, a predicare in San Marco; dove predicando, fu creata per
marzo ed aprile la signoria nuova, della quale fu gonfaloniere Piero
Popoleschi, ed avendovi el frate poca parte, bench ne fussi Lanfredino
Lanfredini ed Alessandro di Papi degli Alessandri sua fautori, venne lettere
molto calde dal papa alla signoria che proibissino el predicare al frate.
Sopra le quali sendosi tenuta una grandissima pratica, e fattone grandi
dispute e contese finalmente molti pi consigliorono che non si lasciassi
predicare; e cos gli comand la signoria e lui ubbid, lasciando pure a
predicare in luogo suo in San Marco fra Domenico da Pescia, ed altri de' suoi
frati in altre chiese.
Erano gli avversari suoi molto pi potenti che l'usato, per pi cagione: prima
perch gli  lo ordinario de' popoli, quando hanno un pezzo favorito una cosa,
voltare, eziandio sanza ragione, mantello; di poi per conto della scomunica,
la quale gli aveva alienati molti che lo solevano seguitare, fattigli inimici
tutti quegli che solevano stare neutrali e di mezzo parendo loro cosa grande e
non conveniente a buoni cristiani non ubbidire a' comandamenti del papa;
apresso e' capi della parte contraria, vedendo che molti giovani da bene,
animosi, fieri ed in sull'arme erano inimici di questo frate, gli avevono
ristretti insieme, e fattane una compagnia chiamati e' Compagnacci, di che era
signore Doffo Spini, e' quali spesso facevano cene e ragunate. E perch erano
di buone casa ed in sull'arme, tenevano in timore ogniuno in modo che
Paolantonio Soderini che svisceratamente favoriva el frate per avere patto con
loro se venissi caso avverso, vi aveva fatto entrare Tommaso suo figliuolo.
Per le quali cose fra Ieronimo andava in declinazione, insino a tanto che per
nuovo modo si termin el caso suo, come di sotto immediate si dir.



XVI

PROCESSO, CONDANNA ED ESECUZIONE DI GEROLAMO
SAVONAROLA (1498). GIUDIZIO SU DI LUI.

1498. Seguit lo anno 1498 anno gravissimo e pieno di molti e vari accidenti,
al quale dette principio la ruina di fra Girolamo perch sendosi lui per
comandamento della signoria astenuto dai predicare, e parendo un poco
raffredda la persecuzione che aveva grandissima da religiosi e da secolari,
nacque da uno principio piccolo la alterazione del tutto. Aveva fra Domenico
da Pescia suo compagno nello ordine di San Marco, uomo semplice e riputato di
buona vita e che nel predicare le cose future seguitava lo stile di fra
Girolamo, circa a due anni innanzi, predicando in Santa Liperata detto in sul
pergamo che, quando fussi necessario al provare la verit di quello
predicevano, susciterebbono uno morto, ed entrerebbono nel fuoco uscendone per
grazia di Dio inlesi; ed avevalo poi replicato fra Girolamo. Di che non si
sendo poi parlato insino a questo tempo uno fra Francesco dello ordine di San
Francesco Osservante che predicava in Santa Croce e molto detestava le cose di
fra Girolamo cominci a dire predicando, che per mostrare tanta falsit era
contento si facessi uno fuoco in sulla piazza de' Signori, e di entrarvi lui,
entrandovi ancora fra Girolamo; e che era certo che lui arderebbe, ma cos
ancora fra Girolamo; e cos si mostrerrebbe non essere in lui verit, avendo
tante volte innanzi promesso di escire del fuoco inleso. Fu questa cosa
riferita a fra Domenico che predicava in luogo di fra Girolamo, e per in
pergamo accett lo invito, offerendo non fra Ieronimo ma s parato a questo
esperimento.
La quale cosa piacendo a molti cittadini dell'una parte e della altra, che
erano desiderosi queste divisione si spegnessino, e si uscissi un giorno di
tante ambiguit, cominciorono a tenere pratica con tutt'a dua e' predicatori
che si venissi allo atto di questo esperimento, e finalmente doppo molti
ragionamenti si conchiuse, tutti e' frati di concordia, che si facessi uno
fuoco, nel quale per la parte di fra Girolamo dovessi entrare uno frate del
suo ordine, sendo rimesso in sua elezione chi e' dovessi essere, ed el simile
per la altra parte un frate dello ordine di San Francesco, quale fussi eletto
da' sua superiori. Ed essendosi terminato el d, ebbe fra Girolamo licenzia
dalla signoria di predicare, e predicando in San Marco dimostr di quanta
importanza erano e' miracoli, e che non si adoperavano se non per necessit, e
quando le ragione ed esperienzie non bastavano; e per che essendosi provata
la fede cristiana con infiniti modi, la verit delle cose predette da lui con
tanta efficacia, e con tanta ragione, che chi non era ostinato nel male
vivere, ne poteva molto bene essere capace che e' non s'era proceduto a'
miracoli per non tentare Dio. Nondimeno poich ora erano provocati, che
volentieri accettavano, certificando ognuno che entrandosi nel fuoco, lo
effetto sarebbe che el loro frate ne uscirebbe vivo ed al tutto inleso, e pel
contrario l'altro arderebbe; e quando altrimenti seguissi, che e' dicessino
audacemente, che lui avessi predicato el falso; soggiugnendo che non solo a'
frati sua, ma a qualunque vi entrassi in defensione di questa verit,
accadrebbe el medesimo; e dimandando se, bisognando, per augumento di una
tanta opera ordinata da Dio, vi entrerrebbono. Alla quale dimanda fu risposto
con grandissima voce quasi da ognuno che s: cosa stupenda a pensarla, perch
sanza dubio moltissimi, se fra Ieronimo l'avessi detto loro, vi sarebbono
entrati. E finalmente el d diputato, che fu a d... di aprile, che fu el
sabbato innanzi la domenica dello ulivo, sendosi in sul mezzo della piazza de'
Signori fatto un palchetto pieno di moltissime legne, vennono e' frati di San
Francesco all'ora ordinata in piazza, ed entrorono sotto la loggia de'
signori; di poi e' frati di San Marco, fra' quali erano molti parati, cantando
el salmo (Exsurgat Dominus et dissipentur inimici eius,) e con loro fra
Ieronimo col corpo di Cristo in mano, a riverenzia del quale erano moltissimi
torchi portati da alcuni frati e da moltissimi secolari, e fu la venuta loro
s piena di divozione e cos demostrativa che venissino allo esperimento con
grandissimo animo, che non solo conferm e' partigiani sua, ma (etiam )fece
balenare gli inimici
Entrati adunche ancora loro sotto la loggia, divisi per con uno assito da'
frati di San Francesco, cominci a nascere qualche difficult circa e' panni
avessi a portare fra Domenico da Pescia che aveva a entrare nel fuoco perch
e' frati di San Francesco temevano di incanti e malie. Nelle quali non
concordandosi, la signoria mand pi volte a praticare lo accordo due
cittadini per parte, che furono messer Francesco Gualterotti, Giovambatista
Ridolfi, Tommaso Antinori e Piero degli Alberti, e' quali avendo ridotta la
cosa in termine da conchiuderla, menorono e' capi de' frati in palagio, e
quivi preso forma a queste difficult, e stipulatone el contratto e gi
partendosi per dare esecuzione allo esperimento, venne agli orecchi de' frati
di San Francesco, come fra Domenico aveva a entrare nel fuoco col corpo di
Cristo in mano. La quale cosa cominciorono fieramente a recusare mostrando che
se quella ostia ardeva sarebbe mettere in scandolo e pericolo gravissimo tutta
la fede di Cristo, e da altra parte, instando fra Girolamo di volere che la
portassi, la fine che fu che doppo molti dibattiti, sendo ognuno ostinatissimo
nella opinione sua e non vi sendo forma a concordargli, sanza accendere non
che altro le legne, se ne ritornorono a casa. E bench fra Girolamo montassi
subito in pergamo e dimostrassi che el difetto era venuto da' frati di San
Francesco, e che la vittoria era per loro, nondimeno parendo a molti che
questa difficult del corpo di Cristo fussi stata pi tosto cavillazione che
legittima cagione, assai degli amici sua in quel giorno si alienorono, e lo
universale gli divent inimicissimo, in forma che el d sequente, sendo molto
delusi e svillaneggiati dal popolo per le vie publiche e' fautori sua, e gli
inimici molto ingagliarditi per avere el concorso dello universale, l'appoggio
de' compagnacci colle arme in mano, e trovarsi in palagio una signoria a loro
proposito, accadde che el d, in Santa Liperata, avendovi doppo desinare a
predicare un frate di San Marco si lev quasi fortuitamente uno tumulto, el
quale multiplicando per la citt, come accade quando gli uomini sono sollevati
e gli animi sospesi e pieni di sospetto, gli inimici del frate ed e'
compagnacci presono le arme, e cominciorono a voltare el popolo a San Marco.
Nel quale trovandosi molti frateschi al vespro, cominciorono con sassi e colle
arme a difenderlo bench non fussi stretto, e voltasi da un altro canto la
furia e la moltitudine a casa Francesco Valori e combattendola perch era
difesa da quegli di casa, la moglie di Francesco, figliuola di messer Giovanni
Canigiani, faccendosi alla finestra fu ferita da uno verrettone nella testa,
del quale colpo subito mor. Entrata di poi la turba in casa, fu trovato
Francesco in una soffitta, e chiedendo di grazia di essere menato vivo in
palagio, fu cavato di casa, e dirizzandosi verso el palagio, accompagnato da
uno mazziere, ed essendo andato pochi passi, fu assalito e quivi subito morto
da Vincenzio Ridolfi, Simone Tornabuoni, in vendetta di Niccol Ridolfi e
Lorenzo Tornabuoni loro consorti, e da Iacopo di messer Luca Pitti sviscerato
della parte contraria, bench lui gli dessi a tempo ed era gi morto.
Cos si mostr in Francesco Valori uno esemplo grandissimo di fortuna, che
essendo poco innanzi, di autorit seguito e grazia sanza dubbio el primo uomo
della citt, subito volt mantello: gli fu in uno d medesimo saccheggiata la
casa, morta a' suoi occhi veggenti la moglie, e lui si pu dire in uno istante
medesimo morto vituperosamente dagli inimici sua: in modo che da molti fu
imputato che Dio l'avessi voluto punire d'avere pochi mesi avanti a Bernardo
del Nero e gli altri cittadini di tanta autorit, stati gi lungo tempo amici
sua e di uno stato medesimo, negato lo appello da una sentenzia della vita;
beneficio introdotto da una legge nuova e conceduto a Filippo Corbizzi,
Giovanni Benizzi e gli altri a chi si sarebbe, rispetto alle qualit e meriti
loro, tolto con meno biasimo e cos, mutata la condizione, fu morto da e'
parenti di quegli. E dove loro, bench morti sanza lo appello avevano pure
avuto facult di dire le ragione loro, ed erano stati condennati colle
sentenzie de' magistrati e co' modi civili, ed in ultimo avuto spazio pigliare
e' sacramenti della Chiesa e morire come cristiani, costui fu tumultuosamente
morto da privati, sanza potere non che altro parlare, ed in s subito tumulto
e repentina ruina, che non ebbe tempo di cognoscere non che di considerare la
ruina e calamit sua.
Fu Francesco uomo molto ambizioso ed altiero, e tanto caldo e vivo nelle
opinioni sua, che le favoriva sanza rispetto, urtando e svillaneggiando tutti
quegli che si gli opponevano; da altro canto fu uomo savio e tanto netto circa
la roba ed usurpare quello di altri, che pochi cittadini di stato sono suti a
Firenze simili a lui, vlto molto e sanza rispetto al publico bene. Per le
quali virt, aggiunte alla nobilit della casa ed al non avere figliuoli ebbe
un tempo favore e credito grandissimo col popolo; ma dispiacendo di poi la sua
stranezza ed el riprendere e mordere troppo liberamente in una citt libera,
si convert in carico, di natura che facilit assai la via, agli inimici del
frate ed a' parenti de' cinque a chi fu tagliato el capo, dl amazzarlo.
Morto Francesco Valori, e saccheggiatagli prima la casa, si volt el furore
populare a casa Paolantonio Soderini, el quale doppo Francesco era insieme con
Giovan Batista Ridolfi primo di quella parte; ma vi concorsono molti uomini da
bene, apresso a chi non era in odio Paolantonio come Francesco, e la signoria
vi mand a riparare, in forma che si raffren quello impeto; el qual se non
fussi stato spento, si sarebbe sfogato con grandissimo detrimento ed
alterazione universalmente della citt e ruina privatamente di tutti e' capi
de' frateschi. Di poi ritornando la moltitudine a San Marco dove si faceva
difesa assai gagliarda, fu, credo con una balestra, cavato lo occhio a Iacopo
de' Nerli che era in quello tumulto capo contro al frate ed aveva seguito
grandissimo di tutti e' giovani che avevono le arme, e di molti male contenti;
e finalmente doppo spazio di pi ore, entrati per forza in San Marco, ne
menorono presi in palagio fra Girolamo, fra Domenico e fra Silvestro... da
Firenze, el quale, se bene non predicava, era intimo di fra Ieronimo, e si
reputava conscio d'ogni suo segreto.
E posate per questa vittoria le arme, sendo transferita la riputazione e la
potenzia dello stato negli inimici del frate, si volsono alla sicurt delle
cose presente, e perch quella parte aveva poca fede ne' dieci e negli otto,
perch erano tenuti piagnoni, che cos si chiamavano allora e' frateschi,
chiamato el consiglio grande, si creorono e' dieci e gli otto nuovi, che
furono tutti uomini confidati a chi aveva el governo; e degli otto fu fatto
Doffo Spini signore e capo de' campagnacci, e de' dieci Benedetto de' Nerli,
Piero degli Alberti, Piero Popoleschi, Iacopo Pandolfini e simili sviscerati
di quella fazione. In che  da notare, che sendo capi loro messer Guido, e
Bernardo Rucellai, ed avendo pi autorit e seguito che alcuni altri, e quegli
che avevano segretamente condotta questa piena contro a' frateschi, andando a
partito pe' dieci, non ne rimase nessuno; ma furono nel loro quartiere
scavallati da Giovanni Canacci e Piero Popoleschi; in modo che considerato
quanto sieno fallaci e' giudici de' popoli, e quanta fatica e pericolo
avessino preso sanza alcuno frutto, certo furono, come di sotto si dir, pi
caldi a conservare e' cittadini della altra parte
Furono di poi deputati circa a venti cittadini alla esamina di fra Ieronimo e
de' compagni, tutti e' pi fieri degli inimici sua, e finalmente avendogli
dato, sanza licenzia per del papa, qualche tratto di fune, doppo spazio di
pi d ordinato uno processo, publicorono in consiglio grande quello dicevano
averne ritratto, soscritto da e' vicari di Firenze e di Fiesole e da alcuni
de' primi frati di San Marco, e' quali sendo presenti, era stato letto a fra
Girolamo detto processo, e dimandato se era vero, lui afferm dicendo che
quello che era scritto era vero. La somma delle conclusioni pi importanti fu
in questo effetto: che le cose aveva predette non le avere da Dio n per
revelazione o mezzo alcuno divino, ma essere stata sua invenzione propria
sanza participazione o saputa di alcuno seculare o frate, averlo fatto per
superbia ed ambizione, ed essere stato lo intento suo di fare convocare uno
concilio da e' principi cristiani, dove si deponessi el pontefice e si
reformassi la Chiesa, e che se fussi suto fatto papa l'arebbe accettato;
nondimeno che aveva molto pi caro che una tanta opera si conducessi per le
mani sue che essere papa, perch papa pu essere ogni uomo, eziandio da poco,
ma capo ed autore di simile opera non pu essere se non eccellentissimo; avere
disegnato da se medesimo che, per fermezza del governo della citt, si creassi
uno gonfaloniere di giustizia a vita o per uno tempo lungo, e che gli pareva a
proposito pi che alcuno altro Francesco Valori, ma gli dispiaceva la sua
natura e modi strani; e doppo lui Giovan Batista Ridolfi, ma gli dava noia el
troppo parentado che lui aveva; non avere messo innanzi lo esperimento del
fuoco, ma essere stato fra Domenico sanza sua volont, e lui averlo
acconsentito per non potere con suo onore contradirlo, ed anche sperando che
e' frati di San Francesco spaventati avessino a tirarsene indrieto; e quando
pure si venissi allo atto, confidandosi che el corpo di Cristo portato in mano
dal suo frate lo salverebbe. Queste fuorono le conclusione di suo carico;
l'altre pi tosto cose in sua giustificazione perch dimostravano, dalla
superbia in fuori, non essere stato in lui vizio alcuno, ed essere stato
nettissimo di lussuria, avarizia e simili peccati, ed inoltre non avere tenuto
pratica di stato n co' principi di fuora, n drento con cittadini.
Publicato questo processo, si pose la punizione sua da parte per qualche d,
perch el papa, avendo intesa la presura sua e di poi la confessione, ed
essendogli stata gratissima, aveva mandato la assoluzione non solo a'
cittadini che l'avevano esaminato sanza licenzia ecclesiastica, ma ancora a
quegli che contro al comandamento apostolico avevano udite le predicazioni
sue; e di poi chiesto che fra Ieronimo gli fussi mandato a Roma. La qual cosa
fu negata, non parendo secondo l'onore della citt usare officio di bargello;
e per ultimamente diput el generale dello ordine di San Domenico ed un
messer Romolino spagnuolo, che fu poi creato da lui cardinale, commessari
apostolici a venire a Firenze a esaminare fra Ieronimo ed e' compagni. E'
quali aspettandosi, si cominci a trattare la causa de' cittadini che erano
stati fautori della parte sua, ne' quali bench non si trovassi secondo la
esamina di fra Ieronimo delitto nessuno, n pratica tenuta contro allo stato,
nondimeno el grido della moltitudine era loro contro, ed inoltre molti
cittadini maligni che si trovavano in palagio e nelle pratiche, gli volevano
manomettere; fra' quali Franceschino degli Albizzi, che el d che fu morto
Francesco Valori, venuto alla signoria disse: le signorie vostre hanno inteso
quello che  seguito di Francesco Valori; che comandano che si facci ora di
Giovan Batista Ridolfi e di Paolantonio? Quasi dicendo: "se voi volete, noi
andremo a amazzarlo". Da altra parte messer Guido, Bernardo Rucellai, e' Nerli
e quegli che in fatto erano e' capi, confortavano largamente la conservazione
loro, mossi massime, secondo fu opinione di molti, perch avevano creduto che
battendo el frate fussi rovinato el consiglio grande e per gli avevano s
caldamente operato contro; ma di poi ne restorono ingannati, e veddono che
molti de' loro sequaci, ed in spezie e' compagnacci, ed universalmente tutto
el popolo voleva conservare el consiglio. E per non vollono sanza frutto
alcuno e sanza acquistarne stato, manomettere e' cittadini; e massime avendo
messer Guido e Bernardo cognosciuto nella creazione de' dieci quanto
fondamento potessino fare nel favore populare; e fu parola di Bernardo, che
tutti gli errori fatti in queste materie si volevano levare da' cittadini e
caricarne el frate. Conchiusesi adunche, doppo qualche disparere e contesa, la
loro salute; condennando per per satisfazione del popolo Giovan Batista,
Paolantonio ed alcuni altri capi a prestare certe somme di danari. E cos si
quiet questa parte; e Giovan Batista e Paolantonio, che per consiglio degli
amici loro e per purgare la invidia col popolo si erano assentati, si
tornorono in Firenze.
Creossi di poi la signoria nuova, che ne fu gonfaloniere Vieri de' Medici, e
de' signori messer Ormannozzo Deti, Pippo Giugni, Tommaso Gianni ed altri; a
tempo de' quali sendo venuti e' commessari da Roma ed avendo di nuovo
esaminato fra Ieronimo e gli altri, finalmente furono tutti a tre condannati
al fuoco; ed a d... di maggio prima degradati in sulla piazza de' Signori, vi
furono di poi impiccati ed arsi con tanto concorso di popolo, quanto non
soleva essere alle predicazione. E fu giudicato cosa mirabile che nessuno di
loro, massime fra Ieronimo, non dicessi in tanto caso nulla publicamente o in
accusazione o in escusazione sua.
Cos fu vituperosamente morto fra Girolamo Savonarola, del quale non sar
fuora di proposito parlare pi prolissamente delle qualit sua; perch nella
et nostra, n anche e' nostri padri ed avoli non viddono mai uno religioso s
bene instrutto di molte virt n con tanto credito ed autorit quanto fu in
lui. Confessano eziandio gli avversari suoi, lui essere stato dottissimo in
molte facult, massime in filosofia, la quale possedeva s bene e se ne valeva
s a ogni suo proposito, come se avessi fattala lui; ma sopra tutto nella
Scrittura sacra, in che si crede, gi qualche secolo, non essere stato uomo
pari a lui; ebbe uno giudicio grandissimo non solo nelle lettere, ma ancora
nelle cose agibile del mondo, negli universali delle quali si intese assai.
come a giudicio mio dimostrano le prediche sue; nella quale arte trapass con
queste virt di gran lunga gli altri della et sua, aggiugnendosigli una
eloquenzia non artificiosa e sforzata, ma naturale e facile, e vi ebbe drento
tanta audienzia e credito, che fu cosa mirabile, avendo predicato tanti anni
continuamente non solo le quaresime, ma molti d festivi dello anno in una
citt piena di ingegni sottilissimi ed anche fastidiosi. e dove e'
predicatori, bench eccellenti, sogliono al pi lungo termine da una quaresima
o due in l, rincrescere, e furono in lui s chiare e manifeste queste virt,
che vi concordano drento cos gli avversari suoi come e' fautori e seguaci.
Ma la quistione e differenzia resta circa la bont della vita in che  da
notare che se in lui fu vizio, non vi fu altro che el simulare causato da
superbia ed ambizione; perch chi osserv lungamente la vita ed e' costumi
sua, non vi trov uno minimo vestigio di avarizia, non di lussuria, non di
altre cupidit o fragilit, ed in contrario una dimostrazione di vita
religiosissima, piena di carit, piena di orazioni, piena di osservanzia, non
nelle corteccie ma nella medolla del culto divino: e per nelle esamine sua,
bench e' calunniatori con ogni industria lo cercassino, non vi si trov in
queste parte da notare uno minimo difettuzzo. Le opere fatte da lui circa
l'osservanzia de' buoni costumi furono santissime e mirabile, n mai in
Firenze fu tanta bont e religione, quanta a tempo suo; la quale doppo la
morte sua scorse in modo, che manifest ci che si faceva di bene essere stato
introdotto e sustemato da lui. Non si giucava pi in publico, e nelle casa
ancora con timore; stavano serrate le taverne che sogliono essere ricettaculo
di tutta la giovent scorretta e di ogni vizio, la soddomia era spenta e
mortificata assai; le donne, in gran parte lasciati gli abiti disonesti e
lascivi; e' fanciulli, quasi tutti levati da molte disonest e ridutti a uno
vivere santo e costumato; ed essendo per opera sue sotto la cura di fra
Domenico ridutti in compagnie, frequentavano le chiese, portavano e' capelli
corti, perseguitavano con sassi e villani gli uomini disonesti e giucatori e
le donne di abiti troppo lascivi; andavano per carnasciale congregando dadi
carte, lisci, pitture e libri disonesti, e gli ardevano publicamente in sulla
piazza de' Signori faccendo prima in quello d, che soleva essere d di mille
iniquit, una processione con molta santit e divozione; gli uomini di et
tutti vlti alla religione, alle messe, a' vespri, alle prediche,
confessavansi e communicavansi spesso; ed el d di carnasciale si confessava
uno numero grandissimo di persone; facevasi molte elemosine, molte carit.
Confortava tutto d gli uomini che, lasciate le pompe e vanit, si riducessino
a una simplicit di vivere religioso e da cristiani, ed a questo effetto
ordin legge sopra gli ornamenti ed abiti delle donne e fanciulli, le quali
furono tanto contradette dagli avversari sue che mal si vinsono in consiglio,
se non quelle de' fanciolli, che (etiam )non si osservorono Fecesi, per le sue
predicazione, moltissimi frati nel suo ordine, di ogni et e qualit, assai
garzoni nobili e delle prime famiglie della citt, assai uomini di et e
riputazione Pandolfo Rucellai, che era de' dieci e disegnato oratore al re
Carlo; messer Giorgio Antonio Vespucci e messer Malatesta, canonici di Santa
Liperata, uomini buoni e di dottrina e gravit, maestro Pietro Paolo da
Urbino, medico riputato e di buoni costumi; Zanobi Acciaiuoli, dottissimo in
lettere greche e latine, molti altri simili. In modo che in Italia non era un
convento pari, e lui in modo indirizzava e' giovani in su gli studi non solo
latini ma greci ancora ed ebrei, da sperare avessino a essere lo ornamento
della religione. E cos fatto tanto profitto circa alle cose spirituale, non
fece ancora minore opere circa lo stato della citt ed in beneficio publico.
Cacciato Piero e fatto el parlamento, la terra rimase molto conquassata, gli
amici dello stato vecchio in tanto grido e pericolo, che non bastando alla
difesa loro Francesco Valori e Piero Capponi, era impossibile non fussino
manomessi ed in gran numero, che sarebbe state gran piaga alla citt, per
esservi molti uomini buoni, savi e ricchi e di gran famiglie e parentadi,
fatto questo, nasceva disunione in quegli che reggevano, come si vidde lo
esemplo ne' venti, e dividevansi, per esservi pi di riputazione quasi pari e
che appetivano el principato; seguitavane novit e parlamenti, cacciate di
cittadini e pi di una mutazione; e forse in ultimo una tornata di Piero
violenta, con estremo sterminio e ruina della citt. Lui solo ferm questi
impeti e movimenti, introdusse el consiglio grande, e cos messe una briglia a
tutti quegli si volevano fare grandi; lui pose l'appello alla signoria che fu
un freno da conservare e' cittadini, fece la pace universale, che non fu altro
che trre occasione di punire quegli dello stato de' Medici sotto colore di
ricercare le cose vecchie.
Furono sanza dubbio queste cose la salute della citt e, come lui
verissimamente diceva, la utilit e di quegli che nuovamente reggevano e di
quegli che per l'adrieto avevano retto; e furono in effetto le opere sue tanto
buone, verificatosi massime qualcuna delle predizioni sue, che moltissimi
hanno poi lungo tempo creduto lui essere stato vero messo di Dio e profeta non
ostante la escomunica, la esamina e la morte. Io ne sono dubio e non ci ho
opinione risoluta in parte alcuna, e mi riservo, se viver tanto, al tempo che
chiarir el tutto; ma bene conchiuggo questo, che se lui fu buono, abbiano
veduto a' tempi nostri uno grande profeta, se fu cattivo, uno uomo
grandissimo, perch, oltre alle lettere, se seppe simulare s publicamente
tanti anni una tanta cosa sanza essere mai scoperto in una falsit, bisogna
confessare che avessi uno giudizio, uno ingegno ed una invenzione
profondissima.
Furono morti con lui, come  detto, fra Domenico e fra Silvestro; de' quali
fra Domenico era uomo semplicissimo e di buona vita, ed in forma che se err,
err per simplicit non per malizia; fra Silvestro era tenuto pi astuto e che
teneva pi pratica co' cittadini, e nondimeno, secondo e' processi, non
conscio di simulazione alcuna; ma furono morti per satisfare alla rabbia degli
inimici loro, che si chiamavano in quegli tempi vulgarmente gli arrabbiati.


XVII

LEGA DI LUIGI XII, ALESSANDRO VI E CESARE BORGIA.
LEGA TRA LA FRANCIA, IL PAPA E VENEZIA (1498).

Nel medesimo anno del mese di aprile, sendo ancora fra Ieronimo in prigione
mor quasi di subito Carlo re di Francia, e non avendo figliuoli, el regno
venne per successione nelle mani di Lodovico, duca d'Orliens, di casa reale,
suo cugino e pi prossimo parente avessi el quale pretendendo spettargli non
solo lo stato di Francia, ma ancora per conto del re Carlo el reame di Napoli,
e per conto suo di Orliens el ducato di Milano, nella incoronazione si
intitol re di Francia di Ierusalem e di Sicilia e duca di Milano. E perch
egli aveva per donna una sorella carnale del re Carlo, sterile brutta e quasi
uno mostro, che l'aveva presa sforzato dal re Luigi suo padre, rifiutata
questa moglie con dispensa di papa Alessandro, tolse colla medesima dispensa
la reina vecchia, moglie del re Carlo, per avere lo stato di Brettagna di che
lei per eredit era duchessa. E perch questa dispensa era molto ardua e
difficile e contro a ogni onest, non l'arebbe ottenuta se non a vantaggio del
papa; col quale fece secreta intelligenzia che in caso acquistassi lo stato di
Milano, come disegnava volere fare, gli darebbe aiuto a ottenere e' vicariati
di Romagna, quali pretendeva essere devoluti alla Sedia apostolica. E cos
unito el papa col re, e vlto a fare imprese, disegn fare uno stato per suo
figliuolo: ed essendogli mancato, come  detto, el duca di Candia e non avendo
altri atto a tanto peso che Cesare Borgia suo figliuolo, stato fatto da lui
cardinale, lo priv del cappello, avendo fatto provare che per essere bastardo
era inabile, bench prima, quando lo fece cardinale, avessi fatto provare el
contrario, e come era legittimo e non suo figliuolo; e lo mand in Francia
imbasciadore al nuovo re e gli dette per donna una franzese del sangue reale,
figliuola di monsignore d'Alibret, bench prima avessi cerco di dargli per
moglie una figliuola del re di Napoli, che era in Francia, ma invano, perch
la fanciulla, non avendo licenzia dal padre, non volle mai acconsentire.
A questo nuovo re, che era riputato nostro benivolo, mand la citt tre
imbasciadori, messer Cosimo de' Pazzi vescovo aretino, Piero Soderini e
Lorenzo di Pierfrancesco che si trovava verso Galizia, dove era andato innanzi
alla ruina di fra Ieronimo, sendogli dato carico da lui ed e' fautori sua, che
e' si voleva fare capo e tiranno della citt. Nel medesimo tempo si fece una
legge quale, se si fussi seguitata, sarebbe stata utilissima a' giovani, cio
che ogni imbasciadore e commessario generale che andava fuora, avessi a avere
uno giovane deputato dagli ottanta che fussi di et di anni ventiquattro
insino in quaranta, el quale si trovassi presente a tutte le pratiche e
segreti, acci che imparassi e pigliassi esperienzia e cos poi quando fussi
di maggiore et fussi pi atto a' governi ed allo stato.
Preso ed arso come  detto, fra Girolamo, tutti e' pensieri degli uomini si
voltorono alla impresa di Pisa, sendone massime confortati e dato speranza dal
duca di Milano, el quale molto tempo innanzi considerando quanta pazzia fussi
stata lasciare e' viniziani entrare nel dominio di Pisa, e che quella citt
era uno instrumento da fargli signori col tempo di Italia, desiderava che e'
fiorentini se ne reintegrassino; e nondimeno non si era voluto scoprire colle
arme in loro aiuto, o perch non confidava nella citt avendo esoso fra
Ieronimo e forse Francesco Valori, perch stimassi avere co' modi dolci e
sanza rompere, condurre e' viniziani a restituircela, o perch, dubitando
della ritornata del re Carlo in Italia, non gli paressi da suscitare nuove
discordie, e cos incitare el re Carlo a passare. E per aveva fatto che a
Roma, a Vinegia si era pi volte per gli oratori dello imperadore e massime
del re di Ispagna e del re di Napoli, mossa pratica, che non sendo in Italia
nessuno potentato amico de' franzesi, eccetti e' fiorentini e' quali tutto d
gli stimolavano ed incitavano al passare, sarebbe bene, per trre ogni
occasione di scandalo e guerra nuova, reintegrargli di Pisa e riguadagnarsigli
ed unirgli colla lega.
Ma ogni cosa era suta vana perch e' viniziani ambiziosi e cupidi del dominio
di Italia, faccendo a questo disegno gran fondamento di Pisa, avevano
deliberato non la rendere, e per el duca sendo certo che e' non ne
uscirebbono sanza la forza, confidandosi ancora pi della parte che reggeva ed
inoltre parendogli che in sulla creazione del nuovo re non fussi da temere
cos presto delle cose di Francia, bench sapessi e' sua pensieri tutti essere
vlti alle cose di Italia, confort la citt a volere fare impresa gagliarda
contro a Pisa confortando si ingegnassino ancora avere favore dallo
imperadore, da Roma e da Napoli, e lui promettendo non mancare di tutti quegli
aiuti che fussino possibili. Le quali persuasioni e proferte accettandosi, e
seguitandosi e consigli in gran parte, non bisognando provedere di oratore a
Roma perch vi era messer Francesco Gualterotti, fu eletto a Napoli Bernardo
Rucellai.
Era morto molti mesi innanzi el re Ferrandino sanza figliuoli, ed era
succeduto Federigo suo zio, secondogenito del re Ferrando vecchio; ma parendo
al duca che e' favori del re di Napoli si potessino cercare pi cautamente e
che el mandare imbasciadore fussi di troppo dimostrazione, e di fare che el
nuovo re di Francia diventassi inimico della citt, il che era contro al
disegno aveva fatto che la citt potessi essere buono mezzo a accordarlo con
Francia, persuase non si mandassi imbasciadore, e cos si seguit. E per
risolvere meglio con lui e' modi si avessino a tenere ed e' favori
bisognassino in questa impresa, vi fu mandato oratore messer Guidantonio
Vespucci bench vi fussi oratore stanziale messer Francesco Pepi, o per
mostrare di stimare pi queste cose, o giudicando che messer Guido fussi pi a
proposito per essere uomo di pi riputazione ed anche pi atto a questi
maneggi di lui. E per disporre e' genovesi a non dare favore a' pisani e non
volere che e' viniziani loro inimici si facessino s grandi, fu mandato per
consiglio del duca, imbasciadore a Genova, e fu Braccio Martelli a chi fu dato
per sottoimbasciadore Piero di Niccol Ardinghelli. E cos attendendosi allo
ordine di questa spedizione, e cos e' viniziani sendo ingrossati in quello di
Pisa, si fece a Santo Regolo uno fatto di arme, e' particulari del quale non
narro perch non sono in mia notizia. Lo effetto fu che e' nostri furono rotti
ed el commessario Guglielmo de' Pazzi ed el conte Rinuccio da Marciano
governatore del campo si ritrassono, bench con pericolo grande, salvi in
Santo Regolo. Ebbene Guglielmo universalmente imputazione grandissima, e fu in
gran parte attribuita alla temerit sua, el quale volenteroso non solo in
campo aveva consigliato lo appiccarsi, ma ancora insino quando era in Firenze
aveva detto publicamente, e credo in consiglio o negli ottanta, che e'
bisognava fare diguazzare le arme.
Questa rotta fu da principio di disordine grandissimo, non solo in quello di
Pisa, dove se e' nemici avessino voluto spendere e seguitare la vittoria non
avevano contradizione alcuna, ma eziandio in tutta quella provincia; la quale
tutto d era infestata di scorrerie e prede da stradiotti albanesi, che
condotti in Pisa da' viniziani, scorrevano ora in quello di Volterra, ora in
Valdinievole, ora in verso San Miniato ed insino a Castello Fiorentino. Ma di
poi sendo infiammati gli animi di tutti ed ingagliarditi nelle avversit,
fatta conclusione di strignere e' pisani, fu condotto per nostro capitano
generale Pagolo Vitelli dandogli di condotta, insieme con Vitellozzo suo
minore fratello, credo trecento uomini di arme; cos si rimesse in ordine el
conte Rinuccio, riservatogli el titolo di governatore, bench con difficult
si accordassi di rimanere a' soldi nostri e volere e' Vitelli per superiori.
N era minore la caldezza del signore Lodovico, el quale doppo la giunta di
messer Guido, consultate bene queste cose e fatta una dieta a Mantova circa
alle pratiche di Italia, mand buono numero di cavalli in quello di Pisa agli
aiuti nostri sotto el signore di Piombino, messer Carlo degli Ingrati ed altri
condottieri. E perch si cognosceva che e' viniziani, per divertire la impresa
di Pisa, ci offenderebbono forse dalla banda di Romagna, per avere pi
fortezza in quella provincia, fu tolto a soldi nostri con ordine del duca,
Ottaviano figliuolo di madonna di Imola, e lei co' figliuoli e discendenti
fatta cittadina di Firenze, acci che la potessi essere donna di Giovanni di
Pierfrancesco, rispetto che nel 94, parendo che e modi di Piero non fussino
secondo la natura di quella casa, ma costumi Orsini, e che el parentado loro
avessi in molte cose nociuto assai alla citt, si era fatta una legge che
nessuno cittadino potessi trre per donna alcuna forestiera che fussi signora
o di sangue di signori; e bench detto parentado in fatto fussi contratto,
pure non si public mai vivente Giovanni, el quale pochi mesi poi mori
lasciandola grossa.
Cos ordinata la espedizione di Pisa, trovandosi in campo commessario
Benedetto de Nerli e di poi Iacopo di messer Luca Pitti, e per
sottocommessario Francesco di Pierfilippo Pandolfini, era el nuovo capitano
molto sollecito ed industrioso in fare cavalcate, in condurre artiglierie per
luoghi montuosi e che era quasi impossibile, ed in effetto in dare ordine a
tutte le cose che fussino necessarie a una espedizione. Nel quale tempo el
duca di Milano condusse per capitano el marchese di Mantova, e promettendolo a
fiorentini per a Pisa, per dubio che el capitano nostro non avessi per male di
avere superiore, fu mandato da' dieci in campo Piero Guicciardini per posarlo
in questa parte, e cos per confortarlo a fare qualche impresa ed intendere la
intenzione sua; ma di poi si pos questa pratica, perch el marchese si
acconci con viniziani, bench di poi adiratosi con loro, ritorn presto a'
servigi del duca. E perch era qualche opinione che e' viniziani per fuggire
questa guerra, non fussino alieni dallo accordo, pure che si trovassi qualche
onorevole modo da lasciare Pisa, furono mandati imbasciadori a Vinegia a
trattare questa pratica, messer Guidantonio Vespucci e Bernardo Rucellai, e
per sottoimbasciadore Niccol di Piero Capponi; e quali stati a Vinegia forse
due mesi, veduto che e' viniziani simulavano, se ne ritornorono a Firenze
sanza fare conclusione alcuna.
In questo mezzo el capitano nostro, fatto forte alla campagna, avendo. prima
in qualche battaglia leggiere danneggiati assai e' pisani, ne venne a campo a
Vicopisano, e preso prima prestissimamente uno bastione che vi era stato fatto
da' pisani per fortezza di quel luogo, espugn in pochi d Vico; la quale
prima espedizione sua gli dette grandissima riputazione, per essere Vico luogo
forte e che nella antica guerra di Pisa non si vinse se non con uno esercito
pi grosso, ed in spazio di molti e molti mesi; e di poi in questa nuova, si
era nell'anno 1495 difeso dal campo nostro, quale bench fussi governato da
messer Francesco Secco, ed altri buoni capi e fussi di numero non minore,
nondimeno si era partito sanza effetto e molto danneggiato dagli inimici.
Preso Vico, fu lunga consulta quello si dovessi fare: el capitano considerando
quanto Pisa fussi forte, ripiena di uomini valenti e disperati, ed a ordine di
artiglierie e tutte le cose necessarie a difendersi e cos quanto quella
espugnazione avessi a essere difficile, giudicava che e' fussi bene pigliare
e' luoghi vicini, insignorirsi in tutto del paese, faccendo bastioni e luoghi
forti, e cos privargli d'ogni speranza di soccorso. Molti, massime e' meno
pratichi, erano in contraria opinione ed insuperbiti per la vittoria di Vico e
lo essere alla campagna sanza riscontro, desideravano si andassi diritto a
campo a Pisa, ed a questa risoluzione si accordava in Firenze tutta la
moltitudine. Dur questa variet di pareri molti d, e finalmente sendo el
capitano ostinatissimo, per dare principio al suo disegno ne and a campo a
Librafatta; la quale presa, e di poi la Torre di foce, e fatti in certi passi
che non si potevano guardare altrimenti bastioni fortissimi, consum la state.
Di che nel popolo cominci avere carico grande, come se e non volessi condurre
a fine la impresa, ma mantenerci nella guerra; e non solo lui, ma ancora el
duca di Milano che si diceva volere tenere la guerra in luogo, perch e'
viniziani e noi stessimo in sulla spesa.
In questo tempo e' viniziani non avendo troppa commodit di mandare soccorso
in Pisa, per divertire questa espedizione cercorono romperci dalla banda di
Siena; e perch la citt per fuggire questo pericolo, si era poco innanzi, per
ricordi ed opera del duca di Milano, accordata co' sanesi, accordo certo
disonorevole bench necessario, perch si sospesono per cinque anni le ragione
di Montepulciano e gittossi in terra el ponte a Valiano, Pandolfo Petrucci,
che governava allora Siena, non volle acconsentire alle dimande loro e
dubitando di qualche scandolo drento, perch el popolo per odio de' fiorentini
vi era pure vlto, richiese si mandassino per sua sicurt gente in su'
confini, e cos fu mandato al Poggio Imperiale el conte Rinuccio da Marciano
con dugento uomini d'arme. Disperati adunche e' viniziani da questa banda,
mandorono gente in Romagna alla volta di Marradi, dove a riscontro vi furono
mandate parte delle nostre gente, ed el duca di Milano vi mand potente
soccorso sotto el governo del conte di Caiazzo e di Fracasso, in modo che con
queste forze e col favore si traeva delle terre di madonna di Imola,
facilmente si difese lo stato nostro da quella banda, in modo che renduti vani
in ogni luogo gli sforzi de' viniziani, pareva che le cose nostre tutto d
migliorassino e riducessinsi in buoni termini. Aggiugnevasi che nella citt
pareva ritornassi ogni d la unione, e gi nel consiglio, quando si creavano
e' magistrati, non erano difettati pi e' piagnoni che gli altri; in modo che,
creandosi del mese di ottobre lo uficio de' dieci che aveva a entrare poi di
dicembre, ne furono eletti con messer Guido uno de' capi dell'altra parte,
messer Domenico Bonsi, Batista Serristori e Luca di Antonio degli Albizzi, che
erano stati fautori del frate.
Ma sopravenne sulla fine di questo mese uno accidente che rimescol tutto lo
stato nostro; perch e' viniziani, avendo seco e' Medici, ebbono furtivamente
in Casentino Bibbiena, per trattato tenuto con certi parenti di ser Piero
cancelliere di Piero de' Medici ed eziandio per mala cura di Cappone di
Bartolomeo Capponi, che vi era per questi sospetti stato mandato commessario.
Fu questa piaga di grande importanza, avendo e' nimici in corpo ed in luogo s
propinquo alla citt, e' quali erano molto pi temuti per avere seco e' Medici
che avevano molti amici del nostro contado. Dubitandosi adunche di Poppi,
Pratovecchio e di altri luoghi del Casentino, vi furono subito mandati
fanterie e commessari, fu posta la taglia drieto a Giuliano de' Medici, che
prima non l'aveva se non Piero; voltoronvisi le gente di Milano sotto la cura
del Fracasso, perch el conte di Caiazzo era gi ritornato in Lombardia; e per
cavarne a ogni modo gli inimici, si lev in ultimo Pagolo Vitelli di quello di
Pisa, dove non faceva nulla, e fu adiritto in Casentino, dove fu creato
commessario generale Piero Corsini, sendo ito per commessario dalla parte di
Pisa Piero Guicciardini. Fu alla fine del medesimo mese, nella creazione della
nuova signoria, eletto gonfaloniere di giustizia Bernardo Rucellai, el quale
sendo un poco amalato rifiut, seguitando la natura e modi sua, di che si dir
in altro luogo; ed bbene gran carico, quasi come se e' non degnassi lo essere
gonfaloniere e non si potessi saziare la ambizione sua; fu in suo luogo
sustituito messer Guidantonio Vespucci.
Per la venuta di Pagolo Vitelli in Casentino non solo si confermorono le terre
nostre, ma ancora si cominciorono a strignere tutto d gli inimici; in forma
che pigliando animo e' villani del paese che sono naturalmente uomini armigeri
e sono in luoghi forti dove non si possono adoperare e' cavalli, ne feciono
molte volte occisione, trovandosi a tutto come capo uno abbate Basilio dello
ordine di Camaldoli, el quale aveva in Casentino una badia; furono ancora
rotti e perseguitati da Pagolo Vitelli tanto che finalmente le gente loro si
ridussono in Bibbiena col duca di Urbino e con Giuliano de' Medici, donde non
si potevano partire a loro posta e non avevano vettovaglia per molto tempo. E
bench e' processi del nostro capitano in quella provincia fussino e felici e
industriosi, nondimeno perch e' primi urti e pi spessi che ebbono gli
inimici, furono dallo abbate Basilio e da' paesani, si accrebbe molto nel
popolo la opinione cattiva conceputa di lui la state passata, come se e'
volessi a compiacenzia del duca tenere la guerra viva; massime che poi che gli
inimici furono ridotti in Bibbiena, stimandosi fussi facile cosa lo
acquistarla, pareva al popolo le cose andassino molto adagio; il che nasceva
perch lo esercito nostro si poteva poco adoperare, sendo nel cuore del verno
ed in luoghi montuosi ed aspri.
Aggiunsesi che essendo el duca di Urbino malato gravemente in Bibbiena, el
capitano e Pier Giovanni da Ricasoli, che vi era commessario, gli concederono,
sanza saputa de' dieci, licenzia di uscirne ed andarsene a Urbino, allegando
averlo fatto perch se e' fussi morto lo stato suo sarebbe ito in mano de'
viniziani; ebbene l'uno e l'altro gran carico e nondimeno non ne fu altro. Per
la qual cosa per tutta la citt era molto celebrato ed esaltato el nome dello
abbate Basilio e pel contrario si sparlava publicamente del capitano e anche
del duca di Milano el quale con tutto che ogni d sollecitassi la impresa di
Bibbiena, richiedendo di intendere quello bisognassi e promettendo farlo
largamente, con tutto avessi anche insino allora servito di gente e di danari,
nondimeno perch era in opinione di ambizioso ed astuto e che si governassi
pi tosto con girandole e tranelli che realmente non poteva tanto fare che in
Firenze dalla moltitudine ed ancora da molti che maneggiavano lo stato gli
fussi creduto.
Erano in questi termini le cose della citt, e da altra parte Italia
universalmente si adirizzava a movimenti grandissimi perch el nuovo re di
Francia, avendo per via del matrimonio colla regina vecchia conservato al
reame di Francia lo stato di Brettagna, ed essendosi bene stabilito nel regno
ed in tutto assicurato aveva in tutto vlto el pensiero al passare in Italia,
prima alla impresa di Milano e poi di Napoli; ed essendo cosa di momento
grandissimo ne stavano molto sollevati tutti e' potentati di Italia, secondo
gli appetiti e passione loro ed e' termini in che si trovavano.
El papa, desideroso di fare uno stato per Valentino suo figliuolo, n ci
conoscendo altra via che la passata de' franzesi, non cessava di continuo
sollecitare e stimolare questa impresa.
Erano e' viniziani aviluppati in affanni grandissimi, perch oltre a' travagli
e rotte del Casentino ed el conoscere assolutamente non potere pi tenere Pisa
n la potere lasciare sanza gran danno e vergogna, si ritrovavano dalla parte
di levante in sospetto grande di guerra col turco, el quale si intendeva fare
apparati grandissimi per mare e per terra per venire a' danni loro; temevano
ancora che el duca di Milano se si posassi insieme collo imperadore e'
fiorentini, non gli offendessi in Lombardia, e come avevano sospetto di lui,
cos se ne riputavano grandemente ingiuriati, perch per opera sua erano al
disotto nelle cose di Pisa, nelle quali se avessino avuto a fare co'
fiorentini soli, arebbono ottenuto ci che volessino; ed inoltre credevano che
egli concitassi e stimolassi el turco contro a di loro, mossi adunche da paura
e da sdegno, erano vlti col pensiero alle cose di Francia e cercavano
collegarsi col re contro al duca, spignendovegli anche la ambizione, perch
disegnavano acquistare qualche terra dello stato di Milano.
E' fiorentini avevano dua pensieri: l'uno cacciare e' viniziani di Casentino,
l'altro riavere Pisa; e perch l'uno e l'altro, massime el primo, non si
potevono fare sanza favore del duca, erano da un canto sforzati procedere con
lui, da altro temendo assai la potenzia del re ed anche avendo speranza da
lui, se si accordassino seco della restituzione di Pisa, stavano da principio
ambigui, ma poi per conforto del duca si risolvevano allo accordo.
El re Federigo trovandosi nello stato molto debole e quasi sanza forza, con
tutto che avessi a participare del male, pure perch el pericolo di Milano era
primo, o per non potere o per non sapere, non pareva si risentissi in queste
cose come sarebbe stato el debito.
El duca si trovava in pensieri grandissimi, conoscendo che la potenzia di
Francia era di gran lunga superiore alla sua; e considerato non si potere
valere della unione di Italia, per essere el papa certo con Francia ed e'
viniziani dubii, teneva pratiche collo imperadore; inoltre riputando Paolo
Vitelli uomo valentissimo per potersene valere ne' sua bisogni, desiderava da
cuore che noi ci reintegrassimo col favore suo delle cose nostre, parendogli
che quando questo fussi per opera e beneficio suo, che non solo conseguirebbe
lo intento suo di Pagolo Vitelli, ma ancora arebbe a' sua bisogni tutte le
forze della citt nostra. Ed inoltre sapendo e' viniziani essere stracchi
delle cose di Pisa e che volentieri se ne uscirebbono per via di accordo, e
cos sapendo quanto si tenessino offesi da lui e desiderando placargli acci
che per sdegno non si accordassino col re, cominci, per fare loro beneficio a
fare tenere pratica dal duca di Ferrara, come uomo di mezzo, di composizione
tra e' viniziani e noi, confortando caldamente la citt volere pigliare ogni
accordo pel quale e' viniziani si uscissino di Casentino e di Pisa. Ed inoltre
dubitando che questo rimedio con viniziani non bastassi, confortava e'
fiorentini a fare accordo col re di Francia, parendogli che oltre a potere
questo essere buono mezzo a farlo venire in qualche composizione tollerabile
col re, fussi ancora la via a escludere e' viniziani dalla amicizia di
Francia; perch, secondo le pratiche andavano a torno, el re ci aveva a
promettere la restituzione di Pisa, e cos a obligarsi contro a' viniziani; e
consequentemente fatto l'accordo nostro col re, quello de' viniziani rimaneva
incompatibile; e cos e' viniziani sarebbono forzati o unirsi con lui alla
difesa degli stati di Italia o almeno starsi neutrali e cos lui colle forze
sue e con qualche aiuto dalla Magna, potersi pi facilmente difendere da
Francia.
Stando le cose in queste ambiguit e sospensioni, fu mandato messer Antonio
Strozzi da' dieci a Ferrara per questa pratica di accordo che era nelle mani
del duca, ed a Milano fu eletto imbasciadore, per meglio risolvere le cose
nostre con quello principe, el vescovo de' Soderini, bench vi fussi ancora
oratore per stanza messer Francesco Pepi; e di poi desiderandosi la
espugnazione di Bibbiena, si disegn mandare in campo due commessari di
riputazione, e' quali intendessino quel bisognava a quella impresa e la
riscaldassino tanto che se ne venissi al fine; e cos furono eletti Giovan
Batista Ridolfi e Paolantonio Soderini Ma pochi d poi, riscaldando la pratica
di Ferrara, ed avendo el duca grande intenzione da' viniziani della
conclusione e volendo per pi facilitarla transferirsi a Vinegia, richiese gli
fussino mandati imbasciadori con mandati pieni; e per vi furono eletti Giovan
Batista Ridolfi e Paolantonio Soderini, e per sottoimbasciadore Alessandro di
Donato Acciaiuoli e per scambio loro in Casentino Antonio Canigiani e Lorenzo
di Pierfrancesco; e la medesima sera fu fatto a Roma imbasciadore stanziale
messer Antonio Malegonnelle, e per sottoimbasciadore Ruberto di Donato
Acciaiuoli. Ed innanzi gli imbasciadori partissino per Vinegia e Ferrara
intendendosi per lettere di Francia come l'accordo nostro si strigneva col re,
e che e' viniziani pareva avessino rotto sopravenne subito nuove fuora della
opinione di tutti, essersi fatto accordo e lega tra el re di Francia, papa e
viniziani, e come e' viniziani si obligavano a dare al re certa somma di
danari, ed (e converso )acquistandosi lo stato di Milano, avevano a avere
Cremona con tutto el cremonese e la Ghiaradadda, bench queste condizioni
furono da principio segretissime.
Alterossi la citt assai per questa nuova, ma molto pi si alter e sbigott
el duca, parendogli avere gran carestia di partiti; nondimeno disposto a non
si abbandonare, mand subito per le poste a Firenze messer Galeazzo Visconti,
gentiluomo di Milano ed apresso a lui di grande autorit, a intendere donde
procedeva la tardit delle cose di Bibbiena e sollecitare el capitano e gli
uomini sua volessino una volta tirarla a fine, a confortare la citt che per
ogni caso stessi bene armata e proveduta, ed in ultimo a sollecitare la
partita degli oratori per a Vinegia, perch, non sapendo ancora quanto lo
accordo fra el re ed e' viniziani fussi durabile, desiderava, se fussi
possibile, riconciliarsegli con questo beneficio, e quando non giovassi, che
le cose nostre fussino espedite per potersi valere de' Vitelli. Ed esposte
messer Galeazzo queste cose, ne and in Casentino e comand a Fracasso ne
andassi a Milano, dove giunto, ebbe subito bando di rubello per aver tenuto in
Casentino pratiche co' viniziani di cattiva natura.
In questo tempo lo uficio de' dieci accrebbe la condotta al conte Rinuccio,
che fu cosa perniziosa alla citt; e perch si intenda meglio s'ha a sapere
che fra e' Vitelli ed el conte era emulazione grandissima perch el conte,
sendo di una medesima et che Pagolo e stato molto pi tempo di lui a' soldi
nostri, aveva per male che lui gli fussi stato preposto in titolo, e per
questa cagione, quando Pagolo fu fatto capitano, si sarebbe alienato da' soldi
nostri; se non che per essere tenuto valente uomo e fedele, fu ritenuto con
molti prieghi e conservatogli el titolo di governatore del campo e datagli
tanta condotta quanta avevano e' Vitelli; e nondimeno non sendo bene contento,
pi tosto intraversava ed opponevasi alle imprese di Paolo che altrimenti e
tutto d cercava di salire in pi condotta e pi condizione di lui. Da altra
banda Pagolo, avanzandolo cos di virt come di titolo comportava male
volentieri questa emulazione, n gli pareva giusto el conte avessi condotta
quanto lui, e nondimeno, sendo cos pregato, l'aveva acconsentito, ma non
arebbe gi patito che egli lo avanzassi di condotta. Nascevano ogni d fra
loro contese e dispareri, che non solo generavano divisione nel campo e tra'
soldati, ma ancora nella citt, dove l'uno e l'altro aveva molti fautori, chi
per amicizia, chi perch giudicassino essere cos el bene della citt; in modo
che per questa discussione, che non era piccola, le imprese del Casentino
erano ite molto pi debole e fredde che non sarebbono ite.
Aveva el conte tenuto segretamente cogli amici suoi una pratica che gli fussi
accresciuto la condotta, e per ottenerla operato astutamente che da Milano e
molti luoghi era venuto aviso che lui era per condursi con viniziani con gran
vantaggi; in su' quali avisi mostravano gli amici sua che questa sarebbe cosa
perniziosa alla citt e che l'arme nostre diminuirebbono, ed (e converso
)quelle de' viniziani si accrescerebbono in Toscana; e' quali oltre allo avere
pi gente, si varrebbono d'uno uomo valente e che, per essere stato lungo
tempo a' soldi nostri, aveva gran notizie de' passi e del paese, ed anche
amicizia con molti nostri sudditi. Ed essendo udite queste ragione nello
uficio de' dieci, de' quali si trovavano Luca d'Antonio degli Albizzi e
Bernardo Rucellai suoi grandissimi fautori, che era stato eletto in luogo di
messer Guido che era ito capitano di Pistoia, finalmente ne feciono la
condotta non avendo in compagnia chi bene considerassi la importanza della
cosa. E perch in luogo di Giovanni Manetti, morto, era suto eletto de' dieci
Piero Guicciardini che si trovava commessario in quello di Pisa, dubitando che
lui mosso o dal bene della citt o da essere amico di Pagolo non guastassi
questa pratica, sollecitorono la conclusione in modo che la feciono la sera
che Piero torn in Firenze, ed essendo egli ito alla signoria e di poi a
pigliare l'uficio ed in ultimo, non avendo notizia di questa materia, preso
licenzia de' compagni per essere stracco ed itosene a casa, non gli dissono
quello volessino fare, ma come fu partito, ne feciono el partito. Il che
intendendo Pagolo, ne fece fare da messer Currado suo cancelliere molte
doglienze, in modo che per posarlo fu necessario accrescere la condotta ancora
a lui al pari di quella del conte Renuccio.
E cos la citt si trov con tanto numero d'uomini d'arme adosso, che non
poteva soportare tanta spesa, bench pi volte si fussi fatto el calculo di
quegli dovessino tenere e non gli passare; e lo uficio de' dieci ne acquist
tanto carico, e cos e' primi cittadini, parendo allo universale che e'
governassino secondo le loro spezialt, non secondo la utilit della citt,
che ne segu pessimi effetti, come di sotto in altro luogo si dir.
Partirono di poi gli oratori e vennono a Ferrara, e quivi aboccatosi con
quello principe, pochi d poi ne andorono insieme con lui a Vinegia,
intendendosi che e' viniziani da cuore desideravano lo accordo. Quivi sendosi
pi giorni dibattuto le cose nostre, in ultimo. si compromessono tutte le
differenzie nel duca di Ferrara, bench per parte della citt vi si andassi
adagio, dubitando che pi non potessi in lui el rispetto e timore de'
viniziani che la giustiza: pure per conforto del duca di Milano vi si
concorse.

Fine parte prima.
