"STORIA D'ITALIA"

(Francesco Guicciardini)

Libro.19, capitolo.1

(Il Lautrech decide non l'espugnazione ma l'assedio a Napoli. Vittoria navale di Filippino Doria sugli imperiali. Condizioni degli assediati; inopportuna ostinazione del Lautrech nel non ascoltare i consigli altrui. Nuove azioni di guerra; progressi dei francesi in Calabria. Difficolt per un pi stretto assedio di Napoli. Considerazioni dell'autore sull'ostinazione del Lautrech. Alcune azioni di guerra sotto Napoli. Mutamento di fortuna per i francesi. Vicende della guerra in Calabria ed in Puglia. Successi di Antonio de Leva in Lombardia. )

Alloggiato Lautrech con l'esercito appresso alle mura di Napoli, fu la prima consultazione se era da tentare di sforzare con lo impeto dell'artiglierie e con la virt degli uomini quella citt; come molti, confortando che a questo effetto si augumentasse il numero de' fanti, consigliavano. Allegavano questi molte difficolt per le quali non si poteva sperare di starvi intorno lungamente: la difficolt delle vettovaglie, perch gli inimici, copiosissimi di cavalli leggieri e pronti a esercitargli, rompevano tutte le strade; ed essere incerta la speranza che Napoli avesse ad arrendersi per la fame, perch non essendo bastanti le galee del Doria a tenere serrato il porto n venendo le galee de' viniziani, bench promesse ciascuno giorno, erano entrate da Gaeta in Napoli, che pativa di macinato, quattro galee cariche di farine, e ve ne entrava ciascuno d degli altri legni; vedersi fredde le provisioni de' viniziani, i quali, per conto de' ventiduemila ducati che gli pagavano ciascuno mese, erano gi debitori di sessantamila ducati; essergli somministrati parcamente i danari di Francia; ed empiersi gi l'esercito di infermit, le quali per non procedevano tanto dalla gravezza ordinaria di quella aria, che suole cominciare a nuocere alla fine della state, quanto perch i tempi erano andati molto piovosi, alloggiando anche molti dello esercito in campagna. Nondimeno Lautrech, considerando che in tanta moltitudine e virt di difensori, e per la fortificazione del monte il quale si poteva soccorrere, l'espugnare o il monte o la citt era cosa molto difficile, n volendo forse spendere con piccolissima speranza i danari, per timore che poi per sostentare le spese ordinarie non gli mancassino, deliber di attendere non alla espugnazione ma allo assedio; sperando che innanzi passasse molto tempo avessino a mancare agli inimici o le vettovaglie o [i] danari. Indirizz adunque e l'animo e tutte le provisioni all'assedio lento, intento a impedire che per terra non vi entrassino vettovaglie, e a sollecitare la venuta delle galee viniziane per privargli del tutto delle vettovaglie marittime. Quivi, mutato consiglio, permesse si facessino le scaramuccie, perch i soldati stando in ozio non perdessino d'animo; e per se ne faceva spesso, e con grande laude delle bande nere; le quali, eccellenti per la disciplina di Giovanni de' Medici in questa specie di combattere, non avevano insino allora dimostrato quel che in giornata ordinaria e in battaglia ferma e stabile valessino in campagna. Arrivorno in questo tempo allo esercito ottanta uomini d'arme del marchese di Mantova e cento del duca di Ferrara; il quale duca bench fusse stato ricevuto in ampia protezione del re di Francia e de' viniziani, nondimeno aveva tardato quanto aveva potuto a fargli muovere, per regolare le sue deliberazioni con quello che si potesse congetturare dello evento futuro della guerra. In questo stato delle cose conceperono gl'imperiali speranza di rompere Filippino Doria, che era con le galee nel golfo di Salerno; non facendo tanto fondamento in su il numero e in su la bont de' legni loro quanto nella virt de' combattitori, perch empierono sei galee quattro fuste e due brigantini di mille archibusieri spagnuoli, de' pi valorosi e de' pi lodati dello esercito; co' quali vi entrorono don Ugo vicer e quasi tutti i capitani e uomini d'autorit. A questa armata, governata per consiglio del Gobbo, nelle cose marittime veterano e famoso capitano, aggiunseno molte barche di pescatori, per spaventare gli inimici da lontano col prospetto di maggiore numero di legni; i quali, partiti tutti da Pausilipo, toccorono all'isola di Capri; dove don Ugo, con grandissimo pregiudizio di questo assalto, perd tempo a udire uno romito spagnuolo, che concionando accendeva gli animi loro a combattere come era degno della gloria acquistata con tante vittorie da quella nazione. Di quivi, lasciato a mano sinistra il Cavo della Minerva, entrati in alto mare, mandorno innanzi due galee, con commissione che accostatesi agli inimici simulassino poi di fuggire, per tirargli in alto mare a combattere. Ma Filippino Doria, avendo il d dinanzi per esploratori fidati presentito il consiglio degli inimici, aveva, con grandissima celerit, ricercato Lautrech che gli mandasse subito trecento archibusieri; i quali, guidati da Croch, erano arrivati poco innanzi che si scoprisse l'armata degli inimici. La quale come si scoperse da lontano, Filippino, ancora che con grande animo avesse fatte tutte le preparazioni necessarie per combattere, nondimeno commosso dal numero grande de' legni che si scoprivano, stette molto sospeso; ma in breve spazio di tempo lo liber da questa dubitazione il vedere, quando gli inimici si approssimavano, non vi essere altri legni da gabbia che sei. Perci, con animo forte e come capitano peritissimo della guerra navale, fece allargare sotto specie di fuga tre galee dalle altre sue, acci che girando assaltassino col vento prospero gli inimici per lato e da poppa, egli con cinque galee va incontro agli inimici, i quali dovevano scaricare la loro artiglieria per trre a lui col fumo la mira e la veduta. Ma Filippino dette fuoco a uno grandissimo basalischio della sua galea, il quale percotendo nella galea capitana, in sulla quale era don Ugo, ammazz al primo colpo quaranta uomini, tra' quali il maestro della galea e molti uffiziali; e scaricate poi altre artiglierie ne ammazz e fer molti. Da altro canto l'artiglierie scaricate dalla galea di don Ugo ammazzorono nella galea di Filippino il maestro, ferirono il padrone; ma i genovesi, esperimentati a queste battaglie, schifavano meglio il pericolo, combattendo chinati e cauti fra gli intervalli de' palvesi. Cos, mentre combattono con grandissima ferocia e spavento le due galee, tre altre galee degli imperiali strignevano due genovesi, ed erano gi molto superiori; ma le tre prime genovesi, che simulando di fuggire erano andate in alto mare, ritornate sopra gli inimici percosseno per lato la galea capitana: delle quali la galea che era chiamata la Nettunna svelse il suo albero, che gli fece grande danno. Quivi don Ugo, ferito nel braccio e coperto, mentre confortava i suoi, da' sassi e da' fuochi gittati dagli alberi delle galee inimiche, combattendo fu morto; quivi la capitana di Filippino e la Mora spacciorno la capitana di don Ugo, l'altre due con l'artiglierie affondorono la Gobba, dove mor il Fieramosca; intratanto l'altre galee di Filippino avevano ricuperato due delle loro oppressate dalle spagnuole, e prese le loro fuste; due sole delle spagnuole, veduto la vittoria essere degli inimici, male trattate, con fatica fuggirono. Nel quale tempo il marchese del Guasto e Ascanio, affogata quasi e ardente la loro galea, rotti i remi, morti quasi tutti ed essi feriti, furono fatti prigioni, salvandogli dalla morte lo splendore dell'armi indorate. Restorno presi venti condottieri, molti padroni delle galee. E giov assai a Filippino il liberare i forzati, la pi parte turchi e mori, che combatterno eccellentemente. I prigioni furno mandati da Filippino con tre galee al Doria; e una delle due galee, che si era salvata, pass pochi d poi da' franzesi, perch il padrone, che era uno marchese Doria regnicola, fu imputato dagli spagnuoli di mancamento nella battaglia. Ma scrisse l'oratore fiorentino a Firenze, conformandosi nelle altre cose, che la battaglia dur da ore ventidue insino a due ore di notte, e che gli imperiali oltre alle sei galee avevano undici vele minori cariche di soldati; che da principio furono prese due galee franzesi, con morte quasi di tutti; ma che l'artiglieria, della quale i franzesi erano superiori, messe in fondo due galee, due altre con alcune fuste furono prese, e morta o ferita la pi parte delle ciurme e de' soldati; e che in una non ne restorono non feriti pi che tre; l'altre due, dove era Curradino co' tedeschi, molto danneggiate fuggirono a Napoli. Don Ugo fu morto da due archibusate e gittato in mare, e cos il Fieramosca. Restorono prigioni il marchese del Guasto, Ascanio Colonna, il principe di Salerno, Santa Croce, Cammillo Colonna, il Gobbo, Serone e molti altri capitani e gentiluomini. Morirono pi di mille fanti, e de' franzesi pochi che non restassino o morti o feriti. 
Dette questa vittoria speranza grande a' franzesi del successo di tutta la impresa, e forse maggiore che non sarebbe stato di bisogno, perch fece in qualche parte Lautrech pi lento alle provisioni; ma empi gli imperiali di molto terrore, dubitando del mancamento delle vettovaglie, poi che restavano al tutto spogliati dello imperio del mare, e per terra stretti da molte parti, massime dopo la perdita di Pozzuolo, perch per quella strada si conduceva a Napoli copia grande di vettovaglie: e gi in Napoli era carestia grande di farina e di carne e piccola quantit di vino: per, il d seguente alla rotta, cacciorono di Napoli numero grande di bocche inutili; e posto ordine alla distribuzione delle vettovaglie, si sforzavano che i fanti tedeschi patissino manco che gli altri soldati. Dalle quali cose nutrendosi la speranza di Lautrech, si accrebbe molto pi per uno brigantino intercetto, il settimo d di maggio, con lettere de' capitani a Cesare: per le quali significavano d'avere perduto il fiore dell'esercito; non essere in Napoli grano per uno mese e mezzo, ma fare le farine a forza di braccia; cominciare a fare qualche tumulto i tedeschi, n vi essere danari da pagargli; n avere pi le cose rimedio alcuno se non veniva presta provisione di vettovaglie, di danari e di soccorso per mare e per terra: aggiugnevasi l'essere cominciata in Napoli la peste, contagiosa molto dove sono soldati tedeschi, perch non si astengono da conversare con gli infetti n da maneggiare le cose loro. Pativa, da altra parte, l'esercito di acque perch da Poggioreale alla fronte dell'esercito non sono altro che cisterne, delle quali si serviva l'esercito; augumentavanvisi le infermit; e gli inimici, essendo molto superiori di cavalli leggieri, uscendo continuamente fuora, massime per la via che va a Somma; non solo conducevano dentro copia di carne e di vini ma spesso interrompevano le vettovaglie che venivano all'esercito franzese, il quale per questa cagione qualche volta ne pativa: n si facevano altre fazioni che scaramuccie. Ricordavangli molti che conducesse cavalli leggieri per potersi opporre a quegli degli inimici; il che recusava di fare, anzi permetteva che la maggiore parte de' cavalli franzesi si stesse distesa in Capua in Aversa e in Nola, il che agli inimici augumentava la facolt di fare gli effetti sopradetti. Altri consigliavano che, essendo per le infermit diminuita la fanteria dell'esercito, conducesse in supplemento di quello (come anche, perch fusse pi potente, era stato desiderato insino da principio) sette o ottomila fanti; e questo anche, avendo gi cominciato a denegarlo, recusava di fare, allegando mancargli danari; bench a quel tempo n'avesse di Francia comoda provisione, avesse riscossa l'entrata della dogana delle pecore di Puglia, riscotesse l'entrate delle terre prese, e i signori del regno che gli erano appresso fussino pronti a prestargli non piccola quantit di danari. 
Scaramucciavasi ogni d dalle bande nere, alloggiate nella fronte dell'esercito; le quali, traportate da troppo animo, si accostavano tanto alle mura di Napoli che da quelle erano offesi con gli archibusi; e non avendo nel ritirarsi cavalli alle spalle, erano ammazzati da' cavalli degli inimici: donde conoscendosi il disavvantaggio grande di fare le scaramuccie senza cavalli sotto alle mura di Napoli, cominciorono a non si fare cos frequentemente. Arrendessi a Lautrech dopo la vittoria, Castello a mare di Stabbia ma non la fortezza; Gaeta si teneva per Cesare, nella quale era il cardinale Colonna con novecento fanti italiani e con i secento fanti che erano venuti di Spagna: bench il cardinale Colonna dimandasse a Lautrech salvocondotto per andare a Roma, il quale non gli concedette. Erasi similmente arrenduto San Germano; e avendo le genti che erano in Gaeta recuperato Fondi e il paese circostante, Lautrech vi mand don Ferrando Gaietano, figliuolo del duca di Traietto, e il principe di Melfi (nuovamente, per avere i capitani imperiali tenuto poco conto di liberarlo, concordato co' franzesi); i quali facilmente di nuovo l'occuporono. Faceva e in Calavria Simone Romano progresso grande, per la prontezza de' popoli a riconoscere il nome franzese: come arebbe anche fatto Napoli, se non fusse stata la tardit di Lautrech; la quale almanco dette tempo a mettervi le vettovaglie delle terre circostanti. 
Ma non bastavano queste cose a ottenere la vittoria della guerra, la quale dependeva totalmente o dallo acquisto o dalla difesa di Napoli, se o non si espugnava quella citt o non se gli impedivano le vettovaglie con maggiore diligenza, per terra e per mare. Per, intento principalmente allo assedio, n disperando anche in tutto di potere prendere Napoli per forza, poich erano morti tanti fanti spagnuoli nella battaglia navale, sollecitava la venuta delle armate franzese e viniziana, per privare del tutto quella citt delle vettovaglie marittime. Mosse anche la fronte dello esercito pi innanzi, in su uno poggio pi vicino a Napoli e al monte di San Martino, dove fu fatta dalle bande nere una trincea, non solo per muovere da quel poggio una trincea la quale, distendendosi insino alla marina e avendo nella estremit sua a canto al mare uno bastione, chiudesse la strada di Somma, ma per tentare, come prima fussino venute l'armate, di pigliare per forza il monte di Santo Martino, fatta prima un'altra trincea tra la citt e il monte di San Martino, acci che non potessino soccorrere l'uno all'altro; e poi in uno tempo medesimo assaltare Napoli con l'armate dalla parte del mare, e per terra, battendo dalla fronte dello alloggiamento di dentro, e di fuora assaltarla con una parte dell'esercito, e con l'altra assaltare il monte; acci che gli inimici, divise per necessit le forze in tanti luoghi, potessino pi facilmente essere superati da qualche banda; non abbandonato per, per l'essersi allungata la fronte dell'alloggiamento, Poggio Reale, perch gli inimici recuperandolo non gli privassino della comodit delle acque, ma ristrignendo per la coda l'alloggiamento. A' quali consigli bene considerati si opponevano molte difficolt. Perch n le trincee lunghe pi di uno miglio insino al mare si potevano, per mancamento di guastatori e per le infermit de' soldati, lavorare con celerit; n venivano, come per l'assedio e per l'espugnazione sarebbe stato necessario, l'armate: perch Andrea Doria con le galee che erano a Genova non si moveva, dell'armata preparata a Marsilia non si intendeva cosa alcuna, e la viniziana intenta pi allo interesse proprio che al beneficio comune, anzi pi tosto agli interessi minori e accessori che agli interessi principali, attendeva alla espedizione di Brindisi e di Otranto. Delle quali citt Otranto aveva convenuto di arrendersi se fra sedici d non era soccorso, e Brindisi bench per accordo avesse ammesso i viniziani, si tenevano ancora le fortezze in nome di Cesare: quella di mare, forte in modo da non sperare di espugnarla; quella grande di dentro alla citt, avendo perduto due rocchette, pareva non potesse pi resistere. 
Ma veramente non  opera senza mercede il considerare che disordini partorisca la ostinazione di quegli che sono proposti alle cose grandi. Lautrech, senza dubbio primo capitano del regno di Francia, esperimentato lungamente nelle guerre e di autorit grandissima appresso all'esercito, ma di natura altiero e imperioso, mentre che credendo a s solo disprezza i consigli di tutti gli altri, mentre che non vuole udire niuno, mentre si reputa infamia che gli uomini si accorghino che non sempre si governi per giudicio proprio, omesse quelle provisioni le quali, usate, sarebbono state forse cagione della vittoria, disprezzate, ridussono la impresa, cominciata con tanta speranza, in ultima ruina. 
Piantossi a' dodici di maggio l'artiglieria in su il poggio, e batteva uno torrione che danneggiava molto la campagna. Tiravasi anche spesso nella terra ma con poco frutto, e si scaramucciava qualche volta a Santo Antonio. A' sedici, l'artiglieria piantata a Capo di Monte tirava a certi torrioni tra la porta di San Gennaro e la Capuana, e impediva fare uno bastione cominciato da quegli di dentro; e Filippino, che era allo intorno, pigliava tutto d navi che andavano con grano a Napoli: dove la pi parte viveva di grano cotto, e ne usciva ogni d gente assai; e i tedeschi, ancora che patissino manco che gli altri, protestavano spesso per mancamento di pane e molto pi di vino e di carne, di che vi si pativa molto: pure, oltre all'altre arti, erano intrattenuti assai con lettere false di soccorso. E da altra banda, nello esercito crescevano ogni d l'infermit, delle quali morivano molti. Lavoravasi a' diciannove alle trincee nuove, con le quali piantandosi due cannoni in su il bastione, come e' fusse fatto, si sarebbeno rovinati due mulini presso alla Maddalena guardati da due bandiere di tedeschi, che non si erano mai tentati, per avere facile il soccorso di Napoli. Intratanto si scaramucciava spesso a Santo Antonio. 
Insino qui non procedevano se non felici le cose de' franzesi: ma cominciorono per cagioni occulte, a piegarsi alla declinazione. Perch Filippino Doria, per ordine avuto segretamente, come si conobbe poi, da Andrea Doria, si era ritirato con le galee intorno a Pozzuolo; donde in Napoli, dove erano restati pochi altri che soldati, entrava sempre qualche quantit di vettovaglia in su le barche: e se bene l'armata [de'] viniziani, acquistato Otranto, dava speranza a ogn'ora di venire a Napoli, nondimeno differivano perch erano in speranza di avere presto il castello grande di Brindisi. Crescevano anche a ogn'ora nello esercito le malattie; e le bande nere, dove prima alle fazioni si rappresentavano pi di tremila, ora, tra feriti ammalati e morti, appena arrivavano a duemila. A' ventidue gli spagnuoli assoltorono quegli di fuora che erano alla difesa delle trincee nuove, dove si lavorava con speranza di finirle fra sei o otto d; ed essendovi Orazio Baglione con pochi compagni, in luogo pericoloso, fu ammazzato combattendo: morte pi presto degna di privato soldato che di capitano. Dal quale disordine gl'imperiali presa speranza di maggiore successo uscirno di nuovo fuora molto grossi: ma messosi il campo in arme e fattosi forte alle trincee, si ritirorno. Ritorn pure di nuovo Filippino, per molta instanza che gli fu fatta, nel golfo di Napoli. E a' ventisette non erano ancora finite le trincee cominciate per serrare la via di verso Somma; e gli spagnuoli ogni d correvano e rompevano le strade, conducendo dentro quantit grande di carnaggi: a che i cavalli del campo gli facevano poco ostacolo, perch cavalcavano rarissime volte. E Lautrech, cominciando a desiderare supplemento di fanti ma non cedendo in tutto a' consigli degli altri, instava che di Francia gli fussino mandati per mare seimila fanti di qualunque nazione, perch per la carestia e infermit ne partivano molti del campo; e in tante difficolt cominciava a essere solo a sperare la vittoria, fondandosi in su la fame: n aveva per fatto altro progresso, intorno alle mura di Napoli, che levare l'acqua a uno mulino di che quegli di dentro si servivano. 
Procedeva in questo tempo in Calavria Simone Romano, con dumila fanti tra corsi e paesani. Al quale bench si fussino opposti... Sanseverino principe di bisignano e... figliuolo di Alarcone con mille cinquecento fanti del paese, nondimeno difficilmente lo sostenevano; donde il figliuolo di Alarcone si ritir in Taranto, lasciato il principe in campagna: ma poco dipoi Simone Romano acquist Cosenza per accordo; e dipoi, nella occupazione di una terra vicina, prese il principe di Stigliano e il marchese di Laino suo figliuolo con due altri suoi figliuoli. Ma in Puglia, quegli che tenevano Manfredonia in nome di Cesare scorrevano per tutto il paese, non resistendo loro i cavalli e i fanti de' viniziani, i quali erano andati all'acquisto di quelle terre. N erano al tutto quiete le cose in terra di Roma; perch Sciarra Colonna avendo preso Paliano, non ostante fusse stato difeso in nome del pontefice per la figliuola di Vespasiano, lo recuper l'abate di Farfa, facendo prigioni Sciarra e Prospero da Cavi: bench Sciarra, per opera di Luigi da Gonzaga, si fuggisse. 
Ma mentre che intorno a Napoli si travaglia con queste difficolt e con queste speranze, Antonio de Leva, presentendo che la citt di Pavia, nella quale era Pietro da Longhena con quattrocento cavalli e mille fanti de' viniziani, e Anibale Pizinardo castellano di Cremona, con [trecento] fanti, il quale vi era andato per mantenere a divozione del duca il paese di l dal Po, molto negligentemente si guardava, una notte allo improviso, con le scale da tre bande, non essendo sentito da i soldati, la prese di assalto. Rest prigione Pietro da Longhena e uno figlio di Ianus Fregoso. And poi Antonio de Leva a Biagrassa, e quegli di dentro aspettati pochissimi tiri d'artiglierie si arrenderono; e volendo poi andare ad Arona, Federigo Buorromei si accord seco, obligandosi a seguitare le parti di Cesare.


Lib.19, cap.2

(Arrivo di milizie tedesche in Italia. Assalti ed assedio di Lodi. Ritorno di quasi tutti i tedeschi in Germania; lentezza delle operazioni dei veneziani e dei francesi. Vane istanze dei collegati presso il pontefice perch si dichiari per loro. Brama del pontefice che sia restituito alla sua famiglia il potere in Firenze. )

Nel quale tempo Brunsvich, partito da Trento, aveva, il decimo d di maggio, passato l'Adice con l'esercito, nel quale erano diecimila fanti, seicento cavalli bene armati, e tra loro molti gentiluomini, e quattrocento moschetti, con le zatte, e ributtato dalla Chiusa era sceso in veronese: e ancora che, presentendosi molto innanzi la venuta sua, fusse stato trattato che San Polo andasse all'opposito, nondimeno, non si usando maggiore diligenza in questa che nelle altre provisioni, erano i tedeschi in Italia innanzi che San Polo fusse in ordine di muoversi; il quale di poi fu necessitato a soggiornare molti d in Asti, per raccrre le genti e per la difficolt delle vettovaglie, delle quali era, per tutta Italia ma in Lombardia specialmente, grandissima carestia. N si poteva alle cose comuni sperare maggiore o pi pronto soccorso dal senato viniziano, il quale, se bene avesse affermato che l'esercito suo uscirebbe in campagna con dodicimila fanti, nondimeno il duca di Urbino, entrato in Verona, non pensava ad altro che alla difesa delle terre pi importanti del loro stato. Per discesi i tedeschi in su il lago di Garda ottennono Peschiera per accordo; il medesimo, Rivolta e Lunata: in modo che, padroni quasi di tutto il lago, riscotevano in molti luoghi taglie di denari, abbruciando quegli che erano impotenti a riscuotersi. Stimolavagli che andassino verso Genova Antoniotto Adorno, venuto in quello esercito; ma non avendo denari e avendo molte difficolt, e per abboccarsi con Antonio de Leva uscito a questo effetto di Milano, camminavano lentamente per il bresciano; dove andorono a trovargli Andrea de Burgos e il capitano Giorgio, per mezzo de' quali si dubitava che il duca di Ferrara, il quale in tanto timore degli altri non faceva provisione alcuna, non tenesse con loro occultamente qualche pratica. Indirizzoronsi dipoi i tedeschi alla volta di Adda per unirsi con Antonio de Leva: il quale, avendo il nono d di giugno passato il fiume di Adda, con seimila fanti e sedici pezzi grossi di artiglieria, e alloggiato appresso a loro propinqui a Bergamo a tre miglia (nella quale citt il duca di Urbino, venuto a Brescia, aveva, e in Brescia e in Verona, divise le sue genti), persuase loro, per l'estremo desiderio che aveva di ricuperare Lodi, di attendere prima a ricuperare lo stato di Milano che passare a Napoli. 
Cos il vigesimo d si posono col campo a quella citt, della quale partendosi il duca di Milano e ritiratosi a Brescia, vi aveva lasciato Giampaolo fratello suo naturale con manco di tremila fanti; e avendo piantato l'artiglieria, Antonio de Leva, al quale toccava il primo assalto, accost i fanti spagnuoli dove era la maggiore rovina. Combatterno tre ore ferocemente, ma non si dimostrando minore la costanza e la virt de' fanti italiani che vi erano dentro furono ributtati; e diffidandosi potere pi ottenerla per assalto, ridusseno tutta la speranza del vincerla in su la fame: perch, non essendo ancora fatta la ricolta, era in Lodi carestia tale che non si distribuendo pi pane ad altri che a' soldati bisognava che quegli della terra o morissino di fame o uscissino fuora con grandissimo pericolo. Scrive in questo modo il Capella il progresso del duca di Brunsvich. Ma i registri contengono che i tedeschi batterono molti d Sonzino, e che finalmente l'ottennono per accordo; e che molti di loro, presentatisi sbandatamente a Pizzichitone, furono ributtati. Tentorono dipoi invano Castellione, nella quale oppugnazione fu ammazzato al duca di Brunsvich il cavallo sotto; e che mentre che erano nel cremonese, il duca di Urbino, uscito di Brescia, prese per forza la terra di Palazuolo, nella quale erano Emilio e Sforza, fratelli, de' Mariscotti, con alcuni cavalli leggieri e fanti non pagati: Emilio rest prigione e Sforza si rifugg nella rocca; alla quale venendo il soccorso, il duca di Urbino si ritir a Pontevico. Ne' quali d, o forse prima, in bresciano, il conte di Caiazzo condottiere de' viniziani prese il luogotenente del capitano Zucchero con molti cavalli. And dipoi il campo a Lodi, dove, per essere stata inondata gran parte del paese, non si poteva battere se non di verso Pavia. Che il vigesimo nono d di giugno fu dato l'assalto eziandio da' tedeschi di Brunsvich e di Antonio de Leva, nel quale i tedeschi nuovi riportorono piccola laude. 
Ma tra' tedeschi era gi entrata la peste; e anche essendo carestia nello esercito, molti partendosi ritornavano, per le terre de' svizzeri e de' grigioni, alle patrie loro. A che non faceva molto diligenza in contrario Enrico duca di Brunsvich loro capitano; perch avendo in Germania, per l'esempio de' fanti condotti da Giorgio Fronspergh, conceputo grandissime speranze, gli riuscivano in Italia le cose pi difficili che non si aveva immaginato; ed essendogli mancati i denari, gli restava quasi impossibile tenere i fanti fermi intorno a Lodi non che condurgli nel regno di Napoli. N Antonio de Leva gli somministrava denari, anzi gliene toglieva ogni speranza querelandosi sempre della povert di Milano; perch, poich ebbe perduto la speranza di ottenere Lodi, non pensava n attendeva ad altro che a dare loro causa di andarsene, dubitando non si fermassino in quello stato, e cos avervi compagni al governo e alle prede: e aveva atteso, mentre che loro perdevano tempo, a fare battere i grani e le biade per tutto lo stato di Milano e portare le ricolte a Milano. Finalmente, dovendosi a' tredici di luglio dare nuovo assalto a Lodi, i tedeschi si ammutinorno e mille se ne andorono verso Como; gli altri, restati in grandissimo disordine, allargorono l'artiglieria da Lodi. Per il che temendosi che non se ne tornassino in Germania, il marchese del Guasto, avuto licenza da Andrea Doria per dieci d, sopra la fede, and a Milano per persuadere a Brunsvich che non ritornasse in Germania; ma non si potendo intrattenere con le parole, se ne andorono per via di Como, restandone di loro con Antonio da Leva, al quale si era in quegli d arrenduta Mortara, circa dumila: essendo cosa certa che se fussino soprastati qualche d pi lo pigliavano per mancamento di vivere. Nella quale espedizione fu desiderato da molti la prontezza del duca d'Urbino, di essersi, quando il campo era intorno a Lodi, accostato o a Crema o a Pizzichitone, o almeno tenutovi qualche somma di cavalli leggieri per infestargli; bench, quando erano nel bresciano, gli avesse qualche volta costeggiati, ma non s accostando mai a loro pi di tre miglia e procedendo sicuramente: nondimeno, contento di difendere lo stato de' viniziani, non pass mai il fiume dell'Oglio. Non essendo anche stata pi pronta la passata di San Polo; il quale, non ostante tutti i disegni e le promesse fatte dal re di mandare per interesse suo gente contro a' tedeschi, non arriv in Piemonte se non in tempo che gi i tedeschi se ne andavano, e anche con numero di gente molto minore che non avevano publicato. 
Non restavano perci i collegati di fare di nuovo instanza col pontefice che si dichiarasse per loro, e che procedendo contro a Cesare con l'armi spirituali lo privasse dello imperio e del reame di Napoli. Il quale, poi che si fu scusato che, dichiarandosi, non sarebbe pi mezzo opportuno alla pace, che la dichiarazione sua susciterebbe maggiore incendio tra prncipi cristiani senza utilit de' collegati, per la povert e impotenza sua, e la privazione di Cesare solleverebbe la Germania, per sospetto che e' non volesse applicare a s la autorit di eleggere, ed eleggesse il re di Francia; dimostrava il pericolo imminente da' luterani, i quali ampliavano: finalmente, non potendo pi resistere, si offerse parato a entrarvi se i viniziani gli restituivano Ravenna, condizione proposta da lui come impossibile; offerendo anche a obligarsi a non molestare lo stato di Firenze. Per, il vigesimo d di giugno, arrivorno a Vinegia il visconte di Turrena e oratori del re di Inghilterra a instare con quel senato: promettendo per lui l'osservanza delle promesse; ma non avendo potuto ottenerne altro partirono male sodisfatti. 
Ricuper in questi tempi il pontefice la citt di Rimini; la quale, tentata prima invano da Giovanni da Sassatello, si arrend finalmente con patti che fussino salve le robe e le persone. Ma gi cominciavano a non si potere pi dissimulare i suoi pi profondi e pi occulti pensieri, dissimulati prima con molte arti: perch essendogli infissa nell'animo la cupidit di restituire alla famiglia sua la grandezza di Firenze, si era sforzato, publicando efficacissimamente il contrario, persuadere a' fiorentini niuno pensiero essere pi alieno da lui; n desiderare se non che quella republica lo riconoscesse solamente, secondo l'esempio degli altri prncipi cristiani, come pontefice e che nelle cose private non perseguitassino i suoi, n l'onore, le insegne e gli ornamenti propri della sua famiglia. Con le quali commissioni avendo, come fu liberato, mandato a Firenze uno prelato fiorentino per imbasciadore, n essendo stato udito, aveva molto instato, e per mezzo anche del re di Francia, che mandassino a lui uno imbasciadore; sforzandosi, con levare loro il sospetto e col dimesticarsi con loro, rendergli pi opportuni alle sue insidie. Ma tentate invano queste cose, si sforz di persuadere a Lautrech che, essendo quegli che reggevano in Siena dependenti da Cesare, era espediente alle cose sue rimettervi Fabio Petrucci; il che, bench gli fusse capace, se ne astenne per la contradizione de' fiorentini. Non gli succedendo per questa via, oper occultamente che Pirro da Castel di Piero, pretendendo querele contro a' sanesi, occup con ottocento fanti, per mezzo di alcuni fuorusciti di Chiusi, quella terra, per travagliare con questo mezzo il governo di Siena; ma avendo i fiorentini fatto capace il visconte di Turrena, oratore del re di Francia, il papa non tendere ad altro fine che di perturbare con l'opportunit di Siena le cose di Firenze, il visconte procur col pontefice che 'l movimento di Chiusi si posasse. Il quale, nella venuta de' tedeschi, aveva, con l'aiuto del marchese di Mantova, guardato Parma e Piacenza.

Lib.19, cap.3

(Vicende della guerra in Calabria e negli Abruzzi. Bolla secreta del pontefice per l'annullamento del matrimonio del re d'Inghilterra. Condizioni degli imperiali in Napoli; condizioni degli assedianti. Fazioni di guerra sotto Napoli. )

Procedevano in questi tempi le cose del reame di Napoli variamente. Perch era venuto di Sicilia in Calavria il conte Burella con mille fanti, e unitosi con gli altri; e da altra parte Simone Romano aveva ottenuto con le mine la fortezza di Cosenza a discrezione (bench l'esservi stato ferito di uno archibuso nella spalla ritard in qualche parte il corso della vittoria) e unitosi poi col duca di Somma, il quale con fanti del paese assediava Catanzaro, terra molto forte ma in necessit di vettovaglie, nella quale era il genero di Alarcone con dugento cavalli e mille fanti; la quale ottenendo restavano signori di tutto il paese insino alla Calavria soprana; ma la necessit gli costrinse a volgersi contro alle genti unitesi col soccorso venuto di Sicilia, le quali avevano gi fatto qualche progresso. Ma essendo stato Simone abbandonato da una parte de' suoi fanti paesani, fu necessitato a ritirarsi nella rocca di Cosenza; gli altri fanti suoi, con morte di qualcuno, si risolverono; i corsi si andavano ritirando verso l'esercito: restando non solo la Calavria in pericolo ma temendosi che i vincitori non si indirizzassino verso Napoli. Ma per contrario ebbono nello Abruzzi prosperit le cose de' franzesi; perch essendosi appropinquato a dodici miglia all'Aquila il vescovo Colonna per sollevare lo Abruzzi fu rotto e morto dallo abate di Farfa, morti quattrocento fanti e circa ottocento prigioni. Intorno a Gaeta quegli di dentro, per la giunta del principe di Melfi, si andavano ritirando; e quelli di Manfredonia, per la poca virt delle genti viniziane, facevano danno assai. 
Perseverava in questo tempo il pontefice nella deliberazione di non dichiararsi per alcuno, ma, perch teneva diverse pratiche, gi sospetto al re di Francia; n anche grato a Cesare, se non per altro perch aveva destinato legato in Inghilterra il cardinale Campegio, per trattare in quella isola la causa delegata a lui e al cardinale eboracense. Perch instando quel re per la declarazione della invalidit del primo matrimonio, il pontefice, il quale si era molto allargato di parole co' ministri suoi, perch trovandosi in piccola fede appresso agli altri si sforzava di conservarsi il suo patrocinio, fece secretissimamente una bolla decretale declaratoria che il matrimonio fusse invalido; la quale dette al cardinale Campegio e gli commesse che, mostratala al re e al cardinale eboracense, dicesse avere commissione di publicarla se nel giudicio la cognizione della causa non succedesse prosperamente; acciocch pi facilmente consentissino che la causa si conoscesse giuridicamente, e tollerassino con animo pi equo la lunghezza del giudicio, il quale aveva commesso al cardinale Campegio che allungasse quanto potesse, n desse la bolla se prima non aveva nuova commissione da lui; ma si sforz di persuadergli (come anche  verisimile che allora avesse in animo) la intenzione sua essere che finalmente s'avesse a dare. Della quale destinazione del legato e delegazione della causa facevano querela grave in Roma gli imbasciadori cesarei, ma con minore autorit per la difficolt che avevano le cose di Cesare nel regno napoletano. 
Ma intorno a Napoli si scoprivano, per l'una parte e per l'altra, molte difficolt; ma tali che, raccolte tutte le ragioni, si sperava pi presto la vittoria per i franzesi, ritardata dalla virt e dalla ostinazione degli inimici. Perch in Napoli augumentava giornalmente la carestia, massime di vino e di carne, non vi entrando pi per mare cosa alcuna; con ci sia che le galee de' viniziani, in numero ventidue, fussino, pure dopo s lunga espettazione, giunte a' dieci d di giugno nel golfo di Napoli: perch se bene i cavalli di dentro uscendo continuamente, non verso l'esercito ma in quelle parti nelle quali credevano potere trovare vettovaglie, riportassino quasi sempre prede, massime di carnaggi, nondimeno, bench giovassino molto, non erano tante che, privati della comodit del mare, potessino lungamente sostentarsi. Affliggevagli la peste grande, il mancamento de' danari, la difficolt di sostenere i fanti tedeschi, ingannati molte volte da vane speranze e promesse, e de' quali qualcuno alla sfilata andava nello esercito inimico: bench a ritenergli potesse molto la grazia e l'autorit che aveva appresso a loro il principe di Oranges, restato per la morte di don Ugo con autorit di vicer: il quale fece prigione il capitano Catte guascone, delle reliquie del duca di Borbone, con molti de' suoi; e poco dipoi, per sospetto vano, fece il simigliante di Fabrizio Maramaus, bench presto lo liberasse. Da altra parte, nell'esercito franzese augumentavano continuamente le infermit; le quali erano cagione che Lautrech, per non avere a guardare tanto, non procedesse alla perfezione delle ultime trincee, le quali, anche per l'impedimento di certe acque tagliate, avevano difficolt di finirsi. Era anche nello esercito carestia, pi per poco ordine che per altro. Nondimeno Lautrech sperava pi nelle necessit che erano in Napoli che non temeva delle sue difficolt; e o per questa cagione, persuadendosi aversi presto a finire, o per mancamento di denari non faceva nuovi fanti, come da tutto lo esercito si desiderava per la diminuzione grande, per i morti e per gli infermi non solamente nelle genti basse e ne' soldati privati ma gi nelle persone grandi e di autorit; perch il quintodecimo d erano morti... nunzio del pontefice e Luigi Pisano proveditore viniziano. Sperava anche di fare passare all'esercito tutti o la maggiore parte de' fanti tedeschi, pratica nella quale, prima il marchese di Saluzzo e dappoi egli, avevano lungo tempo vanamente confidato. Le medesime cagioni, e la speranza che gli era data di fare passare all'esercito alcuni cavalli leggieri che erano in Napoli, lo ritenevano da soldare cavalli leggieri, sommamente necessari; i quali, se pure n'avesse soldati almeno quattrocento, gli sarebbeno stati di grandissima utilit. Per scorrevano i cavalli di dentro pi liberamente; bench, ritornando uno giorno a Napoli con uno grosso bottino di bestiame, rincontrate le bande nere che erano il nerbo dello esercito, e senza le quali non si sarebbe stato intorno a Napoli, lo tolsono loro con perdita di forse sessanta cavalli; non ostante che gli spagnuoli uscissino tutti di Napoli, ma tardi, per soccorrergli. Sperava Lautrech che gli inimici fussino necessitati a partirsi presto da Napoli; e perci, volendo privargli della facolt di ritirarsi in Gaeta, ordin fusse guardata Capua e Castello a mare di Volturno. E per trre anche loro la facolt di ritirarsi in Calavria, oltre al fare tagliare certi passi, ricominci a fare lavorare alla trincea ricordata pi volte ma intermessa per vari dispareri; ripigliandola tanto alto che l'acque che impedivano restassino di sotto. E disegnava anche di mettere in fortezza uno casale molto vicino a Napoli e guardarlo con mille fanti, che per questo voleva soldare; favorendosi eziandio delle galee viniziane sorte al diritto della trincea: la quale serviva ancora a fare venire pi facilmente allo esercito le vettovaglie dalla marina, e a tagliare la strada agli inimici quando tornavano con le prede per quel cammino, perch, per i fossi grandi e l'acque tagliate di Poggioreale, si andava dallo esercito al mare per circuito grande e pericoloso. Sforzavansi gli imperiali impedire quegli che lavoravano alla trincea; alla quale essendo usciti uno d molto grossi i guastatori, per ordine di Pietro Navarra, il quale sollecitava questa opera, si rifuggirono; in modo che seguitandogli incautamente gli imperiali furono condotti in una imboscata, e ne fu tra morti e feriti pi di cento. Nondimeno la trincea non era ancora ammezzata, quando per mancamento de' guastatori quando per altra cagione; perch la negligenza interrompeva spesso gli ordini buoni che spesso si facevano: ne' quali, per essere la strettezza di Napoli grandissima, se si fusse continuato,  giudicio di molti che Lautrech arebbe indubitatamente ottenuta la vittoria. 
Succedette, ne' d medesimi, occasione di grandissimo momento se tali fussino stati gli esecutori quali furono gli ordinatori: ma  infelicit eccessiva di uno principe quando, come spesso accade al re di Francia co' suoi franzesi, la negligenza e piccola cura de' suoi ministri perverte i consigli buoni. Present Lautrech che i soldati di Napoli erano, per predare, usciti fuora per la via di Pi di Grotta molto grossi; per, per opprimergli, mand, la notte de' venticinque d di giugno, i fanti delle bande nere i cavalli de' fiorentini e settanta lancie franzesi e una banda di svizzeri, tedeschi e guasconi alla volta di Belvedere e di Pi di Grotta per incontrargli; e per impedire loro il ritirarsi ordin che il capitano Buria co' fanti guasconi, postosi in sul monte eminente alla Grotta, scendesse subito levato il romore, per impedire che gli inimici non potessino entrare nella Grotta. Succedette il principio di questa fazione felicemente, perch le genti di Lautrech avendogli incontrati gli combatterno e messeno in fuga; avendo tra morti e presi pi che trecento uomini e cento cavalli utili e moltissime bagaglie. Fu scavalcato nel combattere don Ferrando da Gonzaga e fatto prigione, ma la furia de' tedeschi lo riscatt. Ma il capitano Buria, o per negligenza o per timore, non si rappresent al luogo destinato; il che se avesse fatto si crede sarebbeno periti tutti. Aveva anche Lautrech mandato a Gaeta sei galee de' viniziani, e due ne erano restate alla bocca del Garigliano, per dare favore al principe di Melfi; e perch le galee non potevano proibire che con le fregate non entrasse in Napoli qualche rinfrescamento, messe in mare certe piccole barchette per impedirle; ordin anche che i bestiami si discostassino, per tutto, quindici miglia da Napoli, perch non fussino cos facili a essere tolti dagli imperiali. I quali in tutte le scaramuccie ricevevano danno, quando non si facevano nel forte loro.

Lib.19, cap.4

(Defezione di Andrea Doria dal re di Francia. Accordi del Doria con Cesare; l'armata del Doria lascia il porto di Napoli. Insuccessi dei collegati sotto Napoli. Tardi provvedimenti presi dal Lautrech. Cattive condizioni dell'esercito dei collegati; morte del Lautrech. Rotta dei collegati. Cause dell'infelice fine dell'impresa. )

Ma nuovo accidente che si scoperse, e del quale era molto prima apparito qualche indizio, perturb gravemente le cose franzesi: perch Andrea Doria deliber di partirsi dagli stipendi del re di Francia, ai quali era obligato per tutto il mese di giugno; deliberazione, per quel che si potette congetturare, fatta pi mesi innanzi; donde era proceduto che ritiratosi a Genova non era voluto andare con le galee nel regno di Napoli, e che offerendogli il re di farlo capitano della armata la quale si preparava a Marsilia lo recus, allegando che per la et era inabile a tollerare pi queste fatiche. La origine di tale deliberazione si attribuiva poi, da lui e da altri, a varie cagioni. Esso si lamentava che il re, dopo l'averlo servito con tanta fedelt cinque anni, avesse fatto ammiraglio e dato la cura del mare a monsignore di Barbigios; quasi parendogli conveniente che 'l re, dopo la sua recusazione, avesse dovuto replicare e fargli instanza che la accettasse: che non lo pagasse di ventimila ducati degli stipendi passati, senza i quali non poteva sostentare le sue galee: non avere voluto sodisfare a' giusti prieghi suoi di restituire a' genovesi la solita superiorit di Savona, anzi essersi trattato nel consiglio regio di farlo decapitare, come uomo che troppo superbamente usasse la sua autorit. Altri allegavano essere stata la prima origine della sua indignazione le contenzioni succedute tra Renzo da Ceri e lui nella impresa di Sardegna, nella quale pareva che il re avesse pi udito la relazione di Renzo che le sue giustificazioni: essersi sdegnato per la instanza grande fattagli dal re che gli concedesse i prigioni; i quali come cosa importante molto desiderava, massime il marchese del Guasto e Ascanio Colonna, bench con offerta di pagargli la taglia loro. Allegoronsi queste e altre cagioni; ma si credette poi che la vera, la principale fusse non tanto lo sdegno di non essere stato tenuto conto da' franzesi di lui quanto gli pareva meritare, o qualche altra mala sodisfazione, quanto che, pensando alla libert di Genova, per introdurre sotto nome della libert della patria la sua grandezza n potendo conseguire questo fine con altro modo, avesse deliberato non seguitare pi gli stipendi del re, n aiutarlo di conseguire con le sue galee la vittoria di Napoli: come si credeva che, per interrompere l'acquisto di Sicilia, avesse proposta la impresa di Sardigna. Per, indirizzato l'animo a questi pensieri, trattava per mezzo del marchese del Guasto di condursi con Cesare; non ostante la professione dell'odio grande che, per la memoria del sacco di Genova, aveva fatta, molti anni, contro alla nazione spagnuola, e la acerbit con la quale gli aveva trattati, quando alcuno di loro era venuto nelle sue mani. Ma procedendo simulatamente, non era ancora noto al re il suo disegno; per non era stato sollecito a procurare i rimedi a infermit tanto importante, ancora che n'avesse conceputo qualche sospetto; perch fu presa una sua galea che portava in Spagna uno spagnuolo mandato sotto pretesto della taglia di certi prigioni, al quale si trov una lettera credenziale di Andrea Doria a Cesare: bench, per le querele sue grandi, gli fu permesso che senza essere esaminato continuasse il suo cammino. Finalmente, essendo arrivato Barbigios con quattordici galee a Savona, Andrea Doria, temendo di lui, si ritir da Genova con le sue galee e co' prigioni a Lerice: la qualcosa come il re intese, gustando il pericolo quando era fatto irrimediabile, mand a lui Pierfrancesco da Nocera per ricondurlo agli stipendi suoi; per il quale gli offerse sodisfare al desiderio suo delle cose di Savona, pagargli i ventimila ducati de' soldi corsi, pagargli altri ventimila ducati per la taglia del principe di Oranges, preso altre volte da lui e dipoi liberato dal re quando a Madril fece la pace con Cesare; e in caso volesse concedergli i prigioni, pagare, innanzi uscissino delle sue mani, la taglia loro; quando anche recusasse di concedergli, non volere il re gravarnelo. Non prest il Doria orecchi a queste offerte, giustificando la partita sua dal re con le querele; donde Barbigios fu forzato, con detrimento grande delle cose del reame di Napoli, soprastare a Savona: nondimeno, passando poi pi innanzi, lasci per la guardia di Genova cinquecento fanti a dieci miglia appresso a quella citt, perch dentro era peste grandissima; e per la medesima cagione pose in terra, trenta miglia appresso a Genova, mille dugento fanti tedeschi venuti nuovamente: i quali avevano avuta la prima paga da' franzesi, ma per non avere i viniziani pagata la seconda, come erano obligati, fu necessario che il Triulzio governatore di Genova gli provedesse. 
In queste agitazioni del Doria, il pontefice, presentendo quel che trattava con Cesare, signific il vigesimo primo d di giugno la cosa a Lautrech, dimandandogli il consenso di condurlo agli stipendi suoi per privarne Cesare, e affermandogli che Filippino con le galee partirebbe tra dieci d da Napoli: perci Lautrech restitu a Filippino, per non lo esasperare, il secretario Serone, ritenuto sempre per avere lume da lui di molte cose secrete; e nondimeno, per sospetto gi conceputo del pontefice, interpetr sinistramente lo avviso suo. Finalmente Andrea Doria, bench Barbigios, nel passare innanzi con l'armata, che era di diciannove galee due fuste e quattro brigantini e vi era su il principe di Navarra, avesse parlato seco, non dissimulando pi quel che aveva in animo di fare, mand uno uomo suo a Cesare in compagnia del generale, creato cardinale, mandato dal pontefice, a stabilire le sue convenzioni; le quali furono: la libert di Genova sotto la protezione di Cesare, la suggezione di Savona a' genovesi, venia a lui che tanto aveva perseguitato il nome spagnuolo, condotto a servizio di Cesare con dodici galee e per soldo sessantamila ducati l'anno; e con altri patti molto onorevoli. Per le quali cose Filippino con tutte le galee part, il quarto d di luglio, da Napoli: la partita del quale, procedendo come gi aveva cominciato a procedere, non noceva a' franzesi se non per la riputazione; perch, gi molti d, non solo faceva mala guardia, anzi talvolta i suoi brigantini conducevano furtivamente vettovaglia in Napoli; ed egli, oltre allo avere parlato con alcuni di Napoli, aveva portato i figliuoli di Antonio de Leva a Gaeta e fatto, molti d, spalle che in Napoli entrassino vettovaglie. Ma se avesse servito fedelmente, come nel principio, n'arebbono ricevuto danno gravissimo. Perci sollecitava tanto pi Lautrech la venuta della armata franzese: la quale si era fermata con somma imprudenza, per ordine del pontefice, a pigliare Civitavecchia. 
Per la partita di Filippino con le galee, l'armata viniziana, la quale aveva preso l'assunto di lavorare dalla marina insino rincontrasse la trincea di Pietro Navarra, fu necessitata intermettere per attendere alla guardia del mare: il quale perch stesse pi serrato, si era ordinato che alcune fregate armate scorressino d e notte la costa; e si usava anche per terra maggiore diligenza, opponendosi agli spagnuoli, che ogni d scorrevano ma incontrati fuggivano senza combattere: in modo che Napoli era ridotto in estrema necessit, e i tedeschi protestavano di partirsi se presto non fussino soccorsi di danari e di vettovaglie. Donde Lautrech, sostentandolo assai la speranza di queste cose, si persuadeva che, per la pratica tenuta lungamente con loro, di giorno in giorno passerebbono allo esercito. Ma il quintodecimo d di luglio le galee viniziane, eccetto quelle che erano intorno a Gaeta, ritornorono in Calavria per provedersi di biscotti; e per, essendo restato il porto aperto, entrorono in Napoli molte fregate con vettovaglie di ogni sorte, da vino in fuora, cosa molto opportuna perch in Napoli non era grano per tutto luglio. Ma nell'esercito, nel quale era anche passata la peste per contagione di genti uscite di Napoli, moltiplicavano grandemente le solite infermit. Valdemonte era vicino alla morte, e ammalato Lautrech: per la infermit del quale disordinandosi le cose, gl'imperiali, i quali correvano senza ostacolo per tutte le strade, tolseno le vettovaglie che venivano allo esercito che ne aveva strettezza. E nondimeno non si soldavano nuovi cavalli leggieri, anzi Valerio Orsino, condottiere de' viniziani, con cento cavalli leggieri si part dello esercito per non essere pagato, e gli altri cavalli leggieri parte si erano partiti per non essere pagati parte per le infermit erano inutili; la gente d'arme franzese si era ridotta in guarnigione alle terre circostanti, e i guasconi sparsi per il paese attendevano a fare le ricolte e guadagnare. Speravasi pure ne fanti, i quali si diceva condurre l'armata: la quale, soprastata pi di venti d da poi che si era partita da Livorno, arriv finalmente il decimo ottavo d di luglio con molti gentiluomini e con denari per lo esercito; ma non aveva se non ottocento fanti, perch gli altri che portava erano restati parte per la guardia di Genova parte alla impresa della fortezza di [Civitavecchia]. Alla venuta della quale avendo Lautrech mandato gente alla marina per ricevere i denari, non potetteno le galee per il mare grosso venire a terra; per vi ritorn, il d seguente, il marchese di Saluzzo con le sue lance e con grossa banda di guasconi svizzeri e tedeschi e con le bande nere, ma nel ritorno loro incontrorono gl'imperiali che erano usciti grossi di Napoli, i quali caricorono in modo i cavalli franzesi, che voltorno le spalle e nel fuggirsi urtorono talmente i fanti loro medesimi che gli disordinorono; e trovandosi il conte Ugo de' Peppoli, che dopo la morte di Orazio Baglione era succeduto nel governo delle genti de' fiorentini, a piede con quaranta archibusieri, innanzi alla battaglia delle bande nere uno tiro di archibuso, rest prigione de' cavalli: e fu tale lo impeto degl'imperiali che se la battaglia delle bande nere non gli riteneva facevano grande strage; perch combatterono, massime la cavalleria loro, egregiamente. Restorono morti pi di cento e altrettanti presi, tra' quali parecchi gentiluomini franzesi smontati dall'armata; e fu preso anche Ciandal nipote di Saluzzo: nondimeno, i denari si condusseno salvi. E fu attribuito il disordine a' cavalli franzesi, molto inferiori di virt a' cavalli degl'inimici: donde si diminuiva l'animo a' fanti dello esercito, conoscendo non potersi fidare del soccorso de' cavalli. 
Ma aveva nociuto sommamente all'esercito la infermit di Lautrech, il quale bench si sforzasse di sostentare con la virt dell'animo la debolezza del corpo nondimeno non poteva n vedere n provedere a tutte le cose, le quali continuamente declinavano; perch gli imperiali, scorrendo fuori, non solo si provedevano di tutti i bisogni, eccetto il vino che non potevano condurre, ma toglievano spesso le vettovaglie dello esercito, toglievano le bagaglie e i saccomanni insino in su' ripari e i cavalli insino allo abbeveratoio; in modo che allo esercito, diminuito molto per le infermit, cominciavano a mancare le cose necessarie, diventato di assediante, assediato e in pericolo; e se non si fusse fatto guardia a' passi tutti i fanti sarebbeno fuggiti: e per contrario in Napoli, crescendo e le comodit e la speranza, i tedeschi non pi tumultuavano, e gli altri pigliavano in gloria il patire. Da' quali pericoli tanto manifesti vinta pure finalmente la pertinacia di Lautrech (il quale, pochi d innanzi, aveva spedito in Francia perch mandassino per mare semila fanti), mand Renzo, venuto credo in su l'armata, verso l'Aquila perch conducesse quattromila fanti e secento cavalli, assegnandogli il tesoriere dell'Aquila e dello Abruzzi; il quale prometteva condurgli in campo in brevi d; provisione che, fatta prima, sarebbe stata di somma utilit. 
A' ventinove erano rotte le strade, che, non che altro, insino a Capua, quale avevano alle spalle, non si andava sicuro; e nello esercito, ammalato quasi ognuno: Lautrech, sollevatosi prima dalla febbre, ritornato in maggiore indisposizione che il solito; la gente d'arme quasi tutta sparsa per le ville, o per essere ammalati o per rinfrescarsi sotto quella scusa, e i fanti quasi ridotti a niente; ed essendo in Napoli declinata la peste e l'altre infermit, per le quali erano ridotti a settemila fanti (altri dicono a cinquemila), si temeva non assaltassino il campo. Per Lautrech ferm i cinquecento fanti di Renzo mandati dopo la rotta di Simone, per impedire che le genti inimiche di Calavria non venissino verso Napoli, e mand intorno nel paese a soldarne mille; condusse il duca di Nola con dugento cavalli leggieri e Rinuccio da Farnese con cento, che promettevano menargli presto; chiam dugento stradiotti de' viniziani dalla impresa di Taranto, rivoc con gravi pene tutti gli uomini d'arme sani: sollecitava ogni d Renzo; e riscaldava, ma tardi, con grandissima veemenza ed efficacia tutte le provisioni. A' due di agosto non erano nel campo franzese pure cento cavalli, e gli imperiali correvano ogni d in su le trincee; e la notte dinanzi avevano scalato e saccheggiato Somma, dove era una banda d'uomini d'arme e di cavalli leggieri. Per Lautrech, vedendosi quasi assediato, sollecitava San Polo che gli mandasse gente per mare, e i fiorentini che voltassino a lui dumila fanti i quali avevano ordinato di mandare a San Polo; i quali prontamente lo consentivano. Era morto in campo Candela, lasciato in su la fede; era malato il Navarra, Valdemonte, Paolo Cammillo da Triulzi, il maestro del campo nuovo e vecchio, M. Ambrogio da Firenze; Lautrech era ricaduto; ammalati tutti gli oratori, tutti i segretari e tutti gli uomini di conto, da Saluzzo e il conte Guido in fuora; n si trovava in tutto il campo quasi una persona sana. Morivano i fanti di fame, ed essendo mancate quasi tutte le cisterne vi si pativa anche di acqua; gli imperiali padroni di tutta la campagna; n poteva fare altro l'esercito che starsi nel suo forte a buona guardia, aspettando il soccorso, che non poteva esservi fra quindici d: e la negligenza anche accresceva i disordini. Roppeno poi gli spagnuoli l'acqua di Poggioreale, e bench si rassettasse non si usava senza grave pericolo. Aspettava Lautrech fra due d il duca di Somma con mille cinquecento fanti, e presto i cavalli e fanti dello abate di Farfa; il quale Lautrech, poi che aveva rotto il vescovo Colonna, aveva mandato a chiamare. E a' sei si era avuta per accordo la fortezza di Castello a mare, importante per poter ridurre le galee in quel porto; e si disegnava pigliare quella di Baia. Ritornorono le galee de' viniziani malissimo armate, e s male proviste di vettovaglie che bisognava che per guadagnare da vivere, lasciata la cura del guardare il porto di Napoli, scorressino per le marine circostanti. Agli otto gli spagnuoli, tornati a Somma, di nuovo la spogliorono; e preseno ogni resto di cavalli che vi aveva il conte Guido in guarnigione: e spesso in campo non era da mangiare. Assaltorono due d innanzi la scorta delle vettovaglie con la quale erano dugento tedeschi, che rifuggiti in due case si arrenderono vilmente. E accresceva tutte le incomodit il circuito dello alloggiamento, che insino da principio era stato giudicato troppo grande, il che faceva pericolo e consumava i fanti per le troppe fazioni; e nondimeno Lautrech, intrattenendosi in su la speranza di Renzo, non voleva udire di ristrignerlo: e ancora non bene riavuto scorreva per tutto il campo, per mantenere gli ordini e le guardie, temendo non fusse assaltato. Declinavano le cose giornalmente, in modo che a' quindici, per la troppa potenza de' cavalli imperiali, non era pi commercio tra il campo e le galee; n potevano quegli del campo, per non avere cavalli, uscire delle strade. Davasi ogni notte all'arme due o tre volte: per gli uomini, consumati da tante fatiche e incomodit, non potevano andare alle scorte delle vettovaglie quanto bisognava. E quel che aggrav tutti i disordini fu che, la notte medesima venendo i sedici, mor Lautrech, in su l'autorit e virt del quale si riposavano tutte le cose: credendosi per certo che le fatiche grandi, che aveva, avessino rinnovato la sua infermit. 
Rest il pondo del governo nel marchese di Saluzzo, non pari a tanto peso. E moltiplicando ogni d i disordini, e arrivato Andrea Doria, come soldato di Cesare, con dodici galee a Gaeta, in modo che l'armata franzese allent la guardia, il conte di Sarni, con mille fanti spagnuoli, prese Sarni; cacciatine trecento fanti che vi erano alle stanze: dipoi andato il vigesimo secondo d di agosto, con pi gente, di notte, a Nola, la prese. E Valerio Orsino che vi era a guardia si ritir nella fortezza, dicendo essere ingannato da' paesani. E avendo mandato a Saluzzo per soccorso, gli promesse dumila fanti. Ma scrive il Borgia che il messo, preso nello andare, per riavere la moglie e i figliuoli che erano in Nola, fece la spia al conte di Sarni; e che per, venendo di notte, i fanti del campo, assaltati dalle genti di Napoli furono rotti. Altri, non facendo menzione di questo stratagemma, dicono che i franzesi vi andorono la notte seguente, e non la pigliorono. A' ventitr il campo, quasi senza gente e senza governo, si sostentava solo dalla speranza della venuta di Renzo, che ancora era all'Aquila; non desiderato pi per pigliare Napoli n per speranza di potere resistere in quello alloggiamento, ma solo per potersi levare sicuramente. Era morto Valdemonte, e il marchese di Saluzzo, conte Guido, conte Ugo e Pietro Navarra ammalati. E Maramaus usc fuora con quattrocento fanti per privargli in tutto delle vettovaglie, e trovato Capua quasi abbandonata vi entr dentro: per il che i franzesi, abbandonato Pozzuolo, messeno la guardia che vi era in Aversa, molto importante al campo. Ma perduta Capua e Nola restavano serrate quasi tutte le vettovaglie, in modo che, non potendo pi sostenersi, per ultimo partito si levorono una notte per ritirarsi in Aversa; ma presentita dagl'imperiali, che stavano intenti a questo caso, la levata loro, gli ruppeno nel cammino: dove fu preso Pietro Navarra e il principe di Navarra e molti altri capi e uomini di ogni condizione; e il marchese di Saluzzo si ritir con una parte in Aversa. Dove avendolo seguitato gl'imperiali, non potendo difendersi, mandato fuori il conte Guido Rangone a parlare col principe di Oranges, capitol per mezzo suo con lui: di lasciare Aversa con la fortezza, artiglierie e munizioni; restasse lui e gli altri capitani prigioni, dal conte Guido in fuora, al quale, in premio della concordia o per altra causa, fu consentita la libert; facesse il marchese ogni opera che i franzesi e i viniziani restituissino tutto il regno; i soldati e quegli che per lo accordo restavano liberi lasciassino le bandiere l'armi i cavalli e le robe, concedendo per a quegli di pi qualit ronzini muli e cortialti; i soldati italiani non servissino per sei mesi contro a Cesare. Cos rest tutta la gente rotta, e tutti i capitani o morti o presi nella fuga, o nello accordo restati prigioni. Aversa fu saccheggiata dallo esercito imperiale, che si ritir poi a Napoli, dimandando otto paghe; Renzo che il d seguente si era appressato a Capua, il principe di Melfi, lo abate di Farfa, inteso il caso, se ne andorono in Abruzzi: il quale paese solo e qualche terra di Puglia e di Calavria si tenevano in nome de' confederati. 
Questo fine ebbe la impresa del regno di Napoli, disordinata per molte cagioni ma condotta all'ultimo precipizio per due cagioni principalmente: l'una, per le infermit causate in grande parte dallo avere tagliato gli acquidotti di Poggioreale per trre a Napoli la facolt del macinare, perch l'acqua sparsa per il piano, non avendo esito, corroppe l'aria, donde i franzesi intemperanti e impazienti del caldo si ammalorono (aggiunsesi la peste, la contagione della quale penetr per alcuni infetti di peste mandati studiosamente da Napoli nello esercito); l'altra, che Lautrech, il quale aveva menati di Francia la maggiore parte de' capi esperimentati nelle guerre, sperando pi che non era conveniente, n si ricordando essergli stato di poco onore l'avere, quando era alla difesa dello stato di Milano, scritto al suo re che impedirebbe agli inimici il passo del fiume dell'Adda, aveva in questo assedio scrittogli molte volte che piglierebbe Napoli. Perci, per non fare da se stesso falso il suo giudicio, stette ostinato a non si levare, contro al parere degli altri capitani, che vedendo il campo pieno di infermit lo consigliavano a ritirarlo a Capua o in qualche altro luogo salvo; perch avendo in mano quasi tutto il regno non gli sarebbe mancato n vettovaglie n denari, e arebbe consumato gli imperiali a' quali mancava ogni cosa.

Lib.19, cap.5

(Accordi fra i comandanti dei francesi e dei veneziani in Lombardia. Forze e movimenti degli eserciti avversari. Perdita di Genova da parte dei francesi. Presa e sacco di Pavia da parte dei collegati. )

Non erano in questo mezzo state le cose di Lombardia senza travaglio: perch San Polo, raccolte le genti e la provisione delle vettovaglie, prese di l dal Po alcune terre e castella occupate prima da Antonio da Leva, che a' tre di agosto era alla Torretta attendendo a condurre pi vettovaglie poteva in Milano, dove non era pi persona di conto, e in tutto lo stato erano s strette le ricolte che non vi era da vivere per otto mesi solamente per gli uomini del paese; dipoi si ritir a Marignano, non potendo anche, per mancamento di denari, soprastare molto in quel luogo. Al quale tempo, il duca d'Urbino era ancora a Brescia e San Polo a Castelnuovo di Tortona: donde venuto a Piacenza si abboccorono, agli undici d, a Monticelli in sul Po, dove si conchiuse che gli eserciti si unissino intorno a Lodi. Pass poi San Polo il Po presso a Cremona, essendogli comportato tacitamente a Piacenza che avesse barche per fare il ponte; e per Antonio de Leva, che aveva il ponte a Casciano e a sua divozione Caravaggio e Trevi, lev il ponte e abbandon i luoghi di Ghiaradadda, come prima anche aveva abbandonata Novara; ma in Pavia aveva messi settecento fanti e in Santo Angelo cinquecento. Fu anche deliberato che il Vistarino con seicento fanti andasse alla impresa di Cas, in su la riva del Po dicontro a Tortona, perch impediva assai le vettovaglie. 
Aveva San Polo quattrocento lance cinquecento cavalli leggieri mille cinquecento fanti tedeschi a pagamento, ma in numero, per la negligenza di San Polo e per la fraude de' ministri suoi, molto minore; per i quali, e per gli altri tedeschi e svizzeri che si aspettavano, avevano convenuto i viniziani di pagare ciascuno mese a San Polo dodicimila ducati; e in campo trecento svizzeri, pagati a Ivrea per novecento, e tremila fanti franzesi. Avevano i viniziani trecento uomini d'arme mille cavalli leggieri e seimila fanti, e il duca di Milano pi di duemila fanti eletti; il Leva quattromila tedeschi mille spagnuoli tremila italiani e trecento cavalli leggieri. Passorono le genti de' collegati Adda (avendo, secondo scrive l'oratore fiorentino, avuto, se il duca di Urbino avesse voluto, grande occasione di rompere Antonio de Leva), e si unirono a' ventidue di agosto; stando ancora fermo Antonio de Leva a Marignano. Da quello alloggiamento mand il duca di Urbino a Santo Angelo tremila fanti e trecento cavalli leggieri con sei cannoni, sotto Giovanni di Naldo, che nello accamparsi fu morto da una artiglieria: per vi and egli in persona, e l'ottenne. Alloggiorono il vigesimo quinto d di agosto a San Zenone, in sul fiume del Lambro, propinquo a due miglia e mezzo a Marignano. A' ventisette le genti de' collegati, passato Lambro, si accostorono a Marignano; i quali accostandosi, gli spagnuoli si ritrassono in Marignano a uno riparo vecchio; e dopo scaramuccia di pi ore uscirono al largo, e si credette volessino combattere; e tirato per una ora da ogni banda, approssimandosi gi la notte, si ritirorno in Marignano e Riozzo, e in su lo alloggiare il campo l'assaltorono bravamente. E a' ventiotto si ritir Antonio de Leva con tutta la gente a Milano, i collegati a Landriano. Consultossi dipoi se fusse da tentare di sforzare Milano: il che mentre si praticava, and lo esercito a Locc con disegno di entrare in Milano per furto; che fu interrotto da una pioggia grossa che imped, per la trista via, andare a porta Vercellina dove si aveva a entrare. Per, esclusi da questo disegno, ed essendo riferito, da chi fu mandato a riconoscere Milano, non essere riuscibile quella impresa, si deliber di andare, per il cammino di Biagrassa, che altro non si poteva fare, a campo Pavia; sperando pigliarla facilmente, perch non vi erano pi di dugento fanti tedeschi e ottocento italiani. Cos andando a quella volta, spinti certi fanti di l dal Tesino, fu preso Vigevano; e a' nove d di settembre era San Polo a Santo Alesso, a tre miglia di Pavia: dove accostatisi l'uno e l'altro esercito, sopravenne avviso che gli messe in maggiore disputazione. 
Perch, essendo in Genova la peste grandissima e per questo abbandonata quasi da ciascuno, eziandio quasi da tutti i soldati, e per il medesimo pericolo Teodoro governatore ritiratosi in castello, Andrea Doria, presa questa occasione, si approssim alla citt con alcune galee ma, non avendo pi che cinquecento fanti, con poca speranza di sforzarla. Ma l'armata franzese che era nel porto, temendo non gli fusse chiuso il cammino di andarsene in Francia, senza avere cura alcuna di Genova, si part verso Savona; dove la prima che arrivasse fu la galea di Barbigios: bench alcuni dichino che Andrea Doria l'assalt e prese sei galee, l'altre fuggirono. Donde essendo nella citt pochi soldati, se bene Teodoro fusse tornato ad abitare nel palazzo, e il popolo, per la ingiuria della libert data a Savona, inimico al nome di Francia, il Doria, avuta poca resistenza, vi entr dentro. Fu cagione di tanta perdita la negligenza e il troppo promettersi del re, perch non pensando che le cose sue nel regno di Napoli cadessino s presto, e persuadendosi che, in ogni caso, la ritirata dell'armata a Genova e la vicinit di San Polo bastassino a salvarla, pretermesse di farvi le provisioni necessarie. E Teodoro, ritirato nel castello, dimandava soccorso a San Polo, dando speranza di ricuperare la terra se gli fussino mandati subito tremila fanti. Sopra che consultandosi tra i capitani de' collegati, i franzesi erano disposti a andarvi subito con tutto il campo; e il duca d'Urbino mostrava che il provedere le barche per fare uno ponte in su Po, e il provedere le vettovaglie, era cosa pi lunga che non ricercava il bisogno presente: per, secondo il suo consiglio, si risolv che Montigian voltasse, da Alessandria dove erano arrivati, a Genova tremila fanti tedeschi e svizzeri, i quali venivano all'esercito di San Polo; e quando pure non volessino andare gli conducesse in campo, e in cambio loro vi si mandassino tremila altri fanti; che intratanto si attendesse a strignere Pavia. E i viniziani davano intenzione, eziandio in caso non si pigliasse, soccorrere Genova con tutte le genti, purch restassino assicurati delle cose da quella banda. 
Continuossi adunque la oppugnazione di Pavia: per la quale, a' quattordici, erano stati piantati in su il Tesino, di qua, al piano della banda di sotto, nove cannoni a uno bastione appiccato con l'arzan, che in poche ore lo rovinorono quasi mezzo; e di l dal Tesino tre cannoni, per battere, quando si desse lo assalto, uno fianco che risponde all'arzan; e in su uno colle di qua dal Tesino cinque cannoni che battevano due altri bastioni, e al finire del colle tre altri che tiravano alla muraglia: tutta artiglieria de' viniziani. Poi l'artiglieria di San Polo che levava le difese. E il d seguente, Annibale castellano di Cremona si era condotto con una trincea in su il fosso del bastione del canto dell'arzan, che era gi gi pi che i due terzi; in modo che quegli dentro l'avevano quasi abbandonato: il quale d fu morto da una artiglieria Malatesta da Sogliano condottiere de' viniziani. Cos, continuato a battere tutto [il] d e la notte seguente, si prepar l'esercito per dare la battaglia, essendo da ogni banda de' tre bastioni gittata muraglia assai; ma volendo la mattina cavare l'acqua de' fossi, vi trovorono uno muro s gagliardo che vi consumorono tutto il d ed eziandio il d seguente, tanto che l'assalto si prolung insino a' d diciannove, essendo levata quasi tutta l'acqua. Nel quale d, essendo al principio della mattina stato preso il bastione del canto, si cominci a dare l'assalto; del quale, essendo divisa la gente in tre parti, toccava il primo assalto a Antonio da Castello con le genti de' viniziani, il secondo a Lorges con quelle di San Polo, l'ultimo al castellano con le genti di Milano, che (secondo il Cappella) erano mille dugento fanti; e il duca d'Urbino si messe a piede con dugento uomini d'arme e affront i bastioni, che si difeseno pi di due ore. Scrive il Cappella che dentro non erano pi che dugento tedeschi e ottocento italiani, che bench si portassino egregiamente, pure, per il poco numero, si difendevano con difficolt. Ma il Martello scrive che dentro erano prima dumila fanti, e che di pi, a' diciotto, all'apparita del d, vi entrorono cinquecento archibusieri eletti, in modo che fu difesa bravamente; ma l'artiglieria piantata di l dal Tesino strisciava tutti i loro ripari. E scrive il Cappella che e' fu ferito in una coscia, d'uno scoppio, Pietro da Birago che mor fra pochi d, che non volle essere levato di terra acci che i suoi non abbandonassino la battaglia; e fu ferito anche di scoppio Pietro Botticella, che si part dalla battaglia: capitani tutt'e due del duca di Milano. Finalmente, a ore ventidue, si entr dentro con poco danno, e con laude grande (secondo il Martello) del duca d'Urbino; e il Cappella scrive, con laude grande del Pizinardo. E scrive il Martello che di quegli di dentro furono ammazzati da seicento in ottocento, tra' quali quasi tutti i tedeschi (che erano quattrocento) che erano stati messi dagli spagnuoli alle difese; e che, innanzi si entrasse, mille fanti tra spagnuoli e italiani, usciti per la porta del castello, furno rotti da' cavalli. Ma cominciato a entrare dentro l'esercito, Galeazzo da Birago con molti soldati e uomini della terra si ritir in castello. La citt tutta and a sacco, poco utile per i due sacchi precedenti. Il castello si accett a patti, perch era necessario batterlo e in campo non era munizione, e i fossi larghissimi e profondissimi da non si riempiere s presto, e dentro rifuggitivi cinquecento uomini di guerra. I patti furono che gli spagnuoli (che secondo il Martello in Pavia furno seicento), con l'artiglierie e munizioni che e' potessino tirare a braccia e ogni loro arnese, avessino facolt, insieme co' tedeschi che erano restati pochissimi, di andarsene a Milano; e gl'italiani, in ogni luogo fuora che Milano.


Lib.19, cap.6

(Proposito di San Polo di provvedere alle sorti di Genova. Provvedimenti del de Leva ritornato in Milano. Fallimento dell'impresa di San Polo; resa di Savona e del Castelletto di Genova. Mutamento del governo in Genova; azione per togliere le fazioni nella cittadinanza. Scontri fra le navi del Doria e quelle francesi; dispareri fra i collegati. Mutamento di dominio nel marchesato di Saluzzo. Vani tentativi dei francesi contro Andrea Doria. Fazioni di guerra in Lombardia. Manifestazioni dell'inclinazione del pontefice per Cesare. )

Presa Pavia, consigli il duca d'Urbino che non si pensasse a sforzare Milano, perch bisognava esercito bastante a due batterie, ma per fargli danno grande si pigliasse Biagrassa, San Giorgio, Moncia e Como, e che si attendesse al soccorso di Genova: perch se bene i tedeschi e svizzeri avevano risposto a Montigian di volere andare a Genova, nondimeno i tedeschi, per non essere pagati, se ne andorono a Ivrea; in modo che non si era mandato soccorso alcuno al Castelletto, dove Andrea Doria minava sollecitamente. Per San Polo, che era restato con cento lance e dumila fanti, part a' ventisette alla volta di Genova, passando il Po a Portostella in bocca del Tesino, al cammino di Tortona; promettendo di ritornare indietro se intendesse il soccorso essere non riuscibile, e che il duca d'Urbino l'aspettasse in Pavia; al quale erano restati quattromila fanti. Ma con le genti viniziane andavano sempre dumila fanti del duca di Milano; ed erano anche in Savona mille fanti de' franzesi, ma senza denari. 
E Antonio de Leva, ritirato in Milano, proib allora che alcuno non potesse fare pane in casa o tenervi farina, eccetto i conduttori di quello dazio; i quali gli pagorono, nove mesi continui, per ogni moggio di farina tre ducati: co' quali denari pag, tutto quello tempo, i cavalli e i fanti spagnuoli e i tedeschi. Il che non solo lo difese dal pericolo presente ma lo sostenne tutta la vernata futura, avendo alloggiati i fanti italiani a Novara e in alcune terre di Lomellina e per le ville del contado di Milano; ne' quali luoghi comport che tutta la vernata predassino e taglieggiassino. 
Giunse, al primo d'ottobre, San Polo a Gavi, lontano venticinque miglia da Genova, lasciata l'artiglieria a Novi, e il seguente prese la rocca del Borgo de' Fornari; e fattosi pi innanzi verso Genova, dove erano entrati settecento fanti corsi, si ritorn al Borgo de' Fornari; non si trovando in tutto, per mancamento di denari, quattromila fanti, tra i suoi quegli condotti da Montigian e mille che erano stati mandati dal campo con Niccol Doria; e quegli pochi che gli erano restati continuamente passavano in Francia. Per (potendo dire a imitazione di Cesare, ma per contrario, (Veni vidi fugi)) mand Montigian con trecento fanti a Savona, dove i genovesi erano a campo; ma non vi poterono entrare, perch era serrata con le trincee e presi attorno tutti i passi. Ritirossi, a' dieci d d'ottobre, in Alessandria e dipoi a Senazzara tra Alessandria e Pavia, ad abboccarsi col duca di Urbino, ma restato quasi senza gente: dove consultando le cose comuni, il duca, dimostrando che tra' viniziani e il duca di Milano non erano restati quattromila fanti, e che Antonio de Leva aveva tra Milano e fuori quattromila tedeschi seicento spagnuoli e mille quattrocento italiani, si risolv di ritirarsi in Pavia e che San Polo si ritirasse in Alessandria, che gli fu conceduta dal duca di Milano; ragionando di soldare tutti nuovi fanti, e poi, se i tempi servissino, fare la impresa di Biagrassa, di Mortara e del castello di Novara. Succed che, a' ventuno di ottobre, [Savona], veduto che Montigian non vi era potuto entrare, s'arrend in caso che fra certi d non fusse soccorsa. Per San Polo, desideroso di soccorrerla ma avendo da s in tutto mille fanti, dimand tremila fanti al duca d'Urbino e al duca di Milano; i quali gliene mandorono milledugento, in modo la lasci perdere. E il Castelletto di Genova si arrend per la fame: il quale acquistato fu spianato da' genovesi, e pieno di sassi il porto di Savona, per renderlo inutile. 
I quali, con la autorit di Andrea Doria, stabilirono in quella citt uno governo nuovo, trattato prima, sotto nome di libert; la somma del quale fu che da uno consiglio di quattrocento cittadini si creassino tutti i magistrati e degnit della loro citt, e il doge principalmente e il supremo magistrato, per tempo di due anni; levata la proibizione a' gentiluomini, che prima per legge ne erano esclusi. Ed essendo il fondamento pi importante a conservare la libert che si provedesse alle divisioni de' cittadini, le quali vi erano state lungamente maggiori e pi perniciose che in altra citt di Italia (con ci sia che non vi fusse una divisione sola, ma la parte de' guelfi e l'opposita de' ghibellini, quella tra i gentiluomini e i popolari, n anche i popolari tra loro di una medesima volont, e la fazione molto potente tra gli Adorni e i Fregosi; per le quali divisioni si poteva credere che quella citt, opportunissima per il sito e per la perizia delle cose navali allo imperio marittimo, fusse stata depressa e molto tempo in quasi continua soggezione), per per medicare dalle radici questo male, spenti tutti i nomi delle famiglie e de' casati della citt, ne conservorono solamente il nome di ventotto delle pi illustri e pi chiare, eccettuate l'Adorna e la Fregosa, che del tutto furono spente. A' nomi e al numero delle quali famiglie aggregorono tutti quegli gentiluomini e popolari che restavano senza nome di casato; avendo rispetto, per confondere pi la memoria delle fazioni, di aggregare de' gentiluomini nelle famiglie popolari, de' popolari nelle famiglie de' gentiluomini, de' seguaci stati degli Adorni nelle case che avevano seguitato il nome Fregoso, e cos, per contrario, de' Fregosi in quelle che erano state seguaci degli Adorni: ordinato ancora che tra loro non fusse distinzione alcuna di essere proibiti, pi questi che quegli, agli onori e a' magistrati. Con la quale confusione degli uomini e de' nomi speravano conseguire che, in progresso di non molti anni, si spegnesse la memoria pestifera delle fazioni: restando in quel mezzo tra loro grandissima l'autorit di Andrea Doria; senza il consenso del quale, per la riputazione dell'uomo, per l'autorit delle galee che aveva da Cesare (che ne' tempi che non andavano alle fazioni dimoravano nel porto di Genova), e per l'altre sue condizioni, non si sarebbe fatto deliberazione alcuna di quelle pi gravi; essendo manco molesto la potenza e grandezza sua, perch per ordine suo non si amministravano le pecunie, non si intrometteva nella elezione del doge e degli altri magistrati e nelle cose particolari e minori. In modo che i cittadini, quieti e intenti pi alle mercatanzie che alla ambizione, ricordandosi massime de' travagli delle suggezioni passate, avevano cagione di amare quella forma di governo. 
Appiccoronsi poi l'armata franzese e quella di Andrea Doria tra Monaco e Nizza, dove una galea del Doria fu messa in fondo. Abboccoronsi, perduta Savona, di nuovo il duca di Urbino e San Polo a Senaz, tra Alessandria e Pavia; dove il duca, con poca sodisfazione di Francesco Sforza e di San Polo, risolv di andarsene di l da Adda, lasciando al duca di Milano la guardia di Pavia e confortando San Polo a fermarsi quella vernata in Alessandria. Delle quali cose non solo si sodisfaceva poco a' ministri, ma ancora il re di Francia, non accettando alcune scuse leggiere dategli da' viniziani, si lamentava sommamente che i viniziani non avessino dato soccorso al Castelletto di Genova e alla citt di Savona; la quale i genovesi sfasciavano, e avevano anche preso Vitad e Gavi. Venneno dipoi a San Polo mille fanti tedeschi; co' quali, computati mille fanti che aveva Valdicerca in Lomellina, si trovava quattromila fanti. 
Ed era anche nato nuovo tumulto nel marchesato di Saluzzo. Perch avendone preso, dopo la morte del marchese Michele Antonio, il dominio Francesco monsignore suo fratello, che era entrato dentro, perch Gabriello secondogenito, eziandio vivente il fratello maggiore, era stato tenuto prigione nella rocca di Ravel, per ordine della madre che in puerizia aveva governato i figliuoli, sotto titolo che e' fusse quasi mentecatto, il castellano di Ravel lo liber; per, presa la madre che lo teneva prigione, acquist, accettato da' popoli, tutto lo stato, del quale fugg il fratello; che poco dipoi entr in Carmignuola, e raccolte genti roppe poco di poi il fratello. 
Non si fece pi in questo anno cosa di momento in Lombardia, se non che il conte di Gaiazzo scorse insino a Milano. Ma i viniziani non davano i fanti promessi a San Polo, per la impresa di Sarravalle, Gavi e altri luoghi del genovese. Tentossi bene una fazione importante, perch Montigian e Villacerca, con dumila fanti e cinquanta cavalli, partirno a ore ventidue da Vitad, per pigliare Andrea Doria nel suo palazzo; il quale, posto accanto al mare,  quasi contiguo alle mura di Genova. Non ebbe effetto, perch i fanti, stracchi per la lunghezza del cammino che  ventidua miglia, non arrivorno di notte ma che gi era qualche ora di d: per, essendosi levato il romore, Andrea Doria, dalla banda di dietro saltato in su una barca, camp il pericolo; e i franzesi, non fatto altro effetto che saccheggiato il palazzo, salvi tornorono indietro. E il conte di Gaiazzo, fatta una imboscata tra Milano e Moncia, roppe cinquecento tedeschi e cento cavalli leggieri che andavano per fare scorta a vettovaglie; bench di poi, mandato da loro a Bergamo, afflisse con le ruberie in modo quella citt che il senato viniziano, il quale l'aveva fatto capitano generale delle fanterie sue, non potendo pi tollerare tanta insolenza e avarizia lo rimosse ignominiosamente dagli stipendi suoi. Nel quale tempo gli spagnuoli anche preseno la terra di Vigevano. Ma sopravvenneno in quel di Genova dumila fanti spagnuoli, che a' venticinque di dicembre erano al Borgo de' Fornari, mandati di Spagna da Cesare per difendere Genova o per andare a Milano, secondo fusse di bisogno. A' quali per condurgli and, per ordine di Antonio de Leva, il Belgioioso, che era fuggito di mano de' franzesi; e il quale, pochi d innanzi, si era presentato una notte con dumila fanti e qualche artiglieria a Pavia, dove non erano pi che cinquecento fanti del duca di Milano, ma la cosa fu presentita, per si era ritirato senza frutto. Preparavasi San Polo per impedire la venuta di questi fanti, i quali accennavano fare il cammino o di Cas o di Piacenza, e instava che le genti viniziane si facessino forti a Lodi perch da Milano non fusse fatto loro spalle; e cercava anche persuadergli a fare comunemente la impresa di Milano (la quale il duca di Urbino dissuadeva), dove era carestia e tutte le calamit. Ma procedevano i viniziani freddi per l'ordinario alle fazioni gagliarde, ma in questo tempo molto pi, perch per le relazioni di Andrea Navaiero, che era tornato loro oratore di Spagna, fatte in favore di Cesare, e per qualche pratica che si teneva in Roma con l'oratore cesareo, erano vari pareri nel loro senato, inclinandosi molti a concordare con Cesare: pure finalmente fu risoluto continuare la confederazione col re di Francia. Nel quale tempo il Torniello, passato Tesino con dumila fanti, prese Basignana, e andava verso Lomellina; e l'abate di Farfa, andato a Crescentino, luogo del ducato di Savoia, co' suoi cavalli, fu di notte rotto e fatto prigione, ma liberato per opera della marchesa di Monferrato; e il marchese di Mus roppe alcune genti di Antonio de Leva e tolse loro le artiglierie. 
Dubitavasi ancora che il pontefice non inclinasse alle parti di Cesare; perch il cardinale di Santa Croce arrivato a Napoli fece liberare i tre cardinali che erano statichi quivi, e si diceva che aveva commissione da Cesare di fare restituire Ostia e Civitavecchia; per opera del quale, avendone supplicato al pontefice, Andrea Doria restitu Portoercole a' sanesi. Ma si scopriva l'animo del pontefice a cose nuove: perch per opera sua, bench occultamente, Braccio Baglione molestava nelle cose di Perugia Malatesta, bench fusse agli stipendi suoi; e inteso il duca di Ferrara essere venuto a Modena, tent di pigliarlo nel ritorno a Ferrara, con uno agguato di dugento cavalli, fatto da Paolo Luzasco alla casa de' Coppi nel modonese: ma non essendo quel d partito il duca, la cosa si scoperse.

Lib.19, cap.7

(Provvedimenti dei collegati per continuare la guerra nel regno di Napoli; atti di terrore ed esazioni del principe d'Oranges; fazioni di guerra. Indizi di disposizione alla pace; riconquiste del principe d'Oranges negli Abruzzi. Promesse del pontefice ai collegati e sue trattative con Cesare. Posizione degli eserciti in Puglia. Vani tentativi degli imperiali contro Monopoli. Nuove fazioni di guerra. )

Ma in questo tempo il reame napoletano non era perci, per la rotta de' franzesi, liberato interamente dalle calamit della guerra. Perch Simone Romano, raccolte di nuovo genti, aveva preso Nola, Oriolo e Amigdalara, poste in sul mare nel braccio dello Apennino; e unitosi con lui Federico Caraffa, mandato dal duca di Gravina con mille fanti e molti altri del paese, aveva esercito non contennendo: ma dopo la vittoria degli imperiali intorno a Napoli, abbandonato dalle genti del duca di Gravina, saccheggiata Barletta (nella quale citt fu intromesso per la rocca), si ferm quivi; tenendosi nel tempo medesimo per i viniziani Trani guardato da Cammillo, e Monopoli guardato da Giancurrado, tutt'a due della famiglia degli Orsini. Vennonvi poi Renzo da Ceri e il principe di Melfi con mille fanti; i quali, essendosi ridotti tra Nocera e Gualdo, e dipoi partitisi per comandamento del pontefice (il quale non voleva offendere l'animo de' vincitori), imbarcatisi a Sinigaglia, si condussono per mare a Barletta, con intenzione di rinnovare la guerra in Puglia; cosa deliberata con consentimento comune de' collegati, perch l'esercito imperiale fusse necessitato a fermarsi nel regno di Napoli insino alla primavera: al quale tempo si ragionava di fare per la salute comune nuove provisioni. Per il re di Francia mand a Renzo soccorso di danari; e i viniziani, desiderando il medesimo, eziandio per ritenere pi facilmente con gli aiuti degli altri le terre occupate nella Puglia, offerivano di accomodarlo di dodici galee, ma instando che essi le armassino, e che la spesa si computasse negli ottantamila ducati a' quali erano tenuti per la contribuzione promessa a Lautrech, non udivano; e il re di Inghilterra prometteva di non mancare delle provisioni ordinarie, e i fiorentini si erano composti di pagare la terza parte delle genti vi aveva condotte Renzo. Non erano pronti a estinguere questo incendio gli imperiali, occupati in esigere de' danari, per sodisfare a' soldati de' pagamenti decorsi: le quali esazioni per fare pi facili, e per assicurare il reame con gli esempli della severit, fece il principe di Oranges decapitare publicamente in sulla piazza del mercato di Napoli, dove era la peste grande, Federigo Gaetano figliuolo del duca di Traietto ed Enrico Pandone duca di Boviano nato di una figliuola di Ferdinando vecchio re di Napoli, e quattro altri napoletani; usando ancora simili supplci in altri luoghi del regno. Col quale esempio spaventati gli animi di ciascuno, procedendo contro agli assenti che avevano seguitato i franzesi, e confiscando i loro beni, gli componevano poi in danari; non pretermettendo acerbit alcuna per esigerne maggiore quantit potessino. Le quali cose tutte si trattavano da Ieronimo Morone, al quale in premio delle opere sue fu donato il ducato di Boviano. Aggiunsesi a questi movimenti che nello Abruzzi Giaiacopo Franco entr per il re di Francia nella Matrice, che  vicina alla Aquila: per il che tutto il paese era sollevato, e nella Aquila si stava con sospetto; dove era Sciarra Colonna, ammalato, con seicento fanti. Provedevano anche i viniziani le cose di Puglia, e mandando per mare alcuni cavalli leggieri per fornire Barletta dettono a traverso in parte della spiaggia di Barletta e di Trani, dove il proveditore loro anneg, che era montato in su uno battello; i cavalli, de' quali era capo Giancurrado Orsino, maltrattati detteno nelle mani degl'imperiali; e Giampaolo da Ceri, che roppe presso al Guasto, rest prigione del marchese. Dettesi, nella fine dell'anno, l'Aquila alla lega, per opera del vescovo di quella citt e del conte di Montorio e d'altri fuorusciti; a che dette causa l'essere maltrattata dagl'imperiali. 
Seguita l'anno mille cinquecento ventinove; nel principio del quale cominci ad apparire qualche indizio di disposizione, da qualunque parte, alla pace; dimostrando di volerla trattare appresso al pontefice: perch sapendosi che il cardinale di Santa Croce (cos era il titolo del generale spagnuolo) andava a Roma con mandato di Cesare a potere conchiudere la pace, il re di Francia che ne aveva sommo desiderio sped il mandato agl'imbasciadori suoi, e il re di Inghilterra mand imbasciadori a Roma per la medesima cagione. Le quali pratiche, aggiunte alla stracchezza de' prncipi, facevano che i collegati alle provisioni della guerra procedevano lentamente. Perch e in Lombardia era il maggiore pensiero se gli spagnuoli, venuti a Genova, arebbeno facolt di passare a Milano (donde per mancamento, di denari erano partiti quasi tutti i tedeschi); a' quali condurre andato il Belgioioso con cento cavalli insino a Cas, pass di quivi sconosciuto a Genova, donde condusse i fanti a Savona per raccrre cinquecento fanti venuti di nuovo di Spagna e sbarcati a Villafranca. Ma nel regno di Napoli, dubitando gli imperiali che la rebellione dell'Aquila e della Matrice, e la testa fatta in Puglia, non partorissino cosa di maggiore momento, deliberorno voltare alla espugnazione di quegli luoghi le genti che aveano: per fu deliberato che 'l marchese del Guasto andasse co' fanti spagnuoli alla recuperazione delle terre di Puglia, e il principe co' fanti tedeschi andasse alla recuperazione dell'Aquila e della Matrice. Il quale come si accost all'Aquila, quegli che erano nell'Aquila se ne uscirono, e Oranges compose la citt e tutto il suo contado in centomila ducati; tolta ancora la cassa di argento, la quale Luigi decimo re di Francia aveva dedicata a san Bernardino. Di quivi mand gente alla Matrice, dove era Cammillo Pardo con quattrocento fanti, che se ne era uscito prima con promessa di tornare; ma o temendo perch non vi era vino e tolto l'acqua, e discordia tra la terra e i fanti, o per altra cagione, non solo non vi torn ma non mand anche loro tutti i denari che gli mandorono i fiorentini per sostentare quel luogo: per i fanti se ne uscirono per le mura, e la terra si arrend. E si temeva che Oranges non passasse in Toscana a instanza del pontefice. 
In quale, riconvaluto di pericolosissima bench breve infermit, non desisteva di trattare e di dare speranza a ciascuno. Perch a' franzesi prometteva aderire alla lega se gli era restituita Ravenna e Cervia, componendo eziandio con oneste condizioni co' fiorentini e col duca di Ferrara; il quale, nel pagamento de' danari a Lautrech, aveva affermato pagargli per sua liberalit non gi perch fusse obligato, non avendo il pontefice ratificato. Da altra parte, avendo recuperato, bench con grossi beveraggi, per la commissione portata dal cardinale di Santa Croce, le fortezze di Ostia e di Civitavecchia, aveva pratiche pi occulte e pi fidate con Cesare; trattando pi insieme le cose particolari che le universali della pace: le quali cominciavano ad avere pi secreto e pi fondato maneggio per altre mani, perch, di febbraio, uno uomo di madama Margherita venuto in Francia, parlato che ebbe al re, pass in Spagna. 
Ma in Puglia questo era lo stato delle cose. Tenevasi Barletta per il re di Francia, nella quale era Renzo da Ceri, e con lui il principe di Melfi, Federico Caraffa, Simone Romano, Cammillo Pardo, Galeazzo da Farnese e Giancurrado Orsino e il principe di Stigliano. Tenevano i viniziani Trani, Pulignano e Monopoli, avendo in questi luoghi dumila fanti e secento cappelletti, de' quali ne erano in Monopoli dugento. Tenevano anche il porto di Biestri. Ma a queste genti il re di Francia, mandata che ebbe da principio piccola quantit di danari, non faceva alcuna provisione, n aveva accettati i corpi delle dodici galee offertigli da' viniziani; de' quali si roppono, nella spiaggia di Bestrice, tre galee e una fusta grossa, che andavano a provedere di vettovaglie Trani e Barletta: ma in pi volte n'aveano perdute cinque, ma ricuperata l'artiglieria e gli altri armamenti. Tenevasi ancora per i franzesi il monte di Santo Angelo, Nardoa in terra di Otranto e Castro, dove era il conte di Dugento, e facendo la guerra con gli uomini del regno e con le forze del paese, erano adunati in vari luoghi molti rebelli di Cesare e molti che seguitavano come soldati di ventura la guerra solamente per rubare; donde era pi che non si potrebbe credere miserabile la condizione del paese, sottoposto tutto a ruberie a prede a taglie e incendi da ciascuna delle parti. Ma pi che di altri erano famose le incursioni di Simone Romano, il quale, correndo co' suoi cavalli leggieri e con dugento cinquanta fanti per tutti i luoghi circostanti, conduceva spesso in Barletta bestiami frumenti e altre cose di ogni sorte; talvolta, uscendo con maggiore numero di fanti, ora per furto ora per forza saccheggiava questa e quell'altra terra: come accadde di Canosa, nella quale terra entrato di notte con le scale la svaligi, e menonne molti cavalli di quaranta uomini d'arme alloggiati nel castello. Finalmente il marchese di Guasto, non tentata Barletta terra fortissima e bene fortificata, si pose, del mese di marzo, a campo a Monopoli con quattromila fanti spagnuoli e dumila fanti italiani, perch i tedeschi, in numero dumila cinquecento, fermatisi nell'Abruzzi recusorono di andare in Puglia; e alloggi in una valletta coperta dal monte, in modo non poteva essere offeso dalle artiglierie della terra: nella quale Renzo mand subito, in sulle galee, trecento fanti. 
Ha Monopoli, terra di circuito piccolissimo, il mare da tre bande, e di verso la terra  la muraglia di trecento o trecento cinquanta passi, col fosso intorno. A rincontro della muraglia fece il marchese uno bastione vicino a uno tiro di archibuso, e due altri in sul lito del mare, uno da ogni parte; ma questi tanto lontani che battevano il mare e la porta di verso il mare, per impedire che le galee non vi mettessino soccorso o vettovaglia. Dette, di aprile, il Guasto l'assalto a Monopoli; dove, secondo gli avvisi di Barletta, perd pi di cinquecento uomini e molti guastatori, e rotti tre pezzi di artiglieria; e si discost uno miglio e mezzo: perch i viniziani, usciti fuora, scorseno tutti i bastioni suoi, ammazzando pi di cento uomini; e l'artiglieria della terra gli danneggiava assai, e avevano assicurato il porto con uno bastione fatto in su il lito a rincontro del suo. E perch i viniziani non bastavano a guardare quello e l'altre terre, Renzo aveva mandato gente a Monopoli; e una delle due galee loro che andavano a Monopoli con fanti e vettovaglie si roppe in porto. 
Accostossi di nuovo il Guasto a Monopoli (dove era Cammillo Orsino e Giovanni Vitturio proveditore), dove faceva due cavalieri per battere per di dentro, e trincee per condursi in su' fossi e riempiergli con seicento carra di fascine (ma poco poi, usciti di Monopoli dugento fanti, abbruciorno il bastione o cavaliere di mezzo); e accostatosi con una trincea al diritto della batteria, e fatta una altra trincea al diritto degli alloggiamenti spagnuoli, lontana al fosso uno tiro di mano, e dietro a quella fortificato uno bastione, vi piant su l'artiglieria, e batt sessanta braccia di muro, a quattro braccia da terra vel circa. Ma inteso che la notte vi era entrato Melfi, con genti mandate da Renzo, ritir l'artiglieria; e finalmente, essendo la fine di maggio, ne lev il campo. 
Seguitorono, e mentre stava il campo a Monopoli e dopo la ritirata, varie fazioni e movimenti; perch e quegli di Barletta facevano prede e danni grandissimi e i fanti che erano nel monte di Santo Angelo, de' quali era capo Federico Caraffa, presono San Severo e, soccorsa la terra di Vico, costrinsono gli imperiali a levarne il campo. And poi il Caraffa per mare con ventisei vele a Lanciano, dove erano alloggiati cento sessanta uomini d'arme; ed entratovi per forza ne men trecento cavalli da fazione e molta preda, non vi lasciato alcuno presidio. Facevano anche molti fuorusciti danni grandissimi in Basilicata. Per le quali difficolt si impediva molto agli imperiali l'esigere le imposizioni: n  dubbio, che se il re di Francia avesse mandato danari e qualche soccorso, che sariano per tutto il regno succeduti nuovi travagli, per i quali sarebbe stato almeno implicato l'esercito cesareo alla difesa delle cose proprie. Ma non potevano finalmente genti tumultuarie e collettizie, e senza soccorso o rinfrescamento alcuno (perch soli i fiorentini davano a Renzo qualche sussidio), fare cose di momento grande (anzi il duca di Ferrara deneg a Renzo di mandargli per mare quattro pezzi di artiglierie); perch in Barletta cominciava a mancare frumento e danari; e circa secento rebelli assediati dal vicer della provincia in Monte Lione, necessitati ad arrendersi per non avere n munizioni n vettovaglie, furno condotti prigioni a Napoli. Andorono dipoi il principe di Melfi con l'armate, e Federico Caraffa per terra, a campo a Malfetta, terra gi del principe; dove Federico combattendo fu ammazzato da uno sasso: donde il principe sdegnato, sforzata la terra, la saccheggi. Simile infortunio accadde a Simone Romano: perch essendo l'armata viniziana, la quale da Cavo di Otranto infestava tutto il paese, accostatasi a Brindisi, e poste genti in terra, dove anche era Simone Romano, occuporono la citt; ma combattendo la rocca, Simone fu morto di una artiglieria.

Lib.19, cap.8

(Fazioni di guerra in Lombardia; accordi fra i collegati; arrivo di fanti spagnuoli dal genovese ad Antonio de Leva. Aspirazioni del pontefice su Perugia; timori di Malatesta Baglione e suoi accordi coi fiorentini e coi francesi. Intrighi del pontefice contro il duca di Ferrara. Il pontefice fa bruciare la bolla con cui accordava il divorzio al re d'Inghilterra; disgrazia e morte del cardinale eboracense. )

Ma in Lombardia, di marzo, San Polo prese per forza Serravalle, e la fortezza si accord di stare neutrale. Ma essendovi gli inimici rientrati di notte di furto, si temeva non potere pi impedire agli spagnuoli il cammino per Milano, massime che ogni d gli diminuivano le genti per mancamento di denari; avendone pochi dal re, e di quegli, come capitano di pochissimo governo, spendendone una parte per s (che diceva esserne creditore del re) un'altra parte fraudata da' ministri. Disputavasi tra il re e i viniziani quale impresa fusse da fare, e il re instava di Genova, per la importanza di quella citt, massime affermandosi gi per cosa certa che Cesare passerebbe la state prossima in Italia, e perch il re, veduto i viniziani non l'avere mai aiutato n a soccorrere n a recuperare quella citt, non ostante si fussino escusati allegando essere stato rumore della venuta in Italia di nuovi tedeschi, dubitava non fusse molesta loro la vittoria di quella impresa: ma i viniziani, allegando essere restata a Antonio de Leva pochissima gente, e offerendo, acquistato che fusse Milano, mandare le genti alla espugnazione di Genova, si deliber fare, con suo consentimento, la impresa di Milano con sedicimila fanti, provedendo ciascuno alla met. Fu questa deliberazione fatta di marzo, e assente il duca di Urbino; il quale, per l'essersi approssimati a' confini del regno il principe di Oranges e i fanti tedeschi, si era, quasi contro alla volont de' viniziani, ridotto nel suo stato: ma i viniziani lo condussono di nuovo, con le condizioni medesime le quali aveano prima ottenute da loro il conte di Pitigliano e Bartolommeo d'Alviano, e gli mandorono trecento cavalli e tremila fanti per sua difesa, come erano tenuti: e detteno il titolo di governatore a Ianus Fregoso. Erano nell'esercito viniziano secento uomini d'arme mille cavalli leggieri e quattromila fanti, bench fussino obligati a tenerne dodicimila; il quale esercito prese, il sesto d di aprile, Casciano per forza e la rocca a discrizione: e Antonio de Leva e il Torniello, usciti di Milano per divertire, vi si ritirorono. Succedette la passata de' fanti spagnuoli, che erano mille dugento, del genovese a Milano; per impedire la quale si erano fatte tante pratiche e tante consulte. Perch, avendo creduto San Polo e i viniziani che e' tentassino di passare per il tortonese e lo alessandrino, partiti da Voltaggio, preseno, per ordine del Belgioioso, cammino pi lungo per la montagna di Piacenza e luoghi sudditi alla Chiesa; ed essendo venuti a Varzi nella montagna predetta, non ostante che San Polo inviasse in l centocinquanta cavalli, e desse avviso del cammino loro a Lodi e alle genti de' viniziani (i quali, per ovviare, mandorono parte delle loro genti al duca di Milano, ma pi tardi uno giorno di quello che era necessario e minore numero di quelle che avevano promesso), passorono di notte il Po ad Arena, serviti di navi di Piacenza (n si poteva pi ovviare l'unione loro col Leva, che per facilitarla era venuto a Landriano, dodici miglia da Pavia); e condottisi a Milano, essendo s poveri d'ogni cosa che si conveniva loro il nome di bisognoso, accrebbeno le calamit de' milanesi, spogliandogli insino per le strade. Cos restorono vani i disegni de' franzesi e de' viniziani, di tutta la vernata, che erano stati di impedire la passata di questi fanti, pigliare Gavi e i luoghi circostanti per conto di Genova, e Case, che faceva danno grande a tutto il paese. Prese ancora Antonio de Leva a patti Binasco. Ma l'essere stati gli spagnuoli accomodati di barche da Piacenza, e il credersi che non si sarebbeno mossi se non avessino avuto certezza di potere in caso di necessit ritirarsi in quella citt, aggiunto a molti altri indizi, accresceva a' collegati il sospetto (e massime veduta la restituzione delle fortezze) che il pontefice non fusse accordato o per accordare con Cesare. 
Il quale avendo volto, bench occultamente, tutti i suoi pensieri a ricuperare lo stato di Firenze, se bene aggirando gli oratori franzesi tenesse varie pratiche e proponesse varie speranze, a loro e agli altri confederati, di accostarsi alla lega, nondimeno, parte movendolo il timore della grandezza di Cesare e la prosperit de' suoi successi, parte lo sperare di indurre pi facilmente lui che non arebbe indotto il re di Francia ad aiutarlo a rimettere i suoi in Firenze, desiderava estremamente, per facilitare questo disegno, tirare a sua divozione lo stato di Perugia: per si credeva che fomentasse Braccio Baglione e Pirro, che tutto d tentavano nuovi travagli in quegli confini. Per il quale sospetto Malatesta, dubitando che mentre stava a' soldi suoi non avesse a essere oppresso con il suo favore, gli pareva necessario cercarsi di altra protezione. E per, mosso o da questa cagione o da cupidit di maggiori partiti, o dall'odio antico, negava di ricondursi seco, pretendendo non essere tenuto all'anno del beneplacito, perch diceva non apparirne scrittura, bench il pontefice affermasse che gli era obligato: per trattando di condursi col re di Francia e co' fiorentini, e lamentandosi eziandio di pratiche tenute dal cardinale di Cortona contro a lui, e di una lettera, che aveva intercetta, del cardinale de' Medici a Braccio Baglione. Ma il pontefice, volendo per indiretto interrompere questa condotta, proib per editti publici che niuno suo suddito pigliasse senza sua licenza soldo da altri prncipi, sotto pena di confiscazione. Nondimeno, non rest per questo Malatesta di condursi. Al quale i franzesi si obligorono di dare dugento cavalli, dumila scudi di provisione, l'ordine di San Michele e dumila fanti in tempo di guerra; e i fiorentini gli detteno titolo di governatore, dumila scudi di provisione, mille fanti in tempo di guerra, cinquanta cavalli al figliuolo suo e cinquanta al figliuolo di Orazio, e cinquecento scudi per il piatto di tutti due; preseno la protezione del suo stato e di Perugia; e tra il re di Francia e loro cento scudi il mese a tempo di pace, per intrattenere dieci capitani. Pagavongli i fiorentini anche dugento fanti per guardare Perugia; ed egli obligato, ne' bisogni loro, di andare a servirgli con mille fanti soli, non avendo eziandio le genti promesse da' franzesi. Querelossi molto appresso al re di Francia il pontefice di questa condotta, come fatta direttamente per impedirgli di potere disporre a suo arbitrio d'una citt suddita alla Chiesa. L'animo del quale non volendo il re offendere, differiva il ratificarla; e il pontefice per questo sperando di poterne rimuovere Malatesta, lo persuadeva che continuasse l'anno del beneplacito, e nel tempo medesimo fomentava occultamente Braccio Baglione, Sciarra Colonna e i fuorusciti di Perugia, i quali raccogliendo gente si erano accampati a Norcia: cose tutte vane, perch Malatesta era deliberato non continuare negli stipendi del pontefice; e aiutandolo scopertamente i fiorentini, non temeva di questi movimenti: i quali conoscendo il pontefice non bastare alla sua intenzione, presto cessorono. Non lasciava anche il pontefice stare quieto il duca di Ferrara, tanto alieno dalle convenzioni fatte in nome del collegio de' cardinali con lui che, essendo vacato di nuovo il vescovato di Modona per la morte del cardinale da Gonzaga, promesso al figliuolo del duca in quella convenzione, lo confer a uno figliuolo di Ieronimo Morone; cercando, per la denegazione del possesso, occasione di provocargli contro questo ministro di autorit appresso allo esercito imperiale. Ma si crede che ancora, per mezzo di Uberto da Gambara governatore di Bologna, trattasse con Ieronimo Pio di occupare Reggio: del quale il duca, pervenutogli indizio di questa pratica, fece pigliare il debito supplicio. Trattava anche di recuperare furtivamente Ravenna, cosa che medesimamente riusc vana. 
Nel quale tempo anche, o poco poi, il pontefice, inclinando ogni d pi con l'animo alle parti di Cesare, ed essendo gi con lui in pratiche molto strette, per le quali mand il vescovo di Vasone suo maestro di casa a Cesare, avoc in ruota la causa del divorzio di Inghilterra: cosa che arebbe fatto molto innanzi se non l'avesse ritenuto il rispetto della bolla che era in Inghilterra, in mano del Campeggio. Perch, essendo augumentate le cose di Cesare in Italia, non solamente non volendo offenderlo pi ma rivocare l'offesa che gli aveva fatta, deliberato eziandio, innanzi che ammalasse, di avocare la causa, mand Francesco Campana in Inghilterra al cardinale Campeggio, dimostrando al re mandarlo per altre cagioni pure attenenti a quella causa, ma con commissione al Campeggio che abbruciasse la bolla: il che bench differisse di eseguire, per essere sopravenuta la infermit del pontefice, guarendo poi, messe a effetto il comandamento suo. Per il pontefice, liberato da questo timore, avoc la causa, con indegnazione grandissima di quel re, massime quando dimandando la bolla al cardinale intese quello che ne era successo. Partorirono queste cose la ruina del cardinale eboracense, perch il re presupponeva la autorit del cardinale essere tale appresso al pontefice che, se gli fusse stato grato il matrimonio con Anna, arebbe ottenuto tutto quello che avesse voluto. Per la quale indegnazione aperti gli orecchi alla invidia e alle calunnie de' suoi avversari, toltogli i danari e le robe sue mobili di immoderata valuta, e delle entrate ecclesiastiche lasciatagli una piccola parte, lo releg al suo vescovado con pochi servitori; n molto poi, o per avere intercette sue lettere al re di Francia o per altra cagione, istigato dai medesimi, i quali per certe parole dette dal re, che dimostravano desiderio di lui, temevano che egli non recuperasse la pristina autorit, lo cit a difendere una accusazione introdotta contro a lui nel consiglio regio; per la quale essendo menato alla corte come prigione, sopravenutogli, nel cammino, flusso o per sdegno o per timore, mor il secondo d della sua infermit: esempio, a' tempi nostri, memorabile di quel che possa la fortuna e la invidia nelle corti de' prncipi.

Lib.19, cap.9

Saggi indirizzi di politica del gonfaloniere fiorentino Niccol Capponi; opposizione di cittadini ambiziosi, che diffondono sospetti fra la moltitudine; sostituzione del gonfaloniere. )

Ma in questo tempo succedette in Firenze nuova alterazione contro a Niccol Capponi gonfaloniere, quasi alla fine del secondo anno del suo magistrato, concitata principalmente dalla invidia di alcuni cittadini principali, i quali usorono per occasione il sospetto vano e la ignoranza della moltitudine. Aveva Niccol avuto in tutto il suo magistrato due obietti principali: difendere contro alla invidia fresca quegli che erano stati onorati dai Medici, anzi, che co' principali di loro si comunicassino, come con gli altri cittadini, gli onori e i consigli publici; e nelle cose che non erano di momento alla libert non esacerbare l'animo del pontefice: cosa l'una e l'altra molto utile alla republica, perch molti di quegli medesimi che, come inimici del governo, erano perseguitati sarebbono stati amicissimi, sapendo massime che il pontefice, per le cose succedute ne' tempi che si mut lo stato, aveva mala sodisfazione di loro; e il pontefice, se bene desiderasse ardentissimamente il ritorno de' suoi, pure, non provocato di nuovo, aveva minore causa di precipitarsi e di querelarsi, come continuamente faceva, con gli altri prncipi. Ma a queste cose si opponeva la ambizione di alcuni i quali, conoscendo, se erano ammessi nel governo quegli altri, uomini senza dubbio di maggiore esperienza e valore, dovere restare minore la loro autorit, non attendevano ad altro che a tenere la moltitudine piena di sospetto del pontefice e di loro; calunniando il gonfaloniere per queste cagioni, e perch non ottenesse la prorogazione nel magistrato per il terzo anno, che non avesse l'animo alieno, quanto ricercava la autorit della republica, da' Medici. Dalle quali calunnie egli inconcusso, e giudicando molto utile che il pontefice non si esasperasse, intratteneva con lettere e con imbasciate il pontefice privatamente; pratiche per non cominciate n proseguite senza saputa sempre di alcuni de' principali e di quegli che erano ne' primi magistrati, n a altro fine che per rimuoverlo da qualche precipitazione. Ma essendogli per caso caduta una lettera ricevuta da Roma, nella quale era qualche parola da generare sospetto a quegli che non sapevano la origine e il fondamento di queste cose, e pervenuta nelle mani di alcuni di quegli che risedevano nel supremo magistrato, concitati alcuni giovani sediziosi, occuporono con l'armi il palagio publico, ritenendo quasi come in custodia il gonfaloniere; e chiamati i magistrati e molti cittadini, quasi tumultuosamente deliberorno che fusse privato del magistrato. La quale cosa approvata nel consiglio maggiore, si cominci poi a conoscere legittimamente la causa sua; e assoluto dal giudicio fu con grandissimo onore accompagnato alle case sue da quasi tutta la nobilt: ma surrogato in luogo suo Francesco Carducci, indegno, se tu riguardi la vita passata le condizioni sue e i fini pravi, di tanto onore.

Lib.19, cap.10

(nsuccesso dei collegati sotto Mortara. Disposizione del re di Francia e di Cesare alla pace, e primi accordi. Progressi dei collegati in Lombardia; discussioni e deliberazioni dei capitani dei collegati; vittoria degli imperiali a Landriano. )

A ventisette di aprile, pass Po a Valenza San Polo: per la passata del quale gli imperiali abbandonorono il Borgo a Basignano e la Pieve al Cairo. Di quivi mand Guido Rangone, con parte dello esercito, a Mortara, che era forte per fossi doppi, fianchi e acqua: i quali, avendo la notte piantato l'artiglieria senza provisione di gabbioni trincee e simili preparazioni, furono in su il d assaltati da quegli di dentro, che feciono loro danno assai e inchiodorno due pezzi d'artiglierie, con pericolo di non le pigliare tutte; non senza infamia di Guido, bench, indisposto del corpo, non si fusse trovato presente quando si piantorono. Era allora in Milano mala provisione; ma non erano migliori quelle de' franzesi e de' viniziani, che ricercando e dolendosi l'uno dell'altro non facevano alcuna provisione (pure San Polo diceva aspettare dumila alamanni): donde, tra l'altre difficolt, nasceva ne' collegati qualche dubbio che il duca di Milano, veduta la poca speranza che gli restava di avere con le forze e aiuti loro a ricuperare quello stato, non facesse per mezzo del Morone qualche concordia con gli imperiali. 
Ma erano i pensieri del re di Francia indiritti tutti alla pace, diffidandosi di potere altrimenti recuperare i figliuoli. Alla quale essendo anche inclinato Cesare, erano tornati di Spagna due uomini di madama Margherita, con mandato amplissimo in lei per fare la pace: di che essendo certificato il re da Lelu Baiard suo segretario, quale per questa cagione aveva spedito in Fiandra, dimand a' collegati che mandassino anche loro i mandati. Ed essendosi spiccato con l'animo effettualmente da tutte le provisioni della guerra, cercando pure tirare a s qualche giustificazione, si lamentava che i viniziani ricusavano contribuire a' denari per la passata sua: i quali, se bene da principio l'avessino stimolato caldamente, passando Cesare, a passare, e il re avesse offerto di farlo con dumila quattrocento lancie mille cavalli leggieri e ventimila fanti, in caso che da' confederati gli [si] dessino danari per pagare, oltre a questi, mille cavalli leggieri e ventimila fanti, e concorressino alla met della spesa delle artiglierie, nondimeno poi, qual fusse la cagione, si ritiravano. 
San Polo in questo tempo sforz con quattro cannoni Santo Angelo, dove erano quattrocento fanti; poi si volse a San Colombano, per aprirsi le vettovaglie di Piacenza, che si accord: e inteso Pavia essere di nuovo provista insino a mille fanti e in Milano quattromila, ma molti ammalati, volse il pensiero a Milano; e il Leva messe fanti in Moncia. Arrendessi, a' due di maggio, Mortara a San Polo a discrezione, battuta in modo che non poteva pi difendersi; e il Torniello, lasciata la terra di Novara ma non la rocca, dove messe pochissimi fanti, si ritir a Milano: in modo che gli imperiali non tenevano, di l dal Tesino, altro che Gaia e la rocca di Bi, avendo San Polo anche presa la rocca di Vigevano. And, a' dieci, al Ponte a Loca con pi di seimila fanti vivi, per unirsi, al borgo a San Martino, co' viniziani, che ne avevano manco di quattro. Arriv dipoi il duca di Urbino allo esercito; e venuti insieme a parlamento, a Belgioioso, determinorono nel consiglio comune di accamparsi a Milano con due eserciti da due parti, e che perci San Polo, passato il Tesino, girasse a Biagrassa per sforzarla, e il d medesimo i viniziani al borgo di San Martino, lontano da Milano cinque miglia; affermando i viniziani avere dodicimila fanti e San Polo otto, col quale dovevano unirsi i fanti del duca di Milano. Per San Polo pass il Tesino, e avendo trovato la terra di Biagrassa abbandonata ottenne per accordo la rocca; ed essendo, il d davanti alloggiato San Polo a Gazano, in su il navilio grande, a otto miglia di Milano, parlorono di nuovo, il terzo d di giugno, a Binasco. Nel quale luogo, essendo certificati che i viniziani non aveano la met de' dodicimila fanti a' quali erano tenuti per i capitoli della confederazione, e querelandosene gravemente San Polo, fu deliberato di accostarsi con uno campo solo a Milano dalla banda del lazaretto; non ostante che il conte Guido dicesse che Antonio de Leva, il quale non teneva altro che Milano e Como, usava dire che Milano non si poteva sforzare se non con due campi. Ma pochi d poi, congregati i capi dell'uno e l'altro esercito in Lodi, per consultare di nuovo, il duca di Milano e il duca di Urbino, bench prima avessino fatto instanza che si andasse a campo a Milano e dissuaso lo andare a Genova, consigliorono il contrario; allegando il duca di Urbino, per questa nuova deliberazione, molte ragioni, ma principalmente che, poich Cesare si preparava a passare in Italia (per il quale condurre era partito con le galee il Doria, agli otto di giugno, da Genova), e che si intendeva che in Germania si faceva preparazione di mandare nuovi tedeschi sotto il capitano Felix non sapeva quello che fusse meglio, o pigliare Milano o non lo pigliare. Allegavansi da lui queste ragioni, ma si credeva che veramente lo movesse l'antica sua consuetudine di non fare n dell'animo n della virt esperienza alcuna, o che forse, persuadendosi dovere succedere la pace che si trattava in Fiandra, avesse dimostrato al senato viniziano, il quale fortificava Bergamo, essere inutile, o ammesso o escluso che ne fussi, spendere per la recuperazione di Milano. La somma del suo consiglio fu che le genti de' viniziani si fermassino a Casciano, quelle del duca di Milano a Pavia, San Polo a Biagrassa, attendendo a vietare co' cavalli che vettovaglie non entrassino a Milano, dove si stimava fussino per mancare presto, perch era seminata piccolissima parte di quello contado. Non potette San Polo rimuovergli da questa sentenza, ma non approv gi il fermarsi col suo esercito a Biagrassa, allegando che ad affamare Milano bastava che le genti viniziane si fermassino a Moncia, le sforzesche a Pavia e a Vigevano, e che il re lo stimolava, in caso non si andasse a campo a Milano, di fare la impresa di Genova: la quale aveva in animo di tentare con celerit grande, sperando che, in assenza del Doria, Cesare Fregoso, che era accordato col re di Francia di esserne governatore lui e non il padre, la volterebbe con pochi fanti. I quali progressi, e il sapere quanto fussino diminuiti di fanti, aveva assicurato, in modo Antonio de Leva del pericolo di Milano che e' mand Filippo Torniello, con pochi cavalli e trecento fanti, a ricuperare Novara e i luoghi circostanti, mentre che i franzesi e i viniziani erano tra il Tesino e Milano: il quale, entrato per la rocca che si teneva per loro, ricuper Novara, e dipoi usc fuora con le genti a predare e raccrre vettovaglie. Ma accadde che essendo uscito della rocca e andando per la terra il castellano di Novara, due soldati sforzeschi e tre di Novara che erano nella rocca prigioni, ammazzati, con aiuto di alcuni che lavoravano nella rocca, e presi certi fanti spagnuoli, l'occuporono, sperando essere soccorsi da' suoi; perch il duca di Milano, come aveva inteso la partita del Torniello da Milano, dubitando di Novara, aveva mandato a quella volta Giampaolo suo fratello con non piccolo numero di cavalli e di fanti, che gi era arrivato a Vigevano. Ma il Torniello, come seppe il caso della rocca, torn subito a Novara, e con minacci e con preparazione di dare lo assalto spavent in modo quegli soldati sforzeschi che, pattuita solo la sua salute senza curarsi di quella de' novaresi che erano con loro, arrenderono la rocca. Deliberossi adunque di infestare Milano con le genti de' viniziani e del duca di Milano: bench il duca di Urbino disse che, per essere pi vicino allo stato de' viniziani, non si fermerebbe a Moncia ma a Casciano; e San Polo, il quale era alloggiato alla badia di Viboldone, deliber di tornare di l dal Po per andare verso Genova. Con questo consiglio and ad alloggiare a Landriano, lontano dodici miglia da Milano tra le strade di Lodi e di Pavia. E volendo andare il d seguente, che era ventiuno di giugno, ad alloggiare a Lardirago alla volta di Pavia, scrive il Cappella che mand innanzi l'artiglierie e i carriaggi e la vanguardia, e lui part pi tardi con la battaglia e col retroguardo; e che il Leva, avvisato dalle spie del ritardare suo e della partita dell'antiguardia, usc di notte di Milano con la gente incamiciata (egli, perch aveva gi lungamente il corpo impedito da dolori, armato in su una sedia, portato da quattro uomini); e giunto a due miglia di Landriano, andando senza suoni, avuto dalle spie San Polo non essere ancora partito da Landriano, accelerato il passo gli assalt innanzi sapessino la sua venuta: essendo gi il primo squadrone, sotto Gian Tommaso da Galler, camminato tanto innanzi che non era a tempo al soccorso de' suoi. E bench San Polo sperasse ne' tedeschi, che ne aveva dumila cinquecento, loro cominciorno a ritirarsi; ma furono sostenuti da Gianieronimo da Castiglione e da Claudio Rangone capi di dumila italiani, che combatterno egregiamente; ma al fine, voltando le spalle i cavalli e i tedeschi, gli italiani feciono il medesimo. E San Polo, volendo passare col cavallo una grande fossa rest prigione; e furno presi i cavalli e i carriaggi quasi di tutto lo esercito, e l'artiglieria; e quegli che fuggirono furono svaligiati, presso a Pavia, da' fanti del Piccinardo che vi erano a guardia. Ma il Martello scrive: che, essendo San Polo a mezzo il cammino tra Landriano e Lardirago, gl'imperiali assaltorno il retroguardo che gli fece piegare, ma scoprendosi una grossa imboscata di archibusieri incamiciati, assalt la battaglia per fianco e la roppe; che San Polo, smontato a pi, combatt con la picca gagliardamente e rest prigione egli, Gianieronimo da Castiglione, Claudio Rangone, Carbone, Lignach e altri, e la vanguardia menata dal conte Guido, che era gi alloggiata, si salv in Pavia; che i franzesi si portorono vilmente e i tedeschi il medesimo, e anche gli italiani eccetto Stefano Colonna e Claudio, che rest ferito in una spalla; che le lance si salvorono quasi tutte, e si ridusseno a Pavia circa dumila fanti di varie nazioni col conte Guido e, al principio della notte de' ventitr, se ne andorno a Lodi, s impauriti che furono per rompersi da loro medesimi, e ne restorno assai in cammino; e i capitani si scusavano per non essere pagate le genti, delle quali le franzesi se ne ritornorono tutte in Francia.

Lib.19, cap.11

(Pace di Barcellona fra il pontefice e Cesare; le condizioni della pace e gli accordi presi. Pace di Cambrai fra il re di Francia e Cesare; le condizioni della pace; contegno del re verso gli ambasciatori dei collegati. )

Cos posate l'armi quasi per tutta Italia, per due rotte ricevute, nella estremit di quella, da' franzesi, i pensieri de' prncipi maggiori erano volti agli accordi. De' quali il primo che successe fu quello del pontefice con Cesare, che si fece in Barzalona, molto favorevole per il pontefice; o perch Cesare desiderosissimo di passare in Italia, cercasse di rimuoversi gli ostacoli, parendogli avere per questo rispetto bisogno dell'amicizia del pontefice, o volendo, con capitoli molto larghi, dargli maggiore cagione di dimenticare l'offese avute da' suoi ministri e dal suo esercito. Che tra il pontefice e Cesare fusse pace e confederazione perpetua, a mutua difensione; concedesse il pontefice il passo, per le terre della Chiesa, all'esercito cesareo se volesse partire del regno di Napoli: Cesare, per rispetto del matrimonio nuovo e per la quiete di Italia rimetter in Firenze i nipoti di Lorenzo de' Medici nella medesima grandezza che erano innanzi fussino cacciati; avuto nondimeno rispetto delle spese far per la detta restituzione, come tra il papa e lui sar dichiarato: curer, il pi presto si potr, o con le armi o in altro modo pi conveniente, che il pontefice sia reintegrato nella possessione di Cervia e di Ravenna, di Modena di Reggio e di Rubiera, senza pregiudicio delle ragioni dello imperio e della sedia apostolica: conceder il pontefice, riavute le terre predette, a Cesare, per rimunerazione del beneficio ricevuto, la investitura del regno napoletano, riducendo il censo dell'ultima investitura a uno cavallo bianco per ricognizione del feudo; e gli conceda la nominazione di ventiquattro chiese cattedrali, delle quali erano in controversia, restando al papa la disposizione delle chiese che non fussino di padronato, e degli altri benefici: il pontefice e Cesare, quando passer in Italia, si abbocchino insieme per trattare la quiete di Italia e la pace universale de' cristiani, ricevendosi l'uno l'altro con le debite e consuete cerimonie e onore: Cesare, se il pontefice gli domander il braccio secolare per acquistare Ferrara, come avvocato, protettore e figliuolo primogenito della sedia apostolica, gli assister insino alla fine con tutto quello che sar allora in sua facolt, e converranno insieme delle spese, modi e forme da tenersi, secondo la qualit de' tempi e del caso: il pontefice e Cesare, di comune consiglio, penseranno qualche mezzo che la causa di Francesco Sforza si vegga di giustizia, legittimamente e per giudici non sospetti, acci che trovatolo innocente sia restituito; altrimenti Cesare offerisce che, bench la disposizione del ducato di Milano appartenga a lui, ne disporr con consiglio e consentimento del pontefice e ne investir persona che gli sia accetta, o ne disporr in altro modo come parr pi espediente alla quiete di Italia: promette Cesare che Ferdinando re di Ungheria, suo fratello, consentir che, vivente il pontefice e due anni poi, il ducato di Milano piglier i sali di Cervia, secondo la confederazione fatta tra Cesare e Lione, confermata nell'ultima investitura del regno di Napoli, non approvando perci la convenzione fattane col re di Francia, e senza pregiudizio delle ragioni dello imperio e del re di Ungheria: non possi alcuno di loro, in pregiudicio di questa confederazione, quanto alle cose di Italia, fare leghe nuove n osservare le fatte contrarie a questa; possino nondimeno entrarvi i viniziani, lasciando quello posseggono nel regno di Napoli, e adempiendo quello a che sono obligati a Cesare e a Ferdinando per l'ultima confederazione fatta tra loro, e rendendo Ravenna e Cervia, riservate eziandio le ragioni de' danni e interessi patiti per conto di queste cose: faranno Cesare e Ferdinando ogni opera possibile perch gli eretici si riduchino alla vera via, e il pontefice user i rimedi spirituali; e stando contumaci, Cesare e Ferdinando gli sforzeranno con le armi, e il pontefice curer che gli altri prncipi cristiani vi assistino secondo le forze loro: non riceveranno il pontefice e Cesare protezione di sudditi, vassalli e feudatari l'uno dell'altro, se non per conto del diretto dominio che avessino sopra alcuno, n si estendendo oltre a quello; e le protezioni altrimenti prese si intendino derogate infra uno mese. La quale amicizia e congiunzione, perch fusse pi stabile, la confermorno con stretto parentado; promettendo di dare per moglie Margherita figliuola naturale di Cesare, con dote di entrata di ventimila ducati l'anno, ad Alessandro de' Medici figliuolo di Lorenzo gi duca di Urbino, al quale il pontefice disegnava di volgere la grandezza secolare di casa sua; perch, nel tempo che era stato in pericolo di morte, aveva creato cardinale Ippolito figliuolo di Giuliano. Convennono, nel tempo medesimo, in articoli separati: conceder il pontefice a Cesare e al fratello, per difendersi contro a' turchi, il quarto delle entrate de' benefici ecclesiastichi, nel modo conceduto da Adriano suo predecessore; assolver tutti quegli che, in Roma o in altri luoghi, hanno peccato contro alla sedia apostolica, e quegli che hanno dato aiuto consiglio e favore, o che sono stati partecipi o hanno avuto rate le cose fatte, approvatele tacitamente o espressamente o prestato il consenso; non avendo Cesare publicato la crociata, concessagli dal pontefice meno ampia che le altre concesse innanzi, il pontefice, estinta quella, ne conceder un'altra in forma piena e ampia, come furono le concedute da Giulio e da Leone pontefici. Il quale accordo, essendo gi risolute tutte le difficolt, innanzi si stipulasse sopravenne a Cesare l'avviso della rotta di San Polo; e, ancora si dubitasse che per vantaggiare le sue condizioni non volesse variare delle cose ragionate, nondimeno prontamente conferm tutto quello che si era trattato; ratificando il medesimo d, che fu il vigesimo nono di giugno, innanzi all'altare grande della chiesa cattedrale di Barzalona piena di innumerabile moltitudine, e promettendo l'osservanza con solenne giuramento. 
Ma con non minore caldezza procedevano le pratiche della concordia tra Cesare e il re di Francia. Per le quali, poi che furono venuti i mandati, fu destinato Cambrai, luogo fatale a grandissime conclusioni; nel quale si abboccassino madama Margherita e madama la reggente madre del re di Francia; studiandosi il re, con ogni diligenza e arte, e con promettere (ancora quello che aveva in animo di non osservare) agli imbasciadori de' collegati di Italia (perch il re di Inghilterra consentiva a questi maneggi) di non fare concordia con Cesare senza consenso e sodisfazione loro; perch temeva che, insospettiti della sua volont, non prevenissino ad accordare seco, e cos di non restare escluso dalla amicizia di tutti. Per si sforzava persuadere loro di non sperare nella pace, anzi avere volto i pensieri alle provisioni della guerra. Sopra le quali trattando continuamente aveva mandato il vescovo di Tarba in Italia, con commissione di trasferirsi a Vinegia al duca di Milano a Ferrara e a Firenze, per praticare le cose appartenenti alla guerra, e promettere che passando Cesare in Italia passerebbe anche nel tempo medesimo con esercito potentissimo il re di Francia; concorrendo per la loro parte alle provisioni necessarie gli altri collegati. E nondimeno si strigneva continuamente la pratica dello accordo, per la quale, a' sette d di luglio, entrorono, per diverse porte, con grande pompa tutte due le madame in Cambrai; e alloggiate in due case contigue, che avevano l'adito dell'una nell'altra, parlorono il d medesimo insieme, e si cominciorno per gli agenti loro a trattare gli articoli; essendo il re di Francia (a chi i viniziani, impauriti di questa congiunzione, facevano grandissime offerte) andato a Compiagni, per essere pi presto a risolvere le difficolt che occorressino. Convenneno in quel luogo non solamente le due madame ma eziandio, per il re di Inghilterra, il vescovo di Londra e il duca di Soffolt, perch senza consenso e partecipazione di quel re non si tenevano queste pratiche; e il pontefice vi mand anche l'arcivescovo di Capua, e vi erano gli imbasciadori di tutti i collegati. Ma a questi riferivano i franzesi cose diverse alla verit di quello che si trattava, essendo nel re o tanta empiet o s solo il pensiero dello interesse proprio (che consisteva tutto nella ricuperazione de' suoi figliuoli) che facendogli instanza grande i fiorentini che, seguitando l'esempio di quel che il re Luigi suo suocero e antecessore aveva fatto l'anno mille cinquecento dodici, consentisse che per salvarsi accordassino con Cesare, aveva ricusato; promettendo che mai non conchiuderebbe l'accordo senza includervegli, e che si trovava preparatissimo a fare la guerra; come, anche nella maggiore strettezza del praticare, prometteva continuamente a tutti gli altri. Sopravenne a' ventitr di luglio l'avviso della capitolazione fatta tra il pontefice e Cesare, ed essendo molto stretta la pratica, si turb in modo, per certe difficolt che nacqueno sopra alcune terre della Francia Contea, che madama la reggente si messe in ordine per partirsi; ma per opera del legato del pontefice, ma pi principalmente dello arcivescovo di Capua, si fece la conclusione; ancora che, essendo gi conchiusa, il re di Francia promettesse le cose medesime che aveva prima promesse a' collegati. Finalmente, il quinto d di agosto, si public nella chiesa maggiore di Cambrai solennemente la pace. Della quale il primo articolo fu: che i figliuoli del re fussino liberati, pagando il re a Cesare per la taglia loro, credo, uno milione e dugento migliaia di ducati; e per lui al re d'Inghilterra, credo, dugentomila: restituire a Cesare, tra sei settimane dopo la ratificazione, tutto quello possedeva nel ducato di Milano; lasciargli Asti e cederne le ragioni; lasciare, pi presto potesse, Barletta e quel teneva nel regno di Napoli; protestare a viniziani che, secondo la forma de' capitoli di Cugnach, restituissino le terre di Puglia; e in caso non lo facessino dichiararsi loro inimico e aiutare Cesare, per la ricuperazione, con trentamila scudi il mese e con dodici galee quattro navi e quattro galeoni pagati per sei mesi: pagare quello che era in sua possanza delle galee prese a Portofino, o la valuta, defalcato quello che poi avessino preso Andrea Doria o altri ministri di Cesare; abolire, come prima erano convenuti a Madril, la superiorit di Fiandra e di Artois, e cedere le ragioni di Tornai e di Arazzo, il possesso di Nivers, per disobligare Cesare dello stato sopra Brabante: annullare il processo di Borbone, e restituire l'onore al morto e i beni a' successori (bench Cesare si querelasse poi che il re, subito che ebbe recuperati i figliuoli, di nuovo gli tolse loro): restituissinsi i beni occupati ad alcuno per conto della guerra o a' suoi successori (il che anche dette a Cesare causa di querela, perch il re non restitu i beni occupati al principe di Oranges): intendessinsi estinti tutti i cartelli, ed eziandio quello di Ruberto della Marcia. Fu compreso in questa pace per principale il pontefice, e vi fu incluso il duca di Savoia, s generalmente come suddito dello imperio s specialmente come nominato da Cesare; e che il re non si avesse a travagliare pi in cose di Italia n di Germania, in favore di alcuno potentato, in pregiudicio di Cesare; bench il re di Francia affermasse, ne' tempi seguenti, non essergli proibito per questa concordia di recuperare quello che il duca di Savoia occupava del regno di Francia, e quel che pretendeva appartenersegli per le ragioni di madama la reggente sua madre. Vi fu ancora uno capitolo che nella pace si intendessino inclusi i viniziani e i fiorentini in caso che, fra quattro mesi, fussino delle differenze loro d'accordo con Cesare (che fu come una tacita esclusione); e credo il simile del duca di Ferrara. N de' baroni e fuorusciti del regno di Napoli fu fatto menzione alcuna. Di che il re, che, fatto l'accordo, and subito a Cambrai a visitare madama Margherita, non essendo per al tutto di atto tanto brutto senza vergogna, fugg per qualche d, con vari sotterfugi, il cospetto e l'udienza degli imbasciadori de' collegati. A' quali poi finalmente, uditi in disparte, fece escusazione che, per ricuperare i figliuoli, non aveva potuto fare altro; ma che mandava l'ammiraglio a Cesare per benefizio loro, e altre vane speranze: promettendo a' fiorentini di prestare loro, perch si aiutassino dagli imminenti pericoli, quarantamila ducati; che riuscivano come l'altre promesse. E dimostrando farlo per loro sodisfazione, dette licenza a Stefano Colonna, del quale non intendeva pi servirsi, che andasse agli stipendi loro.

Lib.19, cap.12

(Nuovi progressi degli imperiali in Lombardia. Ordine di Cesare al principe d'Oranges di assaltare lo stato dei fiorentini, ed accordi fra il principe e il pontefice. Venuta di Cesare in Italia; i fiorentini inviano a lui ambasciatori; contegno dei veneziani, del duca di Ferrara e del duca di Milano. Preparativi dei fiorentini per la difesa. Occupazione di Spelle da parte del principe d'Oranges. )

Le quali cose mentre che si trattavano, Antonio de Leva aveva ricuperato Biagrassa; e il duca di Urbino, standosi nello alloggiamento di Casciano e attendendo con numero incredibile di guastatori a fortificarlo, consigliava si tenesse Pavia e Santo Angelo, allegando l'alloggiamento di Casciano essere opportuno a soccorrere Lodi e Pavia. And dipoi Antonio de Leva a Enzago, a tre miglia di Casciano, donde continuamente scaramucciava con le genti viniziane; e ultimatamente, da Enzago a Vauri, o per correre nel bergamasco o per essergli state rotte l'acque da' viniziani. Entr il Vistarino in questo tempo in Valenza, per il castello, e roppe dugento fanti che vi erano; il marchese di Mantova era ritornato alla devozione imperiale; e gi erano arrivati, di luglio, per mare, a Genova dumila fanti spagnuoli per aspettare la venuta di Cesare. 
Ma Cesare, subito che ebbe fatto l'accordo col pontefice, commesse al principe di Oranges che, a requisizione del pontefice, assaltasse con l'esercito lo stato de' fiorentini: il quale, venuto all'Aquila, raccoglieva a' confini del regno le genti sue. Ricercollo instantemente il pontefice che passasse innanzi; perci il principe, senza le genti, l'ultimo d di luglio, and a Roma per stabilire seco le provisioni. A Roma, dopo varie pratiche, le quali talvolta furno vicine alla rottura per le difficolt che faceva il papa allo spendere, composeno finalmente che il pontefice gli desse di presente trentamila ducati, e in breve tempo quarantamila altri; perch egli, a sue spese, riducesse prima Perugia, cacciatone Malatesta Baglione, a ubbidienza della Chiesa, dipoi assaltasse i fiorentini per restituire in quella citt la famiglia de' Medici; cosa che il pontefice reputava facilissima, persuadendosi che, abbandonati da ciascuno, avessino, secondo la consuetudine de' suoi maggiori, pi presto a cedere che a mettere la patria in sommo e manifestissimo pericolo. Per raccolse il principe le sue genti, le quali erano tremila fanti tedeschi, ultime reliquie di quegli che erano, e di Spagna col vicer e di Germania con Giorgio Fronspergh, passati in Italia, e [quattro]mila fanti italiani non pagati, sotto diversi colonnelli, Pieroluigi da Farnese, il conte di San Secondo e il colonnello di Marzio e Sciarra Colonna; e il pontefice cav di Castel Santo Angelo, per accomodarlo, tre cannoni e alcuni pezzi di artiglierie; e dietro a Oranges aveva a venire il marchese del Guasto, co' fanti spagnuoli che erano in Puglia. Ma in Firenze era deliberazione molto diversa, e gli animi ostinatissimi a difendersi. La quale perch fu cagione di cose molto notabili, pare molto conveniente descrivere particolarmente la causa di queste cose [e] il sito della citt 
Le quali cose mentre da ogni parte si preparano, Cesare, partito di Barzalona con grossa armata di navi e di galee (in sulla quale erano mille cavalli e novemila fanti), poi che non senza travaglio e pericolo fu stato in mare quindici d, arriv il duodecimo d di agosto a Genova; nella quale citt ebbe notizia della concordia fatta a Cambrai: e nel tempo medesimo pass in Lombardia agli stipendi suoi il capitano Felix con ottomila tedeschi. Spavent la venuta sua con tanto apparato gli animi di tutta Italia, gi certa di essergli stata lasciata in preda dal re di Francia. Per i fiorentini, sbigottiti in su' primi avvisi, gli elesseno quattro imbasciadori de' principali della citt, per congratularsi seco e cercare di comporre le cose loro: ma dipoi, ripigliando continuamente animo, moderorono le commissioni; ristrignendosi solo a trattare seco degli interessi suoi e non delle differenze col pontefice: sperando che a Cesare, per la memoria delle cose passate e per la piccola confidenza che soleva essere tra i pontefici e gl'imperadori, fusse molesta la sua grandezza, e per avesse a desiderare che e' non aggiugnesse alla potenza della Chiesa l'autorit e le forze dello stato di Firenze. Dispiacque molto a' viniziani che, essendo i fiorentini collegati con loro, avessino eletto al comune inimico, senza loro partecipazione, imbasciadori; e se ne lament anche il duca di Ferrara, bench seguitando l'esempio loro, ve ne mand anche egli subitamente; e i viniziani consentirono al duca di Milano che facesse il medesimo: il quale, molto innanzi, aveva tenuto occultamente pratica col pontefice perch lo accordasse con Cesare, conoscendo, eziandio innanzi alla rotta di San Polo, potere sperare poco nel re di Francia e de' viniziani. 
Fece Cesare sbarcare i fanti spagnuoli che aveva condotti seco a Savona, e gli volt in Lombardia, perch Antonio de Leva uscisse potente in campagna; e aveva offerto di sbarcargli alla Spezie per mandargli in Toscana. Ma al pontefice, per la impressione che si aveva fatto, non parveno necessarie tante forze, desiderando massime, per conservazione del paese, non volgere senza bisogno tanto impeto contro a quella citt. Contro alla quale e contro a Malatesta Baglione gi procedendo scopertamente, fece ritenere nelle terre della Chiesa il cavaliere Sperello; il quale, spedito con danari, innanzi alla capitolazione fatta a Cambrai, dal re di Francia (il quale aveva ratificata la sua condotta), ritornava a Perugia. Fece anche ritenere, appresso a Bracciano, i danari mandati da' fiorentini allo abate di Farfa, condotto da loro con dugento cavalli, perch soldasse mille fanti; ma fu necessitato presto a restituirgli, perch avendo il pontefice deputati legati a Cesare i cardinali Farnese, Santa Croce e Medici, e passando quello di Santa Croce, l'abate avendolo fatto ritenere, non lo volle liberare se prima non riaveva i danari. Ma i fiorentini continuavano nelle loro preparazioni, avendo invano tentato con Cesare che, insino che avesse udito gli imbasciadori loro, si fermassino l'armi. Ricercorono don Ercole da Esti, primogenito del duca di Ferrara, condotto da loro sei mesi innanzi per capitano generale, che venisse con le sue genti, come era obligato loro. Il quale, bench avesse accettato i danari mandatigli per soldare mille fanti, deputati, quando cavalcava, per guardia sua, nondimeno, anteponendo il padre le considerazioni dello stato alla fede, recus di andare, non restituiti anche i danari, bench mand i suoi cavalli: donde i fiorentini gli disdissono il beneplacito del secondo anno. Ma gi il principe di Oranges, il decimonono d di agosto, era a Terni e i tedeschi a Fuligno, dove si faceva la massa: essendo cosa ridicola che, essendo fatta e publicata la pace tra Cesare e il re di Francia, il vescovo di Tarba, come imbasciadore del re a Vinegia a Ferrara a Firenze e a Perugia, magnificasse le provisioni potentissime del re alla guerra, e confortasse loro a fare il medesimo. Venne dipoi il principe, con seimila fanti tra tedeschi e italiani, a campo a Spelle: dove, appresentandosi con molti cavalli alla terra per riconoscere il sito, fu ferito in una coscia da quegli di dentro Giovanni d'Urbina, che, esercitato in lunga milizia di Italia, teneva il principato tra tutti i capitani di fanti spagnuoli; della quale ferita mor in pochi d, con grave danno dello esercito, perch per consiglio suo si reggeva quasi tutta la guerra. Piantoronsi poi l'artiglierie a Spelle, dove, sotto Lione Baglione, fratello naturale di Malatesta, erano pi di cinquecento fanti e venti cavalli: ma essendosi battuto pochi colpi a una torre che era fuora della terra a canto alle mura, quegli di dentro, ancora che Lione avesse dato a Malatesta speranza grande della difesa, si arrenderono subito, con patto che la terra e gli uomini suoi restassino a discrezione del principe, i soldati, salve le persone e le robbe che potessino portare addosso, uscissino con le spade solo, n potessino per tre mesi servire contro al pontefice o contro a Cesare; ma nell'uscire furono quasi tutti svaligiati. Fu imputato di questo accordo non mediocremente Giovanbatista Borghesi fuoruscito sanese, che avendo cominciato a trattare con Fabio Petrucci, il quale era nello esercito, gli dette la perfezione con aiuto degli altri capitani: il che Malatesta attribuiva a infedelt, molti altri a vilt di animo.

Lib.19, cap.13

(Risposta di Cesare agli ambasciatori dei fiorentini mandati a trattare con lui. Contegno del re di Francia verso Cesare e verso i collegati italiani. Trattative fra Cesare e il duca di Milano. Azione del pontefice per la concordia fra i veneziani e Cesare. Accordi del duca di Milano coi veneziani; resa di Pavia a Antonio de Leva. )

Ma gli imbasciadori fiorentini, presentatisi intanto a Cesare, si erano nella prima esposizione congratulati della venuta sua, e sforzatisi di farlo capace che la citt non era ambiziosa, ma grata de' benefici e pronta a fare comodit a chi la conservasse; aveano scusato che era entrata nella lega col re di Francia per volont del pontefice che la comandava, e avere continuato per necessit; non procedendo pi oltre, perch non aveano commissione [di conchiudere, ma] di avvisare quello che fusse proposto loro, ed espresso comandamento della republica che non udissino pratica alcuna col pontefice; visitare gli altri legati suoi ma non il cardinale de' Medici. A' quali innanzi fusse risposto, disse loro il gran cancelliere, eletto nuovamente cardinale, che era necessario satisfacessino al pontefice; e querelandosi essi della ingiustizia di questa dimanda, rispose che, per essersi la citt confederata con gli inimici di Cesare e mandate le genti a offesa sua, era ricaduta dai privilegi suoi e devoluta allo imperio, e che per Cesare ne poteva disporre ad arbitrio suo. Finalmente fu risposto loro, in nome di Cesare, che facessino venire il mandato abile a convenire eziandio col pontefice, e che poi si attenderebbe alle differenze tra il papa e loro; le quali se prima non si componevano, non voleva Cesare trattare con loro gli interessi propri. Mandoronlo amplissimo a convenire con Cesare, ma non a convenire col pontefice: per, essendo Cesare (che part da Genova a' trenta di agosto) andato a Piacenza, gli imbasciadori seguitandolo non furono ammessi in Piacenza poich si era inteso non avere il mandato nel modo che aveva chiesto Cesare. Cos restorono le cose senza concordia. 
E aveva anche Cesare, ricevuti che ebbe rigidamente gli imbasciadori del duca di Ferrara, fattigli partire; bench ritornando poi con nuove pratiche, e forse con nuovi favori, furono ammessi. Mand anche Nassau oratore al re di Francia, a congratularsi che con nuova congiunzione avessino stabilito il vincolo del parentado, e a ricevere la ratificazione: per le quali cause mandava anche a lui il re l'ammiraglio, e a Renzo da Ceri mand danari perch si levasse con tutte le genti di Puglia; dove prepar anche dodici galee, perch vi andassino sotto Filippino Doria contro a' viniziani (contro a' quali Cesare mand Andrea Doria con trentasette galee): bench, giudicando dovere essere pi certa la recuperazione de' figliuoli se a Cesare restasse qualche difficolt in Italia, dava varie speranze a' collegati; e a' fiorentini particolarmente prometteva di mandare loro occultamente, per l'ammiraglio, danari, non perch avesse in animo di sovvenire o loro o gli altri ma perch stessino pi renitenti a convenire con Cesare.

Praticavasi intratanto continuamente tra Cesare e il duca di Milano, per mano del protonotario Caracciolo, che andava da Cremona a Piacenza; e parendo strano a Cesare che il duca si piegasse manco a lui di quello che arebbe creduto, e il duca da altro canto riducendosi difficilmente a fidarsi, fu introdotta pratica che Alessandria e Pavia si deponessino in mano del papa, insino a tanto fusse conosciuta la causa sua. A che scrive il Cappella che gli imbasciadori del duca che erano appresso a Cesare non volleno consentire; ma credo che la conclusione mancasse da Cesare, non gli parendo potesse resistere alle forze sue, e tanto pi che Antonio de Leva era andato a Piacenza e (come era inimico dell'ozio e della pace), l'aveva confortato con molte ragioni alla guerra. Per Cesare gli commesse che facesse la impresa di Pavia; disegnando anche che nel tempo medesimo il capitano Felix, che [era] venuto co' nuovi lanzi e con cavalli e artiglierie verso Peschiera, e dipoi entrato in bresciano, rompesse da quella banda a' viniziani; avendo fatto il marchese di Mantova capitano generale di quella impresa. 
Trattava intanto il pontefice la pace tra Cesare e i viniziani, con speranza di conchiuderla alla venuta sua di Bologna; perch avendo avuto prima in animo di abboccarsi a Genova con lui, avevano poi differito di comune consentimento, per la comodit del luogo, a convenirsi a Bologna; inducendogli a essere insieme non solo il desiderio comune di confermare e consolidare meglio la loro congiunzione, ma ancora Cesare la necessit, perch aveva in animo di pigliare la corona dello imperio, e il pontefice la cupidit della impresa di Firenze; e l'uno e l'altro di loro il desiderio di dare qualche forma alle cose d'Italia (che non poteva fare senza [comporre] le cose de' viniziani e del duca di Milano); ed eziandio di provedere a' pericoli imminenti del turco, il quale, con grande esercito entrato in Ungheria, camminava alla volta di Austria per attendere alla espugnazione di Vienna. 
Nel quale tempo tra Cesare e i viniziani non si facevano fazioni di momento; perch i viniziani, inclinati ad accordare seco, per non irritare pi l'animo suo, avevano ritirato l'armata loro dalla impresa del castello di Brindisi a Corf, attendendo solo a guardare le terre tenevano, e in Lombardia non si facendo per ancora se non leggiere escursioni. Per, intenti solo alla guardia delle terre, avevano messo in Brescia il duca d'Urbino, e in Bergamo il conte di Gaiazzo con seimila fanti. Il quale (non so se innanzi entrasse in Bergamo o poi), avendo fatto una imboscata presso a Valezzo, per avere inteso farsi una cavalcata da' cavalli borgognoni, essendo venuti grossi, lo ruppeno, preseno Gismondo Malatesta e Lucantonio; egli, fatto prigione da quattro italiani, persuasogli con grandi promesse che lo lasciassino fu da loro condotto a Peschiera e liberato. Erano i tedeschi mille cavalli e otto in diecimila fanti; i quali, stati dispersi qualche d, si ritirorno a Lonata, disegnandosi che insieme col marchese di Mantova facessino la impresa di Cremona, dove era il duca di Milano. Il quale, vedendosi escluso dallo accordo con Cesare, e che Antonio de Leva era andato a campo a Pavia, e che gi il Caracciolo andava a Cremona a denunziargli la guerra, convenne co' viniziani di non fare concordia con Cesare senza consentimento loro; i quali si obligorono dargli per la difesa del suo stato dumila fanti pagati e ottomila ducati il mese, e gli mandorono artiglierie e gente a Cremona; col quale aiuto confidava il duca potere difendere Cremona e Lodi. Perch Pavia fece contro a Antonio de Leva piccola resistenza, non solo perch non vi era vettovaglia per due mesi ma eziandio perch il Pizzinardo, proposto a guardarla, aveva mandato pochi d innanzi quattro compagnie di fanti a Santo Angelo, dove Antonio de Leva aveva fatto dimostrazione di volersi accampare; e per, essendo restato dentro con poca gente, diffidatosi poterla difendere, non aspettata n batteria n assalto, come vedde prepararsi di piantare l'artiglierie, si accord, salve le persone e la roba sua e de' soldati: con grande imputazione che avesse potuto pi in lui, e per indottolo ad affrettarsi, la cupidit di non perdere le ricchezze che aveva accumulate in tante prede che il desiderio di salvare la gloria acquistata per molte egregie opere fatte in questa guerra, e specialmente intorno a Pavia.

Lib.19, cap.14

(Proposte del principe d'Oranges a Malatesta Baglioni discusse fra questo e i fiorentini; accordi fra il principe e Malatesta per Perugia. Scarsissimi aiuti dei collegati ai fiorentini. )

Nel quale tempo era gi accesa molto la guerra di Toscana: perch il principe di Oranges, preso che ebbe Spelle, e che il marchese del Guasto, il quale lo seguitava con fanti spagnuoli, di quegli che erano stati a Monopoli, cominci ad appropinquarsi allo esercito suo, venne al ponte di San Ianni presso a Perugia in su il Tevere, dove si unirono seco i fanti spagnuoli; nella quale citt erano tremila fanti de' fiorentini. Aveva il principe, innanzi si accampasse a Spelle, mandato uno uomo a Perugia a persuadere Malatesta che cedesse alle voglie del pontefice; il quale, per ritirare a s in qualunque modo la citt di Perugia e per desiderio che l'esercito procedesse pi innanzi, offeriva a Malatesta che, uscendosi di Perugia, gli conserverebbe gli stati e beni suoi propri, consentirebbe che liberamente andasse alla difesa de' fiorentini, e si obligherebbe che Braccio e Sforza Baglioni e gli altri inimici suoi non rientrassino in Perugia: e bench Malatesta affermasse non volere accettare partito alcuno senza consentimento de' fiorentini nondimeno udiva continuamente le imbasciate del principe, il quale poich aveva acquistato Spelle gli faceva maggiore instanza. Comunicava queste cose Malatesta a' fiorentini: inclinato senza dubbio alla concordia, perch temeva alla fine del successo, e forse che i fiorentini non continuassino in porgergli tutti gli aiuti desiderava; e quando avesse ad accordare non sperava potere trovare accordo con migliori condizioni di quelle che gli erano proposte; stimando molto meglio che, senza offendere il pontefice e dargli causa di privarlo de' beni e delle terre che se gli preservavano, gli restasse la condotta de' fiorentini che, col volersi difendere, mettere in pericolo lo stato presente e le condizioni tollerabili che poteva avere dello esilio, e farsi esosi gli amici suoi e tutta la terra. Perseverava per sempre in dire di non volere accordare senza loro, ma soggiugnendo che volendo difendere Perugia era necessario che i fiorentini vi mandassino di nuovo mille fanti, e che il resto delle genti loro facesse testa all'Orsaia, lontana cinque miglia da Cortona, ne' confini del cortonese e perugino (il che non potevano fare senza sfornire tutte le terre), e nondimeno luogo s debole che era necessario si ritirassino a ogni movimento degli inimici. Dimostrava che se non si accordava, e il principe, lasciata indietro Perugia, pigliasse il cammino di Firenze, sarebbe necessario gli lasciassino in Perugia mille fanti vivi e anche non basterebbeno, perch il pontefice potrebbe travagliarla con altre forze che con le genti imperiali; ma che accordando, i fiorentini ritirerebbeno a s tutti i loro fanti, e lo seguiterebbeno anche dugento o trecento uomini de' suoi eletti; e che restandogli gli stati e beni suoi, ed esclusi gli inimici di Perugia, attenderebbe alla difesa con animo pi quieto. A' fiorentini sarebbe piaciuto molto il tenere la guerra a Perugia, ma vedendo che Malatesta trattava continuamente col principe, e sapendo anche che mai aveva intermesso di trattare col pontefice, dubitavano che egli, per gli stimoli de' suoi, per i danni della citt e del paese e per sospetto degli inimici e della instabilit del popolo, alla fine non cedesse; e pareva loro molto pericoloso il mettere in Perugia quasi tutto il nervo e il fiore delle loro forze, sottoposte al pericolo della fede di Malatesta, al pericolo dello essere sforzate dagli inimici, e alla difficolt del ritirarle in caso che Malatesta si accordasse. E consideravano ancora la mutazione di Perugia potergli poco offendere, restandovi gli amici di Malatesta e a lui le sue castella, n vi ritornando Braccio e i fratelli: donde il pontefice, mentre che la perseverava in quello stato, non poteva se non starne con continuo sospetto. Nella quale titubazione di animo, stimando sopra ogni cosa la salvazione di quelle genti, n si confidando interamente della costanza di Malatesta, mandorono segretissimamente, a' sei di settembre, uno uomo loro per levarle da Perugia, temendo non fussino ingannate se si faceva l'accordo: e inteso poi che per essere gi vicini gli inimici non si erano potute partire, spedirono a Malatesta il consenso che accordasse. Ma aveva gi, mentre che l'avviso era in cammino, prevenuto: perch Oranges, il nono di settembre, pass il Tevere al ponte di San Ianni; ed essendo alloggiato, dopo qualche leggiera scaramuccia, la notte medesima, conchiuse l'accordo con Malatesta, obligandolo a partirsi di Perugia, datagli facolt che e' godesse i suoi beni, potesse servire i fiorentini come soldato, ritirare salve le genti loro: le quali perch avessino tempo a ridursi in su il dominio fiorentino promesse Oranges stare fermo con l'esercito due d. Cos ne uscirno a' dodici, e camminando con grandissima celerit si condusseno il d medesimo a Cortona per la via de' monti, lunga e difficile, ma sicura. 
Cos si ridusse tutta la guerra nel terreno de' fiorentini. A' quali bench i viniziani e il duca d'Urbino avessino dato speranza di mandare tremila fanti, che per sospetto della venuta del principe a quelle bande avevano mandato nello stato di Urbino, nondimeno, non volendo dispiacere al pontefice, riusc promessa vana: solamente dettono i viniziani al commissario di Castrocaro danari per pagare dugento fanti. E non ostante che quel senato e il duca di Ferrara trattassino continuamente di comporre con Cesare, nondimeno, perch questa difficolt lo facesse pi facile alle cose loro, confortavano i fiorentini a difendersi.

Lib.19, cap.15

(Disegni dei fiorentini; perdita di Cortona e di Arezzo. Dichiarazione di Cesare di non voler udire gli ambasciatori fiorentini se non son rimessi i Medici in citt. Richiesta del pontefice che Firenze si rimetta in suo potere. Dispareri in Firenze; decisione di resistenza. Il principe d'Oranges intorno a Firenze; le forze dei fiorentini. Prime scaramuccie sotto Firenze. )

Due erano allora principalmente i disegni de' fiorentini: l'uno, che l'esercito ritardasse tanto a venire innanzi che avessino tempo a riparare la loro citt, alle mura della quale pensavano che finalmente si avesse a ridurre la guerra; l'altro, cercare di placare l'animo di Cesare, eziandio con l'accordare col pontefice, pure che non fusse alterato la forma della libert e del governo popolare. Per, non essendo ancora successo l'esclusione de' loro imbasciadori, avevano mandato uno uomo al principe di Oranges, ed eletti imbasciadori al pontefice; instando, quando gli significorono la elezione, che insino allo arrivare loro facesse soprasedere lo esercito: il che ricus di fare. Per il principe, fattosi innanzi, batt e dette l'assalto al borgo di Cortona che va a l'Orsaia, nella quale citt erano settecento fanti; e ne fu ributtato. In Arezzo era maggiore numero di fanti; ma Antoniofrancesco degli Albizi, commissario, inclinato ad abbandonarlo per paura che il principe, presa Cortona, lasciato indietro Arezzo, non andasse alla volta di Firenze, e che prevenendo a quelle genti che erano seco in Arezzo, la citt, mancandogli la pi pronta difesa che avesse, spaventata non si accordasse; per senza consenso publico, se bene forse con tacita intenzione del gonfaloniere, si part da Arezzo con tutte le genti, lasciati solamente dugento fanti nella fortezza: ma giunto a Feghine, per consiglio di Malatesta, che era quivi e approvava il ridurre le forze alla difesa di Firenze, rimand mille fanti in Arezzo perch non restasse abbandonato del tutto. Ma a' diciasette d, Cortona, alla difesa della quale sarebbeno bastanti mille fanti, non vedendo provedersi per i fiorentini gagliardamente, e inteso anche forse la titubazione di Arezzo, si arrend, ancora che poco stretta dal principe; col quale compose di pagargli ventimila ducati. La perdita di Cortona dette cagione a' fanti che erano in Arezzo, non si reputando bastanti a difenderlo, di abbandonare quella citt: la quale, a' diciannove d, si accord anche ella col principe: ma con capitoli e con pensieri di reggersi pi presto da se stessa in libert sotto l'ombra e protezione di Cesare che stare pi in soggezione de' fiorentini, dimostrando essere falsa quella professione che insino allora avevano fatto di essere amici della famiglia de' Medici e inimici del governo popolare. 
Nel quale tempo Cesare aveva negato espressamente non volere pi udire gli imbasciadori fiorentini se non restituivano i Medici; e Oranges, bench con gli oratori che erano appresso a lui detestasse senza rispetto la cupidit del papa e la ingiustizia di quella impresa, nondimeno aveva chiarito non potere mancare di continuarla senza la restituzione de' Medici: e trovandosi avere trecento uomini d'arme cinquecento cavalli leggieri dumila cinquecento tedeschi, di bellissima gente, dumila fanti spagnuoli tremila italiani, sotto Sciarra Colonna Piermaria Rosso Pierluigi da Farnese e Giovambatista Savello (co' quali si un poi Giovanni da Sassatello, defraudati i danari ricevuti prima da' fiorentini, de' quali aveva accettata la condotta), e poi Alessandro Vitelli, che avevano tremila fanti, ma avendo poche artiglierie, ricerc i sanesi che l'accomodassino di artiglierie. I quali, non potendo negare allo esercito di Cesare gli aiuti chiesti, ma per l'odio contro al pontefice e per il sospetto della sua grandezza malcontenti della mutazione del governo de' fiorentini, co' quali per l'odio comune contro al papa avevano avuto molti mesi quasi tacita pace e intelligenza, mettevano in ordine l'artiglierie ma con quanta pi lunghezza potevano. 
Aveva intratanto il papa udito gli oratori fiorentini, e risposto loro che la intenzione sua non era di alterare la libert della citt ma che, non tanto per le ingiurie ricevute da quel governo e dalla necessit di assicurare lo stato suo quanto per la capitolazione fatta con Cesare, era stato costretto a fare la impresa; nella quale trattandosi ora dello interesse dell'onore suo, non chiedeva altro se non che liberamente si rimettessino in potest sua, e che fatto questo dimostrerebbe il buono animo che aveva al benefizio della patria comune. E intendendo poi che, crescendo a Firenze il timore, massime poi che avevano inteso l'esclusione fatta degli oratori loro da Cesare, avevano eletto a lui nuovi imbasciadori, pensando fussino disposti a cedergli, e desideroso della prestezza per fuggire i danni del paese, mand in poste allo esercito l'arcivescovo di Capua: il quale, passando per Firenze, trov disposizione diversa da quel che si era persuaso. 
Fecesi intanto innanzi Oranges, e a' ventiquattro era a Montevarchi nel Valdarno, lontano venticinque miglia da Firenze, aspettando da Siena otto cannoni, che si mosseno il d seguente; ma camminando con la medesima lunghezza con la quale erano stati preparati, furono cagione che il principe, che a' ventisette aveva condotto l'esercito insino a Feghine e l'Ancisa, soprastette in quello alloggiamento insino a tutto il d quarto di ottobre: donde proced la durezza di tutta quella impresa. Perch, perduto Arezzo vedendosi mancare le speranze e le promesse fatte loro da ogni banda, la fortificazione che si faceva della citt dalla banda del monte non ancora ridotta in termine che, bench vi si lavorasse con grandissima sollecitudine, non paresse a' soldati che prima che fra otto o dieci d potesse mettersi in difesa, e intendendo l'esercito inimico camminare innanzi, ed essendosi dalla banda di Bologna mosso per ordine del papa Ramazzotto con tremila fanti, saccheggiata Firenzuola ed entrato nel Mugello, e temendosi non andasse a Prato, i cittadini spaventati cominciorono a inclinarsi all'accordo, e massime che molti se ne fuggivano per timore: in modo che, nella consulta del magistrato de' dieci proposto alle cose della guerra, nella quale consulta intervenneno i cittadini principali di quel governo, fu parere di tutti di spedire a Roma libero e ampio mandato per rimettersi nella volont del pontefice. Ma avendone fatta relazione al supremo magistrato, senza il consenso del quale non si poteva farne la deliberazione, il gonfaloniere, che ostinatamente era nella contraria sentenza, la contradisse; e congiugnendosi con lui il magistrato popolare de' collegi, che partecipava della autorit de' tribuni della plebe di Roma, nel quale per sorte erano molte persone di mala mente e di grande temerit e insolenza, potette tanto, fomentando anche la sua opinione l'ardire e le minaccie di molti giovani, che imped che per quei d non si fece altra deliberazione. E nondimeno  manifesto che se il d seguente, che fu il vigesimo ottavo di settembre, il principe si fusse spinto pi innanzi uno alloggiamento, quegli che contradicevano all'accordo non arebbeno potuto alla inclinazione di tutti gli altri resistere: da tante piccole cagioni dependono bene spesso i momenti di cose gravissime. Il soprasedere vano di Oranges, interpretato da alcuni che per nutrire la guerra fusse fatto studiosamente, perch allo accostarsi presso Firenze non gli erano necessarie l'artiglierie, fu causa che in Firenze molti ripreseno animo; ma quel che import pi fu che la fortificazione, continuata senza una minima intermissione di tempo con grandissimo numero d'uomini, si condusse in grado che, innanzi che Oranges si movesse da quello alloggiamento, giudicorono i capitani che i ripari si potessino difendere: donde cessata ogni inclinazione allo accordo, si messe la citt ostinatamente alla difesa; essendosi anche aggiunto ad assicurare gli animi loro che Ramazzotto, che aveva condotto seco villani senza denari e non soldati, essendo venuto non con disposizione di combattere ma di rubare, saccheggiato che ebbe tutto il Mugello, si ritir nel bolognese con la preda, dissolvendosi tutta la gente, la quale aveva venduto a lui la maggiore parte delle cose predate. Cos di una guerra facile, e che si sarebbe finita con piccolo detrimento di ciascuno, risult una guerra gravissima e perniciosissima, che non potette finirsi se non distrutto che fu tutto il paese, e condotta quella citt in pericolo dell'ultima sua desolazione. 
Mossesi, a' cinque di ottobre, Oranges da Feghine; ma camminando lentamente, per aspettare l'artiglierie di Siena che gli erano vicine, non ebbe condotte tutte le genti e l'artiglierie nel Piano di Ripoli, a due miglia di Firenze, prima che a' venti d, e a' ventiquattro alloggiato tutto l'esercito in su i colli vicini a' ripari: i quali, movendosi dalla porta di Saminiato, occupavano i colli eminenti alla citt, insino alla porta di San Giorgio; e movendosi anche una alia da Saminiato, che si distendeva insino in su la strada della porta di San Niccol. Erano in Firenze ottomila fanti vivi; e la resoluzione era di difendere Prato, Pistoia, Empoli, Pisa e Livorno, nelle quali terre tutte avevano messo presidio sufficiente, e il resto de' luoghi lasciare pi presto alla fede e disposizione de' popoli e alla fortezza de' siti che mettervi grosse genti per guardargli. Ma gi si empieva tutto il paese di venturieri e di predatori; e i sanesi non solo predavano per tutto, ma eziandio mandorono gente per occupare Montepulciano, sperando che poi dal principe fusse consentito loro il tenerlo; ma essendovi alcuni fanti de' fiorentini si difese facilmente: e vi sopragiunse poco poi Napolione Orsino, soldato de' fiorentini, con trecento cavalli, che non era voluto partirsi di terra di Roma insino a tanto che il pontefice non si fusse indiritto al cammino di Bologna.
Alloggiato Oranges l'esercito, e distesolo molto largo in su i colli di Montici, del Gallo e di Giramonte, e avuti guastatori e alcuni pezzi piccoli di artiglieria da' lucchesi, fece lavorare uno riparo, credevasi per dare uno assalto al bastione di Saminiato; e all'incontro, per offenderlo, furono piantati nell'orto di Saminiato quattro cannoni in su uno cavaliere. Arrenderonsi subito al principe le terre di Colle e di San Gimignano, luoghi importanti per facilitare le vettovaglie che venivano da Siena. Piant, a' ventinove, Oranges in su uno bastione del Giramonte quattro cannoni al campanile di Saminiato per abbatterlo, perch da uno sagro che vi era piantato era molto danneggiato l'esercito; e in poche ore se ne roppeno due. Per, avendo il d seguente condotto un altro, tratti che vi ebbeno invano circa cento cinquanta colpi, n potuto levarne il sagro, si astenneno dal tirarvi pi. E considerandosi per tutti la oppugnazione di Firenze, massime da uno esercito solo, essere difficillima, cominciorono le fazioni a procedere lentamente, pi tosto con scaramuccie che con maniera di oppugnazione. Fecesi, a' due di novembre, una grossa scaramuccia al bastione di San Giorgio e a quello di San Niccol e della strada Romana; e a' quattro fu piantata in su il Giramonte una colubrina al palazzo de' signori, che al primo colpo si aperse. E a' sette, i cavalli che erano dentro scorseno in Valdipesa, e preseno cento cavalli la pi parte utili; e cavalli e archibusieri, usciti dal Pontedera, preseno sessanta cavalli, tra le Capanne e la torre di San Romano.

Lib.19, cap.16

(Il pontefice e Cesare a Bologna. Accordi per continuare l'impresa contro Firenze. La questione di Modena e di Reggio. Discussioni per la pace coi veneziani e per il perdono di Cesare a Francesco Sforza. Continuazione della guerra in Lombardia. Pace di Cesare col duca di Milano e coi veneziani. )
 
Nel quale tempo essendo giunto il pontefice a Bologna, Cesare, secondo l'uso de' prncipi grandi, vi venne dopo lui; perch  costume che, quando due prncipi hanno a convenirsi, quello di pi degnit si presenta prima al luogo diputato, giudicandosi segno di riverenza che quello che  inferiore vadi a trovarlo: dove ricevuto dal papa con grandissimo onore, e alloggiato nel palazzo medesimo in stanze contigue l'una all'altra, pareva, per le dimostrazioni e per la dimestichezza che appariva tra loro, che fussino continuamente stati in grandissima benivolenza e congiunzione. Ed essendo gi cessato il sospetto della invasione de' turchi, perch l'esercito loro, presentatosi insieme con la persona [di Solimanno] innanzi a Vienna, dove era grossissimo presidio di fanti tedeschi, non solo avevano dati pi assalti invano ma ne erano stati ributtati con grandissima uccisione, in modo che diffidandosi di potere ottenerla, e massime non avendo artiglieria grossa da batterla e stretti da' tempi che in quella regione erano asprissimi, essendo il mese di ottobre, se ne levorono, non ritirandosi a qualche alloggiamento vicino ma alla volta di Costantinopoli, cammino credo di tre mesi; per trovandosi Cesare assicurato di questo sospetto, che l'aveva prima inclinato, non ostante l'acquisto di Pavia, a concordare col duca di Milano, e per mandato a Cremona il Caracciolo, ma ancora indotto a persuadere al pontefice il pensare a qualche modo per la concordia co' fiorentini, acci che spedito dalle cose di Italia potesse passare con tutte le genti in Germania a soccorso di Vienna e del fratello: ma cessato questo sospetto, cominciorono a trattare delle cose di Italia.
Nelle quali quella che premeva pi al pontefice era la impresa contro a' fiorentini; e in questa anche Cesare era molto inclinato, s per sodisfare al pontefice di quello che si era capitolato a Barzalona come perch, avendo la citt in concetto di essere inclinata alla divozione della corona di Francia, gli era grata la sua depressione. Per, essendo in Bologna quattro oratori fiorentini al pontefice e facendo anche instanza di parlare a lui, non volle mai udirgli, se non una volta sola quando parve al pontefice; da chi prese anche la sostanza della risposta che fece loro. Per si conchiuse di continuare la impresa e (perch la riusciva pi difficile che non era paruto al pontefice) di volgervi quelle genti che erano in Lombardia, se nascesse occasione d'accordo co' viniziani e con Francesco Sforza, le quali fussino pagate da Cesare, e che il papa pagasse ciascuno mese al principe d'Oranges (il quale per trattare queste cose venne a Bologna) ducati sessantamila, perch, non potendo Cesare sostenere tante spese, mantenesse quelle genti che erano gi intorno a Firenze.
Parlossi poi dell'altro interesse del pontefice che erano le cose di Modena e di Reggio; nella quale [pratica] il papa, per fuggire il carico dell'ostinazione, avendo proposto quella cantilena medesima che aveva pensata prima e usata lungamente. Aveva perci il principe mandato mille cinquecento fanti quattrocento cavalli e quattro pezzi di artiglieria a pigliare la Lastra, dove erano tre bandiere di fanti; e innanzi arrivasse il soccorso di Firenze la prese, ammazzati degli inimici circa dugento fanti. Succed che la notte degli undici di dicembre Stefano Colonna, con mille archibusieri e quattrocento tra alabarde e partigiane, tutti in corsaletto e all'uso spagnuolo incamiciati, assaltarono il colonnello di Sciarra, alloggiato nelle case propinque alla chiesa di Santa Margherita a Montici, sforzoronle, con morte di pi di dugento uomini e molti feriti, e tutto il colonnello in sbaraglio, n perderono uno uomo solo. E andando Pirro da Castel di Piero per pigliare Montopoli, terra del contado di Pisa, i fanti che erano in Empoli, tagliatagli la strada tra Palaia e Montopoli, lo roppono, fatti molti prigioni. E da uno colpo di artiglieria fu morto, nell'orto di Saminiato, Mario Orsino e Giulio da Santa Croce. E nel Borgo da Sansepolcro entr Napolione Orsino, soldato de' fiorentini, con cento cinquanta cavalli, perch Alessandro Vitelli, verso il Borgo e Anghiari, andava distruggendo il paese. Ma passate che ebbono l'Alpi le genti mandate nuovamente da Cesare, Pistoia e poi Prato, abbandonate dalle genti de' fiorentini, si arrendorono al pontefice: per l'esercito, non avendo alle spalle impedimento, non si and a unire con li altri, ma fermatosi dall'ala Francesco Sforza; a che instava molto il pontefice, desideroso della quiete universale; e anche perch le cose di Cesare, disoccupate dall'altre imprese, si volgessino contro a Firenze. Riteneva Cesare pi che altro il parergli non fusse con sua degnit il credersi che quasi la necessit lo inducesse a perdonare a Francesco Sforza; e Antonio de Leva, che era con lui a Bologna, faceva ogni instanza perch di quello stato si facesse altra deliberazione, proponendo ora Alessandro nipote del papa ora altri: nondimeno, essendo difficolt di collocare quello stato in persona di chi Italia si contentasse, n avendo il papa inclinazione a pensarvi per i suoi, non essendo cosa che si potesse spedire se non con nuove guerre e con nuovi travagli, Cesare, in ultimo, inclinando a questa sentenza, consent di concedere a Francesco Sforza salvocondotto, sotto nome di venire a lui a giustificarsi ma in fatto per ridurre le cose a qualche composizione; consentendo ancora i viniziani alla venuta sua, perch speravano che in uno tempo medesimo si introducesse la concordia delle cose loro. 
E nondimeno non cessavano per l'armi in Lombardia; perch il Belgioioso, il quale per l'assenza di Antonio de Leva era restato capo a Milano, and con settemila fanti a campo a Santo Angelo, dove erano quattro compagnie di fanti viniziani e di Milano; e avendolo battuto con l'occasione di una pioggia continua che faceva inutili gli archibusi, che allo scoperto difendevano il muro, accostato i suoi, appoggiati agli scudi e con le spade e picche, dette l'assalto, accostandosi anche egli valentemente con gli altri: ma non potendo quegli di dentro tenere in mano le corde da dare il fuoco, ed essendo necessitati gittargli in terra e combattere con altre armi, sbigottiti cominciorono a ritirarsi e ad abbandonare le mura; in modo che, entrati dentro gli inimici, restorono tutti o morti o prigioni. Disegn poi andare di l da Adda, e passata gi parte dello esercito per il ponte fatto a Casciano, alcune compagnie de' nuovi spagnuoli si partirono per andare a Milano; ma lui prevenendogli, fece pigliare l'armi alla terra, in modo che non potendo entrare ritornorono indietro allo esercito. 
Ma gi, non ostante queste cose e lo essere i tedeschi ne' terreni de' viniziani, si strignevano talmente le pratiche della pace che raffreddavano tutti i pensieri della guerra. Perch Francesco Sforza, presentatosi, subito che arriv in Bologna, al cospetto di Cesare, e ringraziatolo della benignit sua in avergli conceduto facolt di venire a lui, gli espose confidare tanto nella giustizia sua che, per tutte le cose succedute innanzi che il marchese di Pescara lo rinchiudesse nel castello di Milano, non desiderava altra sicurt o presidio che la innocenza propria; e che perci, in quanto a queste, rinunziava liberamente il salvocondotto; la scrittura del quale avendo in mano la gitt innanzi a lui, cosa che molto sodisfece a Cesare. Trattoronsi circa a uno mese le difficolt dell'accordo suo e di quello de' viniziani; e finalmente, a' ventitr di dicembre, essendosene molto affaticato il pontefice, si conchiuse l'uno e l'altro: obligandosi Francesco a pagargli in uno anno ducati quattrocentomila, e cinquecentomila poi in dieci anni cio ogni anno cinquantamila, restando in mano di Cesare Como e il castello di Milano; quali si oblig a consegnare a Francesco come fussino fatti i pagamenti del primo anno. E gli dette la investitura, o vero conferm quella che prima gli era data. Per i quali pagamenti osservare, e per i doni promessi a' grandi appresso a lui, fece grandissime imposizioni alla citt di Milano e a tutto il ducato, non ostante che i popoli fussino consumati per s atroci e lunghe guerre e per la fame e per la peste. Restituischino i viniziani al pontefice Ravenna e Cervia co' suoi territori, salve le ragioni loro, e perdonando il pontefice a quelli che avessino macchinato o operato contro a lui: restituischino a Cesare, per tutto gennaio prossimo, tutto quello posseggono nel regno di Napoli: paghino a Cesare il resto de' dugentomila ducati, debiti per il terzo capitolo dell'ultima pace contratta tra loro, cio venticinquemila ducati infra uno mese prossimo e dipoi venticinquemila ciascuno anno; ma in caso che infra uno anno siano restituiti loro i luoghi, se non fussino restituiti secondo il tenore di detta pace o giudicate per arbitri comuni le differenze: paghino ciascuno anno a' fuorusciti cinquemila ducati per l'entrate de' beni loro, come si disponeva nella pace predetta; a Cesare centomila altri ducati, la met fra dieci mesi l'altra met dipoi a uno anno. Decidinsi le ragioni del patriarca di Aquileia, riservategli nella capitolazione di Vormazia, contro al re di Ungheria; includasi in questa pace e confederazione il duca di Urbino, per essere aderente e in protezione de' viniziani. Perdonino al conte Brunoro da Gambara. Sia libero il commercio a' sudditi di tutti, n si dia ricetto a' corsali i quali perturbassino alcuna delle parti: sia lecito a' viniziani continuare pacificamente nella possessione di tutte le cose tengono: restituischino tutti i fatti ribelli per essersi aderiti a Massimiliano, a Cesare e al re di Ungheria, insino all'anno mille cinquecento ventitr; ma non si estenda la restituzione a' beni pervenuti nel fisco loro. Sia tra dette parti non solo pace ma lega difensiva perpetua per gli stati di Italia contro a qualunque cristiano. Promette Cesare che il duca di Milano terr continuamente nel suo stato cinquecento uomini d'arme, e [egli stesso], per la difesa del duca e de' viniziani, ottocento uomini d'arme computativi i cinquecento predetti, cinquecento cavalli leggieri seimila fanti, con buona banda di artiglierie, e i viniziani il medesimo alla difesa del duca di Milano; ed essendo molestato ciascuno di questi stati, gli altri non permettino che vadia vettovaglie munizioni corrieri imbasciadori di chi offende, proibirgli ogni aiuto de' suoi stati e il transito a lui e alle sue genti. Se alcuno principe cristiano, eziandio di suprema dignit, assalter il regno di Napoli, siano tenuti i viniziani ad aiutarlo con quindici galee sottili bene armate. Siano compresi i raccomandati di tutti, nominati e nominandi, non perci con altra obligazione de' viniziani alla difesa. Se il duca di Ferrara concorder col pontefice e con Cesare, si intenda incluso in questa confederazione. Per la esecuzione de' quali accordi, Cesare restitu a Francesco Sforza Milano e tutto il ducato, e ne rimosse tutti i soldati; ritenendosi solamente quegli che erano necessari per la guardia del castello e di Como; i quali restitu poi al tempo convenuto. E i viniziani restituirono al pontefice le terre di Romagna, e a Cesare le terre tenevano nella Puglia.


Storia d'Italia libro XIX - Francesco Guicciardini
